sabato 14 febbraio 2026

L’escatologia premillenarista: dall’Apocalisse a Darby

L’immaginario di Armageddon e del Regno millenario di Cristo non nasce nei film o nei sermoni moderni, ma affonda le sue radici in una lunga tradizione di letture letterali dell’Apocalisse di Giovanni. Questa visione, oggi condivisa da circa 100-150 milioni di protestanti nel mondo (circa un terzo del totale), è particolarmente diffusa negli Stati Uniti, dove ha plasmato la cultura religiosa e persino la politica.

Dalle attese medievali a Gioacchino da Fiore
Già nel Medioevo, il monaco calabrese Gioacchino da Fiore (XII secolo) propose un’interpretazione “giudaizzante” della storia della salvezza: l’avvento di un “Terzo Stato” dello Spirito Santo, un’era di pace e giustizia preceduta da prove apocalittiche. I suoi seguaci, i gioachimiti, influenzarono correnti come i francescani spirituali e, più tardi, i movimenti riformatori come gli hussiti del XV secolo.

La Riforma e il “nuovo Israele” puritano
Con la Riforma protestante, l’attenzione si sposta dal futuro remoto ai segni del presente. Martin Lutero identifica il Papa come “Anticristo”, ma rifiuta di fissare date per la fine.  
I puritani britannici, invece, dall’ambiente calvinista del XVII secolo, leggono le turbolenze del loro tempo — la Guerra dei Trent’anni (1618–1648), la crisi morale dell’Europa — come segni apocalittici.  
Quando molti emigrano nel Nuovo Mondo, nascono idee di “Nuova Israele” e di missione provvidenziale: l’America come “città posta sul monte”*, secondo il sermone di John Winthrop (1630). Il Millennio sarebbe l’età d’oro post-Riforma, frutto della rigenerazione morale dei credenti.

Dal dispensazionalismo di Darby al revival americano
Nell’Ottocento, la speranza puritana si trasforma. L’irlandese John Nelson Darby, dei Plymouth Brethren, elabora (1830s) un sistema coerente: il dispensazionalismo, che divide la storia in sette “dispensazioni” o ere.  
Darby introduce dottrine nuove, come il rapimento dei credenti (pre-tribolazione), la restaurazione di Israele come evento profetico e l’Armageddon finale tratto da Ezechiele 38–39, dopo il quale Cristo regnerà sulla terra per mille anni letterali.

Il successo arriva negli Stati Uniti grazie alla Bibbia Scofield (1909), che diffonde le note dispensazionaliste nelle chiese evangeliche. Tra revival pentecostali di fine Ottocento, radio predicatori e figure come Billy Graham, il premillenarismo diventa parte del linguaggio religioso americano.

L’immaginario apocalittico tra fede e cultura
Ogni fase storica — dalla Grande Depressione alle guerre mondiali — rinnova l’interesse per le profezie: il mondo secolarizzato viene letto come “ultimo tempo”, mentre Israele e il Medio Oriente sono percepiti come chiavi della profezia.  
Ancora oggi, nella cultura evangelica americana, l’attesa del rapimento e del Regno millenario resta un potente motore di identità religiosa e geopolitica, saldamente ancorato alla lettura letterale dell’Apocalisse.

giovedì 12 febbraio 2026

Teologia della prosperità made in USA

La teologia della prosperità è una corrente del cristianesimo evangelicale che collega in modo diretto fede, obbedienza religiosa e donazioni alla Chiesa con ricchezza materiale, successo e salute fisica; Paula White è una delle sue esponenti più note e ha portato questo messaggio fino ai vertici del governo degli Stati Uniti tramite il suo ruolo accanto a Donald Trump come consigliera spirituale e responsabile degli uffici per la “Faith and Opportunity Initiative”.

Che cos’è la teologia della prosperità  
È una dottrina diffusa in ambienti pentecostali e carismatici, spesso legata alle megachurch e al televangelismo, che sostiene che la volontà ordinaria di Dio per il credente sia benessere economico e salute.
Interpreta la Bibbia quasi come un “contratto”: se la persona mostra fede (preghiera, confessioni positive, obbedienza) e dà generosamente alla chiesa o al ministero, Dio “risponde” con prosperità finanziaria, guarigione e successo personale.
Le tecniche tipiche sono il “positive confession” (dichiarare a voce promesse di benedizione, evitando parole negative) e il “seed-faith” (offerte di denaro viste come “semi” che garantiranno un ritorno moltiplicato).
Molte chiese storiche e teologi protestanti e cattolici criticano questa visione come riduttiva, perché trasforma la fede in un meccanismo quasi magico e tende a leggere povertà e malattia come segni di scarsa fede, con evidenti problemi etici e pastorali.

Chi è Paula White  
Paula White (oggi Paula White‑Cain) è una predicatrice e televangelista carismatica statunitense, pastora di megachurch e nota predicatrice della teologia della prosperità.
Ha costruito la propria carriera dagli anni 2000 con ministeri televisivi, conferenze e libri centrati su promesse di avanzamento finanziario, successo personale e “rottura delle maledizioni” attraverso fede e donazioni.
Il suo stile unisce retorica motivazionale (realizzazione personale, empowerment) con linguaggio carismatico (visione, battaglia spirituale, miracoli) dentro il paradigma della prosperità.

Rapporti con il governo americano  
Paula White è stata per anni “spiritual advisor” personale di Donald Trump, che la notò in TV circa vent’anni fa mentre predicava il vangelo della prosperità, e iniziò a consultarla ben prima della sua candidatura presidenziale.
Durante la prima amministrazione Trump è stata figura chiave nel consiglio evangelico informale della Casa Bianca, partecipando a eventi ufficiali, preghiere pubbliche e momenti simbolici come la cerimonia per il trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme.
Nel 2019 è stata nominata formalmente a capo della “Faith and Opportunity Initiative”, struttura interna collegata all’Office of Public Liaison e al Domestic Policy Council, con il compito di fungere da punto di contatto con leader religiosi e raccogliere le loro istanze rispetto alle politiche federali.
Con questa posizione, la teologia della prosperità ha raggiunto un livello inedito di visibilità politica, perché una sua esponente di punta ha avuto accesso diretto al presidente e all’apparato politico, organizzando incontri con migliaia di pastori e leader evangelici alla Casa Bianca.

Effetti e critiche nel rapporto fede–politica  
Il legame tra White, il mondo della prosperità e la Casa Bianca ha contribuito a consolidare un blocco evangelicale pro‑Trump, sensibile a temi come Israele, aborto, diritti LGBTQ+ e libertà religiosa, presentati come ambiti in cui la “benedizione” o la “maledizione” di Dio sull’America dipenderebbero dalle scelte politiche.
Studiosi e organizzazioni per la separazione tra Chiesa e Stato hanno criticato il suo ruolo, sia per l’assenza di esperienza nel dialogo interreligioso, sia per l’uso di una teologia contestata come base di legittimazione religiosa di politiche pubbliche e nomine giudiziarie.
Nel dibattito americano, il caso Paula White viene spesso citato come esempio di come certo evangelicalismo prosperità‑oriented possa fondersi con un’agenda politica nazionalista, trasformando il successo politico e nazionale in “prova” della benedizione divina e intrecciando fede, potere e identità nazionale.

mercoledì 11 febbraio 2026

Restare umani: il cuore della Giornata del Malato

La Giornata Mondiale del Malato ci riporta ogni anno davanti a una verità essenziale: la misura di una società si vede da come guarda e si prende cura dei suoi membri più fragili. Il messaggio della Conferenza Episcopale Italiana di quest’anno invita a riscoprire proprio questo sguardo — uno sguardo “umano”, capace di compassione, ascolto e prossimità.

In un tempo segnato da tecnologie sempre più sofisticate e da un ritmo di vita che tende a mettere da parte chi non tiene il passo, la tentazione è quella di anestetizzare la sofferenza, di renderla invisibile. Eppure è proprio lì, dove il dolore e la fragilità si fanno più evidenti, che si misura la nostra umanità. “Restare umani” – sottolineano i vescovi – significa non lasciarsi indurire, non ridurre la persona malata a un “caso clinico” o a un numero in un reparto, ma ricordare che in ogni volto sofferente abita un mistero di dignità e di vita.

Questo appello non riguarda solo chi opera nel mondo della sanità o della cura, ma ciascuno di noi. Restare umani è un impegno quotidiano: in famiglia, di fronte a un anziano solo; nella comunità, accanto a chi vive un dolore invisibile; nella professione, evitando di trasformare l’efficienza in indifferenza. La malattia, con la sua carica di limite, ci ricorda che non siamo autosufficienti. Nella fragilità possiamo riscoprire la solidarietà e la gratitudine, la capacità di prenderci a cuore gli uni degli altri.

In questa Giornata del Malato, il messaggio della Chiesa italiana ci invita dunque a non “perdere il senso dell’umanità”. È un’esortazione che vale per credenti e non credenti: restare umani significa custodire il valore inalienabile di ogni vita, riconoscere che la cura non è solo un gesto medico, ma un atto d’amore che restituisce dignità e speranza.

martedì 10 febbraio 2026

Giornata del Ricordo: il dolore dimenticato degli esuli giuliano-dalmati e istriani

Il 10 febbraio celebriamo la Giornata del Ricordo, istituita nel 2004 per commemorare le vittime delle foibe, le deportazioni e le sofferenze del popolo italiano in Istria, Dalmazia e Venezia Giulia durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale. Non si tratta solo di un atto di memoria storica, ma di un riconoscimento del dramma umano di decine di migliaia di italiani – civili, militari e religiosi – perseguitati dal regime del maresciallo Tito e dai suoi partigiani titini.

