domenica 29 marzo 2026

Gerusalemme, il blocco a Pizzaballa e il rischio di un nuovo salto di tensione

L’episodio avvenuto a Gerusalemme, con il blocco imposto dalla polizia israeliana al cardinale Pierbattista Pizzaballa e a padre Francesco Ielpo, va oltre il singolo fatto di cronaca. Tocca infatti un punto molto delicato: la libertà di culto in uno dei luoghi più simbolici del cristianesimo e, più in generale, il rispetto di regole condivise che da secoli cercano di preservare un fragile equilibrio.

Secondo quanto ricostruito, i due religiosi stavano andando in forma privata al Santo Sepolcro per la Messa della Domenica delle Palme, ma sono stati fermati e costretti a tornare indietro. Il Patriarcato latino ha parlato di “grave precedente” e di misura sproporzionata, ricordando che, dall’inizio della guerra a Gaza, le celebrazioni pubbliche sono state già ridotte o annullate per ragioni di sicurezza.

Perché l’episodio preoccupa

Il primo rischio è l’escalation simbolica. Quando una restrizione colpisce figure religiose di primo piano, il messaggio percepito non è solo amministrativo o di ordine pubblico: diventa politico, identitario e religioso. In una città come Gerusalemme, ogni gesto può amplificare tensioni già altissime e alimentare ulteriori sospetti tra comunità diverse.

Il secondo rischio riguarda la libertà personale e religiosa. Se il diritto di accedere a un luogo sacro viene limitato senza una motivazione chiara e proporzionata, si crea un precedente inquietante. Oggi riguarda un rito cristiano; domani potrebbe toccare altri momenti di preghiera, altre confessioni, altre categorie di persone. 

C’è poi un terzo elemento, spesso sottovalutato: la normalizzazione dell’eccezione. In contesti di conflitto, misure straordinarie tendono facilmente a diventare ordinarie. Ma quando l’eccezione si stabilizza, la vita civile si impoverisce, i diritti si restringono e il dialogo si indebolisce. 

Un precedente pesante
Il punto più grave non è solo l’episodio in sé, ma il suo valore di precedente. Il Patriarcato latino ha parlato apertamente di violazione della libertà di culto e di allontanamento dai principi di ragionevolezza, libertà religiosa e rispetto dello status quo. In una città dove lo status quo dei Luoghi Santi è sempre stato un equilibrio delicatissimo, ogni forzatura rischia di accendere nuove fratture. 

Anche le reazioni politiche mostrano quanto la vicenda sia sensibile. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato di offesa alla libertà religiosa, mentre il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha definito l’episodio inaccettabile e ha convocato l’ambasciatore israeliano per chiarimenti. Questo segnala che la questione non viene letta come un semplice incidente locale, ma come un fatto capace di incidere sui rapporti diplomatici e sulla percezione internazionale di Gerusalemme.

Il nodo della sicurezza
Naturalmente, nessun contesto di guerra può essere valutato ignorando le esigenze di sicurezza. Ma la sicurezza non può trasformarsi in un criterio assoluto, altrimenti finisce per giustificare qualunque compressione di diritti fondamentali. La vera sfida è conciliare la protezione dell’ordine pubblico con il rispetto della dignità delle persone, specie quando si tratta di gesti religiosi non violenti e pienamente privati.

Quando questo equilibrio si rompe, il danno non è solo per i fedeli coinvolti. Si indebolisce la fiducia nelle istituzioni, si alimentano narrazioni di persecuzione e si offre nuovo carburante ai settori più radicali, che vivono del conflitto e ne traggono legittimazione. 

Una lezione più ampia
La vicenda di Gerusalemme ricorda che la libertà religiosa non è un tema secondario, ma un indicatore della salute democratica di una società. Dove si limita il culto, spesso si limita anche la possibilità di convivere. Dove cresce la paura, si restringe lo spazio del dialogo. Dove prevale l’arbitrio, la pace diventa più lontana. 

Per questo l’episodio non dovrebbe essere letto solo come una polemica passeggera, ma come un segnale d’allarme. In tempi di guerra e polarizzazione, proteggere i diritti più elementari non è un gesto accessorio: è una delle poche strade per evitare che la spirale degli scontri travolga anche gli spazi residui di convivenza. 

sabato 28 marzo 2026

Apertura del Festival Biblico 2026 all'insegna della fragilità

“La fragile forza dell’amore”: con queste parole Sammy Basso ha inaugurato il Festival Biblico 2026, dando ufficialmente il via a un percorso di incontri, dialoghi e riflessioni che accompagneranno le diocesi del Veneto per tutto il mese di maggio.  

La serata di apertura, ospitata sabato 28 marzo al Teatro Comunale di Vicenza, è stata un momento denso di emozione e significato. Davanti a un pubblico attento e partecipe, Sammy — affetto da progeria, ma da anni testimone luminoso di speranza e resilienza — ha condiviso la sua personale lettura del tema scelto per questa edizione: “Fragili”, un invito a scoprire nella vulnerabilità umana non un limite, ma una possibilità di incontro autentico con Dio e con gli altri.  

Attraverso il suo racconto, ricco di ironia e profondità, Basso ha mostrato come la fragilità possa diventare **energia che unisce, apre e salva**, proprio come nel messaggio evangelico. Le sue parole hanno risuonato come una chiamata a superare la paura del limite, ricordando che ogni storia umana, anche la più segnata, custodisce una forza capace di generare bene.  

Il Festival Biblico, giunto alla sua ventunesima edizione, conferma così il suo ruolo di spazio privilegiato di dialogo tra fede, cultura e società. Nelle prossime settimane, il programma proporrà **oltre cento eventi in diverse città del Veneto e del Friuli Venezia Giulia**, tra conferenze, spettacoli, laboratori, percorsi spirituali e momenti musicali, tutti legati da un filo conduttore: leggere la Parola di Dio dentro le fragilità del nostro tempo.  

L’apertura con Sammy Basso è stata un segno chiaro: la fragilità non è la fine di qualcosa, ma il punto di partenza per una forza nuova, quella che nasce dal coraggio di vivere e amare comunque.

venerdì 27 marzo 2026

Lettera della professoressa colpita da un alunno

A tutti voi, adorati alunni, colleghi, genitori, soccorritori, personale sanitario, autorità, forze dell’ordine, familiari, giornalisti, e persone che mi avete circondato da subito di affetto e solidarietà. Sto dettando queste poche righe con la voce ancora flebile, al mio legale, ma con il cuore colmo di gratitudine.  

Non avrei mai pensato che un giorno avrei dovuto raccontare un dolore così grande, né che avrei attraversato una prova così profonda. Eppure eccomi qui, ancora viva. E questo lo devo a molti di voi. In un attimo, un gesto improvviso e incomprensibile ha spezzato la quotidianità della scuola, trasformando una mattina come tante in un incubo. Quelle coltellate sul mio collo e sul mio torace avrebbero potuto fermare il mio cammino per sempre. So che addirittura la scena è stata ripresa via cellulare, è stata drammatica quanto irreale. Io stessa fatico a ricordarla senza tremare.
Ma subito, attorno a me, si è mosso un mondo di coraggio e di umanità.

Ai colleghi che sono intervenuti senza alcuna esitazione, rischiando personalmente per mettermi in salvo: il vostro sangue freddo e la vostra forza hanno creato una barriera tra me e la morte. Agli studenti che hanno gridato aiuto, che hanno pianto, che si sono spaventati e hanno visto qualcosa che nessuno dovrebbe vedere a tredici anni: sappiate che non porto rabbia né paura nel cuore, ma solo desiderio di rivedervi crescere sereni e protetti.

Al personale dell’elisoccorso, che ha bloccato un’emorragia devastante, che ha lottato contro il tempo, che mi ha restituito un battito stabile con un a lunga trasfusione, mentre la linfa della vita usciva dalle mie ferite: non dimenticherò mai le vostre mani ferme e la vostra calma. Ai medici, agli infermieri, agli operatori sanitari che mi hanno accolto, curato e operato con una delicatezza che va oltre il dovere: siete stati famiglia. Alle forze dell’ordine e alle autorità, presenti subito, attente, rispettose, che hanno messo ordine nel caos e garantito sicurezza a tutti. A mio fratello Giampaolo, che ha tremato, pregato, vegliato accanto a me senza mai perdere la speranza. All’avvocato Angelo Lino Murtas, che mi sta accompagnando con sensibilità e competenza in un percorso che non avrei mai immaginato di dover affrontare.

Ai genitori, che mi scrivono, che mi abbracciano anche se solo da lontano, che hanno raccontato ai propri figli il valore dell’empatia e della vita.

A chiunque mi sta mandando messaggi, preghiere, pensieri, anche senza conoscermi: li ho sentiti arrivare tutti, uno per uno, come fili che mi hanno ricucito l’anima. Oggi sono ancora debole, la voce è un soffio, il corpo ha ferite profonde ancora fresche. Ma il mio spirito è vivo. E questa vita è un dono che non sprecherò.

So che quanto accaduto ha sconvolto molti di voi. Ha generato paure, domande, forse persino scoramento. Per questo vi dico: non lasciamoci vincere dal buio. Ai miei amati alunni, non fermatevi, non arrendetevi, studiate e preparatevi per il vostro futuro senza nessuna paura, ma solo e unicamente con coraggio. 

Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte: verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica, come magari quello che mi ha colpito che forse nel profondo non saprà neanche perché. Come non lo sapranno i suoi genitori.
Se il Signore vorrà concedermelo, io tornerò. Tornerò in classe, tra i banchi, dove ho sempre sentito di appartenere. Tornerò a insegnare, a credere nei giovani, ad accompagnarli nei loro passi difficili. Perché nonostante tutto, insegnare resta il mio sogno, la mia vocazione, la mia gioia più grande.

A tutti voi, dal profondo del cuore: grazie.
Grazie per avermi salvata, sorretta, pensata, custodita.

Grazie per darmi la forza di guardare avanti, non indietro, e soprattutto il sogno di potercela fare ancora.
Con commossa gratitudine.

Prof. Chiara Mocchi

giovedì 26 marzo 2026

Si insedia la nuova arcivescova di Canterbury

Sarah Mullally è stata insediata come prima donna arcivescovo di Canterbury, un passaggio storico per la Comunione anglicana e un segno ecumenico di grande rilievo.

