domenica 18 ottobre 2026

Quando il velo diventa un caso di Stato: le proteste in Azerbaijan e la difficile convivenza tra secolarismo e libertà

Azerbaijan, ottobre 2026 — Un nuovo regolamento scolastico, un foulard, decine di ragazze respinte ai cancelli delle scuole e una rara ondata di proteste. Cosa ci dice questa crisi dello stato della libertà religiosa, politica e dei diritti delle minoranze in uno dei paesi più secolarizzati del mondo musulmano?

È cominciata a luglio, è esplosa a settembre. Il 7 luglio 2026 il presidente Ilham Aliyev ha firmato una legge che modifica la normativa sull'istruzione generale, introducendo requisiti sull'abbigliamento di studenti e insegnanti nelle scuole statali. Il 21 settembre il Consiglio dei ministri ha approvato la risoluzione n. 309, che vieta gli "elementi di abbigliamento aggiuntivi" che violino il modello unico di divisa o che contrastino con "il principio dell'istruzione secolare".

La parola "hijab" non compare nel testo. Ma nella pratica, da lunedì scorso, il ministero dell'Istruzione ha iniziato a impedire l'accesso alle lezioni alle studentesse che indossano il velo. Video di ragazze in lacrime, respinte dai cancelli, hanno fatto il giro dei social.

La risposta non si è fatta attendere: insegnanti in velo hanno tenuto lezioni all'aperto davanti a diverse scuole di Baku; studenti hanno boicottato le lezioni; il 13 ottobre il ministero degli Interni ha annunciato 37 fermi (gli attivisti parlano di oltre 200). Nello stesso giorno sono stati dati alle fiamme veicoli a Garadag e Masazir. Chi ha criticato la norma online — un teologo sciita, un giornalista già detenuto in sciopero della fame — è stato arrestato o punito amministrativamente.

Una rarità per un paese in cui le manifestazioni di piazza sono praticamente scomparse.

Un conflitto che non nasce oggi
La disputa sul velo scolastico in Azerbaijan ha almeno sedici anni. Nel dicembre 2010 centinaia di persone manifestarono già a Baku davanti al ministero dell'Istruzione, e negli anni successivi ci furono proteste a Ganja, Masally e Nardaran, con cariche della polizia e arresti. Anche ad aprile 2026, prima delle modifiche legislative, si erano già registrati casi di studentesse escluse dalle classi a Sumgayit.

L'idea che sta dietro alla riforma — secondo il deputato Jeyhun Mamedov — è "eliminare le differenze nel contesto scolastico legate alla religione e allo status sociale". È il classico argomento del secolarismo *alla francese*: la scuola come spazio neutro. Ma c'è un problema di coerenza e di scala. Azerbaijan è uno stato a stragrande maggioranza musulmana (oltre il 90% della popolazione), dove il velo non è un segno di contestazione politica importata ma una pratica religiosa diffusa. E soprattutto: la Costituzione, all'articolo 48, garantisce la libertà di coscienza e di religione — diritto che, come ha ricordato il giornalista Polad Aslanov, appare violato quando si impedisce a una tredicenne di studiare.

Il caso diplomatico con la Turchia
La crisi ha scatenato un contenzioso inatteso con l'alleato più stretto di Baku. I media vicini al governo turco hanno duramente criticato la riforma, evocando la repressione del velo in Turchia negli anni Novanta; il 3 ottobre si è protestato persino davanti al consigolato azerbaigiano a Istanbul. Aliyev ha replicato che "nessuno deve intromettersi nel nostro modo di vivere". Il paradosso è lampante: due paesi che si disputano il primato del "modello musulmano secolare" litigano su chi lo interpreti meglio, mentre nelle strade di Baku piangono delle bambine.

Il quadro più grande: libertà religiosa e politica
Questo episodio non si capisce senza il contesto. L'Azerbaijan è una repubblica presidenziale in cui il partito al governo domina da decenni, l'opposizione è emarginata, i giornalisti critici finiscono regolarmente in carcere. Le libertà religiose sono formalmente garantite ma praticamente contingentate: le comunità religiose devono registrarsi presso lo Stato, le espressioni di religiosità pubblica non allineate alla linea ufficiale del Caucasian Muslims Office — l'ufficio musulmano di stato vicino al potere — sono guardate con sospetto, e le correnti sciite non allineate vengono trattate come minaccia alla sicurezza nazionale. Il caso del teologo Abgula Suleymanov, arrestato per 30 giorni dopo aver criticato le restrizioni sui social, è esemplare: chi contesta lo fa a prezzo della propria libertà personale.

Ed è qui che il discorso sul secolarismo rivela la sua ambiguità. Il secolarismo di stato può essere uno strumento di neutralità, ma anche uno strumento di controllo: definire dall'alto cosa è "religioso", cosa è "politico", cosa è lecito. Quando il potere decide quale parte dell'identità di una cittadina può entrare in classe e quale no, non sta proteggendo la laicità: sta decidendo chi è un cittadino intero e chi è un cittadino dimezzato.