Tra il 1943 e il 1947, circa 20.000 italiani furono infoibati o eliminati in campi di concentramento come quelli di Goli Otok e Vis. Uomini e donne, spesso accusati di "fascismo" senza prove, venivano gettati vivi nelle voragini carsiche delle foibe, legati con filo spinato e talora seviziati barbaramente. Tra le vittime spiccano sacerdoti e religiosi: suore francescane crocifisse a rovescio, preti come don Francesco Bonifacio torturati e infoibati con il collo stretto da filo spinato, o don Giovanni Missio seviziato prima di essere precipitato in una foiba. Questa persecuzione religiosa colpì oltre 700 chierici italiani, simbolo di un odio ideologico che non risparmiava la fede.

Le popolazioni giuliano-dalmate e istriane subirono una pulizia etnica sistematica: case requisite, beni confiscati, famiglie spezzate. Circa 350.000 italiani furono costretti all'esilio, abbandonando tutto per rifugiarsi in Italia. Eppure, in patria, trovarono scarsa solidarietà. Gli esuli furono accolti con diffidenza, spesso bollati come "fascisti" dalla propaganda comunista dominante, emarginati nei campi profughi di Bologna, Cisterna o Padriciano. Mancò un abbraccio collettivo: la storiografia ufficiale oscurò questi eventi per decenni, preferendo il mito della Resistenza.

Oggi, ricordare non è revanscismo, ma giustizia. Onoriamo le vittime – come i 6.000-10.000 delle foibe, secondo stime storiche attendibili – per non ripetere gli orrori del totalitarismo. La solidarietà negata ieri deve diventare empatica memoria oggi. 

Fonti di riferimento: Istituto di Studi Istriani e Dalmati, Archivio storico della Memoria Giuliana e Dalmata, legge 92/2004.

lunedì 9 febbraio 2026

Antonino Zichichi: lo scienziato che unì fede e scienza

Antonino Zichichi, fisico italiano di fama mondiale scomparso oggi all'età di 96 anni, ha dedicato la vita a dimostrare che scienza e fede cattolica non sono in contrasto, ma complementari nella ricerca della verità. Ispirato da Giovanni Paolo II, ha promosso un dialogo armonioso tra ragione sperimentale e trascendenza.

Vita e Contributi Scientifici

Nato a Trapani nel 1929, Zichichi è stato un pioniere della fisica delle particelle, autore di oltre mille pubblicazioni, sei scoperte e fondatore del laboratorio sotterraneo del Gran Sasso. Presidente della Federazione Mondiale degli Scienziati, ha portato la scienza italiana ai vertici internazionali con esperimenti sulle alte energie e la Grande Unificazione.

La sua passione divulgativa lo ha reso noto al grande pubblico attraverso libri e apparizioni TV, dove spiegava concetti complessi con semplicità galileiana.

Il dialogo tra fede e scienza

Zichichi sosteneva che la scienza nasce da un "atto di fede" nel metodo galileiano, che rivela l'"impronta del Creatore" nelle leggi della natura. Nessuna scoperta scientifica nega Dio; al contrario, fenomeni come le equazioni di Maxwell rimandano a un "Supermondo" logico e unificato.

Professo cattolico convinto, affermava: "Se ha il dono della Scienza e della Fede, sarà uno scienziato credente". Critico del pensiero illuminista che separa ragione e religione, vedeva nel cattolicesimo la via per indagare sia l'immanente che il trascendente.

L'ispirazione di Giovanni Paolo II

Fondamentale fu l'influenza di Karol Wojtyła, che Zichichi lodava per aver posto le basi della "Grande Alleanza tra Fede e Scienza". Nel libro Tra fede e scienza: da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI, elogia l'azione del Papa in difesa della vera scienza, contro riduzionismi atei.

sabato 7 febbraio 2026

Le Olimpiadi Invernali iniziano: un richiamo alla tregua e alla fraternità

 
Ieri sera si é alzato il sipario sulle Olimpiadi Invernali 2026, e con la cerimonia inaugurale si accende non solo la fiamma del grande sport, ma anche – almeno idealmente – quella dello spirito olimpico. È un momento che, come ogni quattro anni, invita il mondo a fermarsi, a guardarsi nello specchio dei valori più autentici dell’umanità: pace, rispetto e unità.

Da secoli, fin dall’antica Grecia, le Olimpiadi sono state precedute da un periodo di “ekecheiria” (trattenere la mano), la tregua sacra durante la quale le guerre si sospendevano per permettere agli atleti e agli spettatori di viaggiare in sicurezza verso Olimpia. Oggi questa tradizione sopravvive come tregua olimpica: un appello simbolico, ma potentissimo, affinché i popoli sospendano conflitti e rivalità almeno mentre gli atleti, in pista o sulla neve, incarnano la possibilità di un mondo diverso.

In un contesto globale carico di tensioni – dai conflitti armati in diverse aree del pianeta alle fratture politiche e culturali che attraversano anche le società più stabili – il messaggio del CIO e delle Nazioni Unite appare più urgente che mai. Non a caso, nelle ultime ore, diversi leader politici e religiosi hanno rilanciato parole di pace, ricordando come lo sport possa essere un linguaggio universale capace di unire oltre le differenze di lingua, fede o bandiera.

L’olimpismo autentico non è soltanto competizione o spettacolo: è una pedagogia della pace, un’educazione alla lealtà, al riconoscimento dell’altro come avversario, mai come nemico. Ogni stretta di mano al termine di una gara, ogni abbraccio tra atleti di paesi lontani o divisi, riafferma la fiducia che l’umanità può convivere nella diversità.

Mentre gli occhi del mondo guardano alla neve e alle medaglie, ricordiamo dunque ciò che il fondatore del movimento olimpico moderno, Pierre de Coubertin, sognava: “il trionfo del coraggio, della perseveranza e della fratellanza sull’odio e sull’indifferenza”. Un sogno che oggi, più che mai, abbiamo bisogno di rinnovare.
 
Stefania Costantini (curling) e Dominik Fischnaller (slittino) hanno letto il giuramento degli atleti durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 a Cortina d'Ampezzo: "Promettiamo di partecipare a questi Giochi Olimpici rispettando e osservando le regole e nello spirito della sportività, dell'inclusione e dell'uguaglianza. Siamo uniti in solidarietà e ci impegniamo a praticare lo sport senza doping, senza inganni, senza alcuna forma di discriminazione. Lo facciamo per l'onore delle nostre squadre, nel rispetto dei Principi Fondamentali dell’Olimpismo e per rendere il mondo un posto migliore attraverso lo sport". 
 
«Ci sono cose da non fare mai, per esempio la guerra». Sono i versi, del poeta Gianni Rodari dalla poesia Promemoria recitati dal rapper Ghali allo stadio di San Siro durante la cerimonia di inaugurazione di Milano Cortina.
La coreografia che ha accompagnato il testo è stata interpretata da un cast interamente under 20: da una montagna umana in cui i corpi si sostengono e si abbracciano, ha preso forma una colomba, simbolo universale di pace. 



venerdì 6 febbraio 2026

Quando lo scandalo non scandalizza più

Il recente video razzista postato sull’account Truth Social di Donald Trump – con Barack e Michelle Obama raffigurati come scimmie in un montaggio ispirato al Re Leone – è stato rimosso dopo poche ore tra critiche bipartisan. Eppure, Trump non si scusa, lo staff parla di “errore”, e la sua base resta salda. Perché?

Che video era, esattamente?
Il post su Truth Social conteneva un video di circa un minuto con teorie del complotto sulle elezioni 2020, a cui alla fine veniva aggiunto un breve spezzone in cui Barack e Michelle Obama venivano sovrapposti a corpi di scimmie, con in sottofondo “The Lion Sleeps Tonight”, richiamo al “mighty jungle” del Re Leone. 

Quel clip finale era stato preso da un video più lungo, creato da un “meme creator” pro‑Trump, che raffigurava Trump come “King of the Jungle” e altri democratici come animali; nella versione estesa anche Biden compariva come primate che mangia una banana. 
Lo staff della Casa Bianca ha difeso inizialmente il contenuto dicendo che si trattava di un “meme” sul “Re della giungla” e personaggi del Re Leone, invitando i critici a smettere con la “finta indignazione”; il video è stato poi rimosso dopo un’ondata di critiche, anche repubblicane. 
Trump ha dichiarato pubblicamente: “non ho commesso un errore” e non si è scusato, limitandosi a dire che il video è stato tolto. 

Siamo o no responsabili di ciò che appare sui nostri profili?
Bisogna distinguere tra:
a. Responsabilità personale/politica:  
  - Se un contenuto compare sul tuo profilo, in genere l’opinione pubblica e i media ti considerano politicamente e moralmente responsabile, anche se tecnicamente è stato “solo condiviso” o pubblicato da uno staffer. Questo vale tanto più quanto più il profilo è ufficiale (presidente, ministro, leader di partito).
b. Responsabilità giuridica del singolo utente:  
  - Negli USA, la famosa Section 230 protegge le piattaforme dal essere trattate come “editori” dei contenuti degli utenti, ma non protegge gli utenti stessi se diffamano, minacciano, incitano all’odio, ecc.: in linea di principio l’utente può essere ritenuto responsabile come in qualunque altro contesto (testo, volantino, comizio). 
  - Nell’UE, con il Digital Services Act e norme nazionali, le piattaforme hanno obblighi più forti di rimozione e moderazione di contenuti illegali, ma resta il fatto che chi pubblica contenuti diffamatori o razzisti può risponderne civilmente o penalmente. 
In sintesi: l’idea “non sono responsabile di quel che appare sul mio profilo” non regge né sul piano politico né, spesso, su quello giuridico; al massimo si può discutere di dolo/colpa e di chi materialmente ha cliccato “pubblica”, ma la responsabilità pubblica rimane. 