Un evento storico
Per la prima volta in 1.400 anni di storia, la sede di Canterbury è affidata a una donna: Sarah Mullally è il 106° arcivescovo di Canterbury e la prima a rompere una tradizione secolare che, dai tempi di sant’Agostino inviato da Roma nel 597, aveva visto solo uomini in questo ruolo. Il suo insediamento, avvenuto il 25 marzo 2026 nella cattedrale di Canterbury, segna un cambio di passo simbolico e sostanziale nella leadership della Chiesa d’Inghilterra e dell’intera Comunione anglicana. Non è solo una novità interna: l’evento parla alle Chiese cristiane di tutto il mondo, che osservano come le comunità anglicane interpretano oggi il tema del ministero e della corresponsabilità tra uomini e donne.

Il profilo di Sarah Mullally
Prima di diventare pastora, Sarah Mullally è stata infermiera e poi capoinfermiera a livello nazionale nel servizio sanitario britannico, un percorso che segna profondamente il suo stile pastorale, attento alle fragilità e alla cura. Nelle sue prime parole a Canterbury ha parlato di un mondo attraversato da “profonda incertezza globale”, indicando proprio negli atti di gentilezza, di amore e di vicinanza concreta la via cristiana alla guarigione personale e sociale. La sua nomina arriva dopo le dimissioni di Justin Welby e in un contesto di tensioni interne alla Comunione anglicana sui temi delle donne nel ministero e delle persone LGBTQ+, che rendono il suo compito ancora più esigente.

Dimensione ecumenica
La scelta di una donna alla guida di Canterbury si colloca dentro un cammino ecumenico ormai sessantennale tra cattolici e anglicani, fatto di dialoghi teologici e, soprattutto, di rapporti personali tra i pastori delle due Chiese.
Nella lettera di augurio inviata alla vescova Mullally, il responsabile vaticano per l’unità dei cristiani ha sottolineato come il nuovo ministero sia chiamato a essere un servizio di comunione e di unità, pur riconoscendo che la stessa ordinazione delle donne resta uno dei punti sensibili nel confronto teologico tra Roma e Canterbury. Proprio per questo l’insediamento della nuova arcivescova rappresenta, agli occhi delle altre Chiese, un banco di prova: riuscire a tenere insieme fedeltà alla propria tradizione, apertura alle donne e volontà sincera di camminare verso l’unità visibile.

Le parole del Papa Leone
Papa Leone ha voluto inviare un messaggio di saluto e di incoraggiamento alla nuova arcivescova e all’intera Comunione anglicana. Il Pontefice ha espresso gratitudine per il cammino comune compiuto da cattolici e anglicani, invitando a leggere l’insediamento di Sarah Mullally non come una minaccia ma come un’occasione per rinnovare la reciproca stima, intensificare la preghiera e cercare insieme vie concrete di testimonianza condivisa del Vangelo nel continente europeo secolarizzato. Nelle sue parole è emersa una duplice sottolineatura: da un lato il rispetto per le scelte interne della Chiesa d’Inghilterra, dall’altro il richiamo a non perdere di vista la meta dell’unità, che domanda pazienza, ascolto reciproco e una carità capace di andare oltre le differenze su ministero e disciplina.

Uno sguardo per la vita della Chiesa
L’insediamento della prima arcivescovo donna a Canterbury interpella tutte le Chiese sul ruolo delle donne, sul modo di esercitare l’autorità e sul linguaggio con cui si annuncia il Vangelo in un tempo segnato da crisi, guerre e sfiducia. La storia personale di Sarah Mullally, fatta di cura dei malati e di responsabilità pubblica, offre un’immagine di guida ecclesiale meno centrata sul potere e più sulla prossimità, che può parlare tanto ai fedeli anglicani quanto ai cattolici. In questa prospettiva, le parole di papa Leone rilanciano il desiderio di un ecumenismo concreto: non solo documenti e dichiarazioni, ma gesti e volti che, come in questa giornata a Canterbury, ricordano al mondo che i cristiani, pur divisi, sono chiamati a raccontare insieme la buona notizia del Vangelo.

sabato 21 marzo 2026

"Dio lo vuole": il volto oscuro della fede strumentalizzata

 
La storia sembra ripetersi. Ogni volta che un conflitto divampa, risuonano — in lingue diverse e con retoriche differenti — parole antiche come «Dio lo vuole». Una formula che, dal Medioevo delle crociate alle guerre del nostro tempo, tende a trasformare la fede in un’arma di legittimazione politica. Ma cosa accade quando il nome di Dio viene piegato a interessi terreni, economici o strategici?

Oggi, nel discorso pubblico globale, la religione continua a essere evocata come strumento di mobilitazione. Da un lato, il richiamo del segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth a una “guerra giusta” voluta da Dio; dall’altro, l’invettiva del presidente turco Erdoğan, che invoca la maledizione divina contro Israele. Diversi contesti, ma stesso meccanismo: usare il linguaggio della fede per celare decisioni di natura geopolitica e per consolidare consenso interno, spesso in momenti di crisi o isolamento diplomatico.

Eppure, tanto la teologia cristiana quanto l’Islam, nelle loro tradizioni più autentiche, rifiutano questa manipolazione. Dio non può essere il garante delle ambizioni di potere né il vessillo per giustificare la violenza. Come ricordava Leone XIII e, oggi, Papa Leone IX, la vera fede spinge alla pace, non alla conquista; alla giustizia, non alla rappresaglia.

Dal punto di vista del diritto internazionale, ogni guerra vestita di religione è doppiamente ingannevole: maschera violazioni politiche ed economiche dietro un’aura morale e spirituale. In realtà, la chiamata a Dio diventa una copertura per manovre tutt’altro che divine — il controllo di risorse, territori strategici, flussi migratori o ideologici. Il costo è sempre lo stesso: le popolazioni civili, che pagano con la povertà, la fuga e la perdita di speranza.

Per questo, la domanda lanciata in una recente puntata di "LeoPop" resta cruciale: chi ha responsabilità nella guerra è disposto a fare un vero esame di coscienza? La fede, se è autentica, dovrebbe essere una forza di discernimento, non di manipolazione.  

In fondo, invocare Dio nelle proprie battaglie non è segno di fede, ma di paura. La fede vera non cerca giustificazioni per la violenza: cerca vie di riconciliazione, anche quando sembrano impossibili.

Il capodanno persiano in tempo di guerra

Nowruz è il capodanno persiano e, allo stesso tempo, una festa di primavera che parla di luce, rinascita e ostinata speranza nel futuro.

Nowruz oggi in Iran
Quest’anno in Iran Nowruz arriva in un clima segnato da tensioni internazionali, crisi economica e un forte senso di precarietà nella vita quotidiana. Molti iraniani vivono tra inflazione, difficoltà lavorative e il peso delle restrizioni politiche, ma continuano a preparare la festa come un gesto di resistenza culturale e di cura reciproca. Proprio per questo, il momento dell’equinozio di primavera – quando il nuovo anno inizia ufficialmente – viene atteso come un “nuovo giorno” in cui, almeno simbolicamente, il ciclo della natura promette un riscatto che la politica non garantisce.

Origini e significato di primavera e rinnovamento
La parola Nowruz significa letteralmente “nuovo giorno” e affonda le sue radici in tradizioni iraniche che precedono di millenni l’Islam, con legami al mondo zoroastriano e ai culti della luce che celebravano la vittoria della primavera sulle tenebre dell’inverno. Da oltre 3.000 anni, in Iran e in un’ampia area che va dall’Asia Centrale al Caucaso, Nowruz segna l’inizio dell’anno secondo un calendario solare che parte dall’equinozio: è la natura, con il suo equilibrio di luce e buio, a dettare l’inizio del tempo nuovo. Oggi la festa è stata riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale dell’umanità, proprio perché custodisce un’idea universale di rinnovamento: ogni primavera è una possibilità di ricominciare, di riallacciare i legami familiari e sociali, di purificare il passato per aprirsi al futuro.

Riti preparatori: pulizia, attesa, incontro
Nei giorni che precedono Nowruz le case vengono sottoposte a una grande pulizia, il khaneh tekani, che significa letteralmente “scuotere la casa”. Non è solo igiene domestica, ma un gesto spirituale: eliminare la polvere del passato per fare spazio a pensieri, relazioni ed energie nuove. La famiglia si prepara acquistando vestiti nuovi, sistemando la casa, cucinando dolci e piatti tradizionali; ogni dettaglio suggerisce l’idea di una vita che si rinnova, proprio come la natura che rinasce dopo l’inverno. Al momento esatto dell’equinozio tutti si riuniscono, spesso seguendo l’annuncio in radio o in televisione, e il passaggio all’anno nuovo viene segnato da abbracci, auguri e piccoli doni, soprattutto ai più giovani.

La tavola di Haft Sin e i simboli del rinnovamento
Cuore simbolico di Nowruz è la tavola di Haft Sin, “le sette S”, sulla quale vengono disposti sette elementi il cui nome, in persiano, inizia con la lettera “s”, ciascuno portatore di un significato legato alla vita che rinasce.

Alcuni elementi principali:
- Sabzeh (germogli di grano, orzo o lenticchie): simboleggiano la rinascita, il ciclo vegetale che riparte, la promessa che, nonostante il freddo e la morte apparente, la vita torna a crescere.
- Samanu (dolce di germe di grano): richiama dolcezza, forza e abbondanza, la capacità della terra di nutrire ancora una volta.
- Sib (mela): esprime bellezza, salute e fecondità, come un invito a custodire il corpo e le relazioni che ci fanno vivere.
- Senjed (frutto di oleastro o biancospino): è simbolo di amore e saggezza, memoria dei legami affettivi che sostengono nell’incertezza.
- Sir (aglio): rappresenta protezione e salute, quasi un antidoto contro le malattie e le negatività dell’anno passato.
- Serkeh / aceto: rimanda alla pazienza, alla maturazione attraverso il tempo, alla capacità di trasformare anche ciò che è aspro in sapienza.
- Monete (seke) o samanù e altre vivande: evocano prosperità materiale e desiderio di un futuro meno gravato da povertà e precarietà.