E le minoranze?
L'Azerbaijan ama presentarsi come patria del multiculturismo: ebrei di montagna, cristiani udi, tatari, lezghini, talysh convivono da secoli nel Caucaso. Ma la convivenza ufficiale — i festival, le foto di rappresentanza, i proclami di tolleranza — non basta. La vera prova del rispetto delle differenze non è come lo Stato tratta le minoranze quando sono invisibili, ma come tratta la maggioranza quando esprime la propria identità in modo non gradito. Una legge che esclude dalle aule la parte più visibile dell'identità religiosa di milioni di donne non rafforza l'unità nazionale: la erode, perché insegna a una generazione che i propri genitori, le proprie madri, sono "fuori norma".

Quali norme per convivere pacificamente?
Se il secolarismo è una garanzia e non una gabbia, alcuni principi non sono negoziabili:

1. La proporzionalità. Le limitazioni ai diritti fondamentali devono rispondere a un obiettivo legittimo ed essere la misura meno invasiva possibile. Un divisa scolastica può regolare colori e capi; non può cancellare l'identità. L'esperienza giurisprudenziale europea (con tutti i suoi limiti) suggerisce che divise comuni sono legittime solo se prevedono forme di ragionevole accomodamento.

2. Il diritto all'istruzione prevale. Cacciare una studentessa dall'aula per il velo è una doppia violazione: della libertà religiosa e del diritto allo studio. Nessuna norma amministrativa può sospendere un diritto costituzionale senza procedura, senza garanzie, senza giudice.

3. La partecipazione nel processo legislativo. Una riforma che tocca l'identità di milioni di famiglie non può scendere dall'alto di una risoluzione di gabinetto. Consultazione di genitori, comunità religiose, società civile: non cortesia istituzionale, ma condizione di legittimità.

4. La coerenza. Se lo Stato invoca il secolarismo per il velo ma tollera l'ingerenza del suo ufficio religioso di stato nelle nomine dei leader spirituali, non sta applicando un principio: sta usando un principio.

5. Il diritto di protesta. Trentasette fermi per una manifestazione di studentesse e insegnanti non sono ordine pubblico: sono un avvertimento. Un paese che voglia essere credibile quando parla di tolleranza deve tollerare, per cominciare, il dissenso pacifico.

Le ragazze in lacrime davanti ai cancelli delle scuole di Baku stanno ponendo una domanda più grande del velo: che tipo di società vuole costruire l'Azerbaijan? Un secolarismo imposto con i commissariati è solo un altro conformismo di stato. La laicità vale qualcosa solo se protegge anche chi non la pensa come il potere — soprattutto allora. Se la scuola è il luogo dove si impara a vivere insieme, insegnare alle nuove generazioni che la diversità si espelle dalla porta non è una lezione di unità nazionale: è la sua negazione.

venerdì 16 ottobre 2026

Il codice Jaafari e la rimozione dei diritti delle donne irachene: un passo indietro di settant'anni

Quando il diritto di famiglia diventa strumento di potere politico, sono le donne e le bambine a pagare il prezzo più alto.

Cosa è successo in Iraq
Nell'agosto 2024 il Parlamento iracheno ha iniziato a discutere una serie di emendamenti alla Legge sullo stato personale n. 188 del 1959, la normativa che da oltre sessant'anni regola matrimoni, divorzi, custodia dei figli ed eredità in Iraq. La proposta, sostenuta dal Framework di Coordinamento Sciita, la coalizione di partiti islamici sciiti che sostiene il governo, prevedeva di consentire ai musulmani di scegliere di essere regolati dalla giurisprudenza religiosa anziché dalla legge civile.

Le prime bozze facevano tremare: il matrimonio delle bambine fin dai 9 anni, la custodia ridotta, l'eredità ulteriormente penalizzata, il mantenimento condizionato al "piacere" del marito. Dopo mesi di mobilitazione femminile, alcune delle peggiori clausole sono state ammorbidite nella versione finale: il 21 gennaio 2025 il Parlamento ha approvato l'emendamento con un voto unico, accorpato ad altre due leggi controversie — sui beni sottratti sotto Saddam Hussein e sull'amnistia generale — in una procedura contestata come irregolare. La Corte Suprema Federale ha sospeso temporaneamente i provvedimenti, poi il 13 febbraio 2025 il presidente Rashid li ha ratificati e il 17 febbraio sono entrati in vigore.

Infine, il 27 agosto 2025, il Parlamento ha approvato il Codice di Stato Personale già'afari (scuola giuridica sciita), dando piena attuazione al disegno. La Corte Suprema Federale ha confermato la costituzionalità delle riforme l'11 settembre 2025.

Cosa cambia per le donne
Contrariamente a quanto temuto nella bozza iniziale, l'età minima per il matrimonio resta fissata a 18 anni, oppure 15 con autorizzazione di un giudice in base alla "maturità e capacità fisica" della minore. Una soglia che viola comunque lo standard internazionale dei 18 anni e che, nella pratica, lascia ampi margini: secondo UNICEF il 28% delle ragazze irachene si sposa prima dei 18 anni. Gli attivisti temono inoltre che i matrimoni non registrati — legalizzati dalla riforma — diventino la scappatoia per nozze precoci: secondo la missione ONU in Iraq, il 22% dei matrimoni non registrati coinvolgeva ragazze sotto i 14 anni.

