venerdì 9 ottobre 2026

Navi Pillay, "solida bussola morale" vince il Nobel per la Pace 2026

L'assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2026 a Navanethem "Navi" Pillay rappresenta un segnale politico ed etico di straordinaria rilevanza. In un'epoca segnata da crescenti tensioni geopolitiche e dal progressivo indebolimento delle istituzioni sovranazionali, il Comitato di Oslo ha voluto riaffermare un principio fondamentale: la pace non può esistere senza il rispetto e la tutela del diritto internazionale.

Un profilo biografico ed etico nato nella lotta all'apartheid
Nata a Durban nel 1941 in una famiglia sudafricana di origine indiana Tamil, Navi Pillay ha vissuto sulla propria pelle la violenza e le discriminazioni del regime dell'apartheid. Nonostante i profondi ostacoli sociali e normativi dell'epoca, nel 1967 è diventata la prima donna a fondare uno studio legale nella provincia di Natal e la prima giurista non bianca ad accedere alle professioni legali superiori.
La sua carriera è stata guidata fin dagli esordi da un'inflessibile bussola morale:
 - In difesa dei diritti umani: Ha difeso storici attivisti anti-apartheid e prigionieri politici, tra cui membri del movimento di liberazione condotti a Robben Island.
 - Traguardi istituzionali: Dopo la fine dell'apartheid, è stata la prima donna di colore a essere nominata giudice presso la Corte Suprema del Sudafrica.
Le grandi battaglie per la giustizia internazionale
Il percorso di Navi Pillay coincide con le pietre miliari della giustizia penale internazionale moderna:
- Il contrasto ai crimini di massa (TPIR): In qualità di giudice e poi presidente del Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda (TPIR), Pillay ha firmato una sentenza storica che ha riconosciuto per la prima volta lo stupro di guerra e la violenza sessuale sistematica come atti di genocidio.
 - Corte Penale Internazionale (CPI): Ha prestato servizio come giudice presso la CPI nei suoi anni formativi, contribuendo a consolidare i meccanismi di responsabilità per crimini contro l'umanità.
 - Alto Commissario ONU per i Diritti Umani: Tra il 2008 e il 2014 ha guidato l'UNHCR con un approccio indipendente, denunciando violazioni dei diritti senza distinzioni di blocchi o alleanze geopolitiche.
 - Trasparenza e inchieste indipendenti: Più di recente, ha presieduto la Commissione d'inchiesta indipendente delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati, conducendo indagini rigorose sulle violazioni delle norme internazionali e del diritto umanitario.

Le ragioni della scelta della Commissione Nobel
Il Comitato Nobel ha motivato l'assegnazione sottolineando gli sforzi di Pillay nel «promuovere la pace e il diritto internazionale, garantendo che i crimini di guerra, i crimini contro l'umanità e i genocidi vengano perseguiti dalla giustizia».
Attraverso questa scelta, la Commissione intende inviare un messaggio chiaro: l'ordine giuridico globale è sotto un attacco senza precedenti. Si assiste a una pericolosa transizione dalla prevalenza delle regole alla prevalenza del potere e della forza ("might overtakes right").
La minaccia della delegittimazione delle istituzioni sovranazionali
Il riconoscimento a Navi Pillay porta al centro del dibattito la grave crisi di fiducia e di rispetto che colpisce gli organi sovranazionali. Sempre più spesso, sentenze della Corte Internazionale di Giustizia, mandati d'arresto della Corte Penale Internazionale o risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell'ONU vengono ignorati, sanzionati politicizzati o attivamente delegittimati.
Erodere la credibilità degli strumenti nati dopo il secondo conflitto mondiale per tutelare i diritti umani universali significa indebolire la sola barriera che separa la convivenza pacifica dalla sopraffazione e dall'anarchia globale. Il Premio Nobel 2026 richiama dunque tutti gli Stati e la società civile a ritrovare la responsabilità collettiva nella difesa del diritto internazionale come pilastro imprescindibile di pace e giustizia.


giovedì 8 ottobre 2026

Shari’a e giustizia italiana: il caso di Padova tra fede e legge

La religione può ispirare le nostre scelte, ma può anche diventare una regola per risolvere controversie giuridiche? È la domanda al centro del dibattito suscitato dalla Camera Arbitrale Islamica Italiana, costituita a Padova con l'obiettivo dichiarato di offrire strumenti di risoluzione delle controversie ispirati alla Shari’a, la tradizione normativa islamica.

La vicenda ha attirato l'attenzione pubblica e, secondo le notizie dell'8 ottobre 2026, la Procura di Padova ha aperto un fascicolo per svolgere accertamenti, senza indagati né ipotesi di reato formulate. È quindi importante non confondere gli interrogativi giuridici con eventuali responsabilità, che dovranno essere accertate.

