Negli ultimi vent’anni i Paesi Bassi sono diventati l’esempio più citato quando si parla di “carceri vuote” e calo dei detenuti. Non si tratta di una leggenda metropolitana: la popolazione carceraria olandese è effettivamente crollata e lo Stato ha chiuso o riconvertito numerosi istituti di pena. Ma dietro questa immagine da titolo virale c’è una trasformazione profonda del sistema penale, che riguarda il modo di punire, di controllare e di reinserire chi commette reati.
Il crollo dei detenuti: meno reati e meno pene detentive
Tra il 2005 e il 2016 il tasso di detenzione nei Paesi Bassi è sceso da 94 a circa 51 detenuti ogni 100.000 abitanti, uno dei cali più rapidi al mondo per un paese occidentale. Nello stesso periodo, il numero di persone effettivamente condannate al carcere è passato da circa 8.300 nel 2005 a poco più di 4.500 dieci anni dopo, quasi la metà.
Questa riduzione non riguarda solo un tipo di reato, ma attraversa varie categorie:
- circa −44% di pene detentive per reati contro il patrimonio
- circa −39% per reati violenti e sessuali
- circa −49% per reati di droga
- meno persone in carcere per mancato pagamento di ammende.
Parallelamente, diminuiscono anche i detenuti in custodia cautelare: da oltre 21.000 ingressi in regime di remand nel 2005 a circa 13.000 nel 2016 (−37%), segno di un ricorso più selettivo alla detenzione preventiva.
Dalle sbarre alle alternative: nuove forme di pena e controllo
Una delle chiavi del “modello olandese” è lo spostamento parziale del baricentro dal carcere alle misure alternative, soprattutto per i reati meno gravi o per categorie mirate di autori di reato. Tra gli strumenti più utilizzati si possono citare:
- Sospensione condizionale della pena con prescrizioni (lavoro, terapia, formazione, divieti di frequentare certi luoghi o persone).
- Lavori di pubblica utilità e altre sanzioni sostitutive per reati minori, in particolare nell’area dei reati contro il patrimonio e di alcune violazioni legate alla droga.
- Maggior ricorso a multe e sanzioni amministrative, che spostano una parte del contenzioso minore fuori dall’orizzonte carcerario.
Queste misure nascono dall’idea che la detenzione breve, soprattutto per reati non gravi, abbia un limitato effetto di prevenzione speciale e rischi di spezzare legami familiari e lavorativi che, al contrario, sono protettivi rispetto alla recidiva.
Investire nel reinserimento: elettronica, comunità e recidiva
Il calo dei detenuti nei Paesi Bassi non è solo il risultato di “meno carcere”, ma anche di un investimento più ampio sulla gestione del rischio e sulla reintegrazione sociale dei condannati. In questo quadro rientrano:
- Programmi di reinserimento strutturati, che integrano formazione professionale, accompagnamento al lavoro, sostegno abitativo e interventi sul debito, per evitare che la persona esca di prigione più vulnerabile di quando è entrata.
- Maggior uso di controlli elettronici (braccialetti, monitoraggio digitale) in combinazione con libertà vigilata o rilascio anticipato, in modo da mantenere la persona nella comunità ma sotto un controllo graduato.
- Collaborazione con i servizi di salute mentale e di assistenza sociale, soprattutto nei casi in cui il comportamento deviante è legato a dipendenze o disturbi psichici.
La letteratura sul caso olandese evidenzia come questo approccio più mirato, associato a un calo generale dei reati registrati (meno furti, meno violenze, meno vandalismo), sia correlato a una riduzione delle nuove condanne e, dunque, dei casi di recidiva che tornano in carcere. Non si tratta di un azzeramento del fenomeno, ma di una tendenza strutturale verso un minor “giro porta” tra carcere e società.
Carceri che si svuotano: chiusure, riconversioni e nuove funzioni
Con meno detenuti, molte strutture si sono ritrovate parzialmente vuote. Mantenere aperhe carceri semivuote è economicamente pesante, perciò a partire dal 2009 il governo olandese ha avviato una serie di chiusure e accorpamenti. In totale, dal 2009 in poi sono state chiuse o programmate alla chiusura una ventina di prigioni, mentre altre hanno ridotto drasticamente la capacità.
Questi edifici non sono però rimasti semplici “cattedrali nel deserto”. In diversi casi, le ex carceri sono state:
- convertite in centri di accoglienza per richiedenti asilo o rifugiati
- trasformate in hotel, spazi culturali, uffici o campus creativi
- riutilizzate temporaneamente per progetti sociali, start‑up o iniziative comunitarie.
Questa riconversione cerca di ridare senso urbano e sociale a complessi spesso situati in posizioni strategiche, ma implica anche una delicata gestione dei lavoratori penitenziari, che si trovano a dover cambiare ruolo, sede o settore.
Celle “in affitto”: gli accordi con Belgio e Norvegia
Per evitare un taglio lineare dei posti di lavoro e utilizzare la capacità in eccesso, i Paesi Bassi hanno intrapreso una strada inusuale: affittare carceri e celle ad altri Stati europei.
Due esperienze sono diventate emblematiche:
- L’accordo “Nova Belgica” con il Belgio ha permesso a quest’ultimo di usare il carcere olandese di Tilburg, con 500–680 posti, dal 2010 al 2016, per alleggerire un sistema nazionale cronicamente sovraffollato; il personale penitenziario restava olandese, pagato attraverso un canone annuo versato da Bruxelles.
- L’accordo con la Norvegia per la prigione di Norgerhaven, attivo a metà degli anni 2010, ha ospitato fino a circa 240 detenuti norvegesi in esecuzione di pene inflitte dai tribunali di Oslo; anche qui l’obiettivo era ridurre le “liste d’attesa” norvegesi e, contemporaneamente, mantenere attività e occupazione nel carcere olandese.
Questi accordi prevedevano regole precise: i detenuti restavano sotto la giurisdizione del paese d’origine, l’amministrazione olandese gestiva struttura e personale, e i prigionieri venivano riportati nel proprio Stato prima della scarcerazione per evitare problemi di asilo o residenza. Il risultato è stato duplice:
- i paesi “ospiti” hanno comprato tempo rispetto al problema del sovraffollamento
- l’Olanda ha potuto rallentare la chiusura di alcune strutture e salvaguardare parte dei posti di lavoro, pur in un contesto di lungo periodo segnato da meno detenuti domestici.
L'insegnamento è chiaro: quando si investe su pene alternative mirate, su controllo intelligente (anche elettronico) e su un serio lavoro di reinserimento, il carcere smette di essere il centro gravitazionale della giustizia penale. I Paesi Bassi non sono un paradiso senza criminalità, ma mostrano come un mix di politiche penali, sociali e urbanistiche possa portare, nel giro di pochi anni, a meno detenuti, meno recidiva e a un nuovo ruolo delle carceri all’interno della società.
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