martedì 15 settembre 2026

Un’altra difesa, non armata, è possibile

La campagna "Un’altra difesa è possibile" raggiunge lo storico traguardo delle firme necessarie per portare al Senato la proposta di legge di iniziativa popolare. Un'alternativa concreta al riarmo che ridefinisce il concetto di sicurezza e protezione della Patria.
In un’epoca dominata dal ritorno dei conflitti globali e dalla costante crescita della spesa militare, dall’Italia arriva un segnale in controtendenza che dà forma e sostanza all'articolo 11 e all'articolo 52 della nostra Costituzione. La proposta di legge di iniziativa popolare intitolata «Un’altra difesa è possibile» ha ufficialmente abbattuto la soglia delle 50.000 firme necessarie per l’incardinamento in Parlamento.
Promossa da Rete Italiana Pace e Disarmo, CNESC (Conferenza Nazionale degli Enti di Servizio Civile) e Sbilanciamoci!, la campagna ha vissuto un'accelerazione decisiva nei giorni conclusivi prima del deposito a Palazzo Madama, dimostrando una forte risposta popolare nonostante il ridotto spazio mediatico dedicato all'iniziativa.

Che cos'è la Difesa Civile Non Armata e Nonviolenta?
L'obiettivo primario della proposta di legge è l'istituzione di un Dipartimento della Difesa civile non armata e nonviolenta presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.
L'idea fondamentale, ribadita da Mao Valpiana (presidente del Movimento Nonviolento e coordinatore della campagna), non è quella di smantellare ciò che esiste, ma di offrire un'aggiunta complementare e costruttiva. La proposta si basa anche sulla storica sentenza della Corte Costituzionale del 1985, che ha riconosciuto la pari dignità delle forme civili di difesa della Patria rispetto a quelle militari.
L'architettura del nuovo Dipartimento si fonda su quattro pilastri operativi:
 - Potenziamento del Servizio Civile Universale: Riconosciuto stabilmente come istituto di difesa civile e liberato dalla logica di semplice misura occupazionale o giovanile.
 - Istituzione dei Corpi Civili di Pace: Contingenti formati e addestrati di professionisti ed esperti capaci di intervenire nelle aree di crisi prima dell'escalation militare o di operare a fianco delle popolazioni colpite nei teatri di tensione.
 - Rafforzamento della Protezione Civile: Valorizzata come presidio di tutela del territorio di fronte alle devastazioni ambientali e ai cambiamenti climatici.
- Istituto di Ricerca per la Pace e il Disarmo: Un centro di supporto scientifico e formativo dedicato all'analisi e allo sviluppo di strategie nonviolente.
Come verrebbe finanziato il nuovo Dipartimento?
La proposta risponde anche alla questione delle risorse finanziarie senza pesare ulteriormente sulle casse pubbliche. I promotori chiedono un riequilibrio della spesa del comparto Difesa: invece di concentrare il 100% dei fondi sugli armamenti, si propone di destinarne una quota certa alle istituzioni di pace.
A questo si affiancano due strumenti chiave:
 - Un Fondo nazionale pluriennale per la difesa civile.
 - L'introduzione del 6 per mille dell'Irpef, che permetterà ai cittadini di scegliere direttamente di destinare una quota delle proprie imposte alla difesa non armata e alla prevenzione dei conflitti.

Le voci dei promotori e la trasversalità del sostegno
L'iniziativa ha unito una vasta rete di organizzazioni del Terzo Settore, Ong, enti locali, parrocchie e rappresentanti del mondo cattolico e civile.
Pierangelo Milesi (ACLI): «Migliaia di cittadine e cittadini chiedono alla politica di investire nella prevenzione dei conflitti, nella mediazione e nella protezione nonviolenta delle comunità. Il Parlamento ora ascolti e discuta con responsabilità.»
Laura Milani (CNESC): «La pdl dà una casa istituzionale a tutte le esperienze che già esistono e le coordina sotto una visione unitaria.»
Alfio Nicotra (Rete Italiana Pace e Disarmo): «I Corpi civili di pace interagiscono direttamente con le vittime e le società civili. Non devono essere un elemento decorativo, ma parte integrante della politica estera del Paese.»
Giulio Marcon (Sbilanciamoci!): «Non è la pace a essere un’utopia, ma la guerra a essere una distopia.»
Negli ultimi giorni la campagna ha raccolto anche il sostegno di importanti personalità ecclesiastiche, come mons. Giovanni Ricchiuti (Pax Christi) e don Luigi Ciotti (Libera), oltre all'adesione di diversi leader politici dell'opposizione.

