lunedì 16 febbraio 2026

Donare gli organi: quando la vita rinasce da un “sì”

In Italia ci sono oggi migliaia di persone che aspettano un trapianto per continuare a vivere o per tornare a una vita libera dalla dialisi, dal respiro corto, dalla stanchezza cronica. Dietro i numeri delle liste d’attesa ci sono volti, storie, famiglie che ogni giorno convivono con il tempo dell’incertezza.

Ogni trapianto nasce da un gesto semplice e potentissimo: un “sì” alla donazione di organi e tessuti. Un sì che può essere espresso in vita, con consapevolezza, e che dopo la morte si trasforma in opportunità di vita per altre persone. È una forma concreta di solidarietà, capace di superare il confine della propria biografia: quando tutto sembra finire, qualcosa può ricominciare.

La donazione non cancella il dolore del lutto, ma lo può trasformare. Molte famiglie di donatori raccontano che sapere di aver aiutato altri a vivere non toglie la sofferenza, ma le dà un significato nuovo. In un momento di buio, il pensiero che da quella perdita siano nate altre vite diventa una luce discreta ma tenace.

Anche chi riceve un trapianto spesso parla di “seconda nascita”. Dopo anni di malattia, di ospedali e rinunce, la possibilità di respirare meglio, di lavorare, di prendersi cura dei propri figli, di tornare a progettare il futuro viene vissuta come un dono che chiede responsabilità. Non è un caso che molti trapiantati diventino a loro volta testimoni della cultura del dono, impegnandosi in associazioni e iniziative di sensibilizzazione.

Perché, allora, nonostante tutto questo, le liste d’attesa restano ancora lunghe? Perché le donazioni non sono abbastanza e in molti casi, al momento del decesso, i familiari non conoscono la volontà del proprio caro. Parlare di donazione in famiglia, a scuola, nelle comunità è fondamentale proprio per evitare che, nel momento più difficile, ci si trovi impreparati.

Costruire una cultura del dono significa:
- informarsi correttamente, senza lasciarsi guidare da paure o leggende metropolitane;
- riconoscere che il corpo non è un oggetto, ma che la sua ultima “funzione” può essere quella di generare vita per altri;
- educare le nuove generazioni a pensare la propria libertà non solo come diritto, ma anche come responsabilità verso i più fragili.

In un mondo che esalta il possesso, la donazione di organi è una controcultura silenziosa: è dire “tu” proprio quando saremmo tentati di ripiegarci sul nostro “io”. È un modo concreto per costruire una società più umana, dove nessuno sia lasciato solo con la propria malattia.

Come esprimere la propria volontà di donare
In Italia la legge permette a ogni cittadino maggiorenne di dichiarare in vita la propria volontà, favorevole o contraria, alla donazione di organi e tessuti dopo la morte. È importante sapere che l’ultima volontà espressa in ordine di tempo è sempre quella che viene considerata valida.

Le principali modalità per esprimere la propria scelta sono:
- Al rilascio o rinnovo della carta d’identità: molti Comuni chiedono se si vuole dichiarare il proprio sì o no alla donazione e registrano la scelta nel Sistema Informativo Trapianti (SIT).
- Presso la propria ASL: è possibile compilare e firmare un modulo di dichiarazione di volontà alla donazione di organi e tessuti, che viene registrato e reso consultabile ai medici in caso di necessità.
- Attraverso AIDO: ci si può iscrivere all’Associazione Italiana per la Donazione di Organi, Tessuti e Cellule compilando un atto olografo o in modalità digitale (per esempio tramite SPID o CIE), con registrazione della scelta nel SIT.[
- Con il tesserino blu o altre tessere associative: alcune persone possiedono ancora il tesserino blu del Ministero della Salute o tessere rilasciate da associazioni di donatori e pazienti, che testimoniano la volontà di donare.
- Con una dichiarazione olografa: si può scrivere una dichiarazione su un foglio, con tutti i dati personali, la data e la firma, da tenere tra i propri documenti; è una modalità valida, anche se non registrata nei sistemi informatici.

