domenica 10 maggio 2026

«Noi non vogliamo più uccidere». La coscienza dei soldati

Mike, un soldato statunitense è arrivato a rifiutare l’idea stessa di uccidere, trasformando un conflitto interiore in una presa di posizione politica e morale. Il suo caso si inserisce in un fenomeno più ampio: in diversi eserciti, sempre più soldati stanno mettendo in discussione il dovere di obbedire quando l’ordine militare entra in contrasto con la coscienza individuale.

L’obiezione di coscienza nei soldati russi, americani, israeliani e ucraini non è identica, ma nasce da una stessa frattura: la distanza tra disciplina militare e responsabilità morale personale. In Russia, dopo l’invasione dell’Ucraina, migliaia di giovani hanno cercato di evitare la leva o hanno rifiutato di combattere; in Ucraina, invece, la guerra ha reso l’obiezione molto più difficile da esercitare, perché lo Stato tende a considerarla incompatibile con la mobilitazione in tempo di invasione. In Israele, i refusenik e le reti come Mesarvot hanno reso visibile il rifiuto di servire in un esercito coinvolto in occupazione, guerra e repressione, pagando spesso con il carcere militare.

Negli Stati Uniti, il tema riemerge quando alcuni militari chiedono lo status di conscientious objector, soprattutto in risposta a guerre percepite come ingiuste o moralmente insostenibili. Il caso di Mike mostra che, anche in un esercito professionale, la guerra non annulla del tutto il giudizio etico del singolo: anzi, proprio quando il conflitto si intensifica, la coscienza può diventare un fattore di crisi interna.

Una tensione comune
Questi casi mostrano che l’obiezione di coscienza non è solo un gesto personale, ma un atto che mette in discussione la legittimità stessa della guerra. Ogni soldato che rifiuta di sparare rompe l’idea che l’obbedienza debba prevalere automaticamente sulla coscienza, e ricorda che l’esercito non è un blocco monolitico, ma un corpo attraversato da dubbi, paure e dissenso. In questo senso, l’obiezione di coscienza non elimina la guerra da sola, ma può incrinare la sua macchina simbolica e materiale.

Può cambiare le guerre?
Da sola, l’obiezione di coscienza non ferma un conflitto, ma può influenzarlo in tre modi. 
Primo, riduce la disponibilità di uomini e donne pronti a combattere, soprattutto quando il dissenso si diffonde in modo visibile e contagioso. 
Secondo, indebolisce la narrazione ufficiale che presenta la guerra come inevitabile e moralmente pulita, perché rende pubblica la disobbedienza di chi non accetta di parteciparvi. 
Terzo, può alimentare pressioni politiche e sociali verso negoziati, tregue o cambi di strategia, soprattutto se il rifiuto cresce dentro eserciti già stressati da guerre lunghe o controverse.

In definitiva, la storia di Mike non riguarda solo un soldato americano, ma un problema universale: cosa succede quando chi porta un’arma decide che il prezzo morale dell’obbedienza è troppo alto. Nei conflitti attuali, l’obiezione di coscienza appare come un piccolo gesto individuale, ma anche come un segnale politico potente: la guerra non può conquistare mai del tutto la coscienza di chi la combatte.

venerdì 8 maggio 2026

Ondata di anti-cristianesimo?

 


 



Assistiamo impotenti ed attoniti ad una escalation di violenze gratuite e ingiustificabili contro la popolazione civile, giornalisti, medici, operatori umanitari, rappresentanti delle Nazioni Unite e, sempre più frequentemente, attacchi contro religiosi e simboli cristiani?

mercoledì 6 maggio 2026

Teatrocarcere Due palazzi - Da Babele alla Città Celeste

 

Origini del progetto

Dal 2005 è attivo, presso la Casa di Reclusione Due Palazzi di Padova, il progetto “Teatrocarcere Due Palazzi”, ideato e diretto artisticamente da Maria Cinzia Zanellato.

Il nucleo del progetto è il recupero della relazione come base per l'inclusione sociale: relazione tra persone detenute, relazione tra detenuti e società esterna e relazione mediata attraverso attività artistiche, culturali e di cittadinanza attiva.

Il teatro diventa così un luogo di incontro e trasformazione, dove la pratica teatrale offre un accesso concreto ai principi della giustizia riparativa, assunta come riferimento pedagogico e umano.

Nel 2026, in occasione del 40° anniversano della Legge Gozzini (1986), che ha introdotto il teatro-carcere come strumento riabilitativo, la Compagnia ha proposto uno spettacolo speciale: una produzione congiunta che vede insieme detenuti, studenti e studentesse volontarie del Gregorianum.
Lo spettacolo

Un percorso laico tra Bibbia, teatro e carcere Lo spettacolo si inserisce in un cammino laico di riflessione che intreccia il testo biblico, la pratica teatrale e l’espenenza detentiva.

