domenica 27 febbraio 2022

Il virus della guerra e gli anticorpi della pace

 


Siamo davanti al Teatro Olimpico, uniti dalla comune indignazione per l'invasione russa in Ucraina. Dopo due anni pandemia, alla quale abbiamo imparato a reagire e a proteggerci, mascherine sui volti, ci troviamo a fronteggiare un'altra minaccia che ci riporta indietro agli incubi del '900.
In tante piazze del mondo la gente scende in piazza e molti altri manifestano la loro presa di posizione contro la follia della guerra. Siamo increduli, perché non pensavamo che potesse accadere; almeno non in Europa (perché nel mondo non ha mai smesso di esserci la guerra). 
Mettiamo i nostri corpi, le nostre facce per dire no. Abbiamo bisogno di esserci, di fare qualcosa.
Forse è tempo che il popolo della pace esca allo scoperto e affermi con forza quali sono le risposte nonviolente ai conflitti, quali sono le alternative alla morte e distruzione. 
Vedendo la reazione spontanea di così tante persone, direi che i tempi siano maturi per dire "Mai più la guerra!" e per proporre l'alternativa alla distribuzione di armi.
Invadere l'Ucraina (l'Afganistan, il Myanmar, Siria, Yemen...) con i nostri corpi e la nostra volontà di pace, non fuggire per lasciare il campo ai carri armati. Invadere i media con messaggi di pace e di verità per non lasciare il campo a propaganda e bollettini di guerra. Offrire un esempio di come altri modi di reagire e risolvere i conflitti sia possibile, ascoltando e accogliendo le sofferenze altrui, senza voler imporre le proprie ragioni, la propria storia, i propri interessi economici.
La pandemia ci ha insegnato che siamo tutti nella stessa barca, sempre, perciò non possiamo aspettare che entri l'acqua a bordo.

giovedì 24 febbraio 2022

Vicenza per la Pace in Ucraina

Vicenza si mobilita, con moltissime altre città italiane, per invocare una de-escalation e respingere il ritorno di una guerra in Europa. L'Unione Europea non deve farsi trascinare in una guerra insensata: non possono esistere alternative ai negoziati di pace, per quanto difficili possano essere.

Basta con i massicci movimenti di armi, così come alla manipolazione ingannevole costruita dai media intorno alla crisi Ucraina. La guerra porta sempre lutti e devastazioni e gli unici vincitori sarebbero i produttori e commercianti di armi, i cui interessi non hanno una nazionalità o patria, mentre i popoli dell'Ucraina, della Russia e dell'Europa subirebbero conseguenze terribili, indipendentemente da come finirà il conflitto.

Esprimiamo solidarietà e sostegno ai movimenti per la pace che in Ucraina e in Russia si oppongono all'entrata in guerra e chiediamo ai soldati di rifiutare la guerra, dichiarando la loro obiezione di coscienza.

Sabato 26 febbraio alle ore 16.30 in piazza Castello a Vicenza 

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mercoledì 23 febbraio 2022

Il 2 marzo sia giornata di digiuno per la pace

“Prego tutte le parti coinvolte perché sia astengano da ogni azione che provochi ancora più sofferenza tra le popolazioni, destabilizzando la convivenza tra le nazioni e screditando il diritto internazionale”. È l’ennesimo appello per la pace in Ucraina, pronunciato dal Papa al termine dell’udienza odierna, prima dei saluti in lingua italiana. “Ho un grande dolore nel cuore per il per il peggioramento della situazione nell’Ucraina”, ha esordito Francesco. “Nonostante sforzi diplomatici delle ultime settimane – ha denunciato Francesco – si stanno aprendo scenari sempre più allarmanti. Con me tanta gente nel mondo sta provando angoscia e preoccupazione. Ancora una volta la pace di tutti è minacciata da interessi di parte”. “Vorrei appellarmi a quanti hanno responsabilità politica perché facciano un serio esame di coscienza davanti a Dio, che è il Dio della pace e non della guerra: il padre di tutti, non solo di qualcuno, che ci vuole fratelli e non nemici”.

“Vorrei appellarmi a tutti, credenti e non credenti – ha aggiunto ancora Francesco –. Gesù ci ha insegnato che all'insensatezza diabolica della violenza si risponde con le armi di Dio, con la preghiera e il digiuno. Invito tutti a fare il prossimo 2 marzo, Mercoledì delle Ceneri, una giornata di digiuno per la pace. Incoraggio in modo speciale i credenti, perché in quel giorno si dedichino intensamente alla preghiera e al digiuno. La Regina della Pace preservi il mondo dalla follia della guerra".

