mercoledì 14 gennaio 2026

Porte Aperte: 1 cristiano su 7 perseguitato, 4800 uccisi in un anno

Salgono da 380 a oltre 388 milioni nel mondo i cristiani che sperimentano un livello alto di persecuzione e discriminazione a causa della propria fede. In pratica 1 cristiano su 7 vive in questa condizione.
 Tra i cristiani che soffrono la persecuzione, 201 milioni sono donne o bambine, mentre 110 milioni sono bambini e ragazzi sotto i 15 anni. Tra i circa 100 paesi monitorati "si conferma l'impressionante accelerazione degli ultimi 15 anni e salgono da 13 a 15 paesi con un livello estremo" di persecuzione anti-cristiana, sottolinea Porte Aperte. La Corea del Nord da 24 anni è stabile al 1° posto. I Paesi con un punteggio massimo nella violenza sono tutti africani (Nigeria, Sudan e Mali); secondo Porte Aperte "in Africa Subsahariana, violenza in aumento e governance fragili lasciano i cristiani esposti".
    E' forte la pressione e, a parte i casi di vera e propria violenza, i cristiani sono spesso costretti a vivere nell'isolamento o nella clandestinità: "Cresce il fenomeno della Chiesa nascosta o underground, già presente in nazioni come Corea del Nord, Somalia, Yemen, Libia, Eritrea, Afghanistan, e ora tocca nazioni del Nord Africa come l'Algeria, oltre ad altre meno prevedibili come Maldive e Iran", si legge nel rapporto.
    Tornano ad aumentare le uccisioni di cristiani da 4.476 a 4.849: la Nigeria rimane epicentro di massacri con 3.490 vittime; sono in costante aumento le vittime di abusi, stupri e matrimoni forzati (da 3.944 a 5.202): "la punta di un iceberg difficile da misurare", commenta Porte Aperte.
    L'unico dato in miglioramento risulta essere quello degli attacchi alle chiese che diminuiscono: in un anno da 7.679 a 3.632.
    "In 33 anni di ricerca, registriamo un costante aumento della persecuzione anticristiana in termini assoluti. Il 2025 - dichiara il direttore di Porte Aperte, Cristian Nani - è di nuovo anno record dell'intolleranza: 1 cristiano su 7 patisce discriminazione o persecuzione a causa della sua fede: è cruciale tornare a parlare di libertà religiosa nel dibattito pubblico". "Porte Aperte chiede al governo di promuovere: la libertà religiosa come priorità diplomatica, integrandola nei negoziati commerciali; l'alfabetizzazione religiosa dei propri funzionari a vari livelli; la collaborazione con attori religiosi locali, soprattutto in aree sensibili come il Sahel, per garantire equità nella distribuzione degli aiuti, prevenendo discriminazioni". (ANSA).

martedì 13 gennaio 2026

Le “carceri vuote” dell’Olanda: i dati di un caso controcorrente

Negli ultimi vent’anni i Paesi Bassi sono diventati l’esempio più citato quando si parla di “carceri vuote” e calo dei detenuti. Non si tratta di una leggenda metropolitana: la popolazione carceraria olandese è effettivamente crollata e lo Stato ha chiuso o riconvertito numerosi istituti di pena. Ma dietro questa immagine da titolo virale c’è una trasformazione profonda del sistema penale, che riguarda il modo di punire, di controllare e di reinserire chi commette reati.

Il crollo dei detenuti: meno reati e meno pene detentive
Tra il 2005 e il 2016 il tasso di detenzione nei Paesi Bassi è sceso da 94 a circa 51 detenuti ogni 100.000 abitanti, uno dei cali più rapidi al mondo per un paese occidentale. Nello stesso periodo, il numero di persone effettivamente condannate al carcere è passato da circa 8.300 nel 2005 a poco più di 4.500 dieci anni dopo, quasi la metà.

Questa riduzione non riguarda solo un tipo di reato, ma attraversa varie categorie:  
- circa −44% di pene detentive per reati contro il patrimonio  
- circa −39% per reati violenti e sessuali  
- circa −49% per reati di droga  
- meno persone in carcere per mancato pagamento di ammende.

Parallelamente, diminuiscono anche i detenuti in custodia cautelare: da oltre 21.000 ingressi in regime di remand nel 2005 a circa 13.000 nel 2016 (−37%), segno di un ricorso più selettivo alla detenzione preventiva.