Attraverso il teatro, la Parola biblica entra nel carcere non in forma dottrinale, ma come materia culturale e simbolica condivisa, capace di parlare a tutti.

Una sintesi del valore del progetto "Da Babele alla Città Celeste" rappresenta:
- un ponte tra mondi spesso lontani (carcere, università, territorio),
- un laboratorio di educazione civile e giustizia riparativa,
- un esempio concreto di come l’arte possa generare riconciliazione,
- uno spazio di umanizzazione delle relazioni,
- una pratica culturale che riporta al centro il valore della persona, al di là del reato e della condizione detentiva.

Domenica 7 Giugno ore 21:00
Teatro Pasubio di Schio
Ingresso libero 

mercoledì 29 aprile 2026

22ª edizione del Festival Biblico

Vicenza: Festival Biblico | Il potere del limite - Evento di Incontri e  cultura in Veneto

Il potere del limite

In una società che percepisce il limite come un ostacolo da superare e il potere come uso unilaterale della forza, il Festival Biblico propone uno sguardo diverso: il limite come dimensione costitutiva dell’umano, spazio di senso, relazione e libertà, e il potere come possibilità di cura, custodia e responsabilità.

Il Festival conferma il suo carattere itinerante e policentrico, coinvolgendo dieci città in un percorso culturale condiviso che intreccia religione, filosofia, scienze umane, arte e attualità.

14 – 24 maggio: Vicenza e provincia

14 maggio 2026 - Schio (VI), Palazzo Toaldi Capra
"Intelligenza artificiale" con Fabrizio Illuminati, Giuseppe Lagreca, Riccardo Zecchina, Simona Tiribelli, Stefano Quintarelli

15 maggio 2026 - Schio (VI), Palazzo Toaldi Capra
"La morte di chi amiamo come soglia e trasformazione", con Guido Savio, Ylenia D'Autilia

17 maggio 2026 - Schio (VI), Chiesa di San Francesco
"Onnipotenza del limite", con don Giovanni Luigi Pigato, fratel Lino Breda

Vedi sul sito

martedì 28 aprile 2026

Open Week, Istituto Superiore di Scienze Religiose

𝗢𝗣𝗘𝗡 𝗪𝗘𝗘𝗞!!
Da Lunedì 4 a Giovedì 14 maggio 2026 il nostro Istituto apre le porte a chiunque fosse interessato  a conoscere il nostro percorso formativo e la nostra comunità accademica; in questa occasione sarà possibile:
  • assistere alle lezioni
  • conoscere insegnanti e studenti
  • farsi un’idea in merito alle discipline affrontate
Per informazioni rivolgersi alla Segreteria chiamando al n° 0444-1497942 
dal Lunedì al Mercoledì dalle 18.00 alle 20.00 o scrivendo a issr@diocesi.vicenza.it

domenica 26 aprile 2026

Il cuore parla al cuore. L’Irc laboratorio nazionale di cultura e dialogo

In questi giorni, il Vaticano ha ospitato il Meeting nazionale degli Insegnanti di Religione Cattolica, un appuntamento che ha riunito docenti da tutta Italia attorno a un tema tanto semplice quanto profondo: “Il cuore parla al cuore. L’Irc laboratorio nazionale di cultura e dialogo”.  

Un titolo che richiama immediatamente una dimensione relazionale dell’insegnamento, andando oltre la trasmissione di contenuti per toccare ciò che rende l’educazione un’esperienza autenticamente umana: l’incontro tra persone.

L’IRC come spazio di incontro
Nel contesto scolastico contemporaneo, segnato da pluralismo culturale e religioso, l’Insegnamento della Religione Cattolica si conferma sempre più come uno spazio privilegiato di confronto. Non un’ora “a parte”, ma un laboratorio in cui si impara a leggere la realtà, a comprendere le radici culturali e a dialogare con l’altro.

Il Meeting ha messo in luce proprio questa dimensione: l’IRC come luogo dove si intrecciano domande di senso, tradizione e attualità, identità e apertura. Un ambito in cui gli studenti possono sviluppare strumenti critici e maturare una consapevolezza più profonda del mondo in cui vivono.

“Il cuore parla al cuore”: una chiave educativa
L’espressione scelta come filo conduttore richiama l’idea che l’educazione non sia mai solo trasmissione intellettuale, ma coinvolgimento personale. L’insegnante non è semplicemente un mediatore di contenuti, ma un testimone capace di instaurare relazioni significative.

In questo senso, l’IRC diventa un terreno privilegiato per educare all’ascolto, al rispetto e al dialogo autentico, qualità sempre più necessarie in una società frammentata e spesso polarizzata.