I prossimi passi: dalla piazza alle Commissioni del Senato
Il deposito formale delle firme a Palazzo Madama aprirà una nuova fase. La legge sarà affidata alle commissioni Affari costituzionali, Esteri e Difesa.
Come sottolineato da Francesco Vignarca (Rete Italiana Pace e Disarmo), il raggiungimento delle 50.000 firme è solo il punto di partenza: si aprirà ora la fase del pressuring politico sui gruppi parlamentari per richiedere la rapida calendarizzazione del testo, lo svolgimento di audizioni e il proseguimento della sensibilizzazione sui territori.

Come contribuire
Anche se la soglia legale delle 50.000 firme è stata superata, la raccolta prosegue fino alla scadenza del 18 settembre. È possibile sottoscrivere la proposta sia tramite i banchetti territoriali che online, utilizzando la propria identità digitale (SPID o CIE) sul portale ufficiale del Ministero della Giustizia. Ogni firma in più rappresenterà un segnale di forza politica al momento dell'avvio del dibattito parlamentare.

venerdì 11 settembre 2026

La ferocia del terrorismo si vince con l’Amore

Sono trascorsi esattamente 25 anni da quel drammatico 11 settembre 2001. Un giorno che ha segnato uno spartiacque nella storia moderna, lasciando un'eredità di dolore, sgomento e, per usare le parole di Giovanni Paolo II, un "indicibile orrore". Di fronte a un affronto così terribile alla dignità umana, l'istinto più primordiale è spesso quello della vendetta. Eppure, guardando lucidamente agli eventi di questo quarto di secolo, emerge una dura consapevolezza: rispondere alla violenza con altra violenza non porta a una soluzione stabile.

L'illusione della risposta armata
Sebbene la storia non si faccia con i "se" e con i "ma", il mondo post-11 settembre ci insegna che la logica del conflitto armato genera una spirale di instabilità. In questi 25 anni, abbiamo visto come le guerre nate in risposta al terrorismo abbiano spesso seminato nuove divisioni e sofferenze, invece di estirpare l'odio alla radice. Come sottolineava Papa Francesco visitando il memoriale di Ground Zero, credere che la distruzione sia il modo per risolvere i conflitti è un'illusione; la logica della vendetta causa solo ulteriori lacerazioni.

La voce del magistero: condannare l'orrore, scegliere la pace
In questi anni, i Pontefici hanno offerto una bussola morale inestimabile. Hanno affermato senza equivoci che nessuna circostanza può giustificare il terrorismo, ricordandoci che ogni vita umana è preziosa. Tuttavia, hanno indicato una strada diversa per la giustizia:
"La sopraffazione, la violenza armata, la guerra sono scelte che seminano e generano solo odio e morte. Soltanto la ragione e l'amore sono mezzi validi per superare e risolvere le contese tra le persone e i popoli." — Giovanni Paolo II

Anche Benedetto XVI, pregando nel cratere di Ground Zero dove un tempo svettavano le Torri Gemelle, invocò non la ritorsione, ma il coraggio di lavorare instancabilmente per la riconciliazione.