Il vero cuore del problema è però altrove, nelle norme che entrano in vigore con il codice jaafari:

- Due donne, due diritti diversi. Le coppie musulmane sciite devono dichiarare la propria setta al momento del matrimonio e scegliere se essere regolate dalla legge del 1959 o dal codice già'afari; la scelta è definitiva. In caso di disaccordo, a decidere è la scelta del marito. Le donne sunnite restano sotto la legge civile: i diritti dipendono dunque dall'appartenenza religiosa, violando l'articolo 14 della Costituzione sull'uguaglianza davanti alla legge.
- Custodia dei figli. Sotto il codice jaafari la madre perde generalmente la custodia quando il figlio compie 7 anni, con passaggio automatico al padre; il precedente diritto civile garantiva la custodia materna fino a 10 anni, estendibile a 15. Il principio del "superiore interesse del minore" scompare: il padre conserva l'affidamento esclusivo, e la madre non può decidere su scuola, salute o viaggi dei figli. Se la madre risposa, perde immediatamente la custodia, anche se il secondo matrimonio finisce. Nel già'afari classico, una donna divorziata non ha diritto alla casa coniugale, al mantenimento né alla dote, e i figli restano con lei solo due anni.
- Obbedienza coniugale e violenza. La moglie può perdere il diritto al mantenimento se lascia la casa senza permesso, viaggia da sola o rifiuta rapporti sessuali — anche in caso di coercizione. Chi resiste alle violenze rischia di essere dichiarata "disobbediente" e privata dei propri diritti economici. Il codice non criminalizza la violenza domestica né lo stupro maritale.
- Divorzio ed eredità. Il divorzio resta in sostanza un diritto unilaterale maschile; la donna che chiede la separazione giudiziale deve spesso ottenere l'approvazione dell'autorità religiosa suprema. Scompaiono il risarcimento per divorzio arbitrario, l'alloggio post-matrimoniale e l'indicizzazione della dote. Le mogli non possono ereditare immobili dai mariti, nemmeno se non hanno una casa propria.
- Matrimoni temporanei e poligamia. Ai religiosi è consentito celebrare matrimoni, aprendo la porta ai cosiddetti "matrimoni di piacere" (mut'a), contratti a tempo con dote e durata da un'ora a pochi mesi, senza eredità né mantenimento: le organizzazioni femminili li denunciano come veicolo di sfruttamento sessuale. La poligamia resta formalmente subordinata all'autorizzazione del giudice, ma chi viola la promessa di non risposarsi non subisce alcuna conseguenza: il secondo matrimonio resta valido.

A rendere il quadro ancora più grave si aggiungono la retroattività — le nuove regole applicate anche ai matrimoni già conclusi, a volte senza il consenso della moglie — e la Decisione n. 93, che consente ai ragazzi di 13 anni di scegliere con quale genitore vivere.

La reazione della società civile
La risposta è stata immediata e prolungata. Già nell'agosto 2024 le deputate e le attiviste irachene avevano lanciato la mobilitazione contro la prima bozza. A gennaio 2025, davanti al Parlamento, si sono avute le prime grandi proteste. Ma è nel 2026 che la contestazione è esplosa in piazza: il 6 giugno le madri hanno occupato Firdos Square a Baghdad raccontando di figli trascurati e maltrattati dopo il passaggio della custodia ai padri; il 18 luglio la protesta si è spostata davanti al Consiglio Giudiziario Supremo contro la retroattività.

Il 16 ottobre 2026 la mobilitazione è diventata nazionale: donne e bambini hanno marciato a Bassora, sul lungomare di Ashar, e a Baghdad, da Firdos Square verso Kahramana Square, con cartelli contro la retroattività e l'applicazione obbligatoria del codice, chiedendo il ripristino dell'età minima di matrimonio, l'abrogazione della Decisione 93 e che i giudici facciano del superiore interesse del minore il criterio principale. Le organizzatrici hanno minacciato nuove proteste se il Parlamento non interverrà. In piazza, le testimonianze sono state durissime: "ogni donna irachena qui è stata messa sotto pressione dal marito per rinunciare ai propri diritti, firmare cambiali o vivere con lui e l'altra moglie nella stessa stanza", ha raccontato l'attivista Manar al-Aqabi. E anche i sostenitori della riforma hanno tenuto contro-manifestazioni.

Sul piano internazionale, Human Rights Watch ha definito il codice uno strumento che "rende le donne cittadine di seconda classe"; Amnesty International, nel rapporto di agosto 2026, ha chiesto al governo di "intraprendere una nuova rotta" ponendo fine all'impunità e tutelando i diritti umani. A gennaio 2026, Equality Now, la Coalizione Hurra e la Campagna globale per l'uguaglianza nel diritto di famiglia hanno presentato una denuncia congiunta al Comitato ONU CEDAW, evidenziando come la riforma approfondisca la disuguaglianza di genere e la discriminazione settaria. Le violazioni riguardano convenzioni che l'Iraq ha ratificato nel 1986 (CEDAW) e nel 1994 (Convenzione sui diritti dell'infanzia).

