domenica 29 marzo 2026

Gerusalemme, il blocco a Pizzaballa e il rischio di un nuovo salto di tensione

L’episodio avvenuto a Gerusalemme, con il blocco imposto dalla polizia israeliana al cardinale Pierbattista Pizzaballa e a padre Francesco Ielpo, va oltre il singolo fatto di cronaca. Tocca infatti un punto molto delicato: la libertà di culto in uno dei luoghi più simbolici del cristianesimo e, più in generale, il rispetto di regole condivise che da secoli cercano di preservare un fragile equilibrio.

Secondo quanto ricostruito, i due religiosi stavano andando in forma privata al Santo Sepolcro per la Messa della Domenica delle Palme, ma sono stati fermati e costretti a tornare indietro. Il Patriarcato latino ha parlato di “grave precedente” e di misura sproporzionata, ricordando che, dall’inizio della guerra a Gaza, le celebrazioni pubbliche sono state già ridotte o annullate per ragioni di sicurezza.

Perché l’episodio preoccupa

Il primo rischio è l’escalation simbolica. Quando una restrizione colpisce figure religiose di primo piano, il messaggio percepito non è solo amministrativo o di ordine pubblico: diventa politico, identitario e religioso. In una città come Gerusalemme, ogni gesto può amplificare tensioni già altissime e alimentare ulteriori sospetti tra comunità diverse.

Il secondo rischio riguarda la libertà personale e religiosa. Se il diritto di accedere a un luogo sacro viene limitato senza una motivazione chiara e proporzionata, si crea un precedente inquietante. Oggi riguarda un rito cristiano; domani potrebbe toccare altri momenti di preghiera, altre confessioni, altre categorie di persone. 

C’è poi un terzo elemento, spesso sottovalutato: la normalizzazione dell’eccezione. In contesti di conflitto, misure straordinarie tendono facilmente a diventare ordinarie. Ma quando l’eccezione si stabilizza, la vita civile si impoverisce, i diritti si restringono e il dialogo si indebolisce. 

Un precedente pesante
Il punto più grave non è solo l’episodio in sé, ma il suo valore di precedente. Il Patriarcato latino ha parlato apertamente di violazione della libertà di culto e di allontanamento dai principi di ragionevolezza, libertà religiosa e rispetto dello status quo. In una città dove lo status quo dei Luoghi Santi è sempre stato un equilibrio delicatissimo, ogni forzatura rischia di accendere nuove fratture. 

Anche le reazioni politiche mostrano quanto la vicenda sia sensibile. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato di offesa alla libertà religiosa, mentre il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha definito l’episodio inaccettabile e ha convocato l’ambasciatore israeliano per chiarimenti. Questo segnala che la questione non viene letta come un semplice incidente locale, ma come un fatto capace di incidere sui rapporti diplomatici e sulla percezione internazionale di Gerusalemme.

Il nodo della sicurezza
Naturalmente, nessun contesto di guerra può essere valutato ignorando le esigenze di sicurezza. Ma la sicurezza non può trasformarsi in un criterio assoluto, altrimenti finisce per giustificare qualunque compressione di diritti fondamentali. La vera sfida è conciliare la protezione dell’ordine pubblico con il rispetto della dignità delle persone, specie quando si tratta di gesti religiosi non violenti e pienamente privati.

Quando questo equilibrio si rompe, il danno non è solo per i fedeli coinvolti. Si indebolisce la fiducia nelle istituzioni, si alimentano narrazioni di persecuzione e si offre nuovo carburante ai settori più radicali, che vivono del conflitto e ne traggono legittimazione. 

Una lezione più ampia
La vicenda di Gerusalemme ricorda che la libertà religiosa non è un tema secondario, ma un indicatore della salute democratica di una società. Dove si limita il culto, spesso si limita anche la possibilità di convivere. Dove cresce la paura, si restringe lo spazio del dialogo. Dove prevale l’arbitrio, la pace diventa più lontana. 

Per questo l’episodio non dovrebbe essere letto solo come una polemica passeggera, ma come un segnale d’allarme. In tempi di guerra e polarizzazione, proteggere i diritti più elementari non è un gesto accessorio: è una delle poche strade per evitare che la spirale degli scontri travolga anche gli spazi residui di convivenza. 

sabato 28 marzo 2026

Apertura del Festival Biblico 2026 all'insegna della fragilità

“La fragile forza dell’amore”: con queste parole Sammy Basso ha inaugurato il Festival Biblico 2026, dando ufficialmente il via a un percorso di incontri, dialoghi e riflessioni che accompagneranno le diocesi del Veneto per tutto il mese di maggio.  