I pilastri per un futuro senza terrore
Come possiamo, allora, vincere concretamente la ferocia del terrorismo? Le riflessioni di questi anni ci consegnano un metodo basato su scelte precise:
 - Rifiutare la neutralità: Essere attivamente "schierati per la pace", rivendicando il diritto universale di comporre i conflitti senza l'uso delle armi.
 - Combattere l'ingiustizia: Riconoscere, come affermava padre Robert Francis Prevost nei giorni successivi agli attentati, che l'odio prolifera dove persistono estrema povertà e oppressione.
 - Privilegiare il dialogo: Sostituire il dogma del "contro gli altri" con la cultura dell'incontro tra culture e religioni diverse.
 - Scegliere la vita: Aver fede che l'unità, alla fine, trionferà sulla divisione e sui "profeti della distruzione".
Non è debolezza scegliere l'Amore di fronte all'odio; è il coraggio più grande. È l'unica via per costruire un mondo in cui le future generazioni possano vivere libere dall'incubo del terrore.

mercoledì 9 settembre 2026

PISA 2025: l'Italia finalmente sopra la media Ocse — ma cosa dicono davvero i numeri?

A sorpresa l'Italia supera la media Ocse in tutte e tre le materie del test PISA 2025. Per la prima volta il nostro punteggio medio si coloca significativamente sopra quello degli altri Paesi industrializzati . Ma leggiamo i numeri con calma per capire la portata dei dati emersi.

Cosa è successo nel 2025
PISA 2025 è stata la rilevazione più grande di sempre: 760.000 studenti in 91 Paesi. L'ambito principale di indagine erano le scienze, con lettura e matematica come ambiti secondari.

I risultati italiani:
Matematica: Italia 468; Media Ocse 463; Italia 2022 471 = -3
Lettura: Italia 474; Media Ocse 461; Italia 2022 482 = –8 
Scienze: Italia 483; Media Ocse 482; Italia 2022 477 = +6
Fonte: elaborazione su dati OCSE PISA 2025 

Il punto chiave: i nostri punteggi sono scesi leggermente, ma la media Ocse è crollata. In matematica la media Ocse ha perso 22 punti dal 2015 (l'equivalente di più di un anno di apprendimento), in lettura 28 punti. Mediamente i risultati degli studenti italiani calano molto meno, e per questo "guadagniamo" posizioni. Non è che stiamo correndo più forte: è che gli altri stanno inciampando. Anzi, si direbbe che stiamo cadendo più lentamente degli altri — che, in un certo senso, è comunque un merito.

Il sorpasso: chi stiamo superando (e di quanto)
In matematica — la materia che più preoccupa i governi, perché è il motore dell'economia digitale — la classifica parla chiaro:
Italia.          468.  –3
Germania.  464 –11 
Svezia         464 –18 
Stati Uniti.  463   –2 
Francia       458  –16 
Spagna       457  –16 

L'Italia era 30ª in matematica nel 2022; nel 2025 sale al 24º posto tra i Paesi Ocse. Per la prima volta nella storia di PISA superiamo — anche se di poco — Francia, Germania, Stati Uniti e Svezia, e perfino la Finlandia (469 contro i nostri 468 in matematica... ok, la Finlandia ci batte ancora di 1 punto, ma in lettura i finlandesi sono sprofondati a 474 mentre noi restiamo a 474 — un pareggio inaspettato con l'ex campionessa assoluta dei test).

La crisi degli altri: i punti critici dei "grandi" sistemi
Ecco la parte più interessante del quadro: perché i nostri vicini stanno andando così male?
Germania. È il crollo più discusso d'Europa. Berlino ha perso 11 punti in matematica e 15 in lettura rispetto al 2022. I punti critici del sistema tedesco sono noti da anni: carenza strutturale di insegnanti (migliaia di cattedre scoperte, supplenti non specializzati), digitalizzazione arrivata in ritardo e fatta male (i famosi computer di cartone del periodo Covid), e un sistema scolastico selettivo precoce (l'orientamento a 10 anni verso Hauptschule, Realschule o Gymnasium) che ha fatto aumentare i divari sociali. La Germania era la "locomotiva educativa" del 2000-2012; oggi si interroga apertamente sul suo modello.

