domenica 8 marzo 2026

Gesù e la samaritana: oltre i confini e i pregiudizi


Nella terza domenica di Quaresima, il Vangelo ci racconta un incontro sorprendente: Gesù, stanco del cammino, si ferma al pozzo di Sicar e parla con una donna samaritana. Sembrerà un semplice dialogo, ma in realtà è una rivoluzione silenziosa.  

Quel momento rompe più barriere di quante possiamo immaginare. Gesù dialoga con una donna — cosa già inusuale per la cultura del tempo — e per di più samaritana, cioè appartenente a un popolo disprezzato dai Giudei. In poche parole, Gesù supera limiti etnici, religiosi e di genere. Non guarda l’apparenza, ma la sete profonda che abita il cuore umano: quella sete di senso, di verità e di amore autentico che tutti, prima o poi, sentiamo.  

La samaritana non è una figura “perfetta”: la sua storia è segnata da relazioni fallite e da scelte discutibili. Eppure proprio lei diventa messaggera. Dopo aver incontrato Gesù, corre al villaggio e annuncia: “Ho incontrato un uomo che mi ha detto tutto ciò che ho fatto”. Diventa così la prima missionaria tra i Samaritani — una donna vulnerabile trasformata in testimone di speranza.  

Oggi, 8 marzo, questa pagina evangelica ci parla con forza nuova. Ci invita a riconoscere il valore e la voce delle donne, spesso messe ai margini ma capaci di portare luce e rinnovamento. E ci ricorda che ogni incontro autentico — quando ci si ascolta davvero, senza pregiudizi — può diventare sorgente d’acqua viva, quella che rinnova la vita e apre il futuro. 

Un 8 marzo per ogni donna

Ovunque le donne chiedono libertà e diritti, aumentano repressione, violenza, discriminazioni. 
Non è una serie di episodi isolati: è un modello di potere che si ripete, cambia volto a seconda del contesto, ma ha sempre lo stesso obiettivo, zittire chi rivendica autonomia e dignità. 
L’8 marzo, Giornata internazionale della donna, diventa allora non solo un appuntamento simbolico, ma un’occasione per guardare in faccia questo modello e scegliere da che parte stare.
Le pratiche autoritarie non sono un fenomeno lontano o astratto. Si nutrono del controllo sui corpi e sulle scelte delle donne, della paura e del silenzio. Dove l’autoritarismo avanza, i diritti umani si restringono e le disuguaglianze di genere si approfondiscono. 
Per contrastarlo serve l’esatto opposto: coraggio, solidarietà, azione collettiva.

Iran: il velo come campo di battaglia
In Iran, le proteste “Donna, Vita, Libertà” esplose nel 2022 hanno mostrato al mondo la forza di donne e ragazze che hanno scelto di sfidare l’obbligo del velo e, con esso, un intero sistema di controllo. La risposta delle autorità è stata durissima: arresti arbitrari, condanne, fustigazioni, fino alla minaccia della pena di morte. Ogni gesto di libertà – un velo tolto, una manifestazione, un post sui social – viene trattato come un atto sovversivo.
Eppure, proprio questa repressione dimostra quanto la resistenza delle donne sia percepita come una minaccia per l’ordine autoritario. Documentare le violazioni, dare voce a chi protesta, chiedere responsabilità per chi ordina e compie questi abusi è un modo concreto per non lasciare sole le donne iraniane. Significa riconoscere che la loro battaglia per scegliere come vestirsi, come vivere, come parlare, è anche la nostra.

Sudan: i corpi delle donne come fronte di guerra
In Sudan, un conflitto che dura da anni sta devastando la popolazione civile. Le donne e le ragazze pagano un prezzo altissimo: la violenza sessuale viene usata come arma di guerra per umiliare, terrorizzare, spezzare intere comunità. Lo stupro diventa un messaggio politico e militare, un modo per affermare potere, estorcere obbedienza, cancellare identità.
Raccogliere testimonianze, sostenere le attiviste locali, portare queste storie davanti alla comunità internazionale significa rompere il meccanismo dell’impunità. Vuol dire dire con chiarezza che il corpo delle donne non è un terreno di conquista né un danno collaterale, ma il luogo in cui si misura il grado di civiltà – o di barbarie – di un conflitto e di chi lo conduce.