Che cos'è la Shari’a?
La Shari’a non è un codice unico, identico per tutti i musulmani. È un insieme di principi religiosi, morali e giuridici interpretati in modi differenti nel corso della storia. Alcuni riguardano anche i rapporti economici, i contratti e la correttezza nelle relazioni tra le persone.

Questi principi possono ispirare comportamenti etici e favorire il dialogo. Tuttavia, un principio religioso non diventa automaticamente una norma giuridica applicabile in Italia.

L'arbitrato è consentito in Italia?
Sì. Il nostro ordinamento riconosce l'arbitrato, uno strumento con cui le parti possono affidare a uno o più arbitri la soluzione di determinate controversie, soprattutto in materia civile e commerciale.

Il Codice di procedura civile, agli articoli 806 e 822, stabilisce le condizioni per ricorrere all'arbitrato e permette, nei limiti previsti dalla legge, di scegliere le norme applicabili alla controversia, comprese leggi straniere.

In alcuni contesti possono inoltre assumere rilievo regole non statali, come quelle del commercio internazionale. Anche principi di origine religiosa possono essere richiamati dalle parti, ma la loro applicazione dipende dalla controversia concreta e dai limiti imposti dall'ordinamento.

Non tutto, però, può essere deciso da un arbitro. Le controversie devono riguardare diritti per i quali la legge ammette l'arbitrato, e le decisioni non possono violare i principi fondamentali dell'ordinamento italiano, le norme inderogabili e i diritti fondamentali della persona.

Un'associazione privata, dunque, non può creare un sistema giudiziario parallelo né attribuire automaticamente alle proprie decisioni gli effetti di una sentenza.

La prudenza dell'UCOII
Nel dibattito è significativa la posizione dell'UCOII, l'Unione delle Comunità Islamiche d'Italia, che ha preso le distanze dall'iniziativa di Padova, sottolineandone l'autonomia rispetto alle comunità rappresentate e invitando alla prudenza.

La sua posizione richiama un principio importante: la giustizia in Italia è amministrata secondo le leggi della Repubblica e nel rispetto della Costituzione.

Questo non significa che Islam e diritto italiano siano necessariamente in conflitto. Significa, piuttosto, che la libertà religiosa deve convivere con le regole comuni e con le garanzie riconosciute a tutti i cittadini.

È altrettanto importante evitare generalizzazioni: una singola iniziativa privata non rappresenta automaticamente l'intera comunità musulmana, al cui interno esistono sensibilità e orientamenti diversi.

Religione e legge: un equilibrio possibile
Il caso di Padova ci invita a riflettere sul rapporto tra fede e cittadinanza. Le religioni possono offrire valori, principi morali e strumenti per comprendere la giustizia. Possono anche contribuire alla mediazione e alla ricerca di accordi tra le persone.

In uno Stato laico, tuttavia, nessuna tradizione religiosa può sostituirsi alle leggi dello Stato o giustificare violazioni dei diritti fondamentali.

La libertà religiosa, tutelata dall'articolo 19 della Costituzione, non esclude il rispetto delle regole comuni. Allo stesso modo, la laicità non richiede di cancellare la religione dalla vita sociale.

La vera sfida di una società pluralista è permettere a persone con convinzioni diverse di convivere senza rinunciare all'uguaglianza davanti alla legge.

La fede può ispirare le nostre scelte; il diritto stabilisce le garanzie comuni che proteggono tutti. Non si tratta necessariamente di mettere religione e legge una contro l'altra, ma di trovare un equilibrio nel quale la libertà di credere non diventi il potere di imporre le proprie regole agli altri.

Per approfondire: 
Costituzione italiana, articoli 3, 8 e 19;
Codice di procedura civile, articoli 806 e 822

domenica 4 ottobre 2026

San Francesco ci ricorda che la guerra non è un destino

Laudato si’! Noi, che spesso non sappiamo ringraziare e che ci sentiamo vittime, scambiando il dono per un diritto e come avviene sempre agli egocentrici, ci uniamo alla dolce e forte voce di San Francesco e dei suoi tanti, incalcolabili, figli per dire sempre, anche nelle avversità, tanto più al termine di questo centenario: Laudato si’. Laudato si’, mi Signore per frate Francesco, immagine viva di Cristo, tuo Figlio, che continua a mostrarci il volto dell’eterno Padre, che ci aiuta a vedere la sua presenza e a fare la sua volontà, quella che niente della nostra povera vita vada perduto e che nessuno sia perduto, neppure il nemico, nostro fratello lupo che ha bisogno di pace e di pane. E noi possiamo darglieli e, se diamo, troviamo la pace, per lui e per noi.