Francia. Sprofonda a 458 in matematica e ha perso 18 punti in lettura. Il problema francese è antico: una quota enorme di studenti sotto il livello base e una forte correlazione tra rendimento e origine sociale, aggravata dalla ghettizzazione scolastica delle banlieue. Le riforme si susseguono (bac ripristinato dopo il fiasco del controllo continuo, riforma del collège), ma la fiducia di genitori e insegnanti nel sistema è ai minimi storici.

Spagna. Peggiore risultato storico in tutte e tre le discipline . La Spagna convive da decenni con la dispersione scolastica (abbandono precoce), che pur essendo scesa rispetto agli anni della crisi del 2008 resta tra le più alte d'Europa, e con un sistema molto decentrato dove le Comunità autonome gestiscono l'istruzione con risultati molto eterogenei.

Svezia. Il caso più eclatante. Dagli anni Duemila, quando il suo modello "progressista" era studiato da tutto il mondo, la Svezia ha perso decine di punti in modo quasi ininterrotto. Carenza di insegnanti certificati, riforme continuate e ribaltate, e una scelta curricolare che ha deprioritizzato le basi rispetto alle competenze "trasversali". Anche in scienze, ex suo fiore all'occhiello, oggi è solo appena sopra la media.

Stati Uniti. I dati PISA confermano quelli già visti nei test nazionali (NAEP): il calo è soprattutto un effetto Covid mai recuperato, concentrato tra gli studenti più poveri, con divisioni enormi tra scuole distrettuali pubbliche, charter schools e scuole private.

E noi? I nostri punti critici (che restano tali)
Attenzione: "meglio della media" non significa "a posto così". Ecco le ombre del quadro italiano:

1. Il divario Nord-Sud non è scomparso. La rilevazione 2025 attesta solo una sua riduzione . I dati INVALSI nazionali raccontano che in regioni come Calabria, Sicilia, Campania e Sardegna più della metà dei ragazzi di seconda superiore ha competenze insufficienti in lettura, e in matematica la situazione è peggiore .

2. L'origine sociale conta. Anche se l'Italia è in linea con la media Ocse (circa il 13-15% della variabilità dei punteggi dipende dal background familiare), chi parte svantaggiato parte svantaggiato.

3. Il divario di genere resta: le ragazze vincono in lettura (+19 punti nel 2022), i ragazzi in matematica (+21) .

4. Il livello base non è abbastanza. Avere "almeno il livello 2" è il minimo sindacale: vuol dire saper applicare conoscenze basilari. La quota di chi non raggiunge nemmeno quello resta altissima — ricordate che un quindicenne su cinque nell'area Ocse è un "low performer" in tutte e tre le materie, quota salita dal 16% del 2022 .

5. I nostri 468 punti in matematica sono comunque 35 punti sotto la media del 2003. Il punteggio assoluto non migliora da vent'anni. Miglioriamo *relativamente*, non assolutamente.

La domanda: perché gli altri calano?
Ecco la mia tesi, dopo aver letto i dati: i Paesi che stanno peggio sono quelli che hanno subito tre shock sovrapposti: la selezione sociale precoce (Germania), la frammentazione e la dispersione (Spagna), la crisi degli insegnanti (Svezia, Germania, e purtroppo anche noi), e la gestione disastrosa del Covid (USA in testa). L'Italia, con tutti i suoi difetti — scuola unitaria fino a 14 anni, divari territoriali giganteschi, stipendi docenti bassi — ha un sistema più resistente di quanto ci raccontassimo. La scuola pubblica italiana, quella che ci lamentiamo ogni giorno, ha tenuto.