Italia: il consenso che manca nelle leggi
Pensare che l’autoritarismo riguardi solo “altri Paesi” è un’illusione comoda. Anche in Italia esistono crepe profonde nella tutela dei diritti delle donne. Un esempio emblematico è la definizione di violenza sessuale: ancora oggi manca un chiaro riferimento al consenso espresso, libero e attivo. Non basta l’assenza di un “no”: serve la presenza di un “sì”.
La campagna “Il sesso senza sì è stupro” ricorda una verità semplice e rivoluzionaria: il corpo di una donna non è mai un diritto acquisito, ma un luogo di autodeterminazione. Chiedere una riforma della legge che metta al centro il consenso significa cambiare lo sguardo: dallo sminuire, dubitare, colpevolizzare le vittime, al riconoscere il loro diritto a definire i confini del proprio corpo e del proprio desiderio.

Un filo rosso: controllo, crudeltà, menzogna
Iran, Sudan, Italia sembrano mondi lontanissimi, eppure tra queste storie corre un filo rosso. In contesti diversi, con intensità diverse, ricompare sempre la stessa “architettura dell’autoritarismo”:
- il controllo al posto della libertà: sul modo di vestirsi, di protestare, di amare, di vivere la propria sessualità
- la crudeltà al posto della cura: la violenza come punizione, minaccia, strumento di potere
- la menzogna al posto della verità: la negazione delle violazioni, la colpevolizzazione delle vittime, il racconto distorto della realtà

È questa architettura che l’8 marzo siamo chiamati a riconoscere e a smontare, pezzo dopo pezzo. Non basta indignarsi una volta all’anno, né limitarsi ai gesti simbolici. Resistere, oggi, significa ascoltare le voci delle donne che pagano sulla propria pelle il prezzo dell’autoritarismo, amplificarle, sostenerle con azioni concrete: firmare appelli, fare pressione sulle istituzioni, educare al rispetto e al consenso nei nostri contesti quotidiani.

Scegliere da che parte stare
“Se non fai niente, stai già dalla parte del più forte”, si dice spesso. L’8 marzo ci invita proprio a questo esercizio scomodo: chiederci da che parte stiamo quando una donna viene arrestata perché si toglie il velo, quando una guerra trasforma i corpi femminili in campi di battaglia, quando una vittima di stupro deve ancora dimostrare di non aver “provocato”.
Scegliere di resistere, oggi, significa rifiutare il silenzio e l’indifferenza. Vuol dire unire le lotte, riconoscere che la libertà delle donne in Iran, in Sudan, in Italia e ovunque nel mondo non è una causa particolare, ma una questione di democrazia per tutti. L’8 marzo non è (solo) un giorno per regalare fiori, ma per fare una scelta di campo. Anche a chilometri di distanza, possiamo esserci. E possiamo decidere che il posto della libertà è accanto ai corpi, alle voci e alle vite delle donne che non smettono di reclamarla.

Da Amnesty International 

sabato 7 marzo 2026

L'eccezionalità nel quotidiano per Marco Gallo

Nel giorno in cui avrebbe compiuto 32 anni, il 7 marzo 2026, la Chiesa di Milano apre ufficialmente la fase diocesana del processo di beatificazione e canonizzazione del Servo di Dio Marco Gallo, un adolescente che ha vissuto la fede con passione dentro la normalità della vita di tutti i giorni. La sua storia parla in modo diretto alla generazione dei più giovani, mostrando che la santità non è evasione dal reale ma pienezza di vita.

Chi era Marco Gallo
Marco nasce a Chiavari nel 1994, cresce poi a Monza e frequenta il liceo Don Gnocchi di Carate Brianza  È un ragazzo vivace, esuberante, amante delle sfide, della moto e dello sport, inserito profondamente nella rete di amicizie della scuola e dell’oratorio. Il 5 novembre 2011, a soli 17 anni, muore in un incidente stradale mentre si sta recando a scuola in moto, lasciando sgomenta un’intera comunità che, però, fin da subito riconosce nella sua breve vita una traccia luminosa di Vangelo vissuto.

Un cuore alla ricerca dell’Infinito
Fin da bambino, chi lo ha conosciuto ricorda in lui una domanda insistente sul senso della vita, un’inquietudine positiva che lo spingeva a cercare “qualcosa di più grande”. Negli anni del liceo questa ricerca matura in un cammino cristiano consapevole, alimentato dalla partecipazione a Gioventù Studentesca, il ramo giovanile di Comunione e Liberazione, dalla meditazione del Vangelo e da una vita sacramentale intensa. Marco scopre progressivamente che l’incontro con Cristo non toglie nulla alla sua passione per lo sport, i motori, l’amicizia, ma anzi li porta alla loro verità, trasformandoli in luoghi concreti di carità e responsabilità.