Laudato si’, perché frate Francesco è pieno di gioia e tutti noi la cerchiamo. L’ha trovata e ci insegna a trovarla, la rende possibile, facile per tutti. Frate Francesco continua a parlarci al cuore, non con dotta lezione o precisi e impietosi giudizi, ma con la sua vita, i suoi gesti e le sue tante parole. Laudato si’ perché frate Francesco continua a donarci pace e a insegnarci a essere operatori di pace, per portarla dove c’è violenza, odio, incomprensione. Si è spogliato di tutto per essere disarmato. Non significa affatto cedevole, accomodante, irrilevante. Il contrario!

Frate Francesco disarma il lupo chiamandolo frate e, essendo per lui frate, negozia con lui, per Gubbio e anche per il lupo, lo restituisce a sé stesso e alla comunità perché si prenda cura di lui. In questa stagione siamo tentati e sedotti dalla cultura della potenza, volgare e invadente, ingannevole, frutto anche di enfasi mal riposte e di sfacciati ed enormi interessi economici, di nazionalismi che rovinano le nazioni, di campagne che creano il nemico invece di cercare quello che unisce. Laudato si’ perché proprio lui, l’umile, sgonfia, sempre con tanta cortesia e senza nessuna supponenza, l’arroganza dei forti, parla con tutti perché la sua fede non è contro qualcuno ma amore per tutti, perché vede tutto con gli occhi di Dio, quelli che fanno cantare la vita. Laudato si’ per la sua semplicità, che è tutt’altro che superficialità o schiavitù dell’apparenza, perché è piuttosto trovare l’essenziale, che è invisibile agli occhi ma che tutto rende visibile, vero, prezioso, luminoso, anche nella malattia e il buio sconfortante e terribile della morte. Frate Francesco è davvero poeta della vita e insegna a tutti a cantarla.

Non gioca con le parole, non enfatizza i toni pensando così di essere profondo e convincente, non rincorre la retorica vuota o la convenienza personale. Frate Francesco canta in ogni condizione la bellezza tutta umana e tutta divina del creato, come del mondo che è ogni persona, ogni creatura, tutte, senza qualifiche o etichette. Il suo e il nostro è un mondo segnato da guerre, terribili, follia che rende folli, dove l’unica ragione da cercare è la pace e la giustizia, perché solo queste fanno trovare e difendere tutte le ragioni. Laudato si’ frate Francesco perché ci ricorda che la guerra non è un destino e la pace inizia da noi ed è l’unico futuro possibile. Scrive ai reggitori delle nazioni perché scelgano la pace. Non c’è tempo da perdere, perché la sofferenza è enorme, il divisore complica le soluzioni, imbroglia le menti, fa credere – che imbroglione! – che la pace la troviamo con le armi e non con il dialogo e il diritto.

Laudato si’ perché frate Francesco, povero, rende ricchi gli altri, non possiede nulla perché ama tutto: non staremo mai bene se possediamo, ma solo se regaliamo perché tutto è nostro se amiamo, amare è donare e non c’è gioia senza rendere contento il prossimo, a cominciare dal povero che amiamo per com’è, non come noi pensiamo debba essere. Legarsi al povero non come oggetto di interesse, ma come nostro fratello non è un sacrificio, ma una esperienza di amore, che dona e fa trovare dolcezza e amicizia. Solo così viviamo quello che non si compra e non si vende, l’amore. Ecco, frate Francesco ci fa scoprire e riscoprire le radici più profonde e comuni del nostro Paese, che ci rendono umani e pieni di cultura che viene da Cristo e porta a Cristo, che dobbiamo nutrire con la preghiera e il servizio, possibile a tutti. Frate Francesco, piccolo fratello universale, andava ovunque, voleva raggiungere tutti e si sentiva a casa ovunque e tutti con lui si sentivano a casa, anche gli uomini simili a fiere selvatiche, che lui ammansiva con l’amore dell’inizio, quello di Adamo che è quello di Gesù.

Non riduciamo San Francesco a noi, ma seguiamolo per sentire nostro il mondo e ogni popolo. A frate Francesco, al termine di questo straordinario ottavo centenario, accendiamo la lampada del nostro cuore e quella di tutto il nostro Paese con quella votiva dei Comuni d’Italia. San Francesco, insieme a Santa Caterina da Siena, è il nostro Patrono. Permettetemi uno speciale ricordo per i comuni delle aree interne che tante radici conservano e desiderano solo che queste possano dare nuovi germogli, cioè vita e futuro. San Francesco, proprio perché aveva chiaro chi era e in che cosa credeva, non aveva paura di incontrare tutti e di essere vicino a chiunque, non con la spada, ma con il dialogo, fratello senza supponenza e distanza.