Che cosa ne facciamo di questi numeri?
Tre cose. 
Primo: smettere di pensare che la scuola italiana sia "la peggiore d'Europa" — i dati dicono il contrario, e il pregiudizio ci ha portato per anni a sottovalutare un sistema che invece ha dei punti di forza reali (la classe docente stabile, la scuola dell'obbligo unitaria, la resistenza territoriale degli istituti). 
Secondo: i nostri punti deboli — Sud, disuguaglianza sociale, dispersione — sono problemi politici e di risorse, non di studenti. 
Terzo: il mondo sta scendendo, ma Singapore, Estonia, Giappone e Corea sono ancora 40-90 punti sopra di noi. Il verso della classifica in cui guardare non è quello dei Paesi che inciampano, ma quello dei Paesi che corrono.

martedì 8 settembre 2026

Sassonia-Anhalt, l'AfD trionfa: la voce delle Chiese tedesche tra preoccupazione e responsabilità

Il 6 settembre 2026 l'AfD (Alternative für Deutschland) ha ottenuto una vittoria netta alle elezioni regionali della Sassonia-Anhalt, fermandosi al 43,8% dei consensi — più del doppio rispetto a cinque anni fa — e mancando la maggioranza assoluta per soli tre seggi su 83. L'affluenza ha toccato il 77,8%, il dato più alto dalla riunificazione tedesca. Il partito guidato da Ulrich Siegmund non ha però i numeri per governare da solo, e la formazione del prossimo esecutivo regionale resta un rebus, dato che gli altri partiti mantengono il "cordone sanitario" verso l'estrema destra.

Un risultato che ha scosso non solo la politica tedesca ed europea, ma anche il mondo religioso del Paese.

L'appello delle Chiese: "Non resteremo in silenzio"
Il giorno dopo il voto, vescovi cattolici ed evangelici, insieme all'ACK (la principale piattaforma ecumenica tedesca), hanno diffuso un comunicato congiunto dai toni fermi. Al centro, un richiamo netto alla Costituzione: i vincitori delle elezioni sono stati esortati a rispettare senza riserve la Legge fondamentale e a tutelare la dignità di ogni persona, a prescindere da origine, religione, stile di vita o posizione sociale.

Le Chiese hanno promesso vigilanza: non distoglieranno lo sguardo né taceranno se la dignità umana verrà violata o lo Stato di diritto messo a rischio.

Il vescovo di Magdeburgo, mons. Gerhard Feige, il pastore Friedrich Kramer e il presidente della Chiesa evangelica regionale Karsten Georg Wolkenhauer hanno inoltre espresso timori concreti sulle ricadute annunciate dall'AfD su cultura e istruzione, volontariato, servizi sociali, organizzazioni caritative e sicurezza. Un passaggio della nota richiama la lunga storia di resilienza delle Chiese tedesche, sopravvissute a dittature e guerre, e ribadisce l'impegno a restare aperte a chi cerca protezione, guarigione e ascolto.

La lettura di don Dirk Birgener: un popolo che si sente abbandonato
Sul portale della Chiesa cattolica tedesca, don Dirk Birgener, presidente di Missio-Aachen, ha proposto una chiave di lettura più strutturale: una parte della popolazione percepisce come assenti lo Stato, i partiti tradizionali, i servizi pubblici essenziali e l'impegno civico. Una sensazione di abbandono che, secondo Birgener, pone alla Chiesa in Germania una domanda di fondo sul proprio ruolo in contesti simili.

Birgener riconosce che gli sforzi della diocesi di Magdeburgo — una campagna incentrata su carità, solidarietà e dignità umana — non sono bastati a fermare l'ascesa dell'AfD, anche per la posizione di minoranza che la Chiesa cattolica occupa nella Germania dell'Est. Nonostante questo, ha voluto riconoscere il lavoro di chi si è esposto durante la campagna, citando in particolare la guida offerta da mons. Feige.

Il monito più incisivo riguarda però il metodo: i processi decisi dall'alto rischiano di perdere di vista la realtà. Sono le persone sul campo, ha sottolineato Birgener, a sapere se le riforme funzionano davvero — un'indicazione che assume ancora più peso in una fase segnata da chiusure di chiese, tagli di bilancio e allontanamento dei fedeli.