La serata di apertura, ospitata sabato 28 marzo al Teatro Comunale di Vicenza, è stata un momento denso di emozione e significato. Davanti a un pubblico attento e partecipe, Sammy — affetto da progeria, ma da anni testimone luminoso di speranza e resilienza — ha condiviso la sua personale lettura del tema scelto per questa edizione: “Fragili”, un invito a scoprire nella vulnerabilità umana non un limite, ma una possibilità di incontro autentico con Dio e con gli altri.  

Attraverso il suo racconto, ricco di ironia e profondità, Basso ha mostrato come la fragilità possa diventare **energia che unisce, apre e salva**, proprio come nel messaggio evangelico. Le sue parole hanno risuonato come una chiamata a superare la paura del limite, ricordando che ogni storia umana, anche la più segnata, custodisce una forza capace di generare bene.  

Il Festival Biblico, giunto alla sua ventunesima edizione, conferma così il suo ruolo di spazio privilegiato di dialogo tra fede, cultura e società. Nelle prossime settimane, il programma proporrà **oltre cento eventi in diverse città del Veneto e del Friuli Venezia Giulia**, tra conferenze, spettacoli, laboratori, percorsi spirituali e momenti musicali, tutti legati da un filo conduttore: leggere la Parola di Dio dentro le fragilità del nostro tempo.  

L’apertura con Sammy Basso è stata un segno chiaro: la fragilità non è la fine di qualcosa, ma il punto di partenza per una forza nuova, quella che nasce dal coraggio di vivere e amare comunque.

venerdì 27 marzo 2026

Lettera della professoressa colpita da un alunno

A tutti voi, adorati alunni, colleghi, genitori, soccorritori, personale sanitario, autorità, forze dell’ordine, familiari, giornalisti, e persone che mi avete circondato da subito di affetto e solidarietà. Sto dettando queste poche righe con la voce ancora flebile, al mio legale, ma con il cuore colmo di gratitudine.  

Non avrei mai pensato che un giorno avrei dovuto raccontare un dolore così grande, né che avrei attraversato una prova così profonda. Eppure eccomi qui, ancora viva. E questo lo devo a molti di voi. In un attimo, un gesto improvviso e incomprensibile ha spezzato la quotidianità della scuola, trasformando una mattina come tante in un incubo. Quelle coltellate sul mio collo e sul mio torace avrebbero potuto fermare il mio cammino per sempre. So che addirittura la scena è stata ripresa via cellulare, è stata drammatica quanto irreale. Io stessa fatico a ricordarla senza tremare.
Ma subito, attorno a me, si è mosso un mondo di coraggio e di umanità.

Ai colleghi che sono intervenuti senza alcuna esitazione, rischiando personalmente per mettermi in salvo: il vostro sangue freddo e la vostra forza hanno creato una barriera tra me e la morte. Agli studenti che hanno gridato aiuto, che hanno pianto, che si sono spaventati e hanno visto qualcosa che nessuno dovrebbe vedere a tredici anni: sappiate che non porto rabbia né paura nel cuore, ma solo desiderio di rivedervi crescere sereni e protetti.

Al personale dell’elisoccorso, che ha bloccato un’emorragia devastante, che ha lottato contro il tempo, che mi ha restituito un battito stabile con un a lunga trasfusione, mentre la linfa della vita usciva dalle mie ferite: non dimenticherò mai le vostre mani ferme e la vostra calma. Ai medici, agli infermieri, agli operatori sanitari che mi hanno accolto, curato e operato con una delicatezza che va oltre il dovere: siete stati famiglia. Alle forze dell’ordine e alle autorità, presenti subito, attente, rispettose, che hanno messo ordine nel caos e garantito sicurezza a tutti. A mio fratello Giampaolo, che ha tremato, pregato, vegliato accanto a me senza mai perdere la speranza. All’avvocato Angelo Lino Murtas, che mi sta accompagnando con sensibilità e competenza in un percorso che non avrei mai immaginato di dover affrontare.

Ai genitori, che mi scrivono, che mi abbracciano anche se solo da lontano, che hanno raccontato ai propri figli il valore dell’empatia e della vita.