Più della metà delle dichiarazioni avviene oggi proprio in Comune al momento della carta d’identità, perché è una via semplice, vicina alla vita quotidiana di tutti. Qualunque sia la modalità scelta, ciò che conta è parlarne con i propri familiari e lasciare una traccia chiara e aggiornata della propria decisione.

sabato 14 febbraio 2026

L’escatologia premillenarista: dall’Apocalisse a Darby

L’immaginario di Armageddon e del Regno millenario di Cristo non nasce nei film o nei sermoni moderni, ma affonda le sue radici in una lunga tradizione di letture letterali dell’Apocalisse di Giovanni. Questa visione, oggi condivisa da circa 100-150 milioni di protestanti nel mondo (circa un terzo del totale), è particolarmente diffusa negli Stati Uniti, dove ha plasmato la cultura religiosa e persino la politica.

Dalle attese medievali a Gioacchino da Fiore
Già nel Medioevo, il monaco calabrese Gioacchino da Fiore (XII secolo) propose un’interpretazione “giudaizzante” della storia della salvezza: l’avvento di un “Terzo Stato” dello Spirito Santo, un’era di pace e giustizia preceduta da prove apocalittiche. I suoi seguaci, i gioachimiti, influenzarono correnti come i francescani spirituali e, più tardi, i movimenti riformatori come gli hussiti del XV secolo.

La Riforma e il “nuovo Israele” puritano
Con la Riforma protestante, l’attenzione si sposta dal futuro remoto ai segni del presente. Martin Lutero identifica il Papa come “Anticristo”, ma rifiuta di fissare date per la fine.  
I puritani britannici, invece, dall’ambiente calvinista del XVII secolo, leggono le turbolenze del loro tempo — la Guerra dei Trent’anni (1618–1648), la crisi morale dell’Europa — come segni apocalittici.  
Quando molti emigrano nel Nuovo Mondo, nascono idee di “Nuova Israele” e di missione provvidenziale: l’America come “città posta sul monte”*, secondo il sermone di John Winthrop (1630). Il Millennio sarebbe l’età d’oro post-Riforma, frutto della rigenerazione morale dei credenti.

Dal dispensazionalismo di Darby al revival americano
Nell’Ottocento, la speranza puritana si trasforma. L’irlandese John Nelson Darby, dei Plymouth Brethren, elabora (1830s) un sistema coerente: il dispensazionalismo, che divide la storia in sette “dispensazioni” o ere.  
Darby introduce dottrine nuove, come il rapimento dei credenti (pre-tribolazione), la restaurazione di Israele come evento profetico e l’Armageddon finale tratto da Ezechiele 38–39, dopo il quale Cristo regnerà sulla terra per mille anni letterali.

Il successo arriva negli Stati Uniti grazie alla Bibbia Scofield (1909), che diffonde le note dispensazionaliste nelle chiese evangeliche. Tra revival pentecostali di fine Ottocento, radio predicatori e figure come Billy Graham, il premillenarismo diventa parte del linguaggio religioso americano.

L’immaginario apocalittico tra fede e cultura
Ogni fase storica — dalla Grande Depressione alle guerre mondiali — rinnova l’interesse per le profezie: il mondo secolarizzato viene letto come “ultimo tempo”, mentre Israele e il Medio Oriente sono percepiti come chiavi della profezia.  
Ancora oggi, nella cultura evangelica americana, l’attesa del rapimento e del Regno millenario resta un potente motore di identità religiosa e geopolitica, saldamente ancorato alla lettura letterale dell’Apocalisse.

giovedì 12 febbraio 2026

Teologia della prosperità made in USA

La teologia della prosperità è una corrente del cristianesimo evangelicale che collega in modo diretto fede, obbedienza religiosa e donazioni alla Chiesa con ricchezza materiale, successo e salute fisica; Paula White è una delle sue esponenti più note e ha portato questo messaggio fino ai vertici del governo degli Stati Uniti tramite il suo ruolo accanto a Donald Trump come consigliera spirituale e responsabile degli uffici per la “Faith and Opportunity Initiative”.