Cosa sarebbe successo a un altro politico?
In molti paesi occidentali un episodio simile avrebbe potuto avere effetti molto più pesanti:
- Dimissioni o sospensione: ministri o parlamentari europei sono spesso costretti a dimettersi per tweet razzisti o video offensivi, anche se si difendono dicendo di non averli creati loro direttamente. 
- Sanzioni interne al partito: in contesti meno polarizzati, il partito tende a prendere le distanze per non compromettere la propria immagine, arrivando a espulsioni o ritiro del sostegno.
- Condanne pubbliche trasversali: normalmente ci si aspetta una condanna forte almeno su base bipartisan per contenuti che richiamano stereotipi razzisti ottocenteschi (neri = scimmie), considerati tabù nella comunicazione pubblica. 

Nel caso Trump, invece, la reazione del partito è stata più ambigua: forte imbarazzo e critiche da alcuni esponenti, ma niente di paragonabile a una rottura organizzata con la leadership.

Perché Trump sembra “immunizzato” dalle gaffe?
La politologia e la sociologia della comunicazione hanno individuato vari fattori che spiegano perché scandali e “cadute di stile” incidono poco sulla sua base:
a. Polarizzazione estrema:  
  - In un contesto dove lo scontro è percepito come “esistenziale”, la priorità per molti elettori è che il proprio campione “non perda mai”, anche se sbaglia; scandali e gaffe diventano subito armi di guerra fra tifoserie, non occasioni di riflessione etica. 
b. Shamelessness come strategia:  
  - Analisi su Trump parlano di “shameless politics”: rompere continuamente le norme, non scusarsi mai, rilanciare, spiazza le aspettative tradizionali (dove l’imbarazzo costringeva il politico a fare un passo indietro). Se non ti vergogni, lo scandalo perde potere. 
c. Desensibilizzazione:  
  - Studi sperimentali mostrano che l’esposizione ripetuta a messaggi norm‑violating (per esempio i tweet che delegittimano le elezioni) abbassa, nel tempo, la sensibilità a quel tipo di violazioni, almeno tra i sostenitori: cose che all’inizio sarebbero sembrate inaccettabili diventano “normali”.
d. Identità di gruppo:  
  - Per molti sostenitori, Trump non è solo un politico ma un simbolo identitario: attaccare lui è percepito come attaccare “noi”. In questo quadro, anche un video razzista viene riletto come “provocazione” o “umorismo politicamente scorretto”, non come segnale di razzismo strutturale. 
e. Ecosistema mediatico parallelo:  
  - Una parte dei media e dei commentatori a lui vicini minimizza o giustifica ogni episodio, spostando l’attenzione sull’“ipocrisia della sinistra” o sulle “vere priorità” del paese; così, l’episodio viene rapidamente riassorbito nel ciclo di notizie. 

Un esempio: ricerche sperimentali mostrano che i messaggi di Trump contro la legittimità delle elezioni 2020 hanno ridotto la fiducia nel processo elettorale tra i suoi sostenitori, senza però generare una rottura con lui; la norma democratica (accettare il risultato) è stata erosa, non lui delegittimato.

Perché non c’è una risposta forte unanime?
In parte, i “guardrail” informali della democrazia (vergogna pubblica, pressione morale bipartisan, forza dei media tradizionali) si sono indeboliti:
- I costi reputazionali delle violazioni di norma sono scesi, specie in contesti iper‑polarizzati.
- I partiti temono la propria base più di quanto temano la condanna generale, quindi evitano rotture nette anche davanti a episodi gravissimi.
- La produzione continua di scandali crea saturazione: l’opinione pubblica si abitua e perde la capacità di reagire con forza a ciascun nuovo episodio.

Vedi 
Shameless Politics: How Scandal Lost Its Power in America 

giovedì 5 febbraio 2026

L’Insegnamento della Religione Cattolica: Laboratorio di cultura e dialogo

La Nota Pastorale del 2025 dell'Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali (CEI) illustra il valore dell'Insegnamento della Religione Cattolica (IRC) nel sistema scolastico italiano, a quarant'anni dalla revisione del Concordato. Il documento presenta la disciplina come un laboratorio di dialogo interculturale, essenziale per comprendere il patrimonio storico e affrontare le sfide di una società multietnica e digitalizzata. 

Attualità dell’IRC in un tempo di cambiamenti
Viene letto il “cambiamento d’epoca”: globalizzazione, migrazioni, pluralismo religioso, secolarizzazione, analfabetismo religioso, solitudine giovanile e sfide legate a IA, biotecnologie e digitale.
​L’IRC è descritto come spazio formativo che aiuta a comprendere il patrimonio culturale e religioso italiano, apre al confronto con altre religioni, sostiene percorsi di integrazione, dialogo e convivenza pacifica.
​Si insiste sulla centralità educativa della scuola, sulla formazione integrale e sul contributo dell’IRC a senso critico, coscienza civile, educazione alla pace, alla giustizia e alla custodia del creato.

L’IRC, scelta di libertà e di cultura
L’Accordo del 1984 è letto come innovativo perché riconosce: valore della cultura religiosa, radicamento storico del cattolicesimo nel popolo italiano, collocazione dell’IRC entro le finalità della scuola (sviluppo della persona, uguaglianza, libertà, partecipazione).
​L’IRC è oggetto di libera scelta, non è professione di fede ma richiesta di formazione su temi religiosi; è destinato a tutti, non solo ai cattolici, e registra un’alta percentuale di avvalentisi, con differenze territoriali.
​Si ribadisce la distinzione e complementarità tra IRC e catechesi e si richiama la Corte costituzionale: l’IRC non viola la laicità, ma ne è espressione, perché la laicità non è indifferenza al fatto religioso, bensì garanzia di libertà in regime di pluralismo.
​L’IRC è definito “servizio educativo”: contribuisce alla crescita integrale, combatte l’ignoranza religiosa, favorisce sintesi tra saperi, dialoga con tutte le discipline (umanistiche, scientifiche e tecnologiche) e articola i contenuti in prospettiva esistenziale, teologica, biblica e storico-sociale.
​Viene situato nel quadro del “patto educativo globale” e si richiamano alcune attenzioni specifiche: scuola cattolica, percorsi di istruzione e formazione professionale regionali, dove l’IRC ha un ruolo qualificante e va garantito secondo la normativa.
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Vedi presentazione 

mercoledì 4 febbraio 2026

Scoutismo americano messo sotto pressione sul tema dell'inclusione

Negli Stati Uniti è in corso uno scontro simbolico e molto concreto attorno al movimento Scout. Secondo recenti notizie, il Dipartimento della Difesa ha minacciato di interrompere il sostegno a Scouting America (la storica organizzazione un tempo nota come Boy Scouts of America) se non farà marcia indietro sulle proprie politiche di inclusione, in particolare quelle riconducibili alla cosiddetta DEI: diversity, equity and inclusion.

Un secolo di alleanza sotto esame
Da oltre cento anni, gli Scout americani hanno intrattenuto un rapporto stretto con le Forze Armate: collaborazioni logistiche, sostegno agli eventi nazionali come il Jamboree, accesso alle basi militari, programmi educativi rivolti ai giovani. Questa alleanza è stata a lungo percepita come naturale: un’organizzazione giovanile che punta su servizio, disciplina, spirito civico, accanto a un’istituzione che si presenta come presidio dei valori nazionali.

Negli ultimi anni, però, il quadro è cambiato. Per rispondere alle trasformazioni sociali e culturali del Paese, gli Scout hanno progressivamente adottato politiche più inclusive: apertura alle ragazze e possibilità per loro di diventare Eagle Scout, accoglienza esplicita di giovani LGBT, maggiore attenzione al pluralismo religioso e alla lotta contro discriminazioni e bullismo. Scelte presentate dalla dirigenza come fedeli allo spirito originario del movimento, che fin dalle origini dichiarava di voler formare “buoni cittadini” in una società in evoluzione.

Il nuovo fronte: la guerra alla DEI
Con il cambio di amministrazione alla Casa Bianca e al Pentagono, la sigla DEI è diventata un bersaglio politico. La nuova leadership considera molti programmi di diversity, equity and inclusion come espressione di “ideologia” piuttosto che come strumenti di equità. In questo clima, il movimento Scout è finito nel mirino: la sua evoluzione verso una maggiore inclusione viene letta da alcuni esponenti del governo come un tradimento della tradizionale “meritocrazia” e dei “valori dei ragazzi”.

Il Dipartimento della Difesa ha quindi messo Scouting America di fronte a un aut aut: o si “allinea” alle nuove direttive federali che limitano i programmi DEI nelle organizzazioni partner, oppure rischia di perdere l’accesso a fondi, strutture e supporto logistico militare. In documenti e dichiarazioni pubbliche, i vertici del Pentagono hanno accusato gli Scout di aver abbracciato “ideologie gender‑fluid e di giustizia sociale” ritenute incompatibili con la linea attuale del governo.