Da Avvenire 

domenica 20 febbraio 2022

Ogni anno il 19 febbraio Addis Abeba si ferma PER RICORDARE

Il 19 febbraio di ogni anno il traffico congestionato della capitale si ferma, liberando la rotonda dalle auto e permettendo alle autorità di porre una corona di fiori ai piedi del monumento, costituito da un grande obelisco, un dito bianco puntato verso il cielo. A fasciarlo altorilievi bronzei sovrapposti che raccontano le brutalità degli occupanti e la forza di un popolo che caccia l’invasore: forche a cui sono appesi preti innocenti, partigiani che scacciano lo straniero, civili inermi scaricati da autocarri a colpi di fucile accanto al trionfo gioioso della libertà e della giustizia. Un ciclo di brutalità e riscatto, di terrore e vittoria, in quella piazza che prende il nome, evocativo, di Piazza dei martiri. Ogni anno il 19 febbraio Addis Abeba si ferma per ricordare le violenze di quel giorno e delle settimane seguenti. È Yekatit 12, il 12 febbraio del calendario copto, il 19 febbraio di quello gregoriano. È il giorno del ricordo dell’Etiopia. I martiri di cui racconta l’odonomastica sono le migliaia di uccisi nei massacri compiuti dagli occupanti. E gli occupanti, si direbbe con un po’ di retorica retrò, siamo noi. O, meglio, gli italiani che il 19 febbraio del 1937 erano nella capitale etiopica come padroni coloniali. I “nostri nonni”. Quel giorno del 1937, a quasi un anno dalla proclamazione dell’Impero fascista italiano, la resistenza etiopica organizza un attentato a Rodolfo Graziani, il viceré che cerca di imporre il dominio italiano sull’impero del Negus. Graziani è un militare di lungo corso, organico al regime fascista, veterano delle guerre coloniali: negli anni della cosiddetta “pacificazione” della Libia tra fine anni Venti e il 1931 si è conquistato il macabro soprannome di “macellaio del Fezzan” (la regione del Sud libico). Le bombe a mano scagliate da Abraham Deboch e Mogus Asghedom, eritrei membri della resistenza anticoloniale, causano sette morti e una cinquantina di feriti, per lo più tra gli alti dignitari etiopi che collaborano con il nuovo regime. Nessuna delle personalità italiane presenti rimane uccisa e lo stesso Graziani sopravvive fortunosamente all’attentato. Scosso dall’accaduto e intenzionato a soffocare nel terrore la possibile rivolta, dal suo letto di ospedale ad Addis Abeba il viceré emana immediatamente l’ordine di rappresaglia. Tre giorni di “vendetta”, in cui ogni italiano viene invitato a punire gli abissini colpevoli, come popolo, di aver sfidato “l’ira di Roma”. Nei giorni che seguono i reparti di Camicie Nere, il regio Esercito, i regi Carabinieri e perfino reparti di lavoratori italiani civili militarizzati si danno alla “caccia al nero”. Le violenze non si arrestano alla fine del terzo giorno: per settimane si registrano atti di violenza contro i civili etiopi, a cui si sommano soprusi e ruberie. I massacri vengono portati avanti con ogni mezzo: i testimoni riportarono scene raccapriccianti, come ad esempio il fatto che «sulle vittime venne usato ogni genere di armi: granate a mano, esplosivi e bombe incendiarie, fucili, revolver [...] oltre a mitragliatrici e pugnali. Agli etiopi catturati veniva spaccata la testa in due con picconi e badili». La stampa internazionale che riporta le notizie dei massacri viene censurata e accusata di sentimenti antitaliani. In uno degli ultimi episodi di rappresaglia, il 21 maggio del 1937, nel monastero copto di Debre Libanòs le truppe italiane massacrano tra le millequattrocento e le duemila persone. Graziani verrà rimosso per incompetenza dal suo ruolo in Etiopia nel dicembre del 1937, ma proseguirà la carriera come governatore della Libia in guerra, fallendo l’invasione dell’Egitto, poi aderirà alla Repubblica di Salò divenendone il ministro delle Forze armate. A guerra finita riuscirà a evitare i processi per i crimini di guerra in Africa; sconterà qualche mese di reclusione per collaborazionismo coi nazisti e prima della morte, avvenuta a Roma nel 1955, verrà nominato presidente onorario del Movimento Sociale Italiano. Nel 2012 il comune di Affile, nel Lazio, gli dedica un sacrario, definendolo “un esempio per i giovani”. Secondo le più recenti stime degli storici, nelle violenze scaturite dai fatti del 19 febbraio persero la vita complessivamente circa 19.000 persone. Vittime dei “nostri nonni”, si direbbe. Questo è Yekatit 12 nella storia e nella memoria etiope. Ma non in quella italiana. È una mancanza che dovrebbe e potrebbe essere finalmente colmata, perché una società civile matura dovrebbe avere la forza di ricordare tutta la propria storia. Sia le parti che la vedono vittima sia le parti che la vedono carnefice. Perché la storia serve, tutta.