Ci aiuta in questo tempo minaccioso a capire che solo insieme troviamo la risposta e solo se la pace è con tutti è davvero pace. Chiede solo operatori umili e architetti umili di pace che, con coraggio, aiutino a vivere insieme, forti del diritto e non imponendo il diritto della forza. San Francesco non indica un amore ridotto a idea vaga, ineffabile, che non chiede nulla, falsamente rassicurante per chi cerca di salvare sé stesso, ma un amore come è l’amore vero, totale, per tutti, radicato nella vera sicurezza che è Cristo.

Prendiamo, al termine di questo anno di giubileo francescano, anzi di questi anni, il giogo liberante e sicuro di Gesù, che libera perché ama, costruendo la casa di Dio e la città degli uomini, amando l’unità intorno a messer Papa che presiede la comunione. Così, come disse Papa Leone, l’Europa e il mondo intero troveranno nuovi santi, che credono nella parola del Vangelo, umani con la libertà di Cristo, gioiosi per l’amore ricevuto e donato. “Non un mondo da difendere, ma da abbracciare”. Laudato si’, mi Signore, sempre sii lodato.

Assisi, basilica superiore di San Francesco
S.Em. Cardinale Matteo Maria Zuppi

sabato 26 settembre 2026

Il Papa all'Unesco: la vita è dono, non merce. La guerra la più terribile opera umana

Un Papa americano a Parigi, per la prima volta dopo oltre quarant'anni. Papa Leone XIV ha iniziato il 25 settembre 2026 il suo viaggio apostolico in Francia, e uno dei momenti più attesi si è consumato ieri nella sede parigina dell'UNESCO: la prima visita di un Pontefice all'Organizzazione dal memorabile discorso di Giovanni Paolo II nel 1980. Un'occasione storica, che il Papa ha scelto per consegnare alla comunità internazionale una riflessione appassionata sulla cultura, sulla dignità umana e sul futuro dell'educazione nell'era dell'intelligenza artificiale. 

La laicità non è un muro, ma una condizione di giustizia
La Francia è la nazione che più di ogni altra ha fatto della laicità un baluardo identitario. E proprio lì, accanto al presidente Emmanuel Macron, Leone XIV ha provato a disegnarne i confini più autentici: non un muro che espelle la religione dallo spazio pubblico, ma un assetto che garantisce giustizia e libertà per tutti. "La vera laicità non esclude la dimensione religiosa, ma sa al contrario trarne vantaggio come risorsa educativa", ha detto il Papa. 

È un messaggio delicato e insieme deciso: la Chiesa non chiede privilegi, chiede di poter contribuire al bene comune, nella convinzione che la fede non sia un residuo privato da tollerare, ma una forza culturale e morale di cui la società ha bisogno.

La vita come fondamento di ogni diritto
Sul piano etico, il Papa non ha usato mezze misure. Con l'occhio rivolto anche al dibattito francese sul fine vita e al clima di riarmo che attraversa l'Europa, Leone XIV ha ribadito: "La tutela del diritto alla vita costituisce il fondamento imprescindibile di ogni altro diritto umano". 

Un principio che, nel discorso all'UNESCO, si è intrecciato con l'avvertimento sui rischi di una cultura corrotta, in cui la legge viene invocata quando serve e ignorata quando limita, e persino la giustizia rischia di diventare "una merce da comprare e vendere". Di fronte alle tecnologie che promettono di tutto tranne che senso, il Papa è stato netto: "L'intelligenza artificiale non può mai rispondere al senso dell'esistenza", e senza verità il linguaggio finisce per sottostare alla logica della violenza. 

"La guerra non è inevitabile"
Nel suo arrivo all'Eliseo, Leone XIV ha scelto parole che suonano come uno schiaffo alla rassegnazione del nostro tempo: "La guerra non è inevitabile; Parigi promuova dialogo e diplomazia". È la coerenza con il messaggio per la Giornata mondiale della pace 2026, "Pace armata e disarmante", in cui il Papa invitava ad abbracciare "il sentiero disarmato della diplomazia, della mediazione e del diritto internazionale". In un'Europa che torna a parlare di spese militari e di deterrenza, la voce di Leone XIV insiste: prepararsi alla guerra non è la via della pace, ma la sua negazione.

Il segno inatteso: i francesi che tornano a battezzarsi
C'è infine un dato che ha sorpreso persino il Papa, e che rende questo viaggio simbolicamente ancor più significativo. In Francia, patria del laicismo militante, i battesimi di adulti stanno registrando una crescita esponenziale: dopo i 10.384 adulti battezzati nella Veglia pasquale 2025, numero raddoppiato in due anni, nel 2026 si è arrivati a 21.400 battesimi tra adulti e adolescenti, di cui circa 13.200 adulti. Un fenomeno che i vescovi francesi leggono come "un segno del Cielo", più che un fatto statistico. 