Sport, amicizia e volontariato: la santità nel quotidiano
Le testimonianze concordano nel descriverlo come un leader naturale tra i coetanei, capace di coinvolgere gli amici non solo nel divertimento ma anche nel volontariato e nel servizio ai più deboli. Non si trattava di “buonismo”, ma di una fede gioiosa che rendeva attraente il suo modo di stare con gli altri, di prendere sul serio lo studio, di donare tempo e energie nelle iniziative della comunità. In lui, sport, scuola, relazioni e preghiera non erano compartimenti stagni, ma un’unica trama unificata dall’amore per Cristo, percepito come fonte della vera felicità.

La fama di santità e l’avvio della causa
Già poche settimane dopo la sua morte, il cardinale Angelo Scola lo indica ai giovani come esempio di vita cristiana, riconoscendo nella sua esistenza la maturità di una fede vissuta con radicalità pur nella brevità degli anni. Negli anni successivi la sua memoria continua a richiamare centinaia di ragazzi a momenti di preghiera e pellegrinaggio, in particolare tra il Duomo di Monza e il Santuario di Nostra Signora di Montallegro, dove ogni 1° novembre si fa memoria della sua scomparsa. Questa “fama di santità”, lungi dallo spegnersi, si è consolidata al punto da spingere il vescovo di Chiavari, monsignor Giampio Luigi Devasini, a chiedere formalmente l’apertura della causa, accolta dall’arcivescovo di Milano Mario Delpini con il decreto del giugno 2024 e avviata liturgicamente il 7 marzo 2026.

Un testimone per la Generazione Z
Molti hanno accostato Marco a figure come Carlo Acutis, definendolo un possibile “santo della Generazione Z”, proprio perché incarna una santità pienamente immersa nel nostro tempo: tecnologia, velocità, passioni forti, ma orientate da una Presenza amata. Il processo di canonizzazione non è un semplice “riconoscimento d’ufficio”, ma un cammino serio in cui la Chiesa raccoglie testimonianze, scritti ed eventuali segni straordinari per verificare che in lui le virtù cristiane siano state vissute in modo eroico. Se un giorno sarà proclamato beato o santo, non sarà solo una gloria personale, ma un dono per tutta la Chiesa: il segno che anche oggi è possibile vivere da cristiani nella scuola, nello sport, per le strade del nostro mondo.

Un invito per noi
La vicenda di Marco interroga ciascuno: che cosa cerco davvero nella mia vita? Dove fondo la mia sete di infinito, la mia voglia di felicità? La Chiesa, avviando la sua causa, non ci propone un eroe irraggiungibile, ma un compagno di strada che, in sedici, diciassette anni di vita, ha preso sul serio la domanda di senso lasciandosi afferrare da Cristo dentro tutto ciò che amava. Guardare a lui può diventare per molti giovani – e per gli adulti che li accompagnano – un aiuto concreto a riscoprire che la santità non è un’eccezione per pochi, ma una possibilità realissima dentro la carne della vita quotidiana.

domenica 1 marzo 2026

Perché il fine non giustifica i mezzi

Ali Khamenei è stato trovato sotto le macerie di un compound centrato dai bombardamenti israeliani e americani. 

E tantissimi iraniani ballano, piangono di gioia, bruciano i ritratti di chi li ha oppressi per decenni. 

Gente che ha conosciuto la tortura, la censura, le esecuzioni pubbliche, le donne ammazzate perché un velo scivolava dalla testa. 

Chi può biasimarli? Chi oserebbe dire loro di non esultare?

Nessuno.

Il problema è un altro.

Il problema sono quelli che da casa nostra, col telecomando in una mano e il telefono nell’altra, festeggiano come se fosse la finale dei Mondiali. 

Quelli per cui la morte di Khamenei è la prova che Trump è un genio, che la forza bruta funziona, che bastano le bombe giuste sulle persone giuste e il mondo diventa un posto migliore.

Quello che è successo è qualcosa di molto più grande e molto più pericoloso.