Inclusione sotto pressione
Nella pratica, ciò che viene contestato non è semplicemente “l’idea di essere gentili con tutti”, ma alcune scelte molto concrete:
- L’ammissione piena delle ragazze e la possibilità per loro di raggiungere i massimi gradi del percorso scoutistico.  
- L’apertura a ragazzi e capi apertamente LGBT, inclusi giovani transgender.  
- I programmi formativi che affrontano direttamente temi di discriminazione, equità, rispetto delle differenze culturali e religiose.  

Per la dirigenza di Scouting America queste politiche sono una risposta necessaria alla realtà dei giovani di oggi, uno sforzo per rimanere un luogo sicuro e significativo per tutti. Per i critici, invece, rappresentano una deriva “ideologica” che snatura l’identità originaria del movimento.

Cosa è in gioco davvero
La vicenda non riguarda solo un contenzioso amministrativo su fondi e infrastrutture. È il riflesso di una battaglia più ampia su che cosa significhi educare le nuove generazioni in una società polarizzata. Da un lato vi è l’idea che l’inclusione sia parte integrante della missione educativa: imparare a vivere con le differenze, riconoscere dignità e diritti a persone di generi, fedi e orientamenti diversi. Dall’altro, la convinzione che l’enfasi su DEI rappresenti un’ideologia divisiva, imposta “dall’alto”, e che vada espunta dagli spazi formativi tradizionali.

Il ricorso alla leva economica e istituzionale – “se volete il nostro sostegno, dovete cambiare rotta” – rende questa storia un caso emblematico del rapporto tra potere politico e società civile. Gli Scout, nati come organizzazione indipendente ma intrecciata con le istituzioni, si trovano ora a dover scegliere quanto sono disposti a pagare per difendere un’idea di inclusione che, per molti dei loro membri, non è una moda, ma la conseguenza logica della promessa scout di rispetto e servizio verso tutti.

Una domanda aperta
Questo episodio solleva almeno tre domande che possono guidare il dibattito:
- Chi deve decidere l’orizzonte valoriale delle associazioni educative: lo Stato che le sostiene, o le comunità che le compongono?  
- L’inclusione è davvero un’agenda “ideologica”, o è semplicemente il tentativo di applicare vecchi principi (dignità, giustizia, rispetto) in un contesto sociale nuovo?  
- Che cosa perdiamo – come società – quando l’accesso a fondi e partnership diventa uno strumento per uniformare il pensiero educativo?

Il caso di Scouting America ci riguarda anche a migliaia di chilometri di distanza, perché racconta una tensione universale: quella tra il desiderio di formare giovani liberi e capaci di accogliere l’altro, e la tentazione di usare il potere istituzionale per riportare ogni esperienza educativa dentro confini ritenuti “sicuri”. Come sempre, a fare la differenza non saranno solo le decisioni dei vertici, ma le scelte quotidiane di capi, famiglie e ragazzi, chiamati a decidere se l’inclusione è un optional o un pilastro della loro idea di cittadinanza.


domenica 1 febbraio 2026

“Prima i bambini!”: la vita guardata dal basso

“Prima i bambini!” è il tema scelto dai vescovi italiani per la 48ª Giornata Nazionale per la Vita, celebrata l’1 febbraio 2026. Non è uno slogan tenero per addolcire una ricorrenza, ma un criterio radicale per leggere il nostro tempo: dalla parte dei più piccoli, dei più fragili, di chi non ha voce e spesso non viene nemmeno visto.

Il Messaggio della CEI si apre con le parole del Vangelo di Matteo: “Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli” (Mt 18,10), indicando l’infanzia come misura della civiltà e della fede di un popolo. Come trattiamo i bambini – nati e non nati, sani e malati, vicini e lontani – rivela che idea di umanità stiamo costruendo.

Quando i bambini pagano il prezzo delle scelte degli adulti
I vescovi non si limitano a un richiamo generico, ma elencano le ferite concrete che attraversano oggi l’infanzia. Pensano ai bambini coinvolti nelle guerre, alle vittime delle migrazioni forzate, al lavoro minorile, alla piaga dei bambini-soldato, fino alle manipolazioni bioetiche che “fabbricano” i piccoli in laboratorio piegandoli a desideri e interessi degli adulti.

Nel Messaggio si legge che “le vite dei bambini vengono spesso asservite agli interessi dei grandi”, denunciando una società in cui il potere degli adulti prevale sul diritto dei piccoli a essere accolti, amati e protetti. Persino il diritto fondamentale a nascere viene messo in discussione quando, dopo esami prenatali, un bambino non appare “perfetto” secondo criteri di efficienza e prestazione.

Una conversione dello sguardo
La proposta della Giornata della Vita 2026 è prima di tutto spirituale: cambiare sguardo. Mettere “prima i bambini” significa rovesciare la prospettiva, smettere di chiederci soltanto quanto i piccoli si adattino ai nostri ritmi e iniziare a domandarci quanto noi adulti siamo pronti a rallentare, ad ascoltare, a fare spazio.

Segni di speranza e responsabilità concreta
Nel quadro, certo severo, non mancano segni di speranza. Il Messaggio esprime gratitudine per tutte quelle realtà – centri di aiuto alla vita, famiglie affidatarie, educatori, volontari, operatori pastorali – che ogni giorno custodiscono l’infanzia con amore concreto.

martedì 27 gennaio 2026

I Giusti delle Nazioni: la dignità umana come bussola morale

Ogni 27 gennaio ricordiamo la Shoah e le sue vittime, ma accanto a questa memoria del dolore, è essenziale custodire anche la memoria del coraggio. È la memoria dei Giusti delle Nazioni, uomini e donne che, in tempi di disumanità, scelsero la via dell’umanità. Non erano eroi nel senso tradizionale: erano insegnanti, contadini, medici, suore, cittadini comuni che decisero di salvare e proteggere altri esseri umani, spesso a rischio della propria vita.  

Essi riconobbero, in mezzo alla barbarie, che ogni persona porta in sé una dignità che nessuna legge o ideologia può cancellare. Il loro gesto non fu solo un atto di resistenza morale, ma anche una forma di fede nella possibilità del bene, anche quando tutto intorno sembrava negarlo.

Agire per la dignità, allora e oggi
Oggi, le forme del male sono più sottili ma non meno reali. Non ci sono più delatori in ogni strada, ma esistono indifferenza, razzismo digitale, disinformazione, persecuzioni religiose o politiche, e nuove frontiere di esclusione che colpiscono migranti, minoranze e dissidenti.  
Essere “giusti” oggi può significare tante cose:  
- Denunciare la violenza o l’odio, anche quando farlo significa esporsi.  
- Difendere la verità e la giustizia nei contesti in cui prevale il cinismo.  
- Offrire solidarietà e asilo a chi fugge da guerre e persecuzioni.  
- Sostenere la libertà d’espressione e i diritti umani, anche nel mondo digitale.  

Un’eredità viva
Come ricordava Moshe Bejski, sopravvissuto di Auschwitz e promotore del titolo di Giusto tra le Nazioni, “ciò che distingue il Giusto è agire senza chiedere una ricompensa, solo perché è giusto”.  
Questo spirito vive oggi in figure come le donne iraniane che sfidano il regime per il diritto all’istruzione e alla libertà, nei giornalisti russi o belarusi che continuano a parlare nonostante le minacce, o nei volontari che soccorrono migranti in mare o nei conflitti, mossi dalla convinzione che nessuna frontiera valga più della vita umana.  

La Giornata della Memoria è doverosa per ricordare tutte le vittime del nazi-fascismo e la follia antisemita, ma è sempre occasione per aprire gli occhi sui rischi contemporanei di perdere il senso di umanità e di cadere nell'indifferenza verso l'ingiustizia, la violenza e le discriminazioni che colpisce popolazioni e categorie di persone in ogni parte del mondo.

lunedì 26 gennaio 2026

Il silenzio della croce


Oltre 30 anni fa Natalia Ginzburg, ebrea atea, scrisse per L’Unità un articolo sul crocefisso che merita, oggi, di essere riletto

“Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. 
Tace. 

È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea di uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente. 

La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. 

Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo?

Sono quasi duemila anni che diciamo “prima di Cristo” e “dopo Cristo”. 

O vogliamo smettere di dire così?

Il crocifisso è simbolo del dolore umano. 

La corona di spine, i chiodi evocano le sue sofferenze. La croce che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte. 

Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino.
Il crocifisso fa parte della storia del mondo.

Per i cattolici, Gesù Cristo è il Figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l’immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e del prossimo. 

Chi è ateo cancella l’idea di Dio, ma conserva l’idea del prossimo.

Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per la propria fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c’è immagine. 

È vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti. 

Come mai li rappresenta tutti? 

Perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei, neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà tra gli uomini.

Gesù Cristo ha portato la croce. A tutti noi è accaduto di portare sulle spalle il peso di una grande sventura. 

A questa sventura diamo il nome di croce, anche se non siamo cattolici, perché troppo forte e da troppi secoli è impressa l’idea della croce nel nostro pensiero. 

Alcune parole di Cristo le pensiamo sempre, e possiamo essere laici, atei o quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente.

Ha detto “ama il prossimo come te stesso”. 

Erano parole già scritte nell’Antico Testamento, ma sono diventate il fondamento della rivoluzione cristiana. 

Sono la chiave di tutto

Il crocifisso fa parte della storia del mondo”.