Che cos’è la teologia della prosperità  
È una dottrina diffusa in ambienti pentecostali e carismatici, spesso legata alle megachurch e al televangelismo, che sostiene che la volontà ordinaria di Dio per il credente sia benessere economico e salute.
Interpreta la Bibbia quasi come un “contratto”: se la persona mostra fede (preghiera, confessioni positive, obbedienza) e dà generosamente alla chiesa o al ministero, Dio “risponde” con prosperità finanziaria, guarigione e successo personale.
Le tecniche tipiche sono il “positive confession” (dichiarare a voce promesse di benedizione, evitando parole negative) e il “seed-faith” (offerte di denaro viste come “semi” che garantiranno un ritorno moltiplicato).
Molte chiese storiche e teologi protestanti e cattolici criticano questa visione come riduttiva, perché trasforma la fede in un meccanismo quasi magico e tende a leggere povertà e malattia come segni di scarsa fede, con evidenti problemi etici e pastorali.

Chi è Paula White  
Paula White (oggi Paula White‑Cain) è una predicatrice e televangelista carismatica statunitense, pastora di megachurch e nota predicatrice della teologia della prosperità.
Ha costruito la propria carriera dagli anni 2000 con ministeri televisivi, conferenze e libri centrati su promesse di avanzamento finanziario, successo personale e “rottura delle maledizioni” attraverso fede e donazioni.
Il suo stile unisce retorica motivazionale (realizzazione personale, empowerment) con linguaggio carismatico (visione, battaglia spirituale, miracoli) dentro il paradigma della prosperità.

Rapporti con il governo americano  
Paula White è stata per anni “spiritual advisor” personale di Donald Trump, che la notò in TV circa vent’anni fa mentre predicava il vangelo della prosperità, e iniziò a consultarla ben prima della sua candidatura presidenziale.
Durante la prima amministrazione Trump è stata figura chiave nel consiglio evangelico informale della Casa Bianca, partecipando a eventi ufficiali, preghiere pubbliche e momenti simbolici come la cerimonia per il trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme.
Nel 2019 è stata nominata formalmente a capo della “Faith and Opportunity Initiative”, struttura interna collegata all’Office of Public Liaison e al Domestic Policy Council, con il compito di fungere da punto di contatto con leader religiosi e raccogliere le loro istanze rispetto alle politiche federali.
Con questa posizione, la teologia della prosperità ha raggiunto un livello inedito di visibilità politica, perché una sua esponente di punta ha avuto accesso diretto al presidente e all’apparato politico, organizzando incontri con migliaia di pastori e leader evangelici alla Casa Bianca.

Effetti e critiche nel rapporto fede–politica  
Il legame tra White, il mondo della prosperità e la Casa Bianca ha contribuito a consolidare un blocco evangelicale pro‑Trump, sensibile a temi come Israele, aborto, diritti LGBTQ+ e libertà religiosa, presentati come ambiti in cui la “benedizione” o la “maledizione” di Dio sull’America dipenderebbero dalle scelte politiche.
Studiosi e organizzazioni per la separazione tra Chiesa e Stato hanno criticato il suo ruolo, sia per l’assenza di esperienza nel dialogo interreligioso, sia per l’uso di una teologia contestata come base di legittimazione religiosa di politiche pubbliche e nomine giudiziarie.
Nel dibattito americano, il caso Paula White viene spesso citato come esempio di come certo evangelicalismo prosperità‑oriented possa fondersi con un’agenda politica nazionalista, trasformando il successo politico e nazionale in “prova” della benedizione divina e intrecciando fede, potere e identità nazionale.

mercoledì 11 febbraio 2026

Restare umani: il cuore della Giornata del Malato

La Giornata Mondiale del Malato ci riporta ogni anno davanti a una verità essenziale: la misura di una società si vede da come guarda e si prende cura dei suoi membri più fragili. Il messaggio della Conferenza Episcopale Italiana di quest’anno invita a riscoprire proprio questo sguardo — uno sguardo “umano”, capace di compassione, ascolto e prossimità.

In un tempo segnato da tecnologie sempre più sofisticate e da un ritmo di vita che tende a mettere da parte chi non tiene il passo, la tentazione è quella di anestetizzare la sofferenza, di renderla invisibile. Eppure è proprio lì, dove il dolore e la fragilità si fanno più evidenti, che si misura la nostra umanità. “Restare umani” – sottolineano i vescovi – significa non lasciarsi indurire, non ridurre la persona malata a un “caso clinico” o a un numero in un reparto, ma ricordare che in ogni volto sofferente abita un mistero di dignità e di vita.