Due Paesi, da soli, senza consultare nessuno, senza un voto alle Nazioni Unite, senza uno straccio di mandato internazionale, hanno deciso di bombardare uno Stato sovrano, eliminarne la leadership e ridisegnare gli equilibri di un’intera regione.

Uno di questi due Paesi è governato da un uomo che si comporta da padrone del pianeta. L’altro è guidato da chi, negli ultimi due anni, ha accumulato un catalogo di orrori nei confronti della popolazione civile di Gaza che farebbe impallidire diversi capitoli della storia che studiamo a scuola giurandoci “mai più”.

E insieme, questa notte, hanno stabilito un principio semplicissimo: chi ha la potenza di fuoco decide chi vive e chi muore. Fine. 

Nessuna regola, nessun tribunale, nessun limite. Solo la legge del più armato.

Ora, Khamenei era un tiranno sanguinario? Sì. 

Il suo regime ha massacrato, impiccato, stuprato, torturato? Sì. 

Il mondo è un posto migliore senza di lui? Forse.

Ma il precedente che è stato appena scritto nella storia è un veleno lento che ci attraverserà tutti.

Perché se oggi puoi bombardare Teheran perché il bersaglio lo meritava, domani la stessa logica varrà per chiunque altro. 

Valeva ieri per Putin che ha invaso l’Ucraina dicendo di volerla “denazificare”. 

Varrà domani per la Cina quando deciderà che Taiwan va “riunificata”. 

Varrà dopodomani per qualunque potenza nucleare che avrà un pretesto sufficientemente presentabile.

E noi, l’Europa, l’Italia, il cosiddetto Occidente dei diritti e delle regole, avremo perso per sempre la facoltà di obiettare qualunque cosa. Perché il diritto internazionale o esiste per tutti o non esiste per nessuno. 

E stanotte è stato sepolto sotto le stesse macerie di Khamenei.

Da Facebook

Vandalismo crescente verso chiese e moschee in Cisgiordania

Negli ultimi anni (e in particolare nelle ultime settimane) si sono registrati diversi episodi documentati di vandalismo e attacchi di coloni o estremisti ebrei contro chiese e moschee, tra cui la chiesa della Visitazione a Ein Karem e varie moschee in Cisgiordania.

Chiesa della Visitazione a Ein Karem
Il 19 febbraio 2026 la Chiesa della Visitazione, nel quartiere di Ein Karem a ovest di Gerusalemme, è stata vandalizzata con scritte in ebraico sui muri esterni e sulle auto parcheggiate.
Le scritte includevano parole come “Vendetta”, “Davide, re d’Israele vive e perdura” e “Il messia (ebraico) è qui!”, riconducibili alla retorica dei gruppi nazionalisti religiosi radicali.
Le autorità israeliane hanno parlato di “graffiti nazionalisti” e hanno aperto un’indagine, mentre la governatorato di Gerusalemme dell’Autorità Palestinese ha inserito l’episodio in una serie più ampia di violazioni di luoghi sacri cristiani e musulmani.

Attacchi a moschee in Cisgiordania
Il 23 febbraio 2026 una moschea nel villaggio di Tell, a sud di Nablus (moschea Abu Bakr al‑Siddiq), è stata data alle fiamme e imbrattata con scritte in ebraico come “vendetta” e “price tag” (tag prezzo), in quello che media e autorità hanno descritto come un attacco di coloni estremisti.
L’incendio ha danneggiato il portone e la parte esterna della moschea, con tracce evidenti di bruciature all’ingresso, prima che gli abitanti spegnessero le fiamme.
Il Ministero degli Affari Religiosi palestinese ha denunciato che nel corso dell’ultimo anno i coloni hanno attaccato o vandalizzato 45 moschee in Cisgiordania, inserendo l’episodio in una tendenza crescente di aggressioni contro santuari islamici.
Nel novembre 2025 un altro episodio aveva visto una moschea nella zona di Deir Istiya (Cisgiordania settentrionale) incendiata e ricoperta di graffiti offensivi verso l’Islam e il Profeta, descritta dalle autorità palestinesi come “crimine spregevole” e parte di un’escalation di violenze dei coloni.