Accanto alle “sette S”, sulla tavola compaiono spesso un libro sacro (per molti il Corano, per altri testi di poesia come Hafez), uno specchio, candele, uova colorate, dolci, frutta secca e i tradizionali pesci rossi. Lo specchio e le candele richiamano la luce che illumina il nuovo anno, le uova rimandano alla fertilità e alla possibilità di nuova vita, i pesci rossi simboleggiano movimento, coraggio e libertà, mentre il libro aperto collega il tempo che ricomincia a una parola di sapienza, che può essere religiosa o poetica.

Una festa antica per una speranza fragile ma tenace
Per la popolazione iraniana, provata da guerre, sanzioni, disuguaglianze e repressione, Nowruz resta un caposaldo identitario, un “ponte tra passato e futuro” che nessun potere è riuscito davvero a cancellare. Anche quando il contesto politico e sociale è cupo, la celebrazione di Nowruz mantiene viva l’idea che ogni anno, come ogni primavera, la storia possa prendere una direzione diversa: la festa diventa così un atto collettivo di fiducia nel rinnovamento, non solo della natura, ma anche della vita civile e della dignità delle persone. In questo senso, la tavola di Haft Sin nelle case iraniane di oggi racconta insieme un rito millenario e un desiderio molto contemporaneo: che il nuovo giorno non sia solo una data sul calendario, ma la possibilità concreta di un futuro più giusto e vivibile.

venerdì 20 marzo 2026

Netanyahu a ruota libera su Gesù e Gengis Khan: la nonviolenza evangelica e la logica della forza.

Trascrizione delle dichiarazioni di Netanyahu: «Dobbiamo essere più forti dei barbari, altrimenti abbatteranno le nostre porte e distruggeranno le nostre società»
«La storia dimostra che, purtroppo e con grande rammarico, Gesù Cristo non ha alcun vantaggio su Gengis Khan», afferma il primo ministro nella sua prima conferenza stampa in inglese dall’inizio della guerra, sostenendo che gli Stati Uniti e Israele devono «agire subito» contro il regime iraniano

Le parole attribuite a Benjamin Netanyahu durante una conferenza stampa sul fronte iraniano hanno suscitato scandalo perché sembrano riassumere una visione drammatica della politica: nella storia, il più forte vince, il più misericordioso perde, e il bene avrebbe bisogno della durezza per sopravvivere. Se questa è la logica che guida la guerra e la gestione dei conflitti, il rischio è enorme: trasformare la sicurezza in una spirale di paura, rappresaglia e dominio, proprio mentre il diritto internazionale e la dignità dei popoli chiedono limiti, proporzione e tutela dei civili.

Il cristianesimo dice quasi l’opposto. Papa Francesco ha definito la nonviolenza “uno stile di politica per la pace” e ha ricordato che l’amore per il nemico è il nucleo della rivoluzione cristiana; la violenza, invece, non è mai una via evangelica ma una sconfitta dell’umano. Non si tratta di passività, ma di una forza diversa: la forza della verità, della misericordia, del perdono, del dialogo, della resistenza creativa al male.

Gesù e la logica del Regno
Gesù non ha costruito il suo messaggio sulla supremazia militare, ma sulla conversione del cuore, sull’amore dei nemici e sulla beatitudine di chi opera per la pace. Per questo la tradizione cristiana più profonda non considera la violenza preventiva una “soluzione realista”, bensì una tentazione che promette sicurezza e produce nuove ferite. Il Vangelo non nega il conflitto, ma lo attraversa senza adorare il potere.

Esempi storici
La storia mostra che la nonviolenza non è solo un ideale spirituale, ma spesso anche una strategia più efficace della forza armata. Le campagne del movimento per i diritti civili negli Stati Uniti, come i Freedom Rides, dimostrarono che la resistenza nonviolenta poteva ottenere risultati concreti migliori della contrapposizione armata. Anche gli studi di Erica Chenoweth hanno mostrato che, in media, le campagne nonviolente hanno avuto maggiori probabilità di successo rispetto a quelle violente.

Si potrebbero ricordare anche altri esempi: il crollo del comunismo in Europa centrale, la riconciliazione sudafricana, la diplomazia del perdono in contesti lacerati dalla guerra. In tutti questi casi, la lezione è simile: la forza non costruisce da sola una pace duratura; al massimo impone una tregua, spesso destinata a rompersi.

Israele, palestinesi e vicini
Se una leadership si affida in modo prevalente alla rappresaglia e alla deterrenza assoluta, finisce facilmente per moltiplicare il risentimento, radicalizzare gli avversari e isolare il Paese sul piano morale e politico. Questo vale per Israele, per i palestinesi e per l’intera regione: la sicurezza ottenuta a prezzo della disumanizzazione dell’altro è fragile, perché genera nuove generazioni di paura e vendetta. Per un popolo che ha conosciuto la storia della persecuzione, questo dovrebbe essere ancora più evidente: la memoria del dolore non giustifica il dolore inflitto ad altri.

Misericordia e responsabilità
Il punto decisivo non è scegliere tra ingenuità e cinismo. Il cristiano non chiede di ignorare il male, ma di affrontarlo senza diventare simile a esso. La misericordia non è debolezza: è la scelta di non consegnare l’ultima parola alla violenza.

giovedì 19 marzo 2026

Festa del papà 2026


La Festa del Papà è un momento per celebrare il ruolo fondamentale dei padri nella vita dei figli, un tributo alla guida, al sacrificio e all'amore incondizionato. In Italia, questa ricorrenza cade il 19 marzo, giorno dedicato a San Giuseppe, il padre putativo di Gesù. Giuseppe, falegname umile e giusto, rappresenta l'uomo che accoglie con responsabilità una famiglia non biologica, proteggendola dalle persecuzioni e crescendo Gesù con valori di onestà e lavoro. La sua figura biblica – custode silenzioso, protettore della Sacra Famiglia – ispira ancora oggi il modello del padre devoto, che educa con l'esempio più che con le parole.

Ma cos'è la paternità nel suo significato più profondo? 

È il dono di presenza, di insegnamento e di sostegno emotivo, un ruolo che va oltre il sostentamento materiale. In epoca moderna, però, questa missione affronta sfide uniche. Pensiamo al lavoro precario e al burnout genitoriale: molti padri italiani, come mostrano i dati ISTAT del 2025, conciliano turni instabili con la cura dei figli, spesso lontani dalle reti familiari tradizionali. C'è poi la crisi dell'identità maschile, amplificata dai social media, dove l'immagine del "superpapà" perfetto genera pressioni ingiuste. E non dimentichiamo le famiglie allargate o monoparentali, dove i padri single – in aumento del 15% negli ultimi dieci anni secondo l'Eurostat – devono colmare vuoti emotivi e pratici. La pandemia ha acuito queste problematiche, spingendo molti a ripensare il congedo parentale: in Italia, solo il 30% dei padri lo utilizza pienamente, contro il 70% in Svezia. La paternità contemporanea richiede, dunque, resilienza, empatia e un impegno attivo contro stereotipi di genere, per essere alleati veri nella crescita dei figli.

Nel mondo

Guardando al mondo, le celebrazioni variano affascinando con tradizioni uniche. Negli Stati Uniti si festeggia la terza domenica di giugno, con regali pratici come cravatte o barbecue familiari – una usanza nata nel 1910 da Sonora Smart Dodd, ispirata alla Festa della Mamma. In Russia è il 23 febbraio, legato alla "Festa degli Uomini", con enfasi su ruoli difensivi. In Thailandia i padri ricevono una canna di zucchero viola o gelsomino, simbolo di longevità. 

In Antigua e Barbuda è festa nazionale con falò e fuochi d'artificio, mentre in Nepal i figli venerano i padri con ghirlande e tika (segno rosso sulla fronte), un rito ancestrale. In Italia, invece, il classico zeppole di San Giuseppe – frittelle ripiene di crema – unisce dolcezza e devozione.

martedì 17 marzo 2026

La chiesa sia come il shihuahuaco, il grande albero della foresta

Papa Leone XIV, nel messaggio di questi giorni all’assemblea della Conferenza Ecclesiale dell’Amazzonia a Bogotá, riprende il tema dell’Amazzonia come luogo decisivo per la missione della Chiesa, usando anche la metafora della Chiesa come albero radicato in quella terra.

Tre dimensioni intrecciate
Chiede di tenere sempre unite tre dimensioni: annuncio chiaro del Vangelo, trattamento giusto dei popoli amazzonici, cura della “casa comune” e sottolinea che dove il nome di Cristo è annunciato con chiarezza e “immensa carità”, arretrano ingiustizie e sfruttamento.

Chiesa-albero in Amazzonia
La Chiesa in Amazzonia é come un albero radicato, paziente, non autoreferenziale, capace di offrire ombra e protezione in territori feriti da sfruttamento, povertà e violenza.
L’immagine mette insieme radici (fede salda in Cristo), tronco (unità ecclesiale) e rami che si aprono per accogliere e custodire la vita dei popoli e del creato.

Evangelizzazione e sacramenti
Insiste che è “essenziale” annunciare Gesù Cristo con chiarezza e grande carità agli abitanti dell’Amazzonia, dando “il pane fresco e puro della Buona Novella” e il nutrimento dell’Eucaristia, unico modo per essere davvero Popolo di Dio e Corpo di Cristo.
Invita i vescovi a sostenere una pastorale che non sia solo sociale o ecologica, ma profondamente missionaria e sacramentale.

Giustizia, popoli e creato
Collega direttamente l’evangelizzazione alla giustizia sociale: dove si accoglie l’altro come fratello, “ogni sfruttamento dell’uomo sull’uomo scompare”.
- Inserisce in questa dottrina anche il dovere di custodire la foresta e i beni naturali, perché nessuno li distrugga irresponsabilmente.

Amazzonia come banco di prova
Presenta l’Amazzonia come “banco di prova” della credibilità cristiana: non periferia da assistere, ma luogo teologico e pastorale in cui la Chiesa mostra se sa davvero camminare povera con i poveri.
Parla di una “Chiesa delle Beatitudini” che fa spazio ai piccoli, ascolta lo Spirito e discerne il proprio cammino a partire dalle ferite e dalle speranze di questa regione.

sabato 14 marzo 2026

L'assimilazione culturale per Legge in Cina

La nuova legge cinese sulla “Promozione dell’unità e del progresso etnico” istituzionalizza la linea dell’assimilazione forzata, rafforzando gli strumenti per uniformare lingue, culture e religioni delle minoranze al modello han e al progetto politico del PCC. 