Pubblicato su L’Unità del 22 marzo 1988

domenica 25 gennaio 2026

Musk: “Presto più umanoidi che esseri umani ed entro il 2030 l’IA sarà più intelligente dell’uomo”

L’idea che robot umanoidi e intelligenza artificiale possano sostituire l’uomo nel lavoro affascina e inquieta allo stesso tempo. Elon Musk e papa Leone XIV rappresentano due modi opposti di guardare allo stesso fenomeno.

Musk e la seduzione della sostituzione
Nelle sue recenti dichiarazioni, Musk immagina un futuro prossimo in cui i robot umanoidi saranno più numerosi degli esseri umani e saranno in grado di svolgere “tutti i lavori” oggi affidati alle persone. Il lavoro umano, in questa visione, diventa una funzione sostituibile: ciò che conta è che un compito venga svolto nel modo più efficiente possibile, indipendentemente da chi – o da che cosa – lo svolge. L’obiettivo è un mondo di abbondanza materiale, in cui l’IA e la robotica garantiscono produzione, servizi, cura, logistica, e l’uomo è liberato dalla necessità di lavorare per vivere.

È una prospettiva essenzialmente funzionale: il lavoro è mezzo per ottenere un risultato (un prodotto, un servizio, un comfort). Se una macchina può farlo meglio, più velocemente e a minor costo, allora è “razionale” lasciarglielo fare. L’orizzonte è quello dell’automazione integrale, in cui l’elemento umano è opzionale, eventualmente “romantico”, ma non più necessario.

Papa Leone e l’irriducibilità dei volti e delle voci
All’estremo opposto, l’ultimo intervento di papa Leone XIV sull’intelligenza artificiale insiste sulla dignità dei volti e delle voci come luogo in cui si manifesta l’unicità della persona. L’IA, dice il Papa, è ambivalente: può essere un grande aiuto, ma non può diventare né “amica” né “oracolo” e, soprattutto, non può sostituire la responsabilità, la libertà e la relazione che definiscono l’umano.

Qui il punto non è se una macchina “sappia fare” un compito, ma che cosa accade alla persona quando delega a una tecnologia parti sempre più grandi della propria esperienza: pensare, giudicare, ricordare, comunicare, prendersi cura. Il Papa vede nella sfida dell’IA non un problema tecnico, ma antropologico: che cosa resta dell’uomo se le sue relazioni, la sua memoria, la sua voce, il suo volto vengono simulati, filtrati, governati da sistemi che rispondono a logiche di profitto, di efficienza, di controllo?

Due modi di intendere il lavoro
Qui si apre la dicotomia che proponi: sostituzione del lavoro umano vs originalità di voci e volti.

Nella prospettiva utilitaristica di Musk:
- Il lavoro è principalmente produzione di un bene o erogazione di un servizio.  
- Il valore del lavoro è misurato in termini di risultato e performance.  
- Se la tecnologia garantisce lo stesso risultato (o migliore), il lavoro umano è superfluo.  

Nella prospettiva personalistica che emerge dalle parole del Papa:
- Il lavoro è prima di tutto azione tramite cui l’uomo si mette in relazione con gli altri e con il mondo.  
- Lavorare significa partecipare alla costruzione di una realtà condivisa, contribuire al bene comune, esprimere talenti e responsabilità.  
- Il valore del lavoro non si esaurisce nel prodotto, ma nel processo: nelle relazioni che genera, nel senso che offre alla vita di chi lo svolge, nella cura che imprime alle cose e alle persone.

In questo secondo sguardo, anche quando una macchina “sa fare” un compito tecnico, non può sostituire la dimensione relazionale, simbolica, spirituale che quel compito ha quando è svolto da una persona. Un robot può assistere un anziano, ma non può “farsi prossimo” nel senso pieno. Può insegnare contenuti, ma non educare nel rapporto vivo tra maestro e allievo. Può produrre immagini, testi e musica, ma non prendere su di sé il rischio di una scelta, di una responsabilità, di un sacrificio.

Funzione o vocazione?
La contrapposizione, in fondo, è tra due parole: funzione e vocazione.
- Nel paradigma funzionale, il lavoro è un insieme di task descrivibili, misurabili, ottimizzabili. È il regno dell’automazione: ciò che è descrivibile può, prima o poi, essere delegato a una macchina.  
- Nel paradigma personalistico, il lavoro è risposta a una chiamata: non solo “fare qualcosa”, ma diventare qualcuno attraverso ciò che si fa, entrando in una trama di relazioni, di doni e di responsabilità che nessun algoritmo può sostituire.

L’IA può, e probabilmente potrà sempre più, sostituire l’uomo in molte funzioni. Ma non può sostituirlo nella vocazione: nel modo unico e irripetibile in cui ciascuno abita il mondo, si prende cura degli altri, interpreta il proprio tempo, cerca il senso della propria esistenza.

Forse la via più feconda è tenere insieme le due tensioni:
- usare l’IA e i robot per liberare l’uomo dalle forme di lavoro più disumane, alienanti, usuranti;  
- custodire e rilanciare tutte quelle forme di lavoro in cui si giocano la relazione, la cura, la responsabilità, la creatività, il contatto diretto con la realtà naturale e sociale.

Che cosa non vogliamo delegare, perché sappiamo che, se lo delegassimo, perderemmo qualcosa di essenzialmente nostro?


sabato 24 gennaio 2026

L'esempio del clero in Minnesota

Negli ultimi giorni il Minnesota è diventato un laboratorio doloroso di ciò che significa vivere sotto una politica migratoria improntata alla massima durezza. Da un lato, l’amministrazione del presidente Donald Trump rivendica la necessità di “ripristinare l’ordine” attraverso operazioni massicce dell’ICE, con migliaia di persone deportate tramite l’aeroporto di Minneapolis–St. Paul; dall’altro, una parte significativa del clero locale ha deciso di trasformare il proprio ministero in una forma di resistenza pubblica e visibile.

Venerdì mattina, circa cento leader religiosi di diverse confessioni – cattolici, luterani, battisti, metodisti, rabbini e ministri di tradizioni riformate – si sono seduti e inginocchiati davanti alle partenze del Terminal 1 dell’aeroporto di Minneapolis–St. Paul, bloccando temporaneamente il flusso dei passeggeri. Non è stata una protesta qualunque: molti indossavano stola o talare, recitavano salmi e preghiere, e accostavano il linguaggio biblico dell’esodo e dell’accoglienza dello straniero alle storie concrete di famiglie strappate alla loro casa nel cuore del Midwest.

Le autorità aeroportuali avevano rilasciato un permesso che limitava area e numero dei manifestanti, ma i religiosi hanno scelto deliberatamente di superare tali confini, assumendosi il rischio dell’arresto. Quando la polizia li ha invitati a sgomberare, molti hanno risposto restando in silenzio, con le mani alzate o unite in preghiera, finché circa cento di loro sono stati fermati, accusati di trespassing e mancato rispetto degli ordini di un agente, e poi rilasciati con una citazione per reato minore. L’immagine di sacerdoti e pastori caricati sui mezzi della polizia, dopo aver intonato canti e benedizioni sull’asfalto ghiacciato, ha fatto il giro dei social e delle redazioni internazionali.

Qual é il messaggio dietro a questo gesto?

Anzitutto, la protesta all’aeroporto non è un gesto isolato. È inserita in una più ampia mobilitazione che include uno “sciopero morale”: sindacati, organizzazioni progressiste e comunità di fede hanno chiesto ai cittadini di non andare al lavoro, a scuola, nei negozi, per denunciare il clima di paura creato dalle retate dell’ICE nelle strade del Minnesota. Nei comunicati dei leader religiosi si ritrova un filo rosso: l’accusa a un sistema che trasformerebbe aeroporti, hotel e perfino chiese in snodi di un meccanismo di espulsione di massa, nel quale la persona migrante non è più un volto ma un numero di pratica.

I fatti di queste settimane rendono particolarmente stridente la tensione tra Vangelo e politiche migratorie. Da una parte c’è il caso di Liam Conejo Ramos, un bambino ecuadoriano di cinque anni fermato dall’ICE davanti a casa, in un sobborgo di Minneapolis, e trattenuto con il padre fino a un centro di detenzione familiare in Texas: per molti ministri di culto, l’immagine di un bambino portato via da agenti armati è diventata una sorta di parabola rovesciata di ciò che una società cristiana non dovrebbe mai accettare. Dall’altra, c’è l’imbarazzo, se non lo scandalo, per il fatto che uno dei responsabili locali dell’ICE, il funzionario David Easterwood, figuri anche come pastore in una chiesa di St. Paul, il che ha spinto attivisti e fedeli a interrompere una celebrazione domenicale per denunciare quella che percepiscono come una incompatibilità tra ministero pastorale e ruolo in una macchina repressiva.

Per molti di questi leader religiosi, l’azione diretta non è una fuga dalla teologia, ma il suo sbocco concreto. Nelle loro dichiarazioni emerge il richiamo a testi biblici come Levitico 19 (“amerai lo straniero come te stesso”) o Matteo 25 (“ero straniero e mi avete accolto”), interpretati come mandato a schierarsi non solo con parole, ma mettendo in gioco la propria libertà per impedire deportazioni che giudicano moralmente inaccettabili. L’arresto viene così vissuto come una forma di “obiezione di coscienza evangelica”: se la legge permette pratiche disumanizzanti, è la coscienza plasmata dal Vangelo a imporre il limite, fino a infrangere pacificamente certe norme per ricordare che la dignità della persona viene prima.