Questo appello non riguarda solo chi opera nel mondo della sanità o della cura, ma ciascuno di noi. Restare umani è un impegno quotidiano: in famiglia, di fronte a un anziano solo; nella comunità, accanto a chi vive un dolore invisibile; nella professione, evitando di trasformare l’efficienza in indifferenza. La malattia, con la sua carica di limite, ci ricorda che non siamo autosufficienti. Nella fragilità possiamo riscoprire la solidarietà e la gratitudine, la capacità di prenderci a cuore gli uni degli altri.

In questa Giornata del Malato, il messaggio della Chiesa italiana ci invita dunque a non “perdere il senso dell’umanità”. È un’esortazione che vale per credenti e non credenti: restare umani significa custodire il valore inalienabile di ogni vita, riconoscere che la cura non è solo un gesto medico, ma un atto d’amore che restituisce dignità e speranza.

martedì 10 febbraio 2026

Giornata del Ricordo: il dolore dimenticato degli esuli giuliano-dalmati e istriani

Il 10 febbraio celebriamo la Giornata del Ricordo, istituita nel 2004 per commemorare le vittime delle foibe, le deportazioni e le sofferenze del popolo italiano in Istria, Dalmazia e Venezia Giulia durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale. Non si tratta solo di un atto di memoria storica, ma di un riconoscimento del dramma umano di decine di migliaia di italiani – civili, militari e religiosi – perseguitati dal regime del maresciallo Tito e dai suoi partigiani titini.

Tra il 1943 e il 1947, circa 20.000 italiani furono infoibati o eliminati in campi di concentramento come quelli di Goli Otok e Vis. Uomini e donne, spesso accusati di "fascismo" senza prove, venivano gettati vivi nelle voragini carsiche delle foibe, legati con filo spinato e talora seviziati barbaramente. Tra le vittime spiccano sacerdoti e religiosi: suore francescane crocifisse a rovescio, preti come don Francesco Bonifacio torturati e infoibati con il collo stretto da filo spinato, o don Giovanni Missio seviziato prima di essere precipitato in una foiba. Questa persecuzione religiosa colpì oltre 700 chierici italiani, simbolo di un odio ideologico che non risparmiava la fede.

Le popolazioni giuliano-dalmate e istriane subirono una pulizia etnica sistematica: case requisite, beni confiscati, famiglie spezzate. Circa 350.000 italiani furono costretti all'esilio, abbandonando tutto per rifugiarsi in Italia. Eppure, in patria, trovarono scarsa solidarietà. Gli esuli furono accolti con diffidenza, spesso bollati come "fascisti" dalla propaganda comunista dominante, emarginati nei campi profughi di Bologna, Cisterna o Padriciano. Mancò un abbraccio collettivo: la storiografia ufficiale oscurò questi eventi per decenni, preferendo il mito della Resistenza.

Oggi, ricordare non è revanscismo, ma giustizia. Onoriamo le vittime – come i 6.000-10.000 delle foibe, secondo stime storiche attendibili – per non ripetere gli orrori del totalitarismo. La solidarietà negata ieri deve diventare empatica memoria oggi. 

Fonti di riferimento: Istituto di Studi Istriani e Dalmati, Archivio storico della Memoria Giuliana e Dalmata, legge 92/2004.

lunedì 9 febbraio 2026

Antonino Zichichi: lo scienziato che unì fede e scienza

Antonino Zichichi, fisico italiano di fama mondiale scomparso oggi all'età di 96 anni, ha dedicato la vita a dimostrare che scienza e fede cattolica non sono in contrasto, ma complementari nella ricerca della verità. Ispirato da Giovanni Paolo II, ha promosso un dialogo armonioso tra ragione sperimentale e trascendenza.

Vita e Contributi Scientifici

Nato a Trapani nel 1929, Zichichi è stato un pioniere della fisica delle particelle, autore di oltre mille pubblicazioni, sei scoperte e fondatore del laboratorio sotterraneo del Gran Sasso. Presidente della Federazione Mondiale degli Scienziati, ha portato la scienza italiana ai vertici internazionali con esperimenti sulle alte energie e la Grande Unificazione.

La sua passione divulgativa lo ha reso noto al grande pubblico attraverso libri e apparizioni TV, dove spiegava concetti complessi con semplicità galileiana.