Cosa prevede la nuova legge
La legge è stata approvata il 12 marzo 2026 dall’Assemblea nazionale del popolo con 2.756 voti favorevoli, 3 contrari e 3 astensioni, e entrerà in vigore il 1° luglio 2026. Ufficialmente mira a “promuovere l’unità etnica”, a rafforzare “la coesione della nazione cinese” e a garantire “prosperità comune” dei 56 gruppi etnici riconosciuti. 

Punti chiave che emergono dalle fonti ufficiali e dalle analisi:
- Centralità dell’identità nazionale: l’obiettivo è “forgiare un forte senso di comunità della nazione cinese”, con il PCC riconosciuto esplicitamente come guida di questo processo. 
- Priorità al mandarino e all’integrazione: la legge valorizza l’uso del mandarino e l’integrazione dei gruppi etnici in un unico spazio politico‑culturale, riducendo gli spazi per lingue e culture minoritarie autonome. 
- Cornice legale per politiche già in corso: codifica pratiche già sperimentate in Xinjiang, Tibet e in altre regioni (assimilazione culturale, spostamenti di popolazione, riforma dei curricula scolastici, controllo religioso) offrendo una legittimazione giuridica centrale. 

Sotto il linguaggio della “unità” e della “modernizzazione entro il 2035”, la legge consolida un modello di Stato‑nazione monoculturale, in cui la differenza è tollerata solo se non mette in discussione il racconto unitario voluto dal partito. 

Impatto su minoranze etniche, linguistiche, religiose
Dal punto di vista delle minoranze, la legge accentua tre direzioni: assimilazione, omologazione linguistica, controllo religioso. 
- Minoranze etniche: si passa da un modello, almeno teorico, di “autonomia regionale etnica” a un modello in cui le identità specifiche devono fondersi in una “comunità nazionale unificata”, con minor spazio per strutture autonome uigure, tibetane, mongole interne, ecc.
- Lingue e culture: la priorità al mandarino nella scuola e negli spazi pubblici indebolisce lingua tibetana, uigura e altre, riducendo l’uso pubblico delle lingue minoritarie a folklore o ambiti strettamente controllati.
- Religione: la legge si intreccia con il processo di “sinizzazione” delle religioni, cioè l’obbligo per tutte le comunità religiose di conformarsi all’ideologia del PCC e alla narrativa nazionale, riducendo l’autonomia dottrinale e organizzativa delle fedi.

Il lessico dei “diritti” e della “prosperità comune” convive con una pratica che restringe gli spazi di autodeterminazione collettiva: il pluralismo è ammesso solo se non entra in collisione con il paradigma nazionale unico. 

La situazione degli Uiguri
Gli uiguri, popolazione turcofona e in maggioranza musulmana della regione dello Xinjiang, sono da anni al centro di una campagna di controllo capillare che molti osservatori definiscono come una forma di genocidio culturale. 

Elementi principali:
- Sorveglianza totale: Xinjiang è una delle regioni più sorvegliate al mondo, con raccolta sistematica di dati biometrici, riconoscimento facciale, checkpoint e “stazioni di polizia della comodità”  (in inglese Convenience Police Stations, in cinese biànmín jǐngwù zhàn) che monitorano movimenti, contatti, pratiche religiose. 
- Campi di rieducazione e detenzioni: dal 2017 tra 800.000 e 2 milioni di uiguri sono passati per campi di detenzione dove subiscono indottrinamento politico, abusi e pressioni per abbandonare l’Islam e la lingua uigura; molte strutture sono state parzialmente chiuse o riconvertite, ma centinaia di migliaia di persone restano in carcere o in lavori forzati. 
- Assimilazione culturale e lavoro forzato: demolizione e chiusura di moschee, restrizioni severe su pratiche religiose, trasferimenti di popolazione e inserimento degli uiguri in programmi di lavoro forzato in fabbriche e campi, spesso collegati a filiere globali (come nel settore del cotone).

La nuova legge, pur non citando apertamente Xinjiang, fornisce una copertura politica e giuridica a questo tipo di politiche, presentandole come misure legittime per “promuovere l’unità e il progresso” e per “prevenire conflitti etnici” e “separatismi”.

La situazione in Tibet
Il Tibet è un altro laboratorio storico delle politiche di integrazione e controllo del PCC. 

Alcuni aspetti chiave:
- Demografia e migrazioni: negli ultimi decenni sono stati favoriti insediamenti di popolazione han, cambiando gradualmente l’equilibrio demografico e rendendo i tibetani più dipendenti dall’amministrazione centrale per lavoro e servizi. 
- Lingua e istruzione: la scuola privilegia il mandarino come lingua veicolare; il tibetano viene relegato a disciplina secondaria, riducendo la trasmissione intergenerazionale della lingua, soprattutto nelle aree urbane.
- Controllo del buddhismo tibetano: le autorità statali intervengono nella gestione dei monasteri, selezionano i quadri religiosi considerati affidabili e rifiutano il riconoscimento di figure come il Dalai Lama o i tulku individuati senza approvazione governativa.

Con la nuova legge, questo modello viene elevato a riferimento nazionale: il Tibet diventa un precedente che mostra fino a che punto lo Stato è disposto ad arrivare per uniformare identità locali al racconto di una “grande nazione cinese unita”.

Il controllo sulle religioni
Il controllo sulle religioni in Cina passa da una miscela di registrazione obbligatoria, gestione tramite organismi patriottici controllati dal partito e “sinizzazione” dottrinale, che la nuova legge rafforza sul piano ideologico. 

- Nomina statale dei leader religiosi: per cattolici, protestanti, buddisti, taoisti e musulmani esistono organismi “patriottici” che interfacciano Stato e comunità e che, di fatto, condizionano o determinano la nomina di vescovi, pastori, monaci e imam; nel caso cattolico, anche dopo l’accordo segreto con il Vaticano del 2018, il governo ha comunque nominato unilateralmente vescovi allineati al PCC e perseguitato il clero “sotterraneo”
- Controllo dei luoghi di culto e degli accessi: le comunità devono registrarsi, le chiese e moschee autorizzate sono dotate di telecamere, è possibile la registrazione dei fedeli che partecipano alle celebrazioni, e l’accesso dei minori è spesso limitato o vietato
- Interferenza sui testi sacri e liturgici: il processo di sinizzazione prevede la revisione di Bibbia, Corano e testi buddisti in modo che riflettano “valori socialisti fondamentali” e che non contraddicano l’autorità del partito; questo include modifiche a traduzioni, liturgie e catechesi.

La religione è ammessa solo se funzionale alla costruzione di una identità nazionale armonizzata e le figure guida sono legittimate non solo dalla tradizione religiosa, ma dal riconoscimento dello Stato, che può rimuoverle o perseguitarle se considerate “non affidabili”.

martedì 10 marzo 2026

Martire in Terra Santa

«In mezzo ai bombardamenti con ogni sorta di armi, le armi in nostro possesso rimangono la fede, il desiderio di pace e la speranza nella risurrezione dopo l’attuale passione». Padre Pierre Al-Rahi, parroco di san Giorgio a Qlayaa, nel Sud del Libano.

Il parroco di Qlayaa è stato ucciso da un bombardamento israeliano che ha colpito la sua zona, nel sud. Era impegnato a soccorrere un fedele ferito dopo un primo attacco. Leone XIV: cessi al più presto ogni ostilità.

Un venerdì di preghiera per la pace

La Giornata di preghiera e digiuno del 13 marzo è un segno forte con cui la Chiesa italiana chiede ai fedeli di “fermarsi” il venerdì per invocare la pace, in particolare in Medio Oriente, ma anche in tutte le terre ferite dalla guerra.[1][2] Questo post può aiutare i lettori a cogliere il senso spirituale di questa proposta e ad inserirsi in un più ampio movimento di preghiera per la pace che attraversa l’Italia e l’Europa.

1. Un venerdì per la pace
Venerdì 13 marzo la Conferenza Episcopale Italiana propone una Giornata di **preghiera** e digiuno per implorare il dono della pace in Medio Oriente e in tutte le aree del mondo devastate dalla violenza. I vescovi italiani raccolgono così l’appello del Papa, che chiede di “fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile”, ricordando il rischio di una guerra dalle conseguenze incalcolabili.

Questa giornata non è un gesto isolato ma un invito alle comunità cristiane a vivere con maggiore intensità il venerdì, giorno che richiama la Passione del Signore, unendosi spiritualmente alle vittime dei conflitti. Molte diocesi propongono rosari, adorazioni eucaristiche, Via Crucis e Messe con intenzioni specifiche per la pace, perché la supplica non resti teorica ma si incarni in momenti concreti di preghiera comunitaria.

2. Perché pregare (proprio) il venerdì
Il venerdì, memoria della croce, è da sempre un giorno privilegiato per l’intercessione: lì dove l’umanità sperimenta il buio, il cristiano ricorda che l’amore di Cristo entra nel male per trasformarlo dall’interno. Pregare il venerdì per la pace significa guardare alle croci di oggi – profughi, feriti, famiglie spezzate dalle bombe – e deporle ai piedi della Croce di Gesù perché diventino seme di riconciliazione.

Il digiuno, unito alla preghiera, è un linguaggio silenzioso ma eloquente: rinunciare a qualcosa per condividere, anche simbolicamente, la sofferenza di chi non ha il necessario e per aprire il cuore alla solidarietà concreta. In questo modo, la Giornata del 13 marzo educa a una pace che non è solo assenza di guerra, ma stile di vita fatto di sobrietà, ascolto e responsabilità verso i più fragili.

3. Come vivere la Giornata del 13 marzo
Ogni comunità è invitata a trovare forme semplici ma intense di partecipazione: una Messa con intenzione per la pace, un’ora di adorazione, un rosario meditato, una Via Crucis che porti nella preghiera i volti e le storie di chi soffre. Diverse diocesi propongono, ad esempio, la recita del rosario “con tutti i misteri” per invocare il dono della pace e scongiurare il flagello della guerra, oppure momenti di preghiera serale aperti a tutta la città.