Dalle sbarre alle alternative: nuove forme di pena e controllo
Una delle chiavi del “modello olandese” è lo spostamento parziale del baricentro dal carcere alle misure alternative, soprattutto per i reati meno gravi o per categorie mirate di autori di reato. Tra gli strumenti più utilizzati si possono citare:
- Sospensione condizionale della pena con prescrizioni (lavoro, terapia, formazione, divieti di frequentare certi luoghi o persone).
- Lavori di pubblica utilità e altre sanzioni sostitutive per reati minori, in particolare nell’area dei reati contro il patrimonio e di alcune violazioni legate alla droga.
- Maggior ricorso a multe e sanzioni amministrative, che spostano una parte del contenzioso minore fuori dall’orizzonte carcerario. 
Queste misure nascono dall’idea che la detenzione breve, soprattutto per reati non gravi, abbia un limitato effetto di prevenzione speciale e rischi di spezzare legami familiari e lavorativi che, al contrario, sono protettivi rispetto alla recidiva.

Investire nel reinserimento: elettronica, comunità e recidiva
Il calo dei detenuti nei Paesi Bassi non è solo il risultato di “meno carcere”, ma anche di un investimento più ampio sulla gestione del rischio e sulla reintegrazione sociale dei condannati. In questo quadro rientrano:
- Programmi di reinserimento strutturati, che integrano formazione professionale, accompagnamento al lavoro, sostegno abitativo e interventi sul debito, per evitare che la persona esca di prigione più vulnerabile di quando è entrata.
- Maggior uso di controlli elettronici (braccialetti, monitoraggio digitale) in combinazione con libertà vigilata o rilascio anticipato, in modo da mantenere la persona nella comunità ma sotto un controllo graduato.
- Collaborazione con i servizi di salute mentale e di assistenza sociale, soprattutto nei casi in cui il comportamento deviante è legato a dipendenze o disturbi psichici.

La letteratura sul caso olandese evidenzia come questo approccio più mirato, associato a un calo generale dei reati registrati (meno furti, meno violenze, meno vandalismo), sia correlato a una riduzione delle nuove condanne e, dunque, dei casi di recidiva che tornano in carcere. Non si tratta di un azzeramento del fenomeno, ma di una tendenza strutturale verso un minor “giro porta” tra carcere e società.

Carceri che si svuotano: chiusure, riconversioni e nuove funzioni
Con meno detenuti, molte strutture si sono ritrovate parzialmente vuote. Mantenere aperhe carceri semivuote è economicamente pesante, perciò a partire dal 2009 il governo olandese ha avviato una serie di chiusure e accorpamenti. In totale, dal 2009 in poi sono state chiuse o programmate alla chiusura una ventina di prigioni, mentre altre hanno ridotto drasticamente la capacità.

Questi edifici non sono però rimasti semplici “cattedrali nel deserto”. In diversi casi, le ex carceri sono state:  
- convertite in centri di accoglienza per richiedenti asilo o rifugiati  
- trasformate in hotel, spazi culturali, uffici o campus creativi  
- riutilizzate temporaneamente per progetti sociali, start‑up o iniziative comunitarie.

Questa riconversione cerca di ridare senso urbano e sociale a complessi spesso situati in posizioni strategiche, ma implica anche una delicata gestione dei lavoratori penitenziari, che si trovano a dover cambiare ruolo, sede o settore.

Celle “in affitto”: gli accordi con Belgio e Norvegia
Per evitare un taglio lineare dei posti di lavoro e utilizzare la capacità in eccesso, i Paesi Bassi hanno intrapreso una strada inusuale: affittare carceri e celle ad altri Stati europei.

Due esperienze sono diventate emblematiche:  
- L’accordo “Nova Belgica” con il Belgio ha permesso a quest’ultimo di usare il carcere olandese di Tilburg, con 500–680 posti, dal 2010 al 2016, per alleggerire un sistema nazionale cronicamente sovraffollato; il personale penitenziario restava olandese, pagato attraverso un canone annuo versato da Bruxelles.
- L’accordo con la Norvegia per la prigione di Norgerhaven, attivo a metà degli anni 2010, ha ospitato fino a circa 240 detenuti norvegesi in esecuzione di pene inflitte dai tribunali di Oslo; anche qui l’obiettivo era ridurre le “liste d’attesa” norvegesi e, contemporaneamente, mantenere attività e occupazione nel carcere olandese.