È forse il suggello più eloquente del viaggio: una Chiesa che non pretende di recuperare posizioni di potere, ma che scopre — persino nella Francia laica — cuori che tornano a bussare. Come ha detto mons. Olivier de Germay, arcivescovo di Lione, "è il Signore che attira le persone a sé". Il Papa se ne dice positivamente sorpreso. E forse, per una volta, la sorpresa è la notizia.

giovedì 24 settembre 2026

Terra Madre, la grande casa della biodiversità: a Torino il cibo diventa una lingua comune

C’è un luogo in cui parlare di cibo significa parlare di terra, di culture, di diritti, di ambiente e perfino di pace. È Torino, dove oggi, 24 settembre, si è aperta la sedicesima edizione di Terra Madre Salone del Gusto, con la partecipazione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

L’edizione 2026 arriva in un momento particolarmente significativo: Slow Food compie quarant’anni e Terra Madre torna a mettere al centro una parola che racchiude il senso dell’intera manifestazione: biodiversità. Il tema scelto è infatti “Biodiversity – Be Diversity”, un invito a considerare la diversità non come qualcosa da difendere soltanto, ma come una ricchezza da vivere e costruire.

Da Bra a Torino: le radici di un’idea
Per capire Terra Madre bisogna tornare indietro di quarant’anni, al 1986, quando Carlo Petrini e un gruppo di appassionati diedero vita a Slow Food a Bra, nel Cuneese. L'idea era quella di mettere in discussione un modello alimentare sempre più dominato dalla velocità, dalla standardizzazione e dalla produzione industriale, riportando al centro il rapporto fra cibo, territorio e persone.

Nel 1996 nacque il Salone del Gusto, mentre nel 2004 arrivò la svolta: a Torino si incontrarono per la prima volta circa 5.000 delegati provenienti da 130 Paesi, rappresentanti di oltre mille Comunità del Cibo. Contadini, pescatori, allevatori, artigiani, cuochi, ricercatori e custodi di sementi si ritrovarono per raccontare esperienze e confrontarsi sulle possibilità di costruire sistemi alimentari più sostenibili e rispettosi delle persone e dell'ambiente.

Nel 2012 Terra Madre e Salone del Gusto si unirono definitivamente in un unico appuntamento. Dal 2016 il nome Terra Madre Salone del Gusto sottolinea proprio la centralità delle comunità del cibo e del loro ruolo nel ripensare il nostro rapporto con ciò che mangiamo.

Che cos'è, dunque, Terra Madre?
Non è soltanto una grande fiera gastronomica.

È soprattutto una rete internazionale di comunità. Persone e territori che condividono una convinzione: il cibo non è una semplice merce, ma il risultato di relazioni fra esseri umani, natura, lavoro, cultura e territorio.

A Torino arrivano agricoltori e allevatori, pescatori e cuochi, produttori artigianali e giovani, ricercatori e attivisti. L'edizione 2026 riunisce oltre 1.500 produttori, cuochi, pescatori, allevatori, agricoltori, studiosi, giovani e attivisti da tutto il mondo; parallelamente, l'assemblea della Fondazione Slow Food ETS coinvolge delegati provenienti da oltre 120 Paesi.

È questa dimensione internazionale a rendere Terra Madre qualcosa di diverso da un tradizionale appuntamento enogastronomico: le culture alimentari diventano uno strumento per conoscersi e per affrontare problemi che nessun Paese può risolvere da solo.

La biodiversità non è soltanto una questione di specie
La parola biodiversità può sembrare astratta. A Terra Madre assume invece un significato molto concreto.

È la varietà dei semi e delle colture, delle razze animali, dei territori e degli ecosistemi. Ma è anche la varietà dei saperi: il modo in cui una comunità prepara il pane, conserva un alimento, coltiva un campo, gestisce l'acqua o tramanda una ricetta.

Slow Food ha costruito nel tempo strumenti come l'Arca del Gusto, che raccoglie migliaia di prodotti e tradizioni a rischio di scomparsa, e i Presìdi Slow Food, attraverso i quali vengono sostenuti piccoli produttori e produzioni tradizionali. L'obiettivo è contrastare l'omologazione e mantenere viva una ricchezza che non è soltanto gastronomica, ma anche ecologica e culturale.

Per questo il messaggio di Terra Madre 2026 è particolarmente significativo: “Biodiversity – Be Diversity”. Essere biodiversità significa riconoscere il valore delle differenze e costruire sistemi alimentari più giusti a partire dalla pluralità delle persone, dei territori e delle culture.

