lunedì 12 gennaio 2026

Iran, un grido represso

Le proteste popolari in Iran negli ultimi anni nascono da un intreccio di aspirazioni democratiche, rifiuto dell’apartheid di genere, rabbia per la crisi economica e rigetto dell’autoritarismo teocratico; la risposta del regime è stata una repressione sistematica, con centinaia di morti accertati, migliaia di arresti e un uso massiccio della pena di morte contro manifestanti e dissidenti. Oggi il Paese è in una fase di scontro aperto ma non risolto: la popolazione mostra una capacità di mobilitazione senza precedenti, mentre l’apparato di sicurezza rimane coeso e brutalmente efficace, creando un futuro a breve termine altamente incerto, tra il rischio di ulteriore violenza e la possibilità di un logoramento progressivo del regime.

Radici storiche del dissenso
Dalla rivoluzione del 1979 in poi, quasi ogni decennio ha conosciuto ondate di protesta: contro la repressione politica, la corruzione e le crescenti disuguaglianze, fino al Movimento Verde del 2009, esploso contro i brogli elettorali e represso con arresti di massa e uccisioni di manifestanti. Negli anni successivi si sono susseguiti cicli di mobilitazione – 2017‑2019 contro il caro vita e l’austerità, 2019 per l’aumento del carburante, 2022‑2023 dopo la morte di Mahsa Amini – che hanno trasformato rivendicazioni specifiche in una contestazione globale della Repubblica Islamica.

Aspirazioni della popolazione
Le richieste più ricorrenti sono: la fine del velo obbligatorio e dell’apartheid di genere, libertà civili e politiche, giustizia sociale, lotta alla corruzione e normalizzazione dei rapporti col mondo per uscire dall’isolamento economico. Slogan come “Donna, vita, libertà” e “Morte al dittatore” esprimono il desiderio di un sistema post-teocratico in cui la sovranità popolare prevalga sull’autorità religiosa e militare.

Struttura e metodi della repressione
La repressione combina uso illegale della forza nelle piazze (armi da fuoco, pallini metallici, gas lacrimogeni, pestaggi), arresti di massa, torture e processi sommari, spesso culminati in condanne a morte eseguite rapidamente contro giovani manifestanti. Organismi come Amnesty International e HRW denunciano centinaia di morti in varie ondate (oltre 500 solo in una recente fase di proteste) e più di diecimila arresti, con blackout di internet e minacce alle famiglie per intimidire il dissenso.

Voci illustri: esilio, carcere, condanna
Tra le figure note espatriate spiccano artisti e intellettuali come l’attrice Golshifteh Farahani, che dall’estero denuncia la violenza del regime e sostiene i movimenti “Donna, vita, libertà”, diventando un simbolo della diaspora culturale iraniana. All’interno del Paese, numerosi attivisti, avvocati e difensori dei diritti umani sono stati arrestati o condannati, mentre il ricorso alla pena di morte contro giovani manifestanti ha prodotto casi emblematici che hanno suscitato campagne internazionali, ma raramente hanno fermato il braccio repressivo dello Stato.

Timori e prospettive attuali
I timori principali sono: un’ulteriore radicalizzazione repressiva (con più omicidi di Stato e arresti), un collasso economico che colpisca soprattutto i ceti popolari e una possibile “sirianizzazione”, cioè uno scenario di violenza prolungata senza transizione ordinata. Allo stesso tempo, analisi recenti sottolineano come la continuità e l’ampiezza delle proteste – geograficamente diffuse, guidate da giovani e da donne, con sostegno crescente nelle classi lavoratrici – stiano logorando la legittimità del sistema, aprendo nel medio periodo possibilità di cambiamento, ma con tempi, forme e costi umani ancora imprevedibili.

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