Il messaggio del Papa: educare al dialogo e alla profondità
Nel suo intervento ai partecipanti, Papa Leone XIV ha richiamato con forza il valore educativo dell’IRC come strumento di dialogo e di costruzione culturale. Senza entrare in logiche di contrapposizione, ha sottolineato l’importanza di un insegnamento capace di:
- mettere al centro la persona, nella sua integralità;
- favorire il dialogo tra culture e religioni diverse;
- aiutare i giovani a porsi domande di senso, senza offrire risposte preconfezionate;
- valorizzare la tradizione cristiana come risorsa culturale aperta e non come elemento identitario chiuso.

Particolarmente significativo è stato il richiamo alla responsabilità degli insegnanti: essere non solo competenti, ma anche credibili, capaci di “parlare al cuore” degli studenti attraverso l’ascolto, la coerenza e la passione educativa.

Una sfida per la scuola di oggi
Il Meeting ha rilanciato una visione dell’IRC come disciplina pienamente inserita nella missione educativa della scuola: contribuire alla formazione di cittadini consapevoli, aperti e capaci di dialogo.

In un tempo segnato da rapide trasformazioni e da nuove fragilità, l’educazione religiosa può offrire uno spazio prezioso per ritrovare profondità, senso e umanità. Non come risposta unica, ma come occasione di ricerca condivisa.

giovedì 23 aprile 2026

Amnesty International 2026: un mondo sotto pressione, e la difesa dei diritti come urgenza globale

Il Rapporto annuale 2026 di Amnesty International fotografa un mondo attraversato da conflitti, repressione e disuguaglianze sempre più profonde. È un documento che non si limita a elencare violazioni, ma prova a leggere il quadro generale: la fragilità del diritto internazionale, l’aumento dell’autoritarismo e la difficoltà degli Stati nel proteggere davvero i diritti fondamentali.

Un anno difficile per i diritti umani
Secondo Amnesty, il 2025 è stato segnato da violazioni diffuse in 144 paesi, con tendenze negative che hanno toccato quasi ogni area del pianeta. Il rapporto insiste su alcuni nodi centrali: conflitti armati, repressione del dissenso, discriminazioni, ingiustizia economica e climatica, blocco degli aiuti umanitari e uso distorto della tecnologia. Il quadro complessivo è quello di un indebolimento progressivo delle regole che dovrebbero proteggere persone e comunità.

La crisi del multilateralismo
Uno dei passaggi più importanti del rapporto riguarda l’erosione dell’ordine internazionale basato su regole condivise. Amnesty denuncia la tendenza di molti governi a mettere in secondo piano il diritto internazionale, privilegiando interessi geopolitici, logiche di potenza e impunità. In questo scenario, istituzioni come la Corte penale internazionale, il sistema ONU e i meccanismi di cooperazione multilaterale risultano sotto pressione.

Conflitti, repressione, disuguaglianze
Amnesty segnala che le guerre non producono solo vittime dirette, ma anche effetti a catena: sfollamenti, distruzione dei servizi essenziali, fame, blocco degli aiuti e aumento della vulnerabilità di donne, bambini e minoranze. Accanto ai conflitti, cresce la repressione del dissenso: arresti arbitrari, limitazioni alla libertà di espressione, uso eccessivo della forza contro manifestanti e attivisti. Il rapporto mette inoltre in evidenza come discriminazioni strutturali e disuguaglianze economiche continuino a incidere in modo pesante sull’accesso ai diritti fondamentali.

Tecnologia e diritti
Un altro tema rilevante è il rapporto tra tecnologia e controllo sociale. Amnesty sottolinea il rischio che strumenti digitali, sorveglianza e manipolazione informativa vengano usati per limitare libertà civili e colpire gruppi già vulnerabili. In altre parole, l’innovazione tecnologica non è neutra: dipende da chi la controlla e da quali regole ne governano l’uso.

Perché conta anche per noi
Il rapporto non parla solo di emergenze lontane. Ricorda che la tutela dei diritti umani è un indicatore della qualità delle democrazie, anche in Europa e nei paesi occidentali. Quando il diritto internazionale si indebolisce, quando i conflitti vengono normalizzati e quando la società civile viene dipinta come un ostacolo, il rischio è che i diritti diventino sempre più selettivi e meno universali. Per questo Amnesty invita gli Stati a respingere la “predatory world order” e a difendere con decisione il sistema dei diritti.

Una chiamata alla responsabilità
Il Rapporto 2026 non è soltanto un elenco di violazioni: è una chiamata alla responsabilità politica e civile. Chiede ai governi di smettere di tollerare impunità, guerre illegali, discriminazioni e tagli agli aiuti, perché queste scelte hanno conseguenze concrete sulla vita di milioni di persone. Ma chiama in causa anche cittadini, scuole, media e associazioni: senza attenzione pubblica e pressione democratica, i diritti restano vulnerabili.

Se il mondo appare più instabile e più duro, la risposta non può essere l’indifferenza, ma una rinnovata cultura della legalità internazionale, della solidarietà e della vigilanza democratica.