I popoli indigeni: custodi di territori e conoscenze
Fra i protagonisti di Terra Madre ci sono anche i popoli indigeni, la cui presenza permette di guardare alla crisi alimentare e ambientale da una prospettiva spesso trascurata.

La rete Slow Food Indigenous Peoples' Network riunisce comunità che difendono territori, sementi, pratiche agricole e conoscenze tradizionali. Secondo Slow Food, più di 700 prodotti indigeni sono già entrati nell'Arca del Gusto e oltre 50 Presìdi sono gestiti da comunità indigene.

All'edizione 2026 partecipano più di 150 delegati della rete dei Popoli Indigeni di Slow Food. I temi portati al confronto riguardano la sovranità alimentare, la tutela della biodiversità, la resilienza delle comunità, il cambiamento climatico e la difesa dei territori.

Il loro messaggio è importante perché mostra che, di fronte alle grandi crisi contemporanee, esistono anche risposte che partono dal basso: comunità che proteggono i propri semi, recuperano pratiche agricole, difendono l'acqua e mantengono vivo il legame fra alimentazione, identità e territorio.

Le sfide: clima, omologazione, disuguaglianze
Dietro la festa, i mercati e i sapori di Terra Madre c'è dunque una domanda tutt'altro che semplice: come produrre e distribuire il cibo in modo da non compromettere il futuro?

Le sfide sono molteplici.
C'è il cambiamento climatico, che rende più fragile l'agricoltura e mette sotto pressione acqua, suoli e produzioni.
C'è la perdita di biodiversità, favorita dalla riduzione delle varietà coltivate e dalla progressiva uniformazione dei sistemi produttivi.
C'è il problema della sostenibilità economica dei piccoli agricoltori e degli allevatori, chiamati a competere in mercati nei quali il prezzo spesso prevale sul valore reale del prodotto e del lavoro.
E c'è la questione della sovranità alimentare: chi decide che cosa coltivare? Quali semi utilizzare? Come distribuire le risorse? Chi controlla le filiere? E soprattutto, chi ha accesso a un cibo sano e adeguato?

Terra Madre prova a spostare la prospettiva: non partire soltanto da quanto costa un alimento, ma interrogarsi sul suo valore ambientale, sociale, culturale e umano.

Le proposte: dalla terra alle comunità
Le risposte che emergono dalla rete di Terra Madre non sono racchiuse in una singola ricetta politica. Sono piuttosto un insieme di esperienze concrete: agroecologia, tutela delle sementi tradizionali, Presìdi, educazione alimentare, orti comunitari e scolastici, filiere locali, sostegno ai piccoli produttori e valorizzazione delle conoscenze delle comunità.

La Slow Food Arena di questa edizione mette esplicitamente al centro temi come i popoli indigeni, il diritto al cibo, i giovani, le comunità come forma di resistenza, l'educazione alimentare e i progetti agricoli della rete.

L'idea di fondo è semplice: la trasformazione del sistema alimentare non deve essere soltanto tecnologica o economica, ma anche culturale.

E in questo senso i giovani hanno un ruolo fondamentale. Perché ereditano un pianeta segnato da crisi climatiche e ambientali, ma possono anche recuperare conoscenze, sperimentare nuove forme di agricoltura e costruire comunità capaci di mettere insieme innovazione e tradizione.

Il messaggio di Mattarella: la biodiversità riguarda tutti
Il Presidente ha richiamato la biodiversità come patrimonio essenziale per la salute umana, per l'ambiente e per la nostra stessa vita, sottolineando che senza responsabilità e cura questa ricchezza può essere compromessa. Ha inoltre indicato la biodiversità come una delle sfide cruciali del futuro e richiamato la necessità di politiche capaci di attribuirle il giusto valore.

Nel suo intervento ha anche collegato la tutela della biodiversità al valore delle diverse culture e ha richiamato il ruolo dell'agricoltura, del cibo e delle comunità nella costruzione di un futuro più sostenibile e pacifico. La presenza del Capo dello Stato ha assunto così un significato particolare in un'edizione che coincide con i quarant'anni di Slow Food e che rende omaggio al suo fondatore Carlo Petrini, scomparso nel maggio scorso.

Dal cibo alla pace
È forse questo il significato più ampio di Terra Madre.

Il cibo può dividere, quando diventa strumento di disuguaglianza, sfruttamento o conflitto. Ma può anche unire: intorno a un campo, a un mercato, a una tavola, a una ricetta tramandata di generazione in generazione.

Le comunità di Terra Madre arrivano da continenti e culture diverse. Parlano lingue differenti e coltivano prodotti lontanissimi tra loro. Eppure condividono problemi sorprendentemente simili: la difesa della terra, l'accesso all'acqua, la dignità del lavoro, la possibilità di continuare a produrre secondo pratiche sostenibili, la trasmissione dei saperi alle nuove generazioni.