Di fronte a questo, la risposta dell’amministrazione Trump e del Dipartimento di Giustizia è speculare: se i religiosi rivendicano la sacralità della persona migrante, il potere federale insiste sulla sacralità dell’ordine pubblico e della “sicurezza nazionale”. L’invio massiccio di agenti ICE in Minnesota viene giustificato come necessità di applicare la legge e di difendere i cittadini americani, mentre il DOJ minaccia procedimenti penali non solo contro chi ferma i voli, ma anche contro gli attivisti che interrompono funzioni religiose per contestare pastori legati all’ICE. È uno scontro di narrazioni: per alcuni, i veri “attacchi ai luoghi di culto” sono le proteste in chiesa; per altri, lo scandalo è avere in pulpito chi guida un apparato accusato di violare i diritti umani.

In questo intreccio complesso, il clero che si fa arrestare a Minneapolis–St. Paul non parla soltanto ai migranti del Minnesota, ma alla coscienza cristiana degli Stati Uniti – e, indirettamente, anche alla nostra. La loro scelta mostra che la fede può diventare un linguaggio pubblico capace di dire “no” a leggi che, pur essendo formalmente valide, risultano incompatibili con l’idea cristiana di persona, di famiglia e di ospitalità. E pone una domanda scomoda a tutte le comunità credenti: di fronte a politiche che colpiscono i più vulnerabili, è sufficiente una dichiarazione di principio, o arriva il momento in cui la sola coerenza possibile passa dal farsi mettere, pacificamente, tra i fermati di un registro di polizia? 

giovedì 22 gennaio 2026

Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani 2026

Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati
(Efesini 4, 4)

Per quest’anno, le preghiere e le riflessioni che verranno utilizzate in occasione della
Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani sono state preparate dai fedeli della Chiesa apostolica armena, in collaborazione con i loro fratelli e le loro sorelle delle Chiese armene cattoliche ed evangeliche. Il materiale è stato preparato, redatto e discusso nella sede storica
spirituale e amministrativa della Chiesa apostolica armena, la Santa Sede di Etchmiadzin in Armenia, nei giorni, forieri di grande ispirazione, della benedizione del Muron (olio santo) e della riconsacrazione della Cattedrale Madre, avvenuta tra il 28 e il 29 settembre 2024 a seguito di un esteso lavoro di ristrutturazione, durato dieci anni. Questa commemorazione ha offerto al
popolo armeno e ai membri del Gruppo ecumenico locale un’opportunità unica per riflettere e celebrare la comune fede cristiana, che rimane sempre vivace e feconda nelle nostre chiese.
Il materiale proposto trae ispirazione da tradizioni secolari di preghiera e invocazioni, da sempre utilizzate dal popolo armeno, insieme a inni nati negli antichi monasteri e chiese dell’Armenia, alcuni dei quali risalgono addirittura al IV secolo. La Settimana di preghiera
per l’unità dei cristiani 2026 invita i fedeli ad attingere a questo patrimonio cristiano condiviso e ad approfondire la comunione in Cristo, che unisce i cristiani di tutto il mondo.
Più che un semplice ideale, l’unità è un mandato divino, centrale per la nostra identità cristiana. Essa rappresenta l’essenza della chiamata della Chiesa, una chiamata a riflettere l’unità armoniosa della nostra vita in Cristo, pur nella nostra diversità. Questa unità divina è
al centro della nostra missione ed è sostenuta dal profondo amore di Gesù Cristo, che ha posto davanti a noi uno scopo comune. Come afferma l’apostolo Paolo nella Lettera agli Efesini,
“Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati” (4, 4). Questo versetto biblico, scelto per quest’anno, racchiude la profondità teologica dell’unità cristiana.

mercoledì 21 gennaio 2026

Rovesciamento di prospettiva

Mark Carney, primo ministro canadese, a Davos ha descritto un mondo in “rottura, non in transizione”, ma ha proposto una via d’uscita fondata su realismo dei valori, rafforzamento interno e alleanze tra “poteri medi” per costruire un ordine più giusto e cooperativo. Nel caos geopolitico ed economico, il suo messaggio è che non ha senso rimpiangere il vecchio ordine: occorre avere il coraggio di riconoscere la frattura e organizzarvisi dentro, trasformandola in occasione di rinnovamento.

La diagnosi: una rottura dell’ordine globale
Carney sostiene che non viviamo una semplice fase di aggiustamento, ma una vera “rottura” dell’ordine globale emerso negli ultimi decenni. Le grandi potenze usano ora l’integrazione economica come arma: dazi come leva, sistemi finanziari come strumento di coercizione, catene del valore trasformate in vulnerabilità.

Questa diagnosi implica che le vecchie certezze non valgono più: né la geografia, né le alleanze garantiscono automaticamente sicurezza e prosperità. L’“accordo” implicito che molti Paesi avevano accettato – beneficiare della globalizzazione chiudendo un occhio sulle sue contraddizioni – “non funziona più”.

Realismo basato sui valori
La risposta che Carney propone è ciò che, citando il presidente finlandese Alexander Stubb, chiama “realismo basato sui valori”. Non si tratta di scegliere tra cinismo e idealismo, ma di calibrare le relazioni esterne in modo che la loro profondità rifletta davvero i valori che si dichiarano, evitando ipocrisie e dipendenze paralizzanti.

Questo approccio chiede onestà sul mondo “così com’è” e rifiuta la nostalgia di un ordine passato: “Nostalgia non è una strategia”. Allo stesso tempo, rifiuta anche il fatalismo: dalla frattura è possibile costruire qualcosa di più grande, più forte e più giusto, se si ha il coraggio di creare istituzioni e accordi che funzionano davvero come vengono descritti.

Rafforzarsi in casa per essere liberi fuori
Un pilastro della sua visione è la costruzione di una base interna resiliente, condizione per una politica estera realmente autonoma. Nel caso canadese questo significa, ad esempio, tagli mirati alle imposte, rimozione delle barriere interne al commercio, accelerazione di enormi investimenti in energia, intelligenza artificiale, minerali critici, infrastrutture e difesa, con l’obiettivo di ridurre le vulnerabilità e aumentare la capacità negoziale.

La diversificazione internazionale non è solo prudenza economica, ma la premessa materiale per una politica estera sincera: i Paesi “si guadagnano il diritto” a posizioni di principio riducendo la propria esposizione alle ritorsioni. In questo senso, rafforzare l’economia domestica e le filiere strategiche diventa un atto di libertà politica, non solo di crescita.

Il ruolo dei poteri medi
Il cuore più originale dell’intervento è la centralità attribuita ai “poteri medi” – Paesi come Canada ed europei che non sono superpotenze ma nemmeno attori marginali. Carney avverte che, se ciascuno di essi si limita a negoziare bilateralmente con l’egemone di turno, lo farà da posizione di debolezza, competendo per essere il più accomodante.

Per uscire da questa logica, i poteri medi devono agire insieme: creare “club di acquirenti” per materie prime e tecnologie strategiche, condividere standard, coordinare investimenti in resilienza piuttosto che alzare solo “mura” nazionali. Gli investimenti collettivi in resilienza, insiste, costano meno che se ogni Paese si costruisse la propria fortezza isolata, e possono ridurre la frammentazione e le tentazioni coercitive delle grandi potenze.

Un motivo di speranza
In un contesto che spesso viene raccontato solo in chiave apocalittica, Carney rovescia il frame: la frattura dell’ordine precedente non è solo perdita, ma anche spazio di possibilità. Il vecchio ordine non tornerà e non merita di essere idealizzato; ma proprio perché non si può più tornare indietro, diventa urgente e possibile costruire un sistema più coerente con i valori che molti dicono di condividere.

La speranza che il suo discorso offre non è una rassicurazione emotiva, ma una chiamata alla responsabilità: riconoscere il mondo com’è, rafforzare le società dall’interno, tessere alleanze tra poteri medi e investire nella resilienza condivisa. In questa prospettiva, l’incertezza non è solo minaccia, ma occasione perché nuovi protagonisti – non solo le grandi potenze – contribuiscano a dare forma a un ordine più giusto e meno ricattabile.

martedì 20 gennaio 2026

Monaci in marcia per la pace negli Stati Uniti

La Walk for Peace è un pellegrinaggio a piedi di oltre 3.700 km che sta attraversando gli Stati Uniti dal Texas a Washington D.C., guidato da un gruppo di monaci buddhisti vietnamiti per diffondere un messaggio di pace, compassione e unità in un Paese profondamente polarizzato.

Un pellegrinaggio nel cuore degli USA
Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, diciannove monaci buddhisti del tempio Huong Dao di Fort Worth (Texas) hanno scelto di affidare il loro messaggio non a slogan o manifesti, ma alla forza silenziosa dei passi. È nata così la Walk for Peace, una marcia di circa 2.300 miglia (oltre 3.700 km) e 120 giorni, dal sud degli Stati Uniti fino al Campidoglio di Washington D.C., con l’obiettivo di “risvegliare” la pace e la gentilezza che, secondo i monaci, abitano già nel cuore di ciascuno.

Chi sono i monaci e da dove partono
I protagonisti della Walk for Peace sono monaci di tradizione buddhista vietnamita, legati al Huong Dao Vipassana Bhavana Center di Fort Worth, un centro che unisce pratica meditativa, vita comunitaria e impegno sociale. Il gruppo, guidato dal venerabile Bhikkhu Pannakara e sostenuto anche dall’Associazione Buddhista Nepalese del Texas, ha deciso di trasformare l’intero Paese nel proprio “tempio itinerante”, portando la pratica della presenza mentale fuori dalle mura del monastero.