Casi analoghi nel mondo
Il modello iracheno non è un unicum. 
In Afghanistan, i talebani hanno progressivamente cancellato i diritti femminili dal 2021: divieto di scuola oltre i 12 anni — l'unico Paese al mondo con un divieto formale all'istruzione femminile —, divieto di lavorare, di viaggiare oltre i 72 chilometri senza un uomo di famiglia, obbligo di copertura integrale; e nel giugno 2026 un nuovo decreto ha legittimato i matrimoni precoci, "l'ennesimo attacco ai diritti delle donne e delle ragazze". 
In Iran, dopo le proteste del 2022-2023, la repressione si è accompagnata a un rafforzamento della discriminazione di genere nel diritto di famiglia: testimonianza femminile vale la metà di quella maschile in tribunale, la custodia è subordinata alla "maturità" maschile, e la moglie che lavora senza permesso può essere considerata "nushuz" (disobbediente) con perdita del mantenimento.

C'è però anche la strada opposta. 
Il Marocco ha riformato nel 2004 la propria mudawana alzando l'età del matrimonio a 18 anni, introducendo la custodia condivisa e limitando la poligamia a condizioni durissime. 
La Tunisia, con il Codice dello stato personale del 1956, ha abolito la poligamia e instaurato il divorzio per reciproco consenso, diventando un riferimento per la riforma della legislazione familiare araba. 
La Giordania ha abrogato nel 2001 l'articolo che permetteva a un uomo violento di sfuggire alla pena sposando la vittima. 
Persino in Arabia Saudita, il sistema della tutela maschile (male guardianship) è stato formalmente ammorbidito dal 2019, anche se nella pratica le donne restano largamente subordinate a padri e mariti.

La legge jaafari irachena rappresenta qualcosa di più profondo di un'ordinaria riforma: è la frammentazione dello Stato di diritto in sistemi normativi paralleli, delegati ad autorità religiose sottratte a qualsiasi controllo democratico — il codice, infatti, doveva essere approvato dal Parlamento entro 30 giorni dalla presentazione, senza possibilità di dibattito. Le donne irachene che oggi scendono in piazza a Baghdad e Bassora stanno difendendo non solo i propri diritti, ma il principio che tutte le cittadine di uno Stato debbano essere uguali davanti alla legge. La risposta della comunità internazionale — CEDAW, Nazioni Unite, organizzazioni per i diritti umani — sarà misurata soprattutto su un punto: se la pressione diplomatica potrà sostenere una mobilitazione che, finora, il potere non ha saputo spegnere.

domenica 11 ottobre 2026

Chi era Fratel Biagio Conte: la vera storia del "San Francesco moderno" in onda stasera su Rai 1

Questa sera Rai 1 trasmette in prima serata Sul cammino di Francesco – La vita di Biagio Conte (interpretato da Alessio Vassallo e diretto da Costanza Quatriglio). È l'occasione per riscoprire la parabola umana e spirituale straordinaria di Fratel Biagio Conte (1963–2023), il missionario laico palermitano che ha fatto della propria vita un inno agli ultimi e agli emarginati.

Dalla "Palermo bene" alla rottura radicale
Nato nel 1963 in una famiglia di agiati imprenditori edili, il giovane Biagio conosceva il benessere della borghesia cittadina. Eppure, come raccontò in seguito, quell'abbondanza materiale gli appariva svuotata di senso.
Il 5 maggio 1990, a ventisei anni, decise di spogliarsi di ogni sicurezza: lasciò a casa una lettera ai genitori e svanì nel nulla, spinto dal desiderio profondo di ritrovare se stesso e Dio lontano dal superfluo. Iniziò così un periodo di eremitaggio sui monti della Sicilia, seguito da un lungo cammino a piedi verso Assisi.
La figura di San Francesco divenne per lui la bussola e l'ispirazione costante. Capì presto che non doveva cercare Dio solo nella solitudine dei boschi, ma incontrarlo nel volto dei bisognosi.

La nascita della Missione di Speranza e Carità
Rientrato nella sua Palermo, si stabilì presso la Stazione Centrale per portare conforto ai senzatetto e ai tossicodipendenti. Attraverso battaglie pacifiche, digiuni e proteste per garantire dignità agli ultimi, nel 1993 ottenne gli spazi dell'ex disinfettatoio comunale di via Archirafi.
Nacque così la Missione di Speranza e Carità, un faro di accoglienza per emarginati, immigrati e famiglie in difficoltà. Negli anni la struttura si è ampliata arrivando a dare rifugio quotidiano a centinaia di persone e assistendone oltre un migliaio tra pasti e cure, ricevendo anche la visita di Papa Francesco nel 2018.