Francesco Filippi
L’autore è storico della mentalità, scrittore e formatore. Il suo ultimo libro è Noi però gli abbiamo fatto le strade. Le colonie italiane tra bugie, razzismi e amnesie, Bollati Boringhieri 2021

giovedì 17 febbraio 2022

Cristina Calderón, ultima voce degli Yagán

Cristina Calderón, 93 anni, era l’ultima a parlare l’idioma del popolo indigeno più australe del pianeta, scomparso dopo aver abitato per oltre 6mila anni la Terra del Fuoco. Con la conquista della regione, avvenuta alla fine dell’Ottocento, arrivarono le malattie portate dai nuovi arrivati: dei 3mila nativi ne rimanevano, cinquant’anni dopo, 130. All’inizio del millennio se ne contavano appena tre, tra cui Cristina. Per questo, la donna era stata dichiarata “tesoro vivo” dell’umanità dall’Unesco e dal governo cileno.
Fino alla fine, Calderón si è impegnata a conservare a trasmettere la cultura Yagán. Un lavoro intensificato ancor più dopo la scomparsa, nel 2003, della sorella Ursula. «Non ho più nessuno con cui parlare», aveva spiegato. Da qui la scelta di incidere un Cd con la sua voce, realizzato con la nipote, Cristina Zárraga, insieme al dizionario dalla lingua indigena allo spagnolo. Le “due Cristine”, inoltre, hanno scritto un libro di miti popolari Yagán, dal titolo “Hai kur mamasu shis” (Voglio raccontarti una storia). La figlia, Lidia Calderón, tra gli esponenti dell’Assemblea Costituente, si è impegnata a proseguire il lavoro della madre di preservazione della memoria ancestrale.
 
 

martedì 15 febbraio 2022

Festa delle Lanterne 2022


La Festa delle Lanterne 2022 è martedì 15 febbraio e segna la fine dei festeggiamenti per il Capodanno Cinese. 

Così come le altre feste tradizionali, la data della Festa delle Lanterne dipende dal calendario lunare e cade il quindicesimo giorno del primo mese lunare, vale a dire esattamente due settimane dopo il Capodanno Cinese. Il 2022 è l'anno della Tigre. 

Oggi le lanterne cinesi volanti sono di buon auspicio e rappresentano, soprattutto in Taiwan, l'evento della nascita; le lanterne, infatti, augurano un futuro luminoso e nuove nascite.

Per questo motivo, le donne che desiderano un figlio cammineranno sotto una lanterna che ondeggia verso il cielo pregando per il piccolo.

giovedì 10 febbraio 2022

10 febbraio 2022 “Giorno del Ricordo”

Il Giorno del Ricordo richiama la Repubblica al raccoglimento e alla solidarietà con i familiari e i discendenti di quanti vennero uccisi con crudeltà e gettati nelle foibe, degli italiani strappati alle loro case e costretti all'esodo, di tutti coloro che al confine orientale dovettero pagare i costi umani più alti agli orrori della Seconda guerra mondiale e al suo prolungamento nella persecuzione, nel nazionalismo violento, nel totalitarismo oppressivo". Lo ha dichiarato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in una nota in occasione del Giorno del Ricordo. "È un impegno di civiltà - afferma il capo dello Stato - conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli istriani, dei fiumani, dei dalmati e degli altri italiani che avevano radici in quelle terre, così ricche di cultura e storia e così macchiate di sangue innocente. I sopravvissuti e gli esuli, insieme alle loro famiglie, hanno tardato a veder riconosciuta la verità delle loro sofferenze. Una ferita che si è aggiunta alle altre".
Da RaiNews