Con loro cammina anche Aloka, un cane randagio che si è unito spontaneamente al gruppo lungo il percorso ed è diventato un simbolo di fedeltà e resilienza; dopo un infortunio e un intervento chirurgico, il cane è stato curato e atteso con affetto per poter rientrare nel cammino.

Dal Texas a Washington D.C.
La Walk for Peace è partita il 26 ottobre 2025 da Fort Worth, in Texas, con l’idea di attraversare dieci Stati in poco meno di quattro mesi. Il tragitto si snoda verso sud-est, passando per Louisiana, Mississippi, Alabama e Georgia, per poi risalire attraverso le Caroline e la Virginia fino al cuore politico del Paese, Washington D.C., dove l’arrivo è previsto intorno al 12–13 febbraio 2026.

I monaci procedono con un ritmo di cammino meditativo, spesso scalzi o con sandali semplici, facendo tappa in cittadine, capitali statali e luoghi simbolici, e incontrando comunità locali che li accolgono per un pasto, una meditazione condivisa o un momento di dialogo sulla pace.

Cammino per la pace, la guarigione e Vesak
Nelle loro dichiarazioni, i monaci insistono su un punto: non stanno marciando “contro” qualcuno, ma “per” qualcosa. Il cammino è descritto come un atto di guarigione interiore e collettiva, una risposta alla violenza, alle divisioni sociali e al clima di polarizzazione che attraversa gli Stati Uniti; la lentezza dei passi diventa un invito a rallentare, ascoltare, ricucire.

Un obiettivo concreto della Walk for Peace è anche quello di chiedere al Congresso degli Stati Uniti il riconoscimento del Vesak (la festa che ricorda nascita, illuminazione e morte del Buddha) come festività federale, segno di rispetto verso la tradizione buddhista e verso tutte le spiritualità che mettono al centro la non violenza. Come afferma Bhikkhu Pannakara, i monaci dicono di camminare “non per protestare, ma per risvegliare la pace che già vive dentro ciascuno di noi”, sottolineando che l’unità e la gentilezza iniziano interiormente e possono irradiarsi verso famiglie, comunità e società.[4][5]

L’America che incontra i monaci
La Walk for Peace sta rivelando anche un volto degli Stati Uniti che raramente finisce in prima pagina: lungo il percorso, comunità cristiane, buddhiste, laiche e persone senza particolare appartenenza religiosa si sono messe a camminare accanto ai monaci, anche solo per qualche chilometro. In molti casi i cittadini offrono pasti, ospitalità, donazioni in beni essenziali, ma soprattutto tempo e ascolto, trasformando la strada in uno spazio di incontro e dialogo interreligioso inatteso.

Queste scene hanno colpito diversi media internazionali, che descrivono la Walk for Peace come “una delle imprese più poetiche per la pace di questo secolo”, capace di mostrare “un’America che non immaginiamo”, fatta di piccoli gesti di gentilezza quotidiana. Al di là delle cifre (2.300 miglia, dieci Stati, centoventi giorni), la vera misura di questo pellegrinaggio sembra essere nella qualità dei legami che lascia dietro di sé: una scia di passi lenti, canti di meditazione e incontri che ricordano quanto la pace sia un cammino concreto, da percorrere – letteralmente – insieme.

mercoledì 14 gennaio 2026

Porte Aperte: 1 cristiano su 7 perseguitato, 4800 uccisi in un anno

Salgono da 380 a oltre 388 milioni nel mondo i cristiani che sperimentano un livello alto di persecuzione e discriminazione a causa della propria fede. In pratica 1 cristiano su 7 vive in questa condizione.
 Tra i cristiani che soffrono la persecuzione, 201 milioni sono donne o bambine, mentre 110 milioni sono bambini e ragazzi sotto i 15 anni. Tra i circa 100 paesi monitorati "si conferma l'impressionante accelerazione degli ultimi 15 anni e salgono da 13 a 15 paesi con un livello estremo" di persecuzione anti-cristiana, sottolinea Porte Aperte. La Corea del Nord da 24 anni è stabile al 1° posto. I Paesi con un punteggio massimo nella violenza sono tutti africani (Nigeria, Sudan e Mali); secondo Porte Aperte "in Africa Subsahariana, violenza in aumento e governance fragili lasciano i cristiani esposti".
    E' forte la pressione e, a parte i casi di vera e propria violenza, i cristiani sono spesso costretti a vivere nell'isolamento o nella clandestinità: "Cresce il fenomeno della Chiesa nascosta o underground, già presente in nazioni come Corea del Nord, Somalia, Yemen, Libia, Eritrea, Afghanistan, e ora tocca nazioni del Nord Africa come l'Algeria, oltre ad altre meno prevedibili come Maldive e Iran", si legge nel rapporto.
    Tornano ad aumentare le uccisioni di cristiani da 4.476 a 4.849: la Nigeria rimane epicentro di massacri con 3.490 vittime; sono in costante aumento le vittime di abusi, stupri e matrimoni forzati (da 3.944 a 5.202): "la punta di un iceberg difficile da misurare", commenta Porte Aperte.
    L'unico dato in miglioramento risulta essere quello degli attacchi alle chiese che diminuiscono: in un anno da 7.679 a 3.632.
    "In 33 anni di ricerca, registriamo un costante aumento della persecuzione anticristiana in termini assoluti. Il 2025 - dichiara il direttore di Porte Aperte, Cristian Nani - è di nuovo anno record dell'intolleranza: 1 cristiano su 7 patisce discriminazione o persecuzione a causa della sua fede: è cruciale tornare a parlare di libertà religiosa nel dibattito pubblico". "Porte Aperte chiede al governo di promuovere: la libertà religiosa come priorità diplomatica, integrandola nei negoziati commerciali; l'alfabetizzazione religiosa dei propri funzionari a vari livelli; la collaborazione con attori religiosi locali, soprattutto in aree sensibili come il Sahel, per garantire equità nella distribuzione degli aiuti, prevenendo discriminazioni". (ANSA).

martedì 13 gennaio 2026

Le “carceri vuote” dell’Olanda: i dati di un caso controcorrente

Negli ultimi vent’anni i Paesi Bassi sono diventati l’esempio più citato quando si parla di “carceri vuote” e calo dei detenuti. Non si tratta di una leggenda metropolitana: la popolazione carceraria olandese è effettivamente crollata e lo Stato ha chiuso o riconvertito numerosi istituti di pena. Ma dietro questa immagine da titolo virale c’è una trasformazione profonda del sistema penale, che riguarda il modo di punire, di controllare e di reinserire chi commette reati.

Il crollo dei detenuti: meno reati e meno pene detentive
Tra il 2005 e il 2016 il tasso di detenzione nei Paesi Bassi è sceso da 94 a circa 51 detenuti ogni 100.000 abitanti, uno dei cali più rapidi al mondo per un paese occidentale. Nello stesso periodo, il numero di persone effettivamente condannate al carcere è passato da circa 8.300 nel 2005 a poco più di 4.500 dieci anni dopo, quasi la metà.

Questa riduzione non riguarda solo un tipo di reato, ma attraversa varie categorie:  
- circa −44% di pene detentive per reati contro il patrimonio  
- circa −39% per reati violenti e sessuali  
- circa −49% per reati di droga  
- meno persone in carcere per mancato pagamento di ammende.

Parallelamente, diminuiscono anche i detenuti in custodia cautelare: da oltre 21.000 ingressi in regime di remand nel 2005 a circa 13.000 nel 2016 (−37%), segno di un ricorso più selettivo alla detenzione preventiva.

Dalle sbarre alle alternative: nuove forme di pena e controllo
Una delle chiavi del “modello olandese” è lo spostamento parziale del baricentro dal carcere alle misure alternative, soprattutto per i reati meno gravi o per categorie mirate di autori di reato. Tra gli strumenti più utilizzati si possono citare:
- Sospensione condizionale della pena con prescrizioni (lavoro, terapia, formazione, divieti di frequentare certi luoghi o persone).
- Lavori di pubblica utilità e altre sanzioni sostitutive per reati minori, in particolare nell’area dei reati contro il patrimonio e di alcune violazioni legate alla droga.
- Maggior ricorso a multe e sanzioni amministrative, che spostano una parte del contenzioso minore fuori dall’orizzonte carcerario. 
Queste misure nascono dall’idea che la detenzione breve, soprattutto per reati non gravi, abbia un limitato effetto di prevenzione speciale e rischi di spezzare legami familiari e lavorativi che, al contrario, sono protettivi rispetto alla recidiva.

Investire nel reinserimento: elettronica, comunità e recidiva
Il calo dei detenuti nei Paesi Bassi non è solo il risultato di “meno carcere”, ma anche di un investimento più ampio sulla gestione del rischio e sulla reintegrazione sociale dei condannati. In questo quadro rientrano:
- Programmi di reinserimento strutturati, che integrano formazione professionale, accompagnamento al lavoro, sostegno abitativo e interventi sul debito, per evitare che la persona esca di prigione più vulnerabile di quando è entrata.
- Maggior uso di controlli elettronici (braccialetti, monitoraggio digitale) in combinazione con libertà vigilata o rilascio anticipato, in modo da mantenere la persona nella comunità ma sotto un controllo graduato.
- Collaborazione con i servizi di salute mentale e di assistenza sociale, soprattutto nei casi in cui il comportamento deviante è legato a dipendenze o disturbi psichici.