Il legame speciale con Santa Bakhita e la terra di Schio
La testimonianza di Fratel Biagio non è rimasta confinata in Sicilia. Negli anni ha attraversato l'Italia e l'Europa a piedi, con l'immancabile croce sulle spalle, per risvegliare le coscienze sull'importanza dell'amore per i poveri.
Pochi sanno dell'intensa affinità spirituale che lo legava a Santa Giuseppina Bakhita e alla città di Schio:
 - I viaggi e le testimonianze agli studenti: Incontrò più volte i ragazzi e la cittadinanza di Schio, portando la sua testimonianza di fede concreta.
 - La sintonia tra Bakhita e Biagio: Fratel Biagio nutriva una venerazione profonda per Santa Bakhita, schiava affrancata diventata icona di speranza. Alle suore Canossiane di Schio chiese persino una reliquia della Santa da collocare a Palermo, dove fece realizzare un celebre mosaico che la raffigura nella Casa di Preghiera della Missione.
 - I due miracoli del cammino: Arrivato a Schio nel 2011 in sedia a rotelle per seri problemi alle vertebre, tornò nel 2017 a piedi, dopo la miracolosa guarigione vissuta nelle acque di Lourdes.

La storia di Fratel Biagio, scomparso il 12 gennaio 2023, ci ricorda che cambiare il mondo non richiede grandi mezzi, ma il coraggio di posare uno sguardo d'amore su chi ci sta accanto.

venerdì 9 ottobre 2026

Navi Pillay, "solida bussola morale" vince il Nobel per la Pace 2026

L'assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2026 a Navanethem "Navi" Pillay rappresenta un segnale politico ed etico di straordinaria rilevanza. In un'epoca segnata da crescenti tensioni geopolitiche e dal progressivo indebolimento delle istituzioni sovranazionali, il Comitato di Oslo ha voluto riaffermare un principio fondamentale: la pace non può esistere senza il rispetto e la tutela del diritto internazionale.

Un profilo biografico ed etico nato nella lotta all'apartheid
Nata a Durban nel 1941 in una famiglia sudafricana di origine indiana Tamil, Navi Pillay ha vissuto sulla propria pelle la violenza e le discriminazioni del regime dell'apartheid. Nonostante i profondi ostacoli sociali e normativi dell'epoca, nel 1967 è diventata la prima donna a fondare uno studio legale nella provincia di Natal e la prima giurista non bianca ad accedere alle professioni legali superiori.
La sua carriera è stata guidata fin dagli esordi da un'inflessibile bussola morale:
 - In difesa dei diritti umani: Ha difeso storici attivisti anti-apartheid e prigionieri politici, tra cui membri del movimento di liberazione condotti a Robben Island.
 - Traguardi istituzionali: Dopo la fine dell'apartheid, è stata la prima donna di colore a essere nominata giudice presso la Corte Suprema del Sudafrica.
Le grandi battaglie per la giustizia internazionale
Il percorso di Navi Pillay coincide con le pietre miliari della giustizia penale internazionale moderna:
- Il contrasto ai crimini di massa (TPIR): In qualità di giudice e poi presidente del Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda (TPIR), Pillay ha firmato una sentenza storica che ha riconosciuto per la prima volta lo stupro di guerra e la violenza sessuale sistematica come atti di genocidio.
 - Corte Penale Internazionale (CPI): Ha prestato servizio come giudice presso la CPI nei suoi anni formativi, contribuendo a consolidare i meccanismi di responsabilità per crimini contro l'umanità.
 - Alto Commissario ONU per i Diritti Umani: Tra il 2008 e il 2014 ha guidato l'UNHCR con un approccio indipendente, denunciando violazioni dei diritti senza distinzioni di blocchi o alleanze geopolitiche.
 - Trasparenza e inchieste indipendenti: Più di recente, ha presieduto la Commissione d'inchiesta indipendente delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati, conducendo indagini rigorose sulle violazioni delle norme internazionali e del diritto umanitario.

Le ragioni della scelta della Commissione Nobel
Il Comitato Nobel ha motivato l'assegnazione sottolineando gli sforzi di Pillay nel «promuovere la pace e il diritto internazionale, garantendo che i crimini di guerra, i crimini contro l'umanità e i genocidi vengano perseguiti dalla giustizia».
Attraverso questa scelta, la Commissione intende inviare un messaggio chiaro: l'ordine giuridico globale è sotto un attacco senza precedenti. Si assiste a una pericolosa transizione dalla prevalenza delle regole alla prevalenza del potere e della forza ("might overtakes right").
La minaccia della delegittimazione delle istituzioni sovranazionali
Il riconoscimento a Navi Pillay porta al centro del dibattito la grave crisi di fiducia e di rispetto che colpisce gli organi sovranazionali. Sempre più spesso, sentenze della Corte Internazionale di Giustizia, mandati d'arresto della Corte Penale Internazionale o risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell'ONU vengono ignorati, sanzionati politicizzati o attivamente delegittimati.
Erodere la credibilità degli strumenti nati dopo il secondo conflitto mondiale per tutelare i diritti umani universali significa indebolire la sola barriera che separa la convivenza pacifica dalla sopraffazione e dall'anarchia globale. Il Premio Nobel 2026 richiama dunque tutti gli Stati e la società civile a ritrovare la responsabilità collettiva nella difesa del diritto internazionale come pilastro imprescindibile di pace e giustizia.


giovedì 8 ottobre 2026

Shari’a e giustizia italiana: il caso di Padova tra fede e legge

La religione può ispirare le nostre scelte, ma può anche diventare una regola per risolvere controversie giuridiche? È la domanda al centro del dibattito suscitato dalla Camera Arbitrale Islamica Italiana, costituita a Padova con l'obiettivo dichiarato di offrire strumenti di risoluzione delle controversie ispirati alla Shari’a, la tradizione normativa islamica.