Il digiuno può essere vissuto secondo le possibilità di ciascuno: riducendo i pasti, rinunciando a qualcosa di superfluo, destinando un’offerta a chi è colpito dal conflitto. L’Ufficio Liturgico nazionale ha predisposto sussidi per la Messa, per la Via Crucis e per accompagnare il digiuno, con una particolare attenzione ai profughi, ai feriti e alle famiglie in lutto.

4. Le altre iniziative
La Giornata del 13 marzo si inserisce in una trama più ampia di iniziative di preghiera per la pace promosse dalla Chiesa in Italia e in Europa. Il 4 marzo, ad esempio, le Chiese del continente hanno partecipato a una “catena eucaristica” di adorazione per invocare una pace “disarmata e disarmante” in Ucraina, in Terra Santa e nel mondo.

In molte diocesi italiane la Giornata del 13 marzo si collega inoltre all’iniziativa quaresimale “24 ore per il Signore”, un tempo prolungato di preghiera e riconciliazione che quest’anno ha come filo conduttore le parole “Sono venuto per salvare il mondo”. In questo modo la supplica per la pace si intreccia con la conversione personale, perché senza cuori riconciliati non è possibile costruire una società veramente pacifica.

5. Un invito personale e comunitario
Di fronte all’escalation di violenza in Medio Oriente e ai tanti conflitti dimenticati, la tentazione è sentirsi impotenti; la preghiera ci ricorda che nessun gesto di intercessione è inutile davanti a Dio. Partecipare alla Giornata di preghiera e digiuno del 13 marzo significa mettersi, umilmente, dalla parte delle vittime, chiedendo al “Re della pace” di salvare l’umanità dagli orrori della guerra.[

Questo venerdì può diventare per ogni parrocchia e gruppo un’occasione per riscoprire la forza mite del Vangelo: una candela accesa in chiesa, un momento di silenzio condiviso, una preghiera in famiglia o con i ragazzi sono piccoli segni che tessono la pace. Così, mentre il mondo parla il linguaggio delle armi, la Chiesa continua ad alzare le mani verso il cielo, certa che la storia è nelle mani di Dio e che la pace, pur fragile, è sempre possibile.

lunedì 9 marzo 2026

Lettera ai mercanti della morte

Don Mimmo Battaglia scrive ai responsabili della nuova spirale di violenza che avvolge l'umanità

“Ai mercanti della morte,
a voi che fate affari con il sangue degli uomini,
a voi che contate i profitti mentre le madri contano i figli,
a voi che chiamate “strategia” ciò che il Vangelo chiama scandalo,
rivolgo parole che non nascono dalla diplomazia, ma dalla ferita.

Vi scrivo da questa terra che trema.
Trema sotto i passi dei poveri,
sotto il pianto dei bambini,
sotto il silenzio degli innocenti,
sotto il rumore feroce delle armi che avete costruito, venduto, benedetto dal vostro cinismo.
Vi scrivo mentre il mondo sembra aver imparato di nuovo il linguaggio di Caino.
Quel linguaggio antico e terribile che domanda:
“Sono forse io il custode di mio fratello?”
E invece sì, lo siamo.
Lo siamo tutti.
E voi, più di altri, perché avete scelto non soltanto di voltare lo sguardo, ma di trarre guadagno dalla
ferita del fratello.

Ci sono notti, in questo tempo, in cui l’umanità sembra smarrirsi.
Notti lunghe, dove il cielo non consola e la terra restituisce soltanto macerie.
Eppure proprio lì, nel cuore della notte, il Vangelo continua a ostinarsi.
Continua a dire che nessun uomo è nato per essere bersaglio.
Che nessun bambino ha il destino della polvere.
Che nessuna madre deve imparare a riconoscere il figlio da un brandello di stoffa.
Che la pace non è una debolezza da deridere, ma la forma più alta della forza.
Voi fate il contrario del pane.
Il pane si spezza per sfamare.
Le armi spezzano i corpi per affamare il futuro.
Il pane mette gli uomini a tavola.
Le armi scavano fosse, svuotano case, allungano tavole senza commensali.
Il pane ha il profumo delle mani.
Le armi hanno l’odore freddo dei bilanci.
E ditemi: come fate?
Come riuscite a dormire sapendo che dietro ogni contratto c’è una carne aperta?
Che dietro ogni firma c’è una scuola svuotata, un ospedale abbattuto, un volto cancellato?
Come fate a chiamare “mercato” ciò che, davanti a Dio, ha il nome più semplice e più terribile:
peccato?

Non vi parlo da giudice.
Non ho tribunali da aprire.
Vi parlo da uomo e da pastore.
Da credente ferito dalla ferocia dei tempi.
Da vescovo che sente nelle viscere il grido di Cristo ancora crocifisso nei popoli umiliati, nelle città
devastate, nei corpi senza nome che il mare restituisce e la guerra nasconde.
Perché il Crocifisso oggi ha le mani dei civili sepolti sotto le bombe.
Ha gli occhi sbarrati dei bambini che non sanno dare un nome all’orrore.
Ha il volto delle donne che stringono fotografie invece di abbracciare figli.
Ha la sete dei profughi, la paura dei vecchi, il tremore di chi non ha più una casa e nemmeno una
lingua per raccontare il dolore.

E voi, mercanti della morte, continuate a passare sotto quella croce come passarono un giorno i
soldati, spartendovi le vesti del condannato.
Solo che oggi non tirate a sorte una tunica:
tirate a sorte interi popoli.
Scommettete sulle frontiere, sui rancori, sulle escalation, sugli equilibri armati.
E intanto chiamate pace la paura, chiamate ordine il dominio, chiamate sicurezza la minaccia
permanente.
Ma non c’è sicurezza dove si semina morte.
Non c’è futuro dove si educano i giovani al sospetto.
Non c’è giustizia se la ricchezza di pochi si fonda sul lutto di molti.
E non ci sarà pace finché la guerra resterà un investimento accettabile.

Il Vangelo, invece, non tratta.
Il Vangelo non benedice le industrie della distruzione.
Il Vangelo non si abitua ai morti.
Il Vangelo non sopporta che il dolore diventi statistica e che i massacri si consumino dentro il
commento stanco di un notiziario.
Il Vangelo mette un bambino al centro.
Sempre.
E quando un bambino è al centro, tutte le vostre ragioni crollano.
Crollano le dottrine militari, le alleanze opportunistiche, le giustificazioni geopolitiche, i linguaggi
tecnici con cui nascondete la vergogna.
Perché davanti a un bambino ucciso non esiste più destra o sinistra, oriente o occidente, amico o
nemico:
esiste solo l’abisso.
Io vi chiedo, allora, non solo di fermarvi.
Vi chiedo di convertirvi.
Sì, convertirvi.
Parola antica, parola scandalosa, parola necessaria.
Convertirsi significa smettere di pensare che tutto abbia un prezzo.
Significa riconoscere che la vita umana è sacra, o non sarà più umana.
Significa uscire dalla logica del profitto per entrare in quella della custodia.
Significa avere il coraggio, finalmente, di perdere denaro per salvare uomini.

Abbiate un sussulto.
Uno solo, ma vero.
Lasciate che vi raggiunga il pianto che avete tenuto fuori dalle vostre stanze.
Lasciate entrare il nome dei morti nei vostri consigli di amministrazione.
Lasciate che una madre vi venga a disturbare i conti.
Lasciate che il Vangelo vi rovini la quiete.
Perché non c’è pace senza disarmo del cuore,
e non c’è disarmo del cuore finché la mano resta aggrappata al profitto.
La guerra non comincia quando cade la prima bomba.
Comincia molto prima:
quando il fratello diventa un ostacolo,
quando il povero diventa irrilevante,
quando la compassione viene giudicata ingenua,
quando l’economia smette di servire la vita e decide di usarla.
Eppure io non vi scrivo per consegnarvi alla disperazione.
Vi scrivo perché persino per voi esiste una strada.
Dio non smette di bussare nemmeno alle porte più blindate.
Anche per voi c’è una possibilità di riscatto.
Anche per voi c’è un Venerdì Santo che può aprirsi alla Pasqua.
Ma dovete scendere.
Scendere dai piedistalli del potere, dai linguaggi che assolvono, dalle stanze dove la morte viene
progettata senza odore e senza volto.

Dovete tornare uomini.
Prima che dirigenti, azionisti, strateghi, intermediari: uomini.
Uomini capaci di vergogna, e quindi di verità.
Io sogno il giorno in cui le vostre fabbriche cambieranno vocazione.
In cui il ferro non diventerà proiettile ma aratro,
in cui l’ingegno non servirà a perfezionare l’offesa ma a custodire la vita,
in cui i capitali saranno spesi per curare, istruire, ricostruire, accogliere.
Sogno il giorno in cui la parola “profitto” non farà più rima con “funerale”.
E so che qualcuno sorriderà, chiamando tutto questo ingenuità.
Ma l’unica vera ingenuità, oggi, è credere che la guerra salvi.
L’unica vera follia è pensare che si possa continuare a incendiare il mondo senza bruciare con esso.
L’unico realismo possibile, ormai, è la pace.
Per questo vi affido una domanda che non vi lascerà in pace, spero:
quanto sangue vi basta?
Quanto dolore deve ancora attraversare la storia perché comprendiate che state trafficando non con
merci, ma con figli, con madri, con volti, con carne amata da Dio?
Fermatevi.
Prima che sia troppo tardi per i popoli.
Prima che sia troppo tardi per voi.
Fermatevi, e ascoltate il Vangelo della pace, che non urla ma insiste, che non schiaccia ma converte,
che non umilia ma chiama per nome.
Ascoltate Cristo, disarmato e vero, che continua a dire:
“Beati gli operatori di pace.”