La letteratura sul caso olandese evidenzia come questo approccio più mirato, associato a un calo generale dei reati registrati (meno furti, meno violenze, meno vandalismo), sia correlato a una riduzione delle nuove condanne e, dunque, dei casi di recidiva che tornano in carcere. Non si tratta di un azzeramento del fenomeno, ma di una tendenza strutturale verso un minor “giro porta” tra carcere e società.

Carceri che si svuotano: chiusure, riconversioni e nuove funzioni
Con meno detenuti, molte strutture si sono ritrovate parzialmente vuote. Mantenere aperhe carceri semivuote è economicamente pesante, perciò a partire dal 2009 il governo olandese ha avviato una serie di chiusure e accorpamenti. In totale, dal 2009 in poi sono state chiuse o programmate alla chiusura una ventina di prigioni, mentre altre hanno ridotto drasticamente la capacità.

Questi edifici non sono però rimasti semplici “cattedrali nel deserto”. In diversi casi, le ex carceri sono state:  
- convertite in centri di accoglienza per richiedenti asilo o rifugiati  
- trasformate in hotel, spazi culturali, uffici o campus creativi  
- riutilizzate temporaneamente per progetti sociali, start‑up o iniziative comunitarie.

Questa riconversione cerca di ridare senso urbano e sociale a complessi spesso situati in posizioni strategiche, ma implica anche una delicata gestione dei lavoratori penitenziari, che si trovano a dover cambiare ruolo, sede o settore.

Celle “in affitto”: gli accordi con Belgio e Norvegia
Per evitare un taglio lineare dei posti di lavoro e utilizzare la capacità in eccesso, i Paesi Bassi hanno intrapreso una strada inusuale: affittare carceri e celle ad altri Stati europei.

Due esperienze sono diventate emblematiche:  
- L’accordo “Nova Belgica” con il Belgio ha permesso a quest’ultimo di usare il carcere olandese di Tilburg, con 500–680 posti, dal 2010 al 2016, per alleggerire un sistema nazionale cronicamente sovraffollato; il personale penitenziario restava olandese, pagato attraverso un canone annuo versato da Bruxelles.
- L’accordo con la Norvegia per la prigione di Norgerhaven, attivo a metà degli anni 2010, ha ospitato fino a circa 240 detenuti norvegesi in esecuzione di pene inflitte dai tribunali di Oslo; anche qui l’obiettivo era ridurre le “liste d’attesa” norvegesi e, contemporaneamente, mantenere attività e occupazione nel carcere olandese.

Questi accordi prevedevano regole precise: i detenuti restavano sotto la giurisdizione del paese d’origine, l’amministrazione olandese gestiva struttura e personale, e i prigionieri venivano riportati nel proprio Stato prima della scarcerazione per evitare problemi di asilo o residenza. Il risultato è stato duplice:  
- i paesi “ospiti” hanno comprato tempo rispetto al problema del sovraffollamento  
- l’Olanda ha potuto rallentare la chiusura di alcune strutture e salvaguardare parte dei posti di lavoro, pur in un contesto di lungo periodo segnato da meno detenuti domestici.

L'insegnamento è chiaro: quando si investe su pene alternative mirate, su controllo intelligente (anche elettronico) e su un serio lavoro di reinserimento, il carcere smette di essere il centro gravitazionale della giustizia penale. I Paesi Bassi non sono un paradiso senza criminalità, ma mostrano come un mix di politiche penali, sociali e urbanistiche possa portare, nel giro di pochi anni, a meno detenuti, meno recidiva e a un nuovo ruolo delle carceri all’interno della società.

lunedì 12 gennaio 2026

Iran, un grido represso

Le proteste popolari in Iran negli ultimi anni nascono da un intreccio di aspirazioni democratiche, rifiuto dell’apartheid di genere, rabbia per la crisi economica e rigetto dell’autoritarismo teocratico; la risposta del regime è stata una repressione sistematica, con centinaia di morti accertati, migliaia di arresti e un uso massiccio della pena di morte contro manifestanti e dissidenti. Oggi il Paese è in una fase di scontro aperto ma non risolto: la popolazione mostra una capacità di mobilitazione senza precedenti, mentre l’apparato di sicurezza rimane coeso e brutalmente efficace, creando un futuro a breve termine altamente incerto, tra il rischio di ulteriore violenza e la possibilità di un logoramento progressivo del regime.

Radici storiche del dissenso
Dalla rivoluzione del 1979 in poi, quasi ogni decennio ha conosciuto ondate di protesta: contro la repressione politica, la corruzione e le crescenti disuguaglianze, fino al Movimento Verde del 2009, esploso contro i brogli elettorali e represso con arresti di massa e uccisioni di manifestanti. Negli anni successivi si sono susseguiti cicli di mobilitazione – 2017‑2019 contro il caro vita e l’austerità, 2019 per l’aumento del carburante, 2022‑2023 dopo la morte di Mahsa Amini – che hanno trasformato rivendicazioni specifiche in una contestazione globale della Repubblica Islamica.

Aspirazioni della popolazione
Le richieste più ricorrenti sono: la fine del velo obbligatorio e dell’apartheid di genere, libertà civili e politiche, giustizia sociale, lotta alla corruzione e normalizzazione dei rapporti col mondo per uscire dall’isolamento economico. Slogan come “Donna, vita, libertà” e “Morte al dittatore” esprimono il desiderio di un sistema post-teocratico in cui la sovranità popolare prevalga sull’autorità religiosa e militare.

Struttura e metodi della repressione
La repressione combina uso illegale della forza nelle piazze (armi da fuoco, pallini metallici, gas lacrimogeni, pestaggi), arresti di massa, torture e processi sommari, spesso culminati in condanne a morte eseguite rapidamente contro giovani manifestanti. Organismi come Amnesty International e HRW denunciano centinaia di morti in varie ondate (oltre 500 solo in una recente fase di proteste) e più di diecimila arresti, con blackout di internet e minacce alle famiglie per intimidire il dissenso.

Voci illustri: esilio, carcere, condanna
Tra le figure note espatriate spiccano artisti e intellettuali come l’attrice Golshifteh Farahani, che dall’estero denuncia la violenza del regime e sostiene i movimenti “Donna, vita, libertà”, diventando un simbolo della diaspora culturale iraniana. All’interno del Paese, numerosi attivisti, avvocati e difensori dei diritti umani sono stati arrestati o condannati, mentre il ricorso alla pena di morte contro giovani manifestanti ha prodotto casi emblematici che hanno suscitato campagne internazionali, ma raramente hanno fermato il braccio repressivo dello Stato.

Timori e prospettive attuali
I timori principali sono: un’ulteriore radicalizzazione repressiva (con più omicidi di Stato e arresti), un collasso economico che colpisca soprattutto i ceti popolari e una possibile “sirianizzazione”, cioè uno scenario di violenza prolungata senza transizione ordinata. Allo stesso tempo, analisi recenti sottolineano come la continuità e l’ampiezza delle proteste – geograficamente diffuse, guidate da giovani e da donne, con sostegno crescente nelle classi lavoratrici – stiano logorando la legittimità del sistema, aprendo nel medio periodo possibilità di cambiamento, ma con tempi, forme e costi umani ancora imprevedibili.

sabato 10 gennaio 2026

Non lasciate fuori i dubbi, portate in classe le vostre ribellioni

La Cei rilancia il valore culturale dell’ora di religione come argine alla logica della pura funzionalità; ai ragazzi l’invito a portare in aula dubbi e ribellioni per trasformare la lezione in un vero laboratorio di umanità.

Otto studenti su dieci confermano la scelta. Nonostante i cambiamenti sociali, l’Insegnamento della religione cattolica (Irc) mantiene una presa solida nelle aule italiane. A ricordarlo è la Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana che, in un messaggio rivolto alle scuole, mette in fila i numeri: “Da molti anni, oltre l’80% degli studenti decide di frequentare questa disciplina”.

Un dato che i Vescovi leggono non come semplice abitudine, ma come la conferma di un bisogno educativo. Come riporta l’ANSA, la Cei definisce l’ora di religione “uno spazio di libertà, di dialogo, di responsabilità”. È qui, tra i banchi, che la scuola “incontra e sostiene il percorso di crescita personale e culturale di ciascuno“.

Oltre la performance
Il testo diffuso dai Vescovi entra nel merito di cosa significhi oggi fare religione a scuola, provando a smarcarsi dai pregiudizi. L’Irc viene descritto come “un laboratorio di cultura e di umanità”. A cosa serve? Due gli obiettivi indicati: imparare a “decifrare il codice culturale che ha plasmato la nostra storia” e, contemporaneamente, “sviluppare uno sguardo critico e costruttivo“.

La nota tocca un nervo scoperto del sistema scolastico attuale, ovvero l’ansia da prestazione. In un tempo in cui “spesso si riduce la persona a pura funzionalità e consumo”, scrivono i presuli, questa materia offre l’opportunità di “riscoprire l’integralità dell’essere umano“.

L’appello: “Siate ribelli”
L’aspetto più incisivo del messaggio riguarda però il metodo. Non si chiede agli studenti di essere vasi vuoti da riempire, ma interlocutori scomodi. L’invito è esplicito: portate in quello spazio “la vostra curiosità, i vostri dubbi, persino le vostre ribellioni”. Secondo la Cei, l’ora di religione deve essere il luogo dove queste istanze “non sono respinte, ma accolte come semi che un giorno porteranno frutto“.