La vicenda ha attirato l'attenzione pubblica e, secondo le notizie dell'8 ottobre 2026, la Procura di Padova ha aperto un fascicolo per svolgere accertamenti, senza indagati né ipotesi di reato formulate. È quindi importante non confondere gli interrogativi giuridici con eventuali responsabilità, che dovranno essere accertate.

Che cos'è la Shari’a?
La Shari’a non è un codice unico, identico per tutti i musulmani. È un insieme di principi religiosi, morali e giuridici interpretati in modi differenti nel corso della storia. Alcuni riguardano anche i rapporti economici, i contratti e la correttezza nelle relazioni tra le persone.

Questi principi possono ispirare comportamenti etici e favorire il dialogo. Tuttavia, un principio religioso non diventa automaticamente una norma giuridica applicabile in Italia.

L'arbitrato è consentito in Italia?
Sì. Il nostro ordinamento riconosce l'arbitrato, uno strumento con cui le parti possono affidare a uno o più arbitri la soluzione di determinate controversie, soprattutto in materia civile e commerciale.

Il Codice di procedura civile, agli articoli 806 e 822, stabilisce le condizioni per ricorrere all'arbitrato e permette, nei limiti previsti dalla legge, di scegliere le norme applicabili alla controversia, comprese leggi straniere.

In alcuni contesti possono inoltre assumere rilievo regole non statali, come quelle del commercio internazionale. Anche principi di origine religiosa possono essere richiamati dalle parti, ma la loro applicazione dipende dalla controversia concreta e dai limiti imposti dall'ordinamento.

Non tutto, però, può essere deciso da un arbitro. Le controversie devono riguardare diritti per i quali la legge ammette l'arbitrato, e le decisioni non possono violare i principi fondamentali dell'ordinamento italiano, le norme inderogabili e i diritti fondamentali della persona.

Un'associazione privata, dunque, non può creare un sistema giudiziario parallelo né attribuire automaticamente alle proprie decisioni gli effetti di una sentenza.

La prudenza dell'UCOII
Nel dibattito è significativa la posizione dell'UCOII, l'Unione delle Comunità Islamiche d'Italia, che ha preso le distanze dall'iniziativa di Padova, sottolineandone l'autonomia rispetto alle comunità rappresentate e invitando alla prudenza.

La sua posizione richiama un principio importante: la giustizia in Italia è amministrata secondo le leggi della Repubblica e nel rispetto della Costituzione.

Questo non significa che Islam e diritto italiano siano necessariamente in conflitto. Significa, piuttosto, che la libertà religiosa deve convivere con le regole comuni e con le garanzie riconosciute a tutti i cittadini.

È altrettanto importante evitare generalizzazioni: una singola iniziativa privata non rappresenta automaticamente l'intera comunità musulmana, al cui interno esistono sensibilità e orientamenti diversi.

Religione e legge: un equilibrio possibile
Il caso di Padova ci invita a riflettere sul rapporto tra fede e cittadinanza. Le religioni possono offrire valori, principi morali e strumenti per comprendere la giustizia. Possono anche contribuire alla mediazione e alla ricerca di accordi tra le persone.

In uno Stato laico, tuttavia, nessuna tradizione religiosa può sostituirsi alle leggi dello Stato o giustificare violazioni dei diritti fondamentali.

La libertà religiosa, tutelata dall'articolo 19 della Costituzione, non esclude il rispetto delle regole comuni. Allo stesso modo, la laicità non richiede di cancellare la religione dalla vita sociale.

La vera sfida di una società pluralista è permettere a persone con convinzioni diverse di convivere senza rinunciare all'uguaglianza davanti alla legge.

La fede può ispirare le nostre scelte; il diritto stabilisce le garanzie comuni che proteggono tutti. Non si tratta necessariamente di mettere religione e legge una contro l'altra, ma di trovare un equilibrio nel quale la libertà di credere non diventi il potere di imporre le proprie regole agli altri.

Per approfondire: 
Costituzione italiana, articoli 3, 8 e 19;
Codice di procedura civile, articoli 806 e 822

domenica 4 ottobre 2026

San Francesco ci ricorda che la guerra non è un destino

Laudato si’! Noi, che spesso non sappiamo ringraziare e che ci sentiamo vittime, scambiando il dono per un diritto e come avviene sempre agli egocentrici, ci uniamo alla dolce e forte voce di San Francesco e dei suoi tanti, incalcolabili, figli per dire sempre, anche nelle avversità, tanto più al termine di questo centenario: Laudato si’. Laudato si’, mi Signore per frate Francesco, immagine viva di Cristo, tuo Figlio, che continua a mostrarci il volto dell’eterno Padre, che ci aiuta a vedere la sua presenza e a fare la sua volontà, quella che niente della nostra povera vita vada perduto e che nessuno sia perduto, neppure il nemico, nostro fratello lupo che ha bisogno di pace e di pane. E noi possiamo darglieli e, se diamo, troviamo la pace, per lui e per noi.