Non i calcolatori di guerra.
Non i garanti dell’equilibrio armato.
Non i venditori di paura.
Gli operatori di pace.
Il mondo ha bisogno di mani che rialzino, non di mani che armino.
Ha bisogno di coscienze sveglie, non di profitti ciechi.
Ha bisogno di profeti, non di mercanti.
E noi, Chiesa del Vangelo, non taceremo.
Non per ideologia, ma per fedeltà.
Non per ingenuità, ma per obbedienza a Cristo.
Non perché ignoriamo la complessità della storia, ma perché conosciamo il valore infinito di ogni
vita.
A voi, mercanti della morte, dico dunque l’ultima parola non come condanna, ma come supplica:
restituite il futuro.
Restituite il respiro.
Restituite i figli alle madri, i padri alle case, i sogni alla terra.
Restituitevi alla vostra umanità.
La pace vi giudicherà.
Ma, se lo vorrete, la pace potrà ancora salvarvi.
Con dolore, con speranza, con il Vangelo tra le mani.”

domenica 8 marzo 2026

Gesù e la samaritana: oltre i confini e i pregiudizi


Nella terza domenica di Quaresima, il Vangelo ci racconta un incontro sorprendente: Gesù, stanco del cammino, si ferma al pozzo di Sicar e parla con una donna samaritana. Sembrerà un semplice dialogo, ma in realtà è una rivoluzione silenziosa.  

Quel momento rompe più barriere di quante possiamo immaginare. Gesù dialoga con una donna — cosa già inusuale per la cultura del tempo — e per di più samaritana, cioè appartenente a un popolo disprezzato dai Giudei. In poche parole, Gesù supera limiti etnici, religiosi e di genere. Non guarda l’apparenza, ma la sete profonda che abita il cuore umano: quella sete di senso, di verità e di amore autentico che tutti, prima o poi, sentiamo.  

La samaritana non è una figura “perfetta”: la sua storia è segnata da relazioni fallite e da scelte discutibili. Eppure proprio lei diventa messaggera. Dopo aver incontrato Gesù, corre al villaggio e annuncia: “Ho incontrato un uomo che mi ha detto tutto ciò che ho fatto”. Diventa così la prima missionaria tra i Samaritani — una donna vulnerabile trasformata in testimone di speranza.  

Oggi, 8 marzo, questa pagina evangelica ci parla con forza nuova. Ci invita a riconoscere il valore e la voce delle donne, spesso messe ai margini ma capaci di portare luce e rinnovamento. E ci ricorda che ogni incontro autentico — quando ci si ascolta davvero, senza pregiudizi — può diventare sorgente d’acqua viva, quella che rinnova la vita e apre il futuro. 

Un 8 marzo per ogni donna

Ovunque le donne chiedono libertà e diritti, aumentano repressione, violenza, discriminazioni. 
Non è una serie di episodi isolati: è un modello di potere che si ripete, cambia volto a seconda del contesto, ma ha sempre lo stesso obiettivo, zittire chi rivendica autonomia e dignità. 
L’8 marzo, Giornata internazionale della donna, diventa allora non solo un appuntamento simbolico, ma un’occasione per guardare in faccia questo modello e scegliere da che parte stare.
Le pratiche autoritarie non sono un fenomeno lontano o astratto. Si nutrono del controllo sui corpi e sulle scelte delle donne, della paura e del silenzio. Dove l’autoritarismo avanza, i diritti umani si restringono e le disuguaglianze di genere si approfondiscono. 
Per contrastarlo serve l’esatto opposto: coraggio, solidarietà, azione collettiva.

Iran: il velo come campo di battaglia
In Iran, le proteste “Donna, Vita, Libertà” esplose nel 2022 hanno mostrato al mondo la forza di donne e ragazze che hanno scelto di sfidare l’obbligo del velo e, con esso, un intero sistema di controllo. La risposta delle autorità è stata durissima: arresti arbitrari, condanne, fustigazioni, fino alla minaccia della pena di morte. Ogni gesto di libertà – un velo tolto, una manifestazione, un post sui social – viene trattato come un atto sovversivo.
Eppure, proprio questa repressione dimostra quanto la resistenza delle donne sia percepita come una minaccia per l’ordine autoritario. Documentare le violazioni, dare voce a chi protesta, chiedere responsabilità per chi ordina e compie questi abusi è un modo concreto per non lasciare sole le donne iraniane. Significa riconoscere che la loro battaglia per scegliere come vestirsi, come vivere, come parlare, è anche la nostra.

Sudan: i corpi delle donne come fronte di guerra
In Sudan, un conflitto che dura da anni sta devastando la popolazione civile. Le donne e le ragazze pagano un prezzo altissimo: la violenza sessuale viene usata come arma di guerra per umiliare, terrorizzare, spezzare intere comunità. Lo stupro diventa un messaggio politico e militare, un modo per affermare potere, estorcere obbedienza, cancellare identità.
Raccogliere testimonianze, sostenere le attiviste locali, portare queste storie davanti alla comunità internazionale significa rompere il meccanismo dell’impunità. Vuol dire dire con chiarezza che il corpo delle donne non è un terreno di conquista né un danno collaterale, ma il luogo in cui si misura il grado di civiltà – o di barbarie – di un conflitto e di chi lo conduce.

Italia: il consenso che manca nelle leggi
Pensare che l’autoritarismo riguardi solo “altri Paesi” è un’illusione comoda. Anche in Italia esistono crepe profonde nella tutela dei diritti delle donne. Un esempio emblematico è la definizione di violenza sessuale: ancora oggi manca un chiaro riferimento al consenso espresso, libero e attivo. Non basta l’assenza di un “no”: serve la presenza di un “sì”.
La campagna “Il sesso senza sì è stupro” ricorda una verità semplice e rivoluzionaria: il corpo di una donna non è mai un diritto acquisito, ma un luogo di autodeterminazione. Chiedere una riforma della legge che metta al centro il consenso significa cambiare lo sguardo: dallo sminuire, dubitare, colpevolizzare le vittime, al riconoscere il loro diritto a definire i confini del proprio corpo e del proprio desiderio.

Un filo rosso: controllo, crudeltà, menzogna
Iran, Sudan, Italia sembrano mondi lontanissimi, eppure tra queste storie corre un filo rosso. In contesti diversi, con intensità diverse, ricompare sempre la stessa “architettura dell’autoritarismo”:
- il controllo al posto della libertà: sul modo di vestirsi, di protestare, di amare, di vivere la propria sessualità
- la crudeltà al posto della cura: la violenza come punizione, minaccia, strumento di potere
- la menzogna al posto della verità: la negazione delle violazioni, la colpevolizzazione delle vittime, il racconto distorto della realtà

È questa architettura che l’8 marzo siamo chiamati a riconoscere e a smontare, pezzo dopo pezzo. Non basta indignarsi una volta all’anno, né limitarsi ai gesti simbolici. Resistere, oggi, significa ascoltare le voci delle donne che pagano sulla propria pelle il prezzo dell’autoritarismo, amplificarle, sostenerle con azioni concrete: firmare appelli, fare pressione sulle istituzioni, educare al rispetto e al consenso nei nostri contesti quotidiani.

Scegliere da che parte stare
“Se non fai niente, stai già dalla parte del più forte”, si dice spesso. L’8 marzo ci invita proprio a questo esercizio scomodo: chiederci da che parte stiamo quando una donna viene arrestata perché si toglie il velo, quando una guerra trasforma i corpi femminili in campi di battaglia, quando una vittima di stupro deve ancora dimostrare di non aver “provocato”.
Scegliere di resistere, oggi, significa rifiutare il silenzio e l’indifferenza. Vuol dire unire le lotte, riconoscere che la libertà delle donne in Iran, in Sudan, in Italia e ovunque nel mondo non è una causa particolare, ma una questione di democrazia per tutti. L’8 marzo non è (solo) un giorno per regalare fiori, ma per fare una scelta di campo. Anche a chilometri di distanza, possiamo esserci. E possiamo decidere che il posto della libertà è accanto ai corpi, alle voci e alle vite delle donne che non smettono di reclamarla.

Da Amnesty International 

sabato 7 marzo 2026

L'eccezionalità nel quotidiano per Marco Gallo

Nel giorno in cui avrebbe compiuto 32 anni, il 7 marzo 2026, la Chiesa di Milano apre ufficialmente la fase diocesana del processo di beatificazione e canonizzazione del Servo di Dio Marco Gallo, un adolescente che ha vissuto la fede con passione dentro la normalità della vita di tutti i giorni. La sua storia parla in modo diretto alla generazione dei più giovani, mostrando che la santità non è evasione dal reale ma pienezza di vita.

Chi era Marco Gallo
Marco nasce a Chiavari nel 1994, cresce poi a Monza e frequenta il liceo Don Gnocchi di Carate Brianza  È un ragazzo vivace, esuberante, amante delle sfide, della moto e dello sport, inserito profondamente nella rete di amicizie della scuola e dell’oratorio. Il 5 novembre 2011, a soli 17 anni, muore in un incidente stradale mentre si sta recando a scuola in moto, lasciando sgomenta un’intera comunità che, però, fin da subito riconosce nella sua breve vita una traccia luminosa di Vangelo vissuto.

Un cuore alla ricerca dell’Infinito
Fin da bambino, chi lo ha conosciuto ricorda in lui una domanda insistente sul senso della vita, un’inquietudine positiva che lo spingeva a cercare “qualcosa di più grande”. Negli anni del liceo questa ricerca matura in un cammino cristiano consapevole, alimentato dalla partecipazione a Gioventù Studentesca, il ramo giovanile di Comunione e Liberazione, dalla meditazione del Vangelo e da una vita sacramentale intensa. Marco scopre progressivamente che l’incontro con Cristo non toglie nulla alla sua passione per lo sport, i motori, l’amicizia, ma anzi li porta alla loro verità, trasformandoli in luoghi concreti di carità e responsabilità.

Sport, amicizia e volontariato: la santità nel quotidiano
Le testimonianze concordano nel descriverlo come un leader naturale tra i coetanei, capace di coinvolgere gli amici non solo nel divertimento ma anche nel volontariato e nel servizio ai più deboli. Non si trattava di “buonismo”, ma di una fede gioiosa che rendeva attraente il suo modo di stare con gli altri, di prendere sul serio lo studio, di donare tempo e energie nelle iniziative della comunità. In lui, sport, scuola, relazioni e preghiera non erano compartimenti stagni, ma un’unica trama unificata dall’amore per Cristo, percepito come fonte della vera felicità.