Una sfida aperta
Al di là dell'esito immediato del voto, resta la domanda che le stesse Chiese si pongono: come riavvicinarsi a chi si sente escluso dalle istituzioni, prima che quel vuoto venga colmato da altre risposte. Una sfida che riguarda la Germania, ma che parla — non troppo velatamente — anche al resto d'Europa.

lunedì 7 settembre 2026

Il funerale di Mladić: quando la Chiesa benedice un condannato per genocidio

Lunedì 7 settembre 2026, migliaia di persone si sono riunite a Belgrado per l'ultimo saluto a Ratko Mladić, il generale serbo-bosniaco morto all'Aia e condannato in via definitiva dal Tribunale delle Nazioni Unite per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l'umanità. La salma, esposta fin dal mattino nella chiesa ortodossa di San Luca, è stata poi accompagnata al cimitero di Košutnjak da un corteo in cui non mancavano ex commilitoni in uniforme, bandiere della Republika Srpska e persino gruppi di tifosi del calcio.

Le parole del Patriarca
A officiare le esequie è stato il Patriarca Porfirije, guida della Chiesa ortodossa serba, il cui intervento ha immediatamente attirato l'attenzione per il tono scelto in un'occasione così controversa. Nel suo omaggio, il Patriarca ha affermato che il nome di Mladić "resterà profondamente inciso nella memoria e nelle preghiere" dei fedeli ortodossi serbi, descrivendo nei loro confronti un sentimento di riconoscenza verso l'ex comandante. Parole che, pronunciate dal vertice della gerarchia ecclesiastica serba durante un rito funebre per un uomo condannato per il massacro di Srebrenica e per l'assedio di Sarajevo, hanno il peso di una vera e propria presa di posizione pubblica, più che di una semplice formula liturgica di circostanza.

Una linea sottile tra fede, memoria e politica
È qui che il caso Mladić diventa interessante al di là della cronaca giudiziaria: non si tratta soltanto della sepoltura di un criminale di guerra, ma di un evento in cui Chiesa e Stato, pur muovendosi apparentemente su binari separati, finiscono per intrecciarsi in modo ambiguo. Il governo di Belgrado aveva dichiarato, prima del funerale, che non ci sarebbero stati onori militari o statali, e che Mladić non avrebbe avuto accesso ai viali cimiteriali riservati alle personalità illustri, proprio perché con la condanna aveva perso ogni titolo e grado.
Nella pratica, però, la linea è apparsa molto più sfumata. Al funerale hanno partecipato quattro ministri del governo serbo, l'ambasciatore russo a Belgrado e il figlio del presidente Vučić, mentre una cerimonia militare si era già tenuta il giorno prima in una struttura ufficiale dell'esercito. Per Marko Milosavljević, della Youth Initiative for Human Rights, questa presenza istituzionale trasforma di fatto un funerale "privato" in un evento con tutti i tratti di un onore di Stato, in aperta contraddizione con la legge serba stessa. Ed è proprio in questo spazio grigio che la benedizione della Chiesa assume un ruolo particolare: non sostituisce la bandiera dello Stato, ma le si affianca, offrendo una legittimazione simbolica che le istituzioni civili, almeno sulla carta, non potevano concedere.

Il peso della memoria selettiva
Le parole del Patriarca si inseriscono in una narrazione più ampia che, secondo gli osservatori dei diritti umani, ha trasformato Mladić in un simbolo identitario piuttosto che in un condannato per genocidio: l'incarnazione di una resistenza contro un Occidente percepito come ostile e ipocrita. In questa chiave, la liturgia funebre non si limita ad accompagnare un defunto, ma partecipa alla costruzione di un mito, con conseguenze dirette sulla memoria delle vittime di Srebrenica e sulla percezione, da parte di altri sospettati ancora latitanti, che i crimini di guerra possano restare senza conseguenze morali, se non giudiziarie.