Il contesto dei “price tag attacks”
Questi atti rientrano spesso nella categoria dei cosiddetti attacchi “price tag", ovvero azioni di rappresaglia di estremisti nazional‑religiosi contro palestinesi e talvolta contro chiese e monasteri cristiani, in risposta ad attentati palestinesi o a decisioni israeliane percepite come ostili ai coloni.
In passato sono stati colpiti vari luoghi cristiani in Israele e Cisgiordania (conventi, abbazie, chiese), con graffiti anti‑cristiani, pneumatici tagliati e, in alcuni casi, incendi parziali, ad esempio all’abbazia della Dormizione a Gerusalemme o alla chiesa della Moltiplicazione sul lago di Galilea.

domenica 22 febbraio 2026

San Francesco e l’ostensione delle sue ossa: un segno di memoria e speranza nell’ottavo centenario dellaorte

Quest’anno, in occasione dell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi (1226–2026), uno degli eventi più significativi è l’ostensione delle sue ossa nella cripta della Basilica Inferiore di Assisi. È un gesto raro, dal profondo valore simbolico, che invita credenti e pellegrini a un rinnovato incontro con la testimonianza viva del Santo e con il suo messaggio universale di pace, fraternità e amore per il creato.  

L’ostensione non è un semplice momento di curiosità o devozione popolare, ma una occasione di introspezione spirituale: quelle ossa, conservate da otto secoli, raccontano la fragilità e la grandezza di un uomo che volle spogliarsi di tutto per appartenere solo a Dio. Vederle oggi significa contemplare la paradossale ricchezza della povertà evangelica, una via che sfida il materialismo e l’indifferenza del nostro tempo.

Il valore contemporaneo del Patrono d’Italia
San Francesco, proclamato Patrono d’Italia nel 1939, parla ancora al cuore dell’uomo postmoderno. In un’epoca segnata da crisi ambientali, tensioni sociali e perdita di riferimenti, la sua esistenza suggerisce una via di riconciliazione: con la natura, con gli altri e con se stessi.  
Le sue parole — e ancor più i suoi gesti — invitano a un uso sobrio e solidale delle risorse, a una spiritualità del quotidiano, e a un dialogo interreligioso autentico. Non a caso è ispiratore encicliche e iniziative contemporanee, da Laudato si’ al nuovo umanesimo promosso da Papa Francesco.

Reliquie: corpi che parlano di fede
L’ostensione delle ossa si inserisce in una lunga tradizione cristiana di venerazione delle reliquie. Fin dai primi secoli, i resti dei martiri e dei santi sono stati segni concreti di presenza, intercessione e comunione.  
Le reliquie, lungi dall’essere superstizione, sono memoria incarnata: ci ricordano che la santità non è un’idea, ma passa per la vita e il corpo. Toccare, vedere, sostare davanti a quelle ossa significa riscoprire la realtà della speranza cristiana, che non teme la morte perché crede nella resurrezione.

Un segno per l’Italia e per il mondo
Nell’anno dell’ottavo centenario, l’Assisi francescana torna a essere cuore pulsante della spiritualità italiana. L’ostensione delle reliquie diventa così invito a una conversione personale e collettiva: a recuperare la semplicità, la fraternità universale e il rispetto per il creato che San Francesco incarnò con radicalità disarmante.  
In un tempo dominato da disillusione e conflitto, la sua figura resta luce e bussola: un uomo che trasformò la povertà in libertà e il dolore in canto.

sabato 21 febbraio 2026

Il nuovo codice penale dei talebani legalizza la violenza domestica contro le donne

In Afghanistan essere donna oggi significa vivere in un sistema che ti considera inferiore per legge. È una realtà dura da accettare, ma importante da conoscere, soprattutto per le giovani generazioni che vogliono capire il mondo e impegnarsi per cambiarlo.

Un nuovo codice penale contro le donne
Nel gennaio 2026 i talebani hanno approvato un nuovo codice penale che peggiora ancora la situazione femminile. Questo testo di legge non serve a proteggere le donne, ma a controllarle ancora di più. Legalizza di fatto molte forme di violenza domestica, introduce pene specifiche e più dure solo per le donne in certi reati religiosi e rende quasi impossibile denunciare abusi o maltrattamenti.

Per esempio, un marito che picchia la moglie viene punito solo se usa un bastone e le provoca ferite visibili o gravi; anche in quel caso la pena massima è di 15 giorni di carcere. Tutte le altre forme di violenza, compresa la violenza psicologica o sessuale, non sono chiaramente considerate reato. Inoltre, una donna che vuole denunciare deve presentarsi in tribunale velata, accompagnata da un uomo della sua famiglia, spesso proprio la persona che l’ha maltrattata.