La fama di santità e l’avvio della causa
Già poche settimane dopo la sua morte, il cardinale Angelo Scola lo indica ai giovani come esempio di vita cristiana, riconoscendo nella sua esistenza la maturità di una fede vissuta con radicalità pur nella brevità degli anni. Negli anni successivi la sua memoria continua a richiamare centinaia di ragazzi a momenti di preghiera e pellegrinaggio, in particolare tra il Duomo di Monza e il Santuario di Nostra Signora di Montallegro, dove ogni 1° novembre si fa memoria della sua scomparsa. Questa “fama di santità”, lungi dallo spegnersi, si è consolidata al punto da spingere il vescovo di Chiavari, monsignor Giampio Luigi Devasini, a chiedere formalmente l’apertura della causa, accolta dall’arcivescovo di Milano Mario Delpini con il decreto del giugno 2024 e avviata liturgicamente il 7 marzo 2026.

Un testimone per la Generazione Z
Molti hanno accostato Marco a figure come Carlo Acutis, definendolo un possibile “santo della Generazione Z”, proprio perché incarna una santità pienamente immersa nel nostro tempo: tecnologia, velocità, passioni forti, ma orientate da una Presenza amata. Il processo di canonizzazione non è un semplice “riconoscimento d’ufficio”, ma un cammino serio in cui la Chiesa raccoglie testimonianze, scritti ed eventuali segni straordinari per verificare che in lui le virtù cristiane siano state vissute in modo eroico. Se un giorno sarà proclamato beato o santo, non sarà solo una gloria personale, ma un dono per tutta la Chiesa: il segno che anche oggi è possibile vivere da cristiani nella scuola, nello sport, per le strade del nostro mondo.

Un invito per noi
La vicenda di Marco interroga ciascuno: che cosa cerco davvero nella mia vita? Dove fondo la mia sete di infinito, la mia voglia di felicità? La Chiesa, avviando la sua causa, non ci propone un eroe irraggiungibile, ma un compagno di strada che, in sedici, diciassette anni di vita, ha preso sul serio la domanda di senso lasciandosi afferrare da Cristo dentro tutto ciò che amava. Guardare a lui può diventare per molti giovani – e per gli adulti che li accompagnano – un aiuto concreto a riscoprire che la santità non è un’eccezione per pochi, ma una possibilità realissima dentro la carne della vita quotidiana.

domenica 1 marzo 2026

Perché il fine non giustifica i mezzi

Ali Khamenei è stato trovato sotto le macerie di un compound centrato dai bombardamenti israeliani e americani. 

E tantissimi iraniani ballano, piangono di gioia, bruciano i ritratti di chi li ha oppressi per decenni. 

Gente che ha conosciuto la tortura, la censura, le esecuzioni pubbliche, le donne ammazzate perché un velo scivolava dalla testa. 

Chi può biasimarli? Chi oserebbe dire loro di non esultare?

Nessuno.

Il problema è un altro.

Il problema sono quelli che da casa nostra, col telecomando in una mano e il telefono nell’altra, festeggiano come se fosse la finale dei Mondiali. 

Quelli per cui la morte di Khamenei è la prova che Trump è un genio, che la forza bruta funziona, che bastano le bombe giuste sulle persone giuste e il mondo diventa un posto migliore.

Quello che è successo è qualcosa di molto più grande e molto più pericoloso.

Due Paesi, da soli, senza consultare nessuno, senza un voto alle Nazioni Unite, senza uno straccio di mandato internazionale, hanno deciso di bombardare uno Stato sovrano, eliminarne la leadership e ridisegnare gli equilibri di un’intera regione.

Uno di questi due Paesi è governato da un uomo che si comporta da padrone del pianeta. L’altro è guidato da chi, negli ultimi due anni, ha accumulato un catalogo di orrori nei confronti della popolazione civile di Gaza che farebbe impallidire diversi capitoli della storia che studiamo a scuola giurandoci “mai più”.

E insieme, questa notte, hanno stabilito un principio semplicissimo: chi ha la potenza di fuoco decide chi vive e chi muore. Fine. 

Nessuna regola, nessun tribunale, nessun limite. Solo la legge del più armato.

Ora, Khamenei era un tiranno sanguinario? Sì. 

Il suo regime ha massacrato, impiccato, stuprato, torturato? Sì. 

Il mondo è un posto migliore senza di lui? Forse.

Ma il precedente che è stato appena scritto nella storia è un veleno lento che ci attraverserà tutti.

Perché se oggi puoi bombardare Teheran perché il bersaglio lo meritava, domani la stessa logica varrà per chiunque altro. 

Valeva ieri per Putin che ha invaso l’Ucraina dicendo di volerla “denazificare”. 

Varrà domani per la Cina quando deciderà che Taiwan va “riunificata”. 

Varrà dopodomani per qualunque potenza nucleare che avrà un pretesto sufficientemente presentabile.

E noi, l’Europa, l’Italia, il cosiddetto Occidente dei diritti e delle regole, avremo perso per sempre la facoltà di obiettare qualunque cosa. Perché il diritto internazionale o esiste per tutti o non esiste per nessuno. 

E stanotte è stato sepolto sotto le stesse macerie di Khamenei.

Da Facebook

Vandalismo crescente verso chiese e moschee in Cisgiordania

Negli ultimi anni (e in particolare nelle ultime settimane) si sono registrati diversi episodi documentati di vandalismo e attacchi di coloni o estremisti ebrei contro chiese e moschee, tra cui la chiesa della Visitazione a Ein Karem e varie moschee in Cisgiordania.

Chiesa della Visitazione a Ein Karem
Il 19 febbraio 2026 la Chiesa della Visitazione, nel quartiere di Ein Karem a ovest di Gerusalemme, è stata vandalizzata con scritte in ebraico sui muri esterni e sulle auto parcheggiate.
Le scritte includevano parole come “Vendetta”, “Davide, re d’Israele vive e perdura” e “Il messia (ebraico) è qui!”, riconducibili alla retorica dei gruppi nazionalisti religiosi radicali.
Le autorità israeliane hanno parlato di “graffiti nazionalisti” e hanno aperto un’indagine, mentre la governatorato di Gerusalemme dell’Autorità Palestinese ha inserito l’episodio in una serie più ampia di violazioni di luoghi sacri cristiani e musulmani.

Attacchi a moschee in Cisgiordania
Il 23 febbraio 2026 una moschea nel villaggio di Tell, a sud di Nablus (moschea Abu Bakr al‑Siddiq), è stata data alle fiamme e imbrattata con scritte in ebraico come “vendetta” e “price tag” (tag prezzo), in quello che media e autorità hanno descritto come un attacco di coloni estremisti.
L’incendio ha danneggiato il portone e la parte esterna della moschea, con tracce evidenti di bruciature all’ingresso, prima che gli abitanti spegnessero le fiamme.
Il Ministero degli Affari Religiosi palestinese ha denunciato che nel corso dell’ultimo anno i coloni hanno attaccato o vandalizzato 45 moschee in Cisgiordania, inserendo l’episodio in una tendenza crescente di aggressioni contro santuari islamici.
Nel novembre 2025 un altro episodio aveva visto una moschea nella zona di Deir Istiya (Cisgiordania settentrionale) incendiata e ricoperta di graffiti offensivi verso l’Islam e il Profeta, descritta dalle autorità palestinesi come “crimine spregevole” e parte di un’escalation di violenze dei coloni.

Il contesto dei “price tag attacks”
Questi atti rientrano spesso nella categoria dei cosiddetti attacchi “price tag", ovvero azioni di rappresaglia di estremisti nazional‑religiosi contro palestinesi e talvolta contro chiese e monasteri cristiani, in risposta ad attentati palestinesi o a decisioni israeliane percepite come ostili ai coloni.
In passato sono stati colpiti vari luoghi cristiani in Israele e Cisgiordania (conventi, abbazie, chiese), con graffiti anti‑cristiani, pneumatici tagliati e, in alcuni casi, incendi parziali, ad esempio all’abbazia della Dormizione a Gerusalemme o alla chiesa della Moltiplicazione sul lago di Galilea.

domenica 22 febbraio 2026

San Francesco e l’ostensione delle sue ossa: un segno di memoria e speranza nell’ottavo centenario dellaorte

Quest’anno, in occasione dell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi (1226–2026), uno degli eventi più significativi è l’ostensione delle sue ossa nella cripta della Basilica Inferiore di Assisi. È un gesto raro, dal profondo valore simbolico, che invita credenti e pellegrini a un rinnovato incontro con la testimonianza viva del Santo e con il suo messaggio universale di pace, fraternità e amore per il creato.  

L’ostensione non è un semplice momento di curiosità o devozione popolare, ma una occasione di introspezione spirituale: quelle ossa, conservate da otto secoli, raccontano la fragilità e la grandezza di un uomo che volle spogliarsi di tutto per appartenere solo a Dio. Vederle oggi significa contemplare la paradossale ricchezza della povertà evangelica, una via che sfida il materialismo e l’indifferenza del nostro tempo.

Il valore contemporaneo del Patrono d’Italia
San Francesco, proclamato Patrono d’Italia nel 1939, parla ancora al cuore dell’uomo postmoderno. In un’epoca segnata da crisi ambientali, tensioni sociali e perdita di riferimenti, la sua esistenza suggerisce una via di riconciliazione: con la natura, con gli altri e con se stessi.  
Le sue parole — e ancor più i suoi gesti — invitano a un uso sobrio e solidale delle risorse, a una spiritualità del quotidiano, e a un dialogo interreligioso autentico. Non a caso è ispiratore encicliche e iniziative contemporanee, da Laudato si’ al nuovo umanesimo promosso da Papa Francesco.

Reliquie: corpi che parlano di fede
L’ostensione delle ossa si inserisce in una lunga tradizione cristiana di venerazione delle reliquie. Fin dai primi secoli, i resti dei martiri e dei santi sono stati segni concreti di presenza, intercessione e comunione.  
Le reliquie, lungi dall’essere superstizione, sono memoria incarnata: ci ricordano che la santità non è un’idea, ma passa per la vita e il corpo. Toccare, vedere, sostare davanti a quelle ossa significa riscoprire la realtà della speranza cristiana, che non teme la morte perché crede nella resurrezione.