Il cibo diventa così una lingua comune.
Non è un caso che il progetto di quest'anno insista sul rapporto fra biodiversità biologica e diversità culturale: proteggere una varietà di grano, un'antica razza animale o una tecnica agricola significa spesso proteggere anche una comunità e la sua memoria.

Una madre terra da conoscere, non soltanto da celebrare
Terra Madre nasce da una domanda sul cibo, ma nel tempo è diventata una domanda sul mondo.

Che tipo di agricoltura vogliamo?
Quali territori vogliamo lasciare alle generazioni future?
Quanto valgono un seme, un sapere antico, il lavoro di un contadino?
E soprattutto: quale rapporto vogliamo avere con la natura e con le altre comunità umane?

A Torino, dal 24 al 27 settembre, queste domande convivono con mercati, incontri, laboratori, degustazioni e momenti di festa. Ma il cuore della manifestazione resta il confronto fra persone che, in parti molto diverse del pianeta, stanno cercando risposte concrete.

È questa forse la vera eredità di Terra Madre: ricordarci che la biodiversità non è soltanto ciò che dobbiamo conservare. È anche ciò che ci permette di immaginare un futuro diverso.

E che, prima ancora di essere consumatori, siamo parte di una comunità alimentare molto più grande: quella che comincia dalla terra e arriva fino alla nostra tavola.

lunedì 21 settembre 2026

Leone XIV reciterà il Rosario con centinaia di bambini in Vaticano per la pace

Papa Leone XIV si unirà a centinaia di bambini per recitare il Rosario per la pace il prossimo 1° ottobre alle ore 17.00, presso la Grotta di Lourdes nei Giardini Vaticani. All’incontro sono attesi tra 700 e 1.000 bambini provenienti da scuole e parrocchie di Roma, che pregheranno insieme al Papa unendosi spiritualmente a bambini, famiglie, scuole e comunità cristiane di tutto il mondo. L’appuntamento segnerà l’inizio della settimana mondiale di preghiera dell’iniziativa Un milione di bambini recita il Rosario, promossa dalla fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACN) da oltre venti anni. Quest’anno, per la prima volta, la campagna si svolgerà nell’arco di un’intera settimana, dal 1° al 7 ottobre, per permettere a diocesi, parrocchie, scuole, comunità e famiglie nei diversi continenti di scegliere il giorno più adatto alle proprie realtà pastorali, rimanendo unite nella stessa intenzione di preghiera per la pace e l’unità. La settimana culminerà il 7 ottobre, festa della Madonna del Rosario.

Bambini di tutto il mondo uniti nella preghiera
Mentre a Roma i bambini pregheranno con Papa Leone XIV, iniziative analoghe sono già in preparazione in numerosi Paesi, dalle comunità indigene dell’Amazzonia boliviana alle parrocchie del Sudan, dello Zimbabwe, del Mozambico, della Sierra Leone e di molti altri luoghi segnati dalla guerra, dalla povertà o dall’instabilità. In Sudan, dove il conflitto continua a provocare enormi sofferenze, padre Franck Mandozi, della Regione Pastorale di Kosti, ha confermato la partecipazione dei bambini di diverse parrocchie e scuole. A migliaia di chilometri di distanza, in una comunità indigena T’siman dell’Amazzonia boliviana, suor Patricia Alejandra Botello López racconta che i bambini pregano già il Rosario sia in lingua T’siman sia in spagnolo. In Zimbabwe, la parrocchia di St Christopher, nell’arcidiocesi di Bulawayo, riunirà i bambini domenica 4 ottobre. Il parroco, padre Charles Mafurutu, intende inoltre raggiungere nelle settimane successive le comunità più remote e i centri di Messa disseminati sul territorio della parrocchia, alcuni a molti chilometri di distanza. Anche in Paraguay, Radio Pa’i Puku prevede di promuovere l’iniziativa attraverso le proprie trasmissioni e di diffondere in diretta il Rosario recitato dai bambini della parrocchia di San Eugenio de Mazenod, invitando famiglie, scuole, parrocchie e catechisti a unirsi alla preghiera.

Una preghiera per un mondo ferito
La campagna 2026 si ispira al messaggio di Fatima: «Alla fine, il mio Cuore Immacolato trionferà». Nell’invito rivolto quest’anno ai partecipanti, il cardinale Kurt Koch, presidente internazionale di Aiuto alla Chiesa che Soffre e prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, ricorda che il Cuore Immacolato di Maria rappresenta una vita interamente aperta allo Spirito Santo e indica la Vergine come modello di fede, di amore e di preghiera. L’iniziativa assume un significato particolare in un momento in cui milioni di persone si confrontano con la guerra, la violenza, la persecuzione, la povertà e l’incertezza. La preghiera dei bambini vuole essere, in questo contesto, un segno semplice ma universale di fiducia e di speranza: bambini di lingue, culture e Paesi diversi, uniti nella stessa preghiera per la pace.

