Le proteste popolari in Iran negli ultimi anni nascono da un intreccio di aspirazioni democratiche, rifiuto dell’apartheid di genere, rabbia per la crisi economica e rigetto dell’autoritarismo teocratico; la risposta del regime è stata una repressione sistematica, con centinaia di morti accertati, migliaia di arresti e un uso massiccio della pena di morte contro manifestanti e dissidenti. Oggi il Paese è in una fase di scontro aperto ma non risolto: la popolazione mostra una capacità di mobilitazione senza precedenti, mentre l’apparato di sicurezza rimane coeso e brutalmente efficace, creando un futuro a breve termine altamente incerto, tra il rischio di ulteriore violenza e la possibilità di un logoramento progressivo del regime.
Radici storiche del dissenso
Dalla rivoluzione del 1979 in poi, quasi ogni decennio ha conosciuto ondate di protesta: contro la repressione politica, la corruzione e le crescenti disuguaglianze, fino al Movimento Verde del 2009, esploso contro i brogli elettorali e represso con arresti di massa e uccisioni di manifestanti. Negli anni successivi si sono susseguiti cicli di mobilitazione – 2017‑2019 contro il caro vita e l’austerità, 2019 per l’aumento del carburante, 2022‑2023 dopo la morte di Mahsa Amini – che hanno trasformato rivendicazioni specifiche in una contestazione globale della Repubblica Islamica.
Aspirazioni della popolazione
Le richieste più ricorrenti sono: la fine del velo obbligatorio e dell’apartheid di genere, libertà civili e politiche, giustizia sociale, lotta alla corruzione e normalizzazione dei rapporti col mondo per uscire dall’isolamento economico. Slogan come “Donna, vita, libertà” e “Morte al dittatore” esprimono il desiderio di un sistema post-teocratico in cui la sovranità popolare prevalga sull’autorità religiosa e militare.
Struttura e metodi della repressione
La repressione combina uso illegale della forza nelle piazze (armi da fuoco, pallini metallici, gas lacrimogeni, pestaggi), arresti di massa, torture e processi sommari, spesso culminati in condanne a morte eseguite rapidamente contro giovani manifestanti. Organismi come Amnesty International e HRW denunciano centinaia di morti in varie ondate (oltre 500 solo in una recente fase di proteste) e più di diecimila arresti, con blackout di internet e minacce alle famiglie per intimidire il dissenso.
Voci illustri: esilio, carcere, condanna
Tra le figure note espatriate spiccano artisti e intellettuali come l’attrice Golshifteh Farahani, che dall’estero denuncia la violenza del regime e sostiene i movimenti “Donna, vita, libertà”, diventando un simbolo della diaspora culturale iraniana. All’interno del Paese, numerosi attivisti, avvocati e difensori dei diritti umani sono stati arrestati o condannati, mentre il ricorso alla pena di morte contro giovani manifestanti ha prodotto casi emblematici che hanno suscitato campagne internazionali, ma raramente hanno fermato il braccio repressivo dello Stato.
Timori e prospettive attuali
I timori principali sono: un’ulteriore radicalizzazione repressiva (con più omicidi di Stato e arresti), un collasso economico che colpisca soprattutto i ceti popolari e una possibile “sirianizzazione”, cioè uno scenario di violenza prolungata senza transizione ordinata. Allo stesso tempo, analisi recenti sottolineano come la continuità e l’ampiezza delle proteste – geograficamente diffuse, guidate da giovani e da donne, con sostegno crescente nelle classi lavoratrici – stiano logorando la legittimità del sistema, aprendo nel medio periodo possibilità di cambiamento, ma con tempi, forme e costi umani ancora imprevedibili.
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