Questi accordi prevedevano regole precise: i detenuti restavano sotto la giurisdizione del paese d’origine, l’amministrazione olandese gestiva struttura e personale, e i prigionieri venivano riportati nel proprio Stato prima della scarcerazione per evitare problemi di asilo o residenza. Il risultato è stato duplice:  
- i paesi “ospiti” hanno comprato tempo rispetto al problema del sovraffollamento  
- l’Olanda ha potuto rallentare la chiusura di alcune strutture e salvaguardare parte dei posti di lavoro, pur in un contesto di lungo periodo segnato da meno detenuti domestici.

L'insegnamento è chiaro: quando si investe su pene alternative mirate, su controllo intelligente (anche elettronico) e su un serio lavoro di reinserimento, il carcere smette di essere il centro gravitazionale della giustizia penale. I Paesi Bassi non sono un paradiso senza criminalità, ma mostrano come un mix di politiche penali, sociali e urbanistiche possa portare, nel giro di pochi anni, a meno detenuti, meno recidiva e a un nuovo ruolo delle carceri all’interno della società.

lunedì 12 gennaio 2026

Iran, un grido represso

Le proteste popolari in Iran negli ultimi anni nascono da un intreccio di aspirazioni democratiche, rifiuto dell’apartheid di genere, rabbia per la crisi economica e rigetto dell’autoritarismo teocratico; la risposta del regime è stata una repressione sistematica, con centinaia di morti accertati, migliaia di arresti e un uso massiccio della pena di morte contro manifestanti e dissidenti. Oggi il Paese è in una fase di scontro aperto ma non risolto: la popolazione mostra una capacità di mobilitazione senza precedenti, mentre l’apparato di sicurezza rimane coeso e brutalmente efficace, creando un futuro a breve termine altamente incerto, tra il rischio di ulteriore violenza e la possibilità di un logoramento progressivo del regime.

Radici storiche del dissenso
Dalla rivoluzione del 1979 in poi, quasi ogni decennio ha conosciuto ondate di protesta: contro la repressione politica, la corruzione e le crescenti disuguaglianze, fino al Movimento Verde del 2009, esploso contro i brogli elettorali e represso con arresti di massa e uccisioni di manifestanti. Negli anni successivi si sono susseguiti cicli di mobilitazione – 2017‑2019 contro il caro vita e l’austerità, 2019 per l’aumento del carburante, 2022‑2023 dopo la morte di Mahsa Amini – che hanno trasformato rivendicazioni specifiche in una contestazione globale della Repubblica Islamica.

Aspirazioni della popolazione
Le richieste più ricorrenti sono: la fine del velo obbligatorio e dell’apartheid di genere, libertà civili e politiche, giustizia sociale, lotta alla corruzione e normalizzazione dei rapporti col mondo per uscire dall’isolamento economico. Slogan come “Donna, vita, libertà” e “Morte al dittatore” esprimono il desiderio di un sistema post-teocratico in cui la sovranità popolare prevalga sull’autorità religiosa e militare.

Struttura e metodi della repressione
La repressione combina uso illegale della forza nelle piazze (armi da fuoco, pallini metallici, gas lacrimogeni, pestaggi), arresti di massa, torture e processi sommari, spesso culminati in condanne a morte eseguite rapidamente contro giovani manifestanti. Organismi come Amnesty International e HRW denunciano centinaia di morti in varie ondate (oltre 500 solo in una recente fase di proteste) e più di diecimila arresti, con blackout di internet e minacce alle famiglie per intimidire il dissenso.

Voci illustri: esilio, carcere, condanna
Tra le figure note espatriate spiccano artisti e intellettuali come l’attrice Golshifteh Farahani, che dall’estero denuncia la violenza del regime e sostiene i movimenti “Donna, vita, libertà”, diventando un simbolo della diaspora culturale iraniana. All’interno del Paese, numerosi attivisti, avvocati e difensori dei diritti umani sono stati arrestati o condannati, mentre il ricorso alla pena di morte contro giovani manifestanti ha prodotto casi emblematici che hanno suscitato campagne internazionali, ma raramente hanno fermato il braccio repressivo dello Stato.

Timori e prospettive attuali
I timori principali sono: un’ulteriore radicalizzazione repressiva (con più omicidi di Stato e arresti), un collasso economico che colpisca soprattutto i ceti popolari e una possibile “sirianizzazione”, cioè uno scenario di violenza prolungata senza transizione ordinata. Allo stesso tempo, analisi recenti sottolineano come la continuità e l’ampiezza delle proteste – geograficamente diffuse, guidate da giovani e da donne, con sostegno crescente nelle classi lavoratrici – stiano logorando la legittimità del sistema, aprendo nel medio periodo possibilità di cambiamento, ma con tempi, forme e costi umani ancora imprevedibili.

sabato 10 gennaio 2026

Non lasciate fuori i dubbi, portate in classe le vostre ribellioni

La Cei rilancia il valore culturale dell’ora di religione come argine alla logica della pura funzionalità; ai ragazzi l’invito a portare in aula dubbi e ribellioni per trasformare la lezione in un vero laboratorio di umanità.