Il dialogo tra fede e scienza

Zichichi sosteneva che la scienza nasce da un "atto di fede" nel metodo galileiano, che rivela l'"impronta del Creatore" nelle leggi della natura. Nessuna scoperta scientifica nega Dio; al contrario, fenomeni come le equazioni di Maxwell rimandano a un "Supermondo" logico e unificato.

Professo cattolico convinto, affermava: "Se ha il dono della Scienza e della Fede, sarà uno scienziato credente". Critico del pensiero illuminista che separa ragione e religione, vedeva nel cattolicesimo la via per indagare sia l'immanente che il trascendente.

L'ispirazione di Giovanni Paolo II

Fondamentale fu l'influenza di Karol Wojtyła, che Zichichi lodava per aver posto le basi della "Grande Alleanza tra Fede e Scienza". Nel libro Tra fede e scienza: da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI, elogia l'azione del Papa in difesa della vera scienza, contro riduzionismi atei.

sabato 7 febbraio 2026

Le Olimpiadi Invernali iniziano: un richiamo alla tregua e alla fraternità

 
Ieri sera si é alzato il sipario sulle Olimpiadi Invernali 2026, e con la cerimonia inaugurale si accende non solo la fiamma del grande sport, ma anche – almeno idealmente – quella dello spirito olimpico. È un momento che, come ogni quattro anni, invita il mondo a fermarsi, a guardarsi nello specchio dei valori più autentici dell’umanità: pace, rispetto e unità.

Da secoli, fin dall’antica Grecia, le Olimpiadi sono state precedute da un periodo di “ekecheiria” (trattenere la mano), la tregua sacra durante la quale le guerre si sospendevano per permettere agli atleti e agli spettatori di viaggiare in sicurezza verso Olimpia. Oggi questa tradizione sopravvive come tregua olimpica: un appello simbolico, ma potentissimo, affinché i popoli sospendano conflitti e rivalità almeno mentre gli atleti, in pista o sulla neve, incarnano la possibilità di un mondo diverso.

In un contesto globale carico di tensioni – dai conflitti armati in diverse aree del pianeta alle fratture politiche e culturali che attraversano anche le società più stabili – il messaggio del CIO e delle Nazioni Unite appare più urgente che mai. Non a caso, nelle ultime ore, diversi leader politici e religiosi hanno rilanciato parole di pace, ricordando come lo sport possa essere un linguaggio universale capace di unire oltre le differenze di lingua, fede o bandiera.

L’olimpismo autentico non è soltanto competizione o spettacolo: è una pedagogia della pace, un’educazione alla lealtà, al riconoscimento dell’altro come avversario, mai come nemico. Ogni stretta di mano al termine di una gara, ogni abbraccio tra atleti di paesi lontani o divisi, riafferma la fiducia che l’umanità può convivere nella diversità.

Mentre gli occhi del mondo guardano alla neve e alle medaglie, ricordiamo dunque ciò che il fondatore del movimento olimpico moderno, Pierre de Coubertin, sognava: “il trionfo del coraggio, della perseveranza e della fratellanza sull’odio e sull’indifferenza”. Un sogno che oggi, più che mai, abbiamo bisogno di rinnovare.
 
Stefania Costantini (curling) e Dominik Fischnaller (slittino) hanno letto il giuramento degli atleti durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 a Cortina d'Ampezzo: "Promettiamo di partecipare a questi Giochi Olimpici rispettando e osservando le regole e nello spirito della sportività, dell'inclusione e dell'uguaglianza. Siamo uniti in solidarietà e ci impegniamo a praticare lo sport senza doping, senza inganni, senza alcuna forma di discriminazione. Lo facciamo per l'onore delle nostre squadre, nel rispetto dei Principi Fondamentali dell’Olimpismo e per rendere il mondo un posto migliore attraverso lo sport". 
 
«Ci sono cose da non fare mai, per esempio la guerra». Sono i versi, del poeta Gianni Rodari dalla poesia Promemoria recitati dal rapper Ghali allo stadio di San Siro durante la cerimonia di inaugurazione di Milano Cortina.
La coreografia che ha accompagnato il testo è stata interpretata da un cast interamente under 20: da una montagna umana in cui i corpi si sostengono e si abbracciano, ha preso forma una colomba, simbolo universale di pace.