Scuola vietata alle ragazze
Una delle ferite più profonde riguarda il diritto allo studio. In Afghanistan, oggi, alle ragazze è vietato andare a scuola oltre la prima parte delle elementari. Le scuole medie e superiori sono chiuse per loro. Le università, che per un po’ avevano ancora ammesso le donne con forti restrizioni, sono state progressivamente chiuse alle studentesse: prima alcuni corsi, poi quasi tutti, finché non è rimasto praticamente nulla.

Questo significa che una generazione intera di ragazze sta crescendo senza la possibilità di studiare, di scegliere una professione, di costruirsi un futuro autonomo. Organismi internazionali parlano di “quasi totale esclusione” delle donne dall’educazione, con conseguenze enormi non solo per le singole persone, ma per l’intero Paese.

Lavorare è un privilegio per pochissime
Anche nel mondo del lavoro le donne sono state quasi completamente cancellate. Molte avevano professioni importanti: insegnanti, mediche, giornaliste, impiegate, lavoratrici nelle ONG. Oggi la maggior parte di questi impieghi è vietata alle donne. Possono lavorare solo in pochissimi settori, spesso in modo informale e precario.

Questo le rende dipendenti economicamente da marito, padre o fratelli. Se il rapporto familiare è violento o oppressivo, uscire da quella situazione è quasi impossibile: non hai uno stipendio, non hai tutele legali reali, non puoi facilmente spostarti da sola. La mancanza di lavoro non è solo un problema economico, ma uno strumento di controllo.

Spazio pubblico proibito
In molte zone dell’Afghanistan una donna non può semplicemente uscire di casa quando vuole. Per spostarsi tra una città e l’altra, e spesso anche solo per girare in città, ha bisogno di essere accompagnata da un parente maschio (mahram). L’accesso a parchi, palestre, centri ricreativi e persino ad alcuni bagni pubblici è limitato o vietato.

Le nuove norme arrivano a prevedere che una donna possa essere punita se va a trovare i propri parenti senza il permesso del marito. Anche i parenti che la accolgono rischiano sanzioni. Questo trasforma l’intera società in una rete di controllo sociale attorno al corpo e alla vita delle donne.

Violenza “normalizzata” dalla legge
Uno degli aspetti più inquietanti è la normalizzazione della violenza. Se la legge dice che un certo tipo di violenza non è reato, quel comportamento viene percepito come accettabile. In Afghanistan, il nuovo codice penale riduce le responsabilità dei mariti e limita drasticamente gli strumenti per proteggere le donne che subiscono abusi.

Rapporti indipendenti documentano centinaia di casi di arresti arbitrari, pestaggi, stupri in detenzione, oltre a una crescita preoccupante di suicidi e autoimmolazioni tra le donne. Quando non esiste una via d’uscita riconosciuta dalla società o dalla legge, la disperazione diventa ancora più forte.

“Apartheid di genere”: cosa significa
Diversi esperti e organismi internazionali parlano di “apartheid di genere” per descrivere la situazione in Afghanistan. Il termine richiama il sistema di segregazione razziale in Sudafrica, ma applicato al genere: un insieme di norme, pratiche e violenze che mirano a cancellare le donne dalla vita pubblica e a renderle subordinate per legge e per cultura.

Il Relatore speciale dell’ONU definisce questo attacco ai diritti delle donne come il più estremo e sistematico al mondo oggi. Non si tratta di singole violazioni, ma di un intero sistema costruito per impedire alle donne di essere persone libere e pienamente partecipi della società.

E noi, cosa c’entriamo?
Potrebbe sembrare una storia lontana, ma non lo è. Le tecnologie che usi ogni giorno ti collegano in tempo reale a persone che vivono esattamente queste condizioni. Sapere cosa accade in Afghanistan non è solo “informazione”: è un modo per educarsi alla responsabilità globale.

Per le giovani generazioni, questo può tradursi in gesti concreti:  
- informarsi e informare, contrastando la disinformazione;  
- sostenere organizzazioni serie che lavorano per i diritti umani;  
- usare i propri spazi (scuola, università, social, associazioni) per tenere viva l’attenzione su questi temi.  

La libertà non è garantita una volta per tutte. Vedere cosa succede in Afghanistan alle donne oggi è anche un invito a non dare mai per scontati i diritti di cui godiamo e a difenderli, per noi e per chi non può farlo.