A chiunque mi sta mandando messaggi, preghiere, pensieri, anche senza conoscermi: li ho sentiti arrivare tutti, uno per uno, come fili che mi hanno ricucito l’anima. Oggi sono ancora debole, la voce è un soffio, il corpo ha ferite profonde ancora fresche. Ma il mio spirito è vivo. E questa vita è un dono che non sprecherò.

So che quanto accaduto ha sconvolto molti di voi. Ha generato paure, domande, forse persino scoramento. Per questo vi dico: non lasciamoci vincere dal buio. Ai miei amati alunni, non fermatevi, non arrendetevi, studiate e preparatevi per il vostro futuro senza nessuna paura, ma solo e unicamente con coraggio. 

Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte: verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica, come magari quello che mi ha colpito che forse nel profondo non saprà neanche perché. Come non lo sapranno i suoi genitori.
Se il Signore vorrà concedermelo, io tornerò. Tornerò in classe, tra i banchi, dove ho sempre sentito di appartenere. Tornerò a insegnare, a credere nei giovani, ad accompagnarli nei loro passi difficili. Perché nonostante tutto, insegnare resta il mio sogno, la mia vocazione, la mia gioia più grande.

A tutti voi, dal profondo del cuore: grazie.
Grazie per avermi salvata, sorretta, pensata, custodita.

Grazie per darmi la forza di guardare avanti, non indietro, e soprattutto il sogno di potercela fare ancora.
Con commossa gratitudine.

Prof. Chiara Mocchi

giovedì 26 marzo 2026

Si insedia la nuova arcivescova di Canterbury

Sarah Mullally è stata insediata come prima donna arcivescovo di Canterbury, un passaggio storico per la Comunione anglicana e un segno ecumenico di grande rilievo.

Un evento storico
Per la prima volta in 1.400 anni di storia, la sede di Canterbury è affidata a una donna: Sarah Mullally è il 106° arcivescovo di Canterbury e la prima a rompere una tradizione secolare che, dai tempi di sant’Agostino inviato da Roma nel 597, aveva visto solo uomini in questo ruolo. Il suo insediamento, avvenuto il 25 marzo 2026 nella cattedrale di Canterbury, segna un cambio di passo simbolico e sostanziale nella leadership della Chiesa d’Inghilterra e dell’intera Comunione anglicana. Non è solo una novità interna: l’evento parla alle Chiese cristiane di tutto il mondo, che osservano come le comunità anglicane interpretano oggi il tema del ministero e della corresponsabilità tra uomini e donne.

Il profilo di Sarah Mullally
Prima di diventare pastora, Sarah Mullally è stata infermiera e poi capoinfermiera a livello nazionale nel servizio sanitario britannico, un percorso che segna profondamente il suo stile pastorale, attento alle fragilità e alla cura. Nelle sue prime parole a Canterbury ha parlato di un mondo attraversato da “profonda incertezza globale”, indicando proprio negli atti di gentilezza, di amore e di vicinanza concreta la via cristiana alla guarigione personale e sociale. La sua nomina arriva dopo le dimissioni di Justin Welby e in un contesto di tensioni interne alla Comunione anglicana sui temi delle donne nel ministero e delle persone LGBTQ+, che rendono il suo compito ancora più esigente.

Dimensione ecumenica
La scelta di una donna alla guida di Canterbury si colloca dentro un cammino ecumenico ormai sessantennale tra cattolici e anglicani, fatto di dialoghi teologici e, soprattutto, di rapporti personali tra i pastori delle due Chiese.
Nella lettera di augurio inviata alla vescova Mullally, il responsabile vaticano per l’unità dei cristiani ha sottolineato come il nuovo ministero sia chiamato a essere un servizio di comunione e di unità, pur riconoscendo che la stessa ordinazione delle donne resta uno dei punti sensibili nel confronto teologico tra Roma e Canterbury. Proprio per questo l’insediamento della nuova arcivescova rappresenta, agli occhi delle altre Chiese, un banco di prova: riuscire a tenere insieme fedeltà alla propria tradizione, apertura alle donne e volontà sincera di camminare verso l’unità visibile.