Otto studenti su dieci confermano la scelta. Nonostante i cambiamenti sociali, l’Insegnamento della religione cattolica (Irc) mantiene una presa solida nelle aule italiane. A ricordarlo è la Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana che, in un messaggio rivolto alle scuole, mette in fila i numeri: “Da molti anni, oltre l’80% degli studenti decide di frequentare questa disciplina”.

Un dato che i Vescovi leggono non come semplice abitudine, ma come la conferma di un bisogno educativo. Come riporta l’ANSA, la Cei definisce l’ora di religione “uno spazio di libertà, di dialogo, di responsabilità”. È qui, tra i banchi, che la scuola “incontra e sostiene il percorso di crescita personale e culturale di ciascuno“.

Oltre la performance
Il testo diffuso dai Vescovi entra nel merito di cosa significhi oggi fare religione a scuola, provando a smarcarsi dai pregiudizi. L’Irc viene descritto come “un laboratorio di cultura e di umanità”. A cosa serve? Due gli obiettivi indicati: imparare a “decifrare il codice culturale che ha plasmato la nostra storia” e, contemporaneamente, “sviluppare uno sguardo critico e costruttivo“.

La nota tocca un nervo scoperto del sistema scolastico attuale, ovvero l’ansia da prestazione. In un tempo in cui “spesso si riduce la persona a pura funzionalità e consumo”, scrivono i presuli, questa materia offre l’opportunità di “riscoprire l’integralità dell’essere umano“.

L’appello: “Siate ribelli”
L’aspetto più incisivo del messaggio riguarda però il metodo. Non si chiede agli studenti di essere vasi vuoti da riempire, ma interlocutori scomodi. L’invito è esplicito: portate in quello spazio “la vostra curiosità, i vostri dubbi, persino le vostre ribellioni”. Secondo la Cei, l’ora di religione deve essere il luogo dove queste istanze “non sono respinte, ma accolte come semi che un giorno porteranno frutto“.

venerdì 9 gennaio 2026

Romea strata, cammino europeo

La certificazione della Romea Strata come Itinerario Culturale del Consiglio d’Europa non è solo una buona notizia per i pellegrini: è una svolta culturale ed economica che mette anche Schio al centro di una grande storia europea.

Un sigillo europeo sulla Romea Strata
Il Consiglio d’Europa ha riconosciuto ufficialmente la Romea Strata come Itinerario Culturale, inserendola nella rete dei cammini che promuovono dialogo, memoria e identità condivisa nel continente.[2][8] Si tratta di un percorso di circa 4.700 km che dall’Estonia conduce fino a Roma attraversando sette Paesi, ricucendo antiche vie di pellegrinaggio, rotte commerciali e traiettorie spirituali che hanno segnato la storia europea.

Schio lungo la Via Vicetia
All’interno di questo grande asse nord–sud, Schio si trova lungo la Via Vicetia, il ramo settentrionale che entra in Italia dal Brennero, scende attraverso la Vallarsa e il Pian delle Fugazze e raggiunge la città scledense. È un tratto impegnativo e suggestivo, dove l’ambiente prealpino, i paesaggi rurali e le tracce della civiltà industriale raccontano un territorio abituato da secoli al passaggio di viandanti, mercanti e pellegrini.

Opportunità per turismo lento e comunità locali
Il riconoscimento europeo funziona come una garanzia di qualità e porta con sé maggiore visibilità internazionale, nuove reti di collaborazione e opportunità di accesso a fondi per progetti culturali e di sviluppo sostenibile. Per Schio e per l’Alto Vicentino significa poter investire in un turismo lento e consapevole, capace di distribuire i flussi oltre le mete più note e di generare valore per le piccole realtà ricettive, le associazioni locali e il tessuto commerciale di prossimità.

Un cammino tra spiritualità e innovazione
Durante la cerimonia di Aquileia, il promotore del progetto don Raimondo Sinibaldi ha definito la Romea Strata «una cerniera tra Oriente e Occidente, due polmoni che devono respirare insieme», sottolineando la vocazione del cammino come spazio di incontro e riconciliazione in un’epoca segnata da tensioni e frammentazioni. Proprio su questa linea, il network internazionale della Romea Strata sta lavorando su temi come turismo sostenibile, accessibilità, innovazione sociale e benessere psicologico dei camminatori, con Schio parte attiva del dialogo.