La reazione di Bruxelles
Non è un caso che l'Unione europea, verso cui la Serbia è candidata all'adesione, abbia reagito con durezza. La commissaria per l'Allargamento Marta Kos ha cancellato una visita ufficiale nel Paese, mentre da Bruxelles è arrivato un monito esplicito contro "la glorificazione di criminali di guerra" e "il revisionismo", definiti incompatibili con i valori europei. Il presidente Vučić, che non ha preso parte al funerale, ha derubricato l'intera vicenda a uno "sfogo emotivo" collettivo, respingendo le accuse di un coinvolgimento istituzionale.

Una domanda aperta
Il funerale di Mladić lascia sul tavolo una domanda che va oltre la cronaca dei Balcani: che ruolo deve avere un'istituzione religiosa quando le sue parole, pronunciate su una bara, rischiano di riscrivere pubblicamente il senso di una condanna internazionale per genocidio? La risposta di Porfirije, in questo caso, sembra aver scelto la memoria comunitaria e identitaria a discapito di quella delle vittime — una scelta che difficilmente resterà senza conseguenze diplomatiche per Belgrado.

venerdì 4 settembre 2026

Vicenza Cantiere della Pace e dei Diritti Umani

Dal 17 al 23 settembre si svolgerà per la prima volta in città il festival “Vicenza Cantiere della Pace e dei Diritti Umani”: un’intera settimana con musica, spettacoli, incontri e attività per costruire insieme una cultura della pace.

Il Festival, che ospiterà anche il Giro d’Italia della Pace, con l’arrivo della Lanterna di Assisi il 20 settembre al Parco della Pace, e celebrerà il 21 settembre la Giornata Internazionale della Pace, è promosso dall’assessorato alla pace del Comune di Vicenza e da Casa per la Pace di Vicenza. L’evento è stato presentato a Palazzo Trissinpo dall’assessore alla pace Giovanni Selmo, Luisa Consolaro, presidente della commissione servizi alla popolazione e membro del comitato tecnico della rassegna e Massimo Corradi, vice presidente del Forum per la pace.

«Sarà una settimana nella quale ciascuno potrà trovare temi, angoli di mondo, strumenti, parole, spiritualità e azioni attraverso cui riconoscersi e contribuire alla costruzione della pace – spiega l’assessore Giovanni Selmo -. Un cantiere, appunto, perché la pace non è un concetto astratto, ma è una pratica quotidiana, una responsabilità condivisa, la base del nostro vivere insieme con serenità e con la speranza di un futuro possibile. La promozione di una cultura di pace e dei diritti umani è anche un preciso obiettivo dello Statuto del Comune di Vicenza. Con questo spirito e raccogliendo l’insegnamento del sindaco di Firenze Giorgio La Pira - «Bisogna unire le città per unire le nazioni» -, Vicenza si prepara a diventare un cantiere per la pace e i diritti umani».

«In un momento storico in cui gli Stati e le grandi potenze investono sulla guerra e sul riarmo, la società civile ambisce a una pace vera e investe su nonviolenza e disarmo. Durante la settimana di eventi di “Vicenza Cantiere della Pace e dei Diritti Umani” pensieri, parole e azioni concrete saranno proposti alla città per continuare a costruire la Pace a partire da noi, per un altro mondo possibile», sottolinea Massimo Corradi vice presidente del Forum per la pace.

Il programma
Giovedì 17 settembre si partirà con il tema “Vicenza, città per la pace”. 

Alle 21 in Basilica palladiana si terrà “Iliade. Il coraggio dei codardi”, spettacolo teatrale inserito nel 79° Ciclo di Spettacoli Classici del Teatro Olimpico. 

Venerdì 18 settembre il tema sarà “Pace in me, pace nel mondo”.

Alle 15 in Basilica palladiana sarà la volta di “Servizio civile: un anno da cui partire”, l’incontro di benvenuto ai volontari che iniziano il loro anno di Servizio Civile Universale con ASC Vicenza APS.

Alle 18 alla chiesa di San Vincenzo la Fondazione Monte di Pietà presenta “Riflessioni sul nemico”, un dialogo sulla genesi del concetto di nemico e sugli ostacoli alla costruzione di una cultura di pace. Interviene Michele Oldani, psicoterapeuta e sociologo. 