Le parole del Papa Leone
Papa Leone ha voluto inviare un messaggio di saluto e di incoraggiamento alla nuova arcivescova e all’intera Comunione anglicana. Il Pontefice ha espresso gratitudine per il cammino comune compiuto da cattolici e anglicani, invitando a leggere l’insediamento di Sarah Mullally non come una minaccia ma come un’occasione per rinnovare la reciproca stima, intensificare la preghiera e cercare insieme vie concrete di testimonianza condivisa del Vangelo nel continente europeo secolarizzato. Nelle sue parole è emersa una duplice sottolineatura: da un lato il rispetto per le scelte interne della Chiesa d’Inghilterra, dall’altro il richiamo a non perdere di vista la meta dell’unità, che domanda pazienza, ascolto reciproco e una carità capace di andare oltre le differenze su ministero e disciplina.

Uno sguardo per la vita della Chiesa
L’insediamento della prima arcivescovo donna a Canterbury interpella tutte le Chiese sul ruolo delle donne, sul modo di esercitare l’autorità e sul linguaggio con cui si annuncia il Vangelo in un tempo segnato da crisi, guerre e sfiducia. La storia personale di Sarah Mullally, fatta di cura dei malati e di responsabilità pubblica, offre un’immagine di guida ecclesiale meno centrata sul potere e più sulla prossimità, che può parlare tanto ai fedeli anglicani quanto ai cattolici. In questa prospettiva, le parole di papa Leone rilanciano il desiderio di un ecumenismo concreto: non solo documenti e dichiarazioni, ma gesti e volti che, come in questa giornata a Canterbury, ricordano al mondo che i cristiani, pur divisi, sono chiamati a raccontare insieme la buona notizia del Vangelo.

sabato 21 marzo 2026

"Dio lo vuole": il volto oscuro della fede strumentalizzata

 
La storia sembra ripetersi. Ogni volta che un conflitto divampa, risuonano — in lingue diverse e con retoriche differenti — parole antiche come «Dio lo vuole». Una formula che, dal Medioevo delle crociate alle guerre del nostro tempo, tende a trasformare la fede in un’arma di legittimazione politica. Ma cosa accade quando il nome di Dio viene piegato a interessi terreni, economici o strategici?

Oggi, nel discorso pubblico globale, la religione continua a essere evocata come strumento di mobilitazione. Da un lato, il richiamo del segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth a una “guerra giusta” voluta da Dio; dall’altro, l’invettiva del presidente turco Erdoğan, che invoca la maledizione divina contro Israele. Diversi contesti, ma stesso meccanismo: usare il linguaggio della fede per celare decisioni di natura geopolitica e per consolidare consenso interno, spesso in momenti di crisi o isolamento diplomatico.

Eppure, tanto la teologia cristiana quanto l’Islam, nelle loro tradizioni più autentiche, rifiutano questa manipolazione. Dio non può essere il garante delle ambizioni di potere né il vessillo per giustificare la violenza. Come ricordava Leone XIII e, oggi, Papa Leone IX, la vera fede spinge alla pace, non alla conquista; alla giustizia, non alla rappresaglia.

Dal punto di vista del diritto internazionale, ogni guerra vestita di religione è doppiamente ingannevole: maschera violazioni politiche ed economiche dietro un’aura morale e spirituale. In realtà, la chiamata a Dio diventa una copertura per manovre tutt’altro che divine — il controllo di risorse, territori strategici, flussi migratori o ideologici. Il costo è sempre lo stesso: le popolazioni civili, che pagano con la povertà, la fuga e la perdita di speranza.

Per questo, la domanda lanciata in una recente puntata di "LeoPop" resta cruciale: chi ha responsabilità nella guerra è disposto a fare un vero esame di coscienza? La fede, se è autentica, dovrebbe essere una forza di discernimento, non di manipolazione.  

In fondo, invocare Dio nelle proprie battaglie non è segno di fede, ma di paura. La fede vera non cerca giustificazioni per la violenza: cerca vie di riconciliazione, anche quando sembrano impossibili.

Il capodanno persiano in tempo di guerra

Nowruz è il capodanno persiano e, allo stesso tempo, una festa di primavera che parla di luce, rinascita e ostinata speranza nel futuro.