Da un piccolo gruppo in Venezuela a una rete mondiale
L’iniziativa “Un milione di bambini recita il Rosario” è nata in Venezuela nel 2005 e si è progressivamente trasformata in un movimento mondiale di preghiera che coinvolge bambini, famiglie, parrocchie, scuole e gruppi ecclesiali in tutti i continenti. La campagna trae ispirazione dalle parole attribuite a San Pio da Pietrelcina: «Quando un milione di bambini reciterà il Rosario, il mondo cambierà». L’invito non è rivolto soltanto ai bambini. ACN incoraggia anche genitori, insegnanti, sacerdoti, religiosi, catechisti e famiglie a pregare insieme a loro. Non è necessario recitare l’intero Rosario: anche una sola decina, pregata con fede, può diventare parte di questa grande catena mondiale di preghiera. L’iniziativa internazionale si svolge in collaborazione con il Santuario di Fatima, la Rete Mondiale di Preghiera del Papa e l’Apostolato Mondiale di Fatima. Quest’anno si unisce per la prima volta anche il World Rosary Day. Aiuto alla Chiesa che soffre mette anche a disposizione dei materiali per la preghiera in diverse lingue ed invita a registare la propria adesione per rendere visibile la rete dei bambini che pregheranno in diversi Paesi del mondo.

sabato 19 settembre 2026

Oltre i muri e le onde: l'arte rivoluzionaria di di JR

Jean René, noto al mondo semplicemente come JR (Parigi, 1983), non è soltanto uno street artist, ma un vero e proprio "artivista" contemporaneo. Famoso a livello globale per la sua tecnica del paste-up — il collage fotografico su larghissima scala in rigoroso bianco e nero — JR trasforma lo spazio pubblico in un palcoscenico di riflessione collettiva. Facciate di palazzi, monumenti storici, carceri e muri di confine perdono la loro funzione originale per diventare tele enormi. Attraverso la carta e la colla, l'artista francese ridisegna l'architettura per lanciare messaggi a un impatto sociale e politico ineguagliabile.
Due opere, in particolare, raccontano la capacità di JR di stravolgere la nostra percezione del mondo: la tenerezza oltre i confini di Kikito e la potenza dirompente di Diluvium.

Kikito: L'innocenza che scavalca i confini (2017)
Nel 2017, in un periodo di accesi dibattiti sulle politiche migratorie, JR ha puntato i riflettori su Tecate, lungo il muro di separazione tra Stati Uniti e Messico. Qui ha installato il ritratto monumentale di Kikito, un bambino messicano di un anno.
L'opera è tanto semplice quanto disarmante: un bimbo gigante che, aggrappandosi con le manine alla barriera d'acciaio, si affaccia curiosamente per guardare cosa c'è dall'altra parte. Agli occhi di un bambino di un anno non esistono frontiere, dazi o divisioni politiche; c'è solo un mondo immenso da scoprire. Con questo intervento, JR è riuscito a neutralizzare la valenza oppressiva del muro, trasformando uno dei simboli di divisione più crudi del nostro tempo in un momento di pura e condivisa umanità.

Diluvium: L'onda che travolge la storia
L'ultima sfida dell'artista francese si sposta dai deserti di confine al cuore di Roma con il progetto Diluvium. Questa gigantesca installazione lunga circa 70 metri sfrutta l'anamorfosi per creare un'illusione ottica spettacolare e inquietante: una massiccia onda in bianco e nero che sembra sul punto di abbattersi con violenza contro l'antica facciata cinquecentesca della Biblioteca Apostolica Vaticana.
Il contrasto è potentissimo. Da una parte la solidità storica, la conservazione del sapere millenario e la sacralità dell'istituzione vaticana; dall'altra la forza inarrestabile, selvaggia e fluida dell'acqua. Diluvium appare come un monito visivo sui cambiamenti climatici e sulla fragilità delle nostre certezze più antiche di fronte alle ondate — reali o metaforiche — dei tempi moderni.
Le installazioni di JR sono realizzate in carta. Sono opere intrinsecamente effimere, destinate a essere lentamente cancellate dal sole, dal vento o dalle intemperie. Eppure, la loro natura temporanea è proprio ciò che le rende urgenti. Che si tratti dello sguardo di un bambino che ignora una barriera d'acciaio o di un'onda pronta a sommergere secoli di storia, l'arte di JR lascia un segno permanente nella nostra memoria collettiva, costringendoci ad alzare lo sguardo e a ridefinire i nostri orizzonti.