Laudato si’, perché frate Francesco è pieno di gioia e tutti noi la cerchiamo. L’ha trovata e ci insegna a trovarla, la rende possibile, facile per tutti. Frate Francesco continua a parlarci al cuore, non con dotta lezione o precisi e impietosi giudizi, ma con la sua vita, i suoi gesti e le sue tante parole. Laudato si’ perché frate Francesco continua a donarci pace e a insegnarci a essere operatori di pace, per portarla dove c’è violenza, odio, incomprensione. Si è spogliato di tutto per essere disarmato. Non significa affatto cedevole, accomodante, irrilevante. Il contrario!

Frate Francesco disarma il lupo chiamandolo frate e, essendo per lui frate, negozia con lui, per Gubbio e anche per il lupo, lo restituisce a sé stesso e alla comunità perché si prenda cura di lui. In questa stagione siamo tentati e sedotti dalla cultura della potenza, volgare e invadente, ingannevole, frutto anche di enfasi mal riposte e di sfacciati ed enormi interessi economici, di nazionalismi che rovinano le nazioni, di campagne che creano il nemico invece di cercare quello che unisce. Laudato si’ perché proprio lui, l’umile, sgonfia, sempre con tanta cortesia e senza nessuna supponenza, l’arroganza dei forti, parla con tutti perché la sua fede non è contro qualcuno ma amore per tutti, perché vede tutto con gli occhi di Dio, quelli che fanno cantare la vita. Laudato si’ per la sua semplicità, che è tutt’altro che superficialità o schiavitù dell’apparenza, perché è piuttosto trovare l’essenziale, che è invisibile agli occhi ma che tutto rende visibile, vero, prezioso, luminoso, anche nella malattia e il buio sconfortante e terribile della morte. Frate Francesco è davvero poeta della vita e insegna a tutti a cantarla.

Non gioca con le parole, non enfatizza i toni pensando così di essere profondo e convincente, non rincorre la retorica vuota o la convenienza personale. Frate Francesco canta in ogni condizione la bellezza tutta umana e tutta divina del creato, come del mondo che è ogni persona, ogni creatura, tutte, senza qualifiche o etichette. Il suo e il nostro è un mondo segnato da guerre, terribili, follia che rende folli, dove l’unica ragione da cercare è la pace e la giustizia, perché solo queste fanno trovare e difendere tutte le ragioni. Laudato si’ frate Francesco perché ci ricorda che la guerra non è un destino e la pace inizia da noi ed è l’unico futuro possibile. Scrive ai reggitori delle nazioni perché scelgano la pace. Non c’è tempo da perdere, perché la sofferenza è enorme, il divisore complica le soluzioni, imbroglia le menti, fa credere – che imbroglione! – che la pace la troviamo con le armi e non con il dialogo e il diritto.

Laudato si’ perché frate Francesco, povero, rende ricchi gli altri, non possiede nulla perché ama tutto: non staremo mai bene se possediamo, ma solo se regaliamo perché tutto è nostro se amiamo, amare è donare e non c’è gioia senza rendere contento il prossimo, a cominciare dal povero che amiamo per com’è, non come noi pensiamo debba essere. Legarsi al povero non come oggetto di interesse, ma come nostro fratello non è un sacrificio, ma una esperienza di amore, che dona e fa trovare dolcezza e amicizia. Solo così viviamo quello che non si compra e non si vende, l’amore. Ecco, frate Francesco ci fa scoprire e riscoprire le radici più profonde e comuni del nostro Paese, che ci rendono umani e pieni di cultura che viene da Cristo e porta a Cristo, che dobbiamo nutrire con la preghiera e il servizio, possibile a tutti. Frate Francesco, piccolo fratello universale, andava ovunque, voleva raggiungere tutti e si sentiva a casa ovunque e tutti con lui si sentivano a casa, anche gli uomini simili a fiere selvatiche, che lui ammansiva con l’amore dell’inizio, quello di Adamo che è quello di Gesù.

Non riduciamo San Francesco a noi, ma seguiamolo per sentire nostro il mondo e ogni popolo. A frate Francesco, al termine di questo straordinario ottavo centenario, accendiamo la lampada del nostro cuore e quella di tutto il nostro Paese con quella votiva dei Comuni d’Italia. San Francesco, insieme a Santa Caterina da Siena, è il nostro Patrono. Permettetemi uno speciale ricordo per i comuni delle aree interne che tante radici conservano e desiderano solo che queste possano dare nuovi germogli, cioè vita e futuro. San Francesco, proprio perché aveva chiaro chi era e in che cosa credeva, non aveva paura di incontrare tutti e di essere vicino a chiunque, non con la spada, ma con il dialogo, fratello senza supponenza e distanza.