Alle 20.30 al Teatro C.i.m. San Bortolo ci sarà “Attualità del pensiero e dell’azione politica di pace di Alexander Langer”, una serata con la proiezione del docufilm “L’apripista” di M. Lo Cascio. 

Sabato 19 settembre il tema sarà “Costruire la pace: diritti umani, disarmo e nonviolenza”

Alle 10 all’Odeo del Teatro Olimpico si terrà “Enti locali e politiche di pace”, tavola rotonda con Giovanni Selmo, assessore del Comune di Vicenza, Francesca Benciolini, assessora del Comune di Padova, Jacopo Buffolo, assessore del Comune di Verona, Giorgia Macrelli, assessora del Comune di Cesena, Francesco Tagliaferri, sindaco di Vicchio-Barbiana, Marco Mascia, professore del Centro di Ateneo per i Diritti Umani “Antonio Papisca” dell’Università di Padova. Modera Marco Scorzato, giornalista de Il Giornale di Vicenza.

Alle 15 alla Centrale appuntamento con “L’articolo 11 della Costituzione e la crisi del diritto internazionale”, convegno con Mario Faggionato, avvocato, e Marco Pellicoro, politologo. Modera Patrizia Carella della Casa per la Pace. Promosso da ANPI, Centro Studi Ettore Luccini, CGIL Vicenza e Giuristi Democratici.

Domenica 20 settembre sarà la volta del Giro d’Italia della Pace, dalle 9 alle 22 al Parco della Pace. Durante la giornata sarà possibile visitare gli stand delle associazioni e degli enti del territorio impegnati nella promozione della pace e dei diritti umani. Sono previste attività, laboratori e momenti di incontro per conoscere esperienze e progetti dedicati alla costruzione di una cultura della pace, alla promozione dei diritti e alla ricerca di nuovi percorsi di crescita materiale e spirituale per la comunità.

Alle 10. 30 e alle 17 al Giardino dei bambini ci sarà la possibilità di partecipare a “Yoga per bambini e adulti” a cura della comunità Hare Krishna.

Alle 12 appuntamento con le “Prime due tappe del sentiero Testimoni di pace: Alexander Langer e Chiara Lubich”: inaugurazione e presentazione con Clara Bassan della Fondazione Alexander Langer e Giuseppe Pellegrini del Movimento dei Focolari.

Per tutto il giorno all’aerostazione ci saranno “Sogni di pace: l’arte del maestro Sri Chinmoy”, esposizione di riproduzioni delle opere di Sri Chinmoy a cura dello Sri Chinmoy Centre di Vicenza, e “Terra di Sebastião Salgado”, esposizione di fotografie appartenenti alla mostra “Terra”, a cura del Movimento Gocce di Giustizia.

Alle 14.30 in corrispondenza della statua di Gandhi in viale Roma partirà “La Pace in cammino”, itinerario a piedi lungo percorsi ciclopedonali, con alcune tappe significative con arrivo al Parco della Pace, accompagnati dalla Lanterna della Pace di Assisi. L’ingresso al Parco dal lato di viale Ferrarin è previsto alle 16.30.

A seguire, un flash mob per la pace. I partecipanti possono portare colori e bandiere della pace. Con la partecipazione dei gruppi scout Agesci della città.

Alle 18.30 sul palco interverranno il sindaco Giacomo e amministratori della Provincia di Vicenza.

Alle 16.45 in prossimità del palco al Parco della Pace si svolgerà il “Silent Play - Passi di pace”, con racconti sulla storia del Parco, a cura de La Piccionaia. Possibile replica alle 17.45. Prenotazioni su www.piccionaia.org/evento/passi-di-pace-vicenza/

Dalle 17 alle 18.30 nel palco si terrà “Costruire la pace: quale contributo concreto offrono le religioni?”, incontro interreligioso e dialogo con rappresentanti di alcune tradizioni religiose del territorio vicentino. Coordina don Gianluca Padovan, delegato