Nowruz oggi in Iran
Quest’anno in Iran Nowruz arriva in un clima segnato da tensioni internazionali, crisi economica e un forte senso di precarietà nella vita quotidiana. Molti iraniani vivono tra inflazione, difficoltà lavorative e il peso delle restrizioni politiche, ma continuano a preparare la festa come un gesto di resistenza culturale e di cura reciproca. Proprio per questo, il momento dell’equinozio di primavera – quando il nuovo anno inizia ufficialmente – viene atteso come un “nuovo giorno” in cui, almeno simbolicamente, il ciclo della natura promette un riscatto che la politica non garantisce.

Origini e significato di primavera e rinnovamento
La parola Nowruz significa letteralmente “nuovo giorno” e affonda le sue radici in tradizioni iraniche che precedono di millenni l’Islam, con legami al mondo zoroastriano e ai culti della luce che celebravano la vittoria della primavera sulle tenebre dell’inverno. Da oltre 3.000 anni, in Iran e in un’ampia area che va dall’Asia Centrale al Caucaso, Nowruz segna l’inizio dell’anno secondo un calendario solare che parte dall’equinozio: è la natura, con il suo equilibrio di luce e buio, a dettare l’inizio del tempo nuovo. Oggi la festa è stata riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale dell’umanità, proprio perché custodisce un’idea universale di rinnovamento: ogni primavera è una possibilità di ricominciare, di riallacciare i legami familiari e sociali, di purificare il passato per aprirsi al futuro.

Riti preparatori: pulizia, attesa, incontro
Nei giorni che precedono Nowruz le case vengono sottoposte a una grande pulizia, il khaneh tekani, che significa letteralmente “scuotere la casa”. Non è solo igiene domestica, ma un gesto spirituale: eliminare la polvere del passato per fare spazio a pensieri, relazioni ed energie nuove. La famiglia si prepara acquistando vestiti nuovi, sistemando la casa, cucinando dolci e piatti tradizionali; ogni dettaglio suggerisce l’idea di una vita che si rinnova, proprio come la natura che rinasce dopo l’inverno. Al momento esatto dell’equinozio tutti si riuniscono, spesso seguendo l’annuncio in radio o in televisione, e il passaggio all’anno nuovo viene segnato da abbracci, auguri e piccoli doni, soprattutto ai più giovani.

La tavola di Haft Sin e i simboli del rinnovamento
Cuore simbolico di Nowruz è la tavola di Haft Sin, “le sette S”, sulla quale vengono disposti sette elementi il cui nome, in persiano, inizia con la lettera “s”, ciascuno portatore di un significato legato alla vita che rinasce.

Alcuni elementi principali:
- Sabzeh (germogli di grano, orzo o lenticchie): simboleggiano la rinascita, il ciclo vegetale che riparte, la promessa che, nonostante il freddo e la morte apparente, la vita torna a crescere.
- Samanu (dolce di germe di grano): richiama dolcezza, forza e abbondanza, la capacità della terra di nutrire ancora una volta.
- Sib (mela): esprime bellezza, salute e fecondità, come un invito a custodire il corpo e le relazioni che ci fanno vivere.
- Senjed (frutto di oleastro o biancospino): è simbolo di amore e saggezza, memoria dei legami affettivi che sostengono nell’incertezza.
- Sir (aglio): rappresenta protezione e salute, quasi un antidoto contro le malattie e le negatività dell’anno passato.
- Serkeh / aceto: rimanda alla pazienza, alla maturazione attraverso il tempo, alla capacità di trasformare anche ciò che è aspro in sapienza.
- Monete (seke) o samanù e altre vivande: evocano prosperità materiale e desiderio di un futuro meno gravato da povertà e precarietà.

Accanto alle “sette S”, sulla tavola compaiono spesso un libro sacro (per molti il Corano, per altri testi di poesia come Hafez), uno specchio, candele, uova colorate, dolci, frutta secca e i tradizionali pesci rossi. Lo specchio e le candele richiamano la luce che illumina il nuovo anno, le uova rimandano alla fertilità e alla possibilità di nuova vita, i pesci rossi simboleggiano movimento, coraggio e libertà, mentre il libro aperto collega il tempo che ricomincia a una parola di sapienza, che può essere religiosa o poetica.