Ci aiuta in questo tempo minaccioso a capire che solo insieme troviamo la risposta e solo se la pace è con tutti è davvero pace. Chiede solo operatori umili e architetti umili di pace che, con coraggio, aiutino a vivere insieme, forti del diritto e non imponendo il diritto della forza. San Francesco non indica un amore ridotto a idea vaga, ineffabile, che non chiede nulla, falsamente rassicurante per chi cerca di salvare sé stesso, ma un amore come è l’amore vero, totale, per tutti, radicato nella vera sicurezza che è Cristo.

Prendiamo, al termine di questo anno di giubileo francescano, anzi di questi anni, il giogo liberante e sicuro di Gesù, che libera perché ama, costruendo la casa di Dio e la città degli uomini, amando l’unità intorno a messer Papa che presiede la comunione. Così, come disse Papa Leone, l’Europa e il mondo intero troveranno nuovi santi, che credono nella parola del Vangelo, umani con la libertà di Cristo, gioiosi per l’amore ricevuto e donato. “Non un mondo da difendere, ma da abbracciare”. Laudato si’, mi Signore, sempre sii lodato.

Assisi, basilica superiore di San Francesco
S.Em. Cardinale Matteo Maria Zuppi

sabato 26 settembre 2026

Il Papa all'Unesco: la vita è dono, non merce. La guerra la più terribile opera umana

Un Papa americano a Parigi, per la prima volta dopo oltre quarant'anni. Papa Leone XIV ha iniziato il 25 settembre 2026 il suo viaggio apostolico in Francia, e uno dei momenti più attesi si è consumato ieri nella sede parigina dell'UNESCO: la prima visita di un Pontefice all'Organizzazione dal memorabile discorso di Giovanni Paolo II nel 1980. Un'occasione storica, che il Papa ha scelto per consegnare alla comunità internazionale una riflessione appassionata sulla cultura, sulla dignità umana e sul futuro dell'educazione nell'era dell'intelligenza artificiale. 

La laicità non è un muro, ma una condizione di giustizia
La Francia è la nazione che più di ogni altra ha fatto della laicità un baluardo identitario. E proprio lì, accanto al presidente Emmanuel Macron, Leone XIV ha provato a disegnarne i confini più autentici: non un muro che espelle la religione dallo spazio pubblico, ma un assetto che garantisce giustizia e libertà per tutti. "La vera laicità non esclude la dimensione religiosa, ma sa al contrario trarne vantaggio come risorsa educativa", ha detto il Papa. 

È un messaggio delicato e insieme deciso: la Chiesa non chiede privilegi, chiede di poter contribuire al bene comune, nella convinzione che la fede non sia un residuo privato da tollerare, ma una forza culturale e morale di cui la società ha bisogno.

La vita come fondamento di ogni diritto
Sul piano etico, il Papa non ha usato mezze misure. Con l'occhio rivolto anche al dibattito francese sul fine vita e al clima di riarmo che attraversa l'Europa, Leone XIV ha ribadito: "La tutela del diritto alla vita costituisce il fondamento imprescindibile di ogni altro diritto umano". 

Un principio che, nel discorso all'UNESCO, si è intrecciato con l'avvertimento sui rischi di una cultura corrotta, in cui la legge viene invocata quando serve e ignorata quando limita, e persino la giustizia rischia di diventare "una merce da comprare e vendere". Di fronte alle tecnologie che promettono di tutto tranne che senso, il Papa è stato netto: "L'intelligenza artificiale non può mai rispondere al senso dell'esistenza", e senza verità il linguaggio finisce per sottostare alla logica della violenza. 

"La guerra non è inevitabile"
Nel suo arrivo all'Eliseo, Leone XIV ha scelto parole che suonano come uno schiaffo alla rassegnazione del nostro tempo: "La guerra non è inevitabile; Parigi promuova dialogo e diplomazia". È la coerenza con il messaggio per la Giornata mondiale della pace 2026, "Pace armata e disarmante", in cui il Papa invitava ad abbracciare "il sentiero disarmato della diplomazia, della mediazione e del diritto internazionale". In un'Europa che torna a parlare di spese militari e di deterrenza, la voce di Leone XIV insiste: prepararsi alla guerra non è la via della pace, ma la sua negazione.

Il segno inatteso: i francesi che tornano a battezzarsi
C'è infine un dato che ha sorpreso persino il Papa, e che rende questo viaggio simbolicamente ancor più significativo. In Francia, patria del laicismo militante, i battesimi di adulti stanno registrando una crescita esponenziale: dopo i 10.384 adulti battezzati nella Veglia pasquale 2025, numero raddoppiato in due anni, nel 2026 si è arrivati a 21.400 battesimi tra adulti e adolescenti, di cui circa 13.200 adulti. Un fenomeno che i vescovi francesi leggono come "un segno del Cielo", più che un fatto statistico. 

È forse il suggello più eloquente del viaggio: una Chiesa che non pretende di recuperare posizioni di potere, ma che scopre — persino nella Francia laica — cuori che tornano a bussare. Come ha detto mons. Olivier de Germay, arcivescovo di Lione, "è il Signore che attira le persone a sé". Il Papa se ne dice positivamente sorpreso. E forse, per una volta, la sorpresa è la notizia.