Guardando avanti: Schio città di cammino
Per il territorio scledense questo sigillo non è un punto di arrivo, ma un invito a ripensarsi come “città di cammino”, capace di accogliere chi arriva a piedi con servizi adeguati, narrazioni curate e una proposta culturale all’altezza del riconoscimento europeo.[1][2] La prossima Assemblea Generale del network, in programma nel 2026 a Cracovia, sarà un passaggio chiave per definire nuove tappe di crescita condivisa; intanto, ogni passo sulla Via Vicetia diventa un modo concreto per tenere insieme paesaggi, storia, fede e futuro.

mercoledì 7 gennaio 2026

Natale Ortodosso 7 gennaio 2026

Oggi milioni di cristiani - dalla Russia alle terre d'Egitto - celebrano la nascita di Gesù. Non si tratta di un "secondo Natale", ma dello stesso evento salvifico vissuto attraverso una lente temporale e culturale diversa.

Perché oggi? La questione del Calendario

La domanda sorge spontanea: perché questa differenza di 13 giorni? Tutto risale al XVI secolo.

Calendario Gregoriano: Introdotto da Papa Gregorio XIII nel 1582 per correggere lievi errori astronomici. È quello che usiamo quotidianamente.

Calendario Giuliano: Le Chiese ortodosse (come quella russa, serba e georgiana) sono rimaste fedeli al calendario di Giulio Cesare.

Questa scelta non è solo burocratica, ma riflette il valore della Tradizione come custodia dell'identità spirituale.

La Russia: tra digiuno e "Sviatki"

In Russia, il Natale è il culmine di un cammino spirituale intenso:
- 40 giorni di digiuno senza carne o derivati animali, per purificare corpo e spirito.
- La vigilia (Sočel'nik): si attende la comparsa della "prima stella" in cielo (simbolo della stella di Betlemme) prima di consumare la cena.
- I 12 piatti: si portano in tavola dodici portate rigorosamente vegetariane, una per ogni Apostolo. Il piatto principale è la Kutya (grano, miele e noci), simbolo di speranza e resurrezione.

Dopo il 7 gennaio iniziano i Sviatki (i giorni santi), dove si intonano i kolyadki (canti natalizi) e ci si prepara al rito del bagno nelle acque gelide per l'Epifania.

Il Natale Copto: la terra che ospitò la Sacra Famiglia

In Egitto, i cristiani Copti (circa il 10% della popolazione) vivono un Natale profondamente legato alla storia dell'Esodo:
- 43 giorni di digiuno: un numero che richiama i giorni di Mosè sul monte Sinai.
- Il pane Qurban: durante la liturgia della vigilia, che dura fino a mezzanotte, si distribuisce questo pane speciale decorato con 12 fori (ancora una volta, il richiamo agli Apostoli).
- Agape e carità: il Natale è il momento dell'integrazione. Il Papa copto lancia messaggi di pace e si organizzano banchetti comunitari per i più poveri, unendo spesso in festa anche le famiglie musulmane in segno di cittadinanza responsabile.

Riflessione ecumenica

Al di là delle differenze di data, il Natale Ortodosso ci insegna la bellezza del pluralismo. Come ci ricordano spesso i documenti del dialogo interreligioso (si pensi alla dichiarazione Nostra Aetate), ciò che ci unisce è molto più forte di ciò che ci divide.

L'etica della condivisione, il valore del sacrificio (il digiuno) e l'attenzione ai poveri sono valori morali universali che attraversano ogni confine confessionale.

Natale Ortodosso a Venezia: un appello alla pace

Venezia ha ospitato una celebrazione ortodossa che ha riunito fedeli russi e ucraini in un gesto di comunione, lontano dalle tensioni del conflitto.

La liturgia nella comunità ortodossa locale, si è svolta alla parrocchia delle Sante Donne Mirofore presieduta da Nicolò Ghigi. Fedeli slavi si sono riuniti in preghiera condivisa, superando divisioni geopolitiche per celebrare la Natività. Venezia così è diventato spazio di dialogo interculturale, dove la tradizione orientale incontra il tessuto veneto.

L'evento richiama le radici storiche della Serenissima come crocevia di fedi e popoli, offrendo un simbolo di unità in un contesto multiculturale. In Veneto, occasioni come questa rafforzano il dialogo interreligioso, evidenziando la convivenza pacifica tra comunità diverse.