Un segno per l’Italia e per il mondo
Nell’anno dell’ottavo centenario, l’Assisi francescana torna a essere cuore pulsante della spiritualità italiana. L’ostensione delle reliquie diventa così invito a una conversione personale e collettiva: a recuperare la semplicità, la fraternità universale e il rispetto per il creato che San Francesco incarnò con radicalità disarmante.  
In un tempo dominato da disillusione e conflitto, la sua figura resta luce e bussola: un uomo che trasformò la povertà in libertà e il dolore in canto.

sabato 21 febbraio 2026

Il nuovo codice penale dei talebani legalizza la violenza domestica contro le donne

In Afghanistan essere donna oggi significa vivere in un sistema che ti considera inferiore per legge. È una realtà dura da accettare, ma importante da conoscere, soprattutto per le giovani generazioni che vogliono capire il mondo e impegnarsi per cambiarlo.

Un nuovo codice penale contro le donne
Nel gennaio 2026 i talebani hanno approvato un nuovo codice penale che peggiora ancora la situazione femminile. Questo testo di legge non serve a proteggere le donne, ma a controllarle ancora di più. Legalizza di fatto molte forme di violenza domestica, introduce pene specifiche e più dure solo per le donne in certi reati religiosi e rende quasi impossibile denunciare abusi o maltrattamenti.

Per esempio, un marito che picchia la moglie viene punito solo se usa un bastone e le provoca ferite visibili o gravi; anche in quel caso la pena massima è di 15 giorni di carcere. Tutte le altre forme di violenza, compresa la violenza psicologica o sessuale, non sono chiaramente considerate reato. Inoltre, una donna che vuole denunciare deve presentarsi in tribunale velata, accompagnata da un uomo della sua famiglia, spesso proprio la persona che l’ha maltrattata.

Scuola vietata alle ragazze
Una delle ferite più profonde riguarda il diritto allo studio. In Afghanistan, oggi, alle ragazze è vietato andare a scuola oltre la prima parte delle elementari. Le scuole medie e superiori sono chiuse per loro. Le università, che per un po’ avevano ancora ammesso le donne con forti restrizioni, sono state progressivamente chiuse alle studentesse: prima alcuni corsi, poi quasi tutti, finché non è rimasto praticamente nulla.

Questo significa che una generazione intera di ragazze sta crescendo senza la possibilità di studiare, di scegliere una professione, di costruirsi un futuro autonomo. Organismi internazionali parlano di “quasi totale esclusione” delle donne dall’educazione, con conseguenze enormi non solo per le singole persone, ma per l’intero Paese.

Lavorare è un privilegio per pochissime
Anche nel mondo del lavoro le donne sono state quasi completamente cancellate. Molte avevano professioni importanti: insegnanti, mediche, giornaliste, impiegate, lavoratrici nelle ONG. Oggi la maggior parte di questi impieghi è vietata alle donne. Possono lavorare solo in pochissimi settori, spesso in modo informale e precario.

Questo le rende dipendenti economicamente da marito, padre o fratelli. Se il rapporto familiare è violento o oppressivo, uscire da quella situazione è quasi impossibile: non hai uno stipendio, non hai tutele legali reali, non puoi facilmente spostarti da sola. La mancanza di lavoro non è solo un problema economico, ma uno strumento di controllo.

Spazio pubblico proibito
In molte zone dell’Afghanistan una donna non può semplicemente uscire di casa quando vuole. Per spostarsi tra una città e l’altra, e spesso anche solo per girare in città, ha bisogno di essere accompagnata da un parente maschio (mahram). L’accesso a parchi, palestre, centri ricreativi e persino ad alcuni bagni pubblici è limitato o vietato.

Le nuove norme arrivano a prevedere che una donna possa essere punita se va a trovare i propri parenti senza il permesso del marito. Anche i parenti che la accolgono rischiano sanzioni. Questo trasforma l’intera società in una rete di controllo sociale attorno al corpo e alla vita delle donne.

Violenza “normalizzata” dalla legge
Uno degli aspetti più inquietanti è la normalizzazione della violenza. Se la legge dice che un certo tipo di violenza non è reato, quel comportamento viene percepito come accettabile. In Afghanistan, il nuovo codice penale riduce le responsabilità dei mariti e limita drasticamente gli strumenti per proteggere le donne che subiscono abusi.

Rapporti indipendenti documentano centinaia di casi di arresti arbitrari, pestaggi, stupri in detenzione, oltre a una crescita preoccupante di suicidi e autoimmolazioni tra le donne. Quando non esiste una via d’uscita riconosciuta dalla società o dalla legge, la disperazione diventa ancora più forte.

“Apartheid di genere”: cosa significa
Diversi esperti e organismi internazionali parlano di “apartheid di genere” per descrivere la situazione in Afghanistan. Il termine richiama il sistema di segregazione razziale in Sudafrica, ma applicato al genere: un insieme di norme, pratiche e violenze che mirano a cancellare le donne dalla vita pubblica e a renderle subordinate per legge e per cultura.

Il Relatore speciale dell’ONU definisce questo attacco ai diritti delle donne come il più estremo e sistematico al mondo oggi. Non si tratta di singole violazioni, ma di un intero sistema costruito per impedire alle donne di essere persone libere e pienamente partecipi della società.

E noi, cosa c’entriamo?
Potrebbe sembrare una storia lontana, ma non lo è. Le tecnologie che usi ogni giorno ti collegano in tempo reale a persone che vivono esattamente queste condizioni. Sapere cosa accade in Afghanistan non è solo “informazione”: è un modo per educarsi alla responsabilità globale.

Per le giovani generazioni, questo può tradursi in gesti concreti:  
- informarsi e informare, contrastando la disinformazione;  
- sostenere organizzazioni serie che lavorano per i diritti umani;  
- usare i propri spazi (scuola, università, social, associazioni) per tenere viva l’attenzione su questi temi.  

La libertà non è garantita una volta per tutte. Vedere cosa succede in Afghanistan alle donne oggi è anche un invito a non dare mai per scontati i diritti di cui godiamo e a difenderli, per noi e per chi non può farlo.

mercoledì 18 febbraio 2026

Quaresima e Ramadan: due cammini che iniziano insieme

Quest’anno Mercoledì delle Ceneri e primo giorno di Ramadan si sovrappongono, unendo idealmente oltre un miliardo di cristiani e circa due miliardi di musulmani nel segno del digiuno e della preghiera.
Per i cristiani cominciano i quaranta giorni di preparazione alla Pasqua, per i musulmani il mese sacro in cui si ricorda la prima rivelazione del Corano a Maometto.

Questa coincidenza non è frequente, perché la Quaresima segue il calendario solare legato alla data di Pasqua, mentre il Ramadan segue un calendario lunare che “si sposta” ogni anno di circa dieci giorni indietro. Proprio per questo il 18 febbraio 2026 diventa un’occasione preziosa per guardare in parallelo le due tradizioni e riconoscere differenze e punti di contatto.

Il rito delle ceneri
Nel cristianesimo la Quaresima si apre con il rito delle ceneri: il sacerdote le impone sul capo o sulla fronte dei fedeli dicendo “Polvere tu sei e in polvere ritornerai” oppure “Convertitevi e credete al Vangelo”. La cenere richiama la fragilità dell’uomo (“polvere e cenere”, dice Abramo) ma anche la decisione di cambiare vita, di intraprendere un cammino di penitenza e rinnovamento.

Il colore liturgico è il viola, segno di penitenza, sobrietà e attesa: lo si ritrova nei paramenti, nelle decorazioni essenziali delle chiese, perfino in certe scelte musicali più sobrie rispetto al resto dell’anno. Nella tradizione ambrosiana, seguita a Milano e in parte della Lombardia, la Quaresima non inizia con le Ceneri ma la domenica successiva, motivo per cui talvolta i “milanesi” vengono bonariamente descritti come “in ritardo” rispetto al resto d’Italia.

Digiuno cristiano: pochi giorni, molto simbolici
Nel Rito romano il digiuno quaresimale si concentra in due giorni obbligatori: Mercoledì delle Ceneri e Venerdì Santo. Significa ridurre significativamente il cibo, limitarsi a un pasto completo e a due piccoli rinfreschi, accompagnando tutto con l’astinenza dalla carne nei venerdì di Quaresima.

Più che uno sforzo “sportivo”, il digiuno cristiano vuole essere un segno di conversione interiore, di solidarietà con i poveri e di libertà rispetto al consumo.
Per questo la Chiesa invita a unire al digiuno la preghiera e la carità: meno spese superflue, più attenzione a chi è nel bisogno.

Digiuno islamico: un mese dall’alba al tramonto
Nel Ramadan il digiuno (sawm) è uno dei cinque pilastri dell’Islam e coinvolge tutti i musulmani adulti e in salute. Dal primo chiarore dell’alba fino al tramonto ci si astiene da cibo, bevande (anche acqua), fumo e rapporti sessuali, evitando al contempo l’ira e gli atti immorali.

La giornata è scandita da due pasti simbolici: il suhur, consumato poco prima dell’alba, e l’iftar, che rompe il digiuno al tramonto, spesso vissuto in modo comunitario e festoso. Il Ramadan è anche tempo di preghiera più intensa, lettura del Corano, offerte ai poveri e ricerca del perdono di Dio.

Risonanze e possibilità di dialogo
Entrambe le tradizioni mettono al centro il rapporto con Dio, il dominio di sé, la condivisione con i poveri, il desiderio di convertirsi. Che Quaresima e Ramadan inizino lo stesso giorno può diventare un invito concreto al dialogo: cristiani e musulmani che si riconoscono reciprocamente in un tempo di serietà, di ascolto e di ricerca, pur restando fedeli alla propria identità.

Il vescovo Jose Colin Bagaforo, presidente della Commissione per il dialogo interreligioso della Conferenza episcopale cattolica delle Filippine (CBCP), vede in questa coincidenza un’opportunità di solidarietà e riflessione dentro un panorama nazionale religioso diversificato.

“Questo inizio condiviso è una grazia. Ci invita a rallentare, a tornare a Dio e a camminare insieme nella fede”, ha affermato. Secondo il presule, la data in comune è un’occasione unica per un periodo di grazia per il dialogo interreligioso; rappresenta uno sfondo simbolico per i continui sforzi di costruzione della pace a Mindanao, come in tutte le Filippine, rimarcando i valori condivisi della dedizione della vita e della devozione al Dio misericordioso.

Leggi da AsiaNews