Una festa antica per una speranza fragile ma tenace
Per la popolazione iraniana, provata da guerre, sanzioni, disuguaglianze e repressione, Nowruz resta un caposaldo identitario, un “ponte tra passato e futuro” che nessun potere è riuscito davvero a cancellare. Anche quando il contesto politico e sociale è cupo, la celebrazione di Nowruz mantiene viva l’idea che ogni anno, come ogni primavera, la storia possa prendere una direzione diversa: la festa diventa così un atto collettivo di fiducia nel rinnovamento, non solo della natura, ma anche della vita civile e della dignità delle persone. In questo senso, la tavola di Haft Sin nelle case iraniane di oggi racconta insieme un rito millenario e un desiderio molto contemporaneo: che il nuovo giorno non sia solo una data sul calendario, ma la possibilità concreta di un futuro più giusto e vivibile.

venerdì 20 marzo 2026

Netanyahu a ruota libera su Gesù e Gengis Khan: la nonviolenza evangelica e la logica della forza.

Trascrizione delle dichiarazioni di Netanyahu: «Dobbiamo essere più forti dei barbari, altrimenti abbatteranno le nostre porte e distruggeranno le nostre società»
«La storia dimostra che, purtroppo e con grande rammarico, Gesù Cristo non ha alcun vantaggio su Gengis Khan», afferma il primo ministro nella sua prima conferenza stampa in inglese dall’inizio della guerra, sostenendo che gli Stati Uniti e Israele devono «agire subito» contro il regime iraniano

Le parole attribuite a Benjamin Netanyahu durante una conferenza stampa sul fronte iraniano hanno suscitato scandalo perché sembrano riassumere una visione drammatica della politica: nella storia, il più forte vince, il più misericordioso perde, e il bene avrebbe bisogno della durezza per sopravvivere. Se questa è la logica che guida la guerra e la gestione dei conflitti, il rischio è enorme: trasformare la sicurezza in una spirale di paura, rappresaglia e dominio, proprio mentre il diritto internazionale e la dignità dei popoli chiedono limiti, proporzione e tutela dei civili.

Il cristianesimo dice quasi l’opposto. Papa Francesco ha definito la nonviolenza “uno stile di politica per la pace” e ha ricordato che l’amore per il nemico è il nucleo della rivoluzione cristiana; la violenza, invece, non è mai una via evangelica ma una sconfitta dell’umano. Non si tratta di passività, ma di una forza diversa: la forza della verità, della misericordia, del perdono, del dialogo, della resistenza creativa al male.

Gesù e la logica del Regno
Gesù non ha costruito il suo messaggio sulla supremazia militare, ma sulla conversione del cuore, sull’amore dei nemici e sulla beatitudine di chi opera per la pace. Per questo la tradizione cristiana più profonda non considera la violenza preventiva una “soluzione realista”, bensì una tentazione che promette sicurezza e produce nuove ferite. Il Vangelo non nega il conflitto, ma lo attraversa senza adorare il potere.

Esempi storici
La storia mostra che la nonviolenza non è solo un ideale spirituale, ma spesso anche una strategia più efficace della forza armata. Le campagne del movimento per i diritti civili negli Stati Uniti, come i Freedom Rides, dimostrarono che la resistenza nonviolenta poteva ottenere risultati concreti migliori della contrapposizione armata. Anche gli studi di Erica Chenoweth hanno mostrato che, in media, le campagne nonviolente hanno avuto maggiori probabilità di successo rispetto a quelle violente.

Si potrebbero ricordare anche altri esempi: il crollo del comunismo in Europa centrale, la riconciliazione sudafricana, la diplomazia del perdono in contesti lacerati dalla guerra. In tutti questi casi, la lezione è simile: la forza non costruisce da sola una pace duratura; al massimo impone una tregua, spesso destinata a rompersi.

Israele, palestinesi e vicini
Se una leadership si affida in modo prevalente alla rappresaglia e alla deterrenza assoluta, finisce facilmente per moltiplicare il risentimento, radicalizzare gli avversari e isolare il Paese sul piano morale e politico. Questo vale per Israele, per i palestinesi e per l’intera regione: la sicurezza ottenuta a prezzo della disumanizzazione dell’altro è fragile, perché genera nuove generazioni di paura e vendetta. Per un popolo che ha conosciuto la storia della persecuzione, questo dovrebbe essere ancora più evidente: la memoria del dolore non giustifica il dolore inflitto ad altri.

Misericordia e responsabilità
Il punto decisivo non è scegliere tra ingenuità e cinismo. Il cristiano non chiede di ignorare il male, ma di affrontarlo senza diventare simile a esso. La misericordia non è debolezza: è la scelta di non consegnare l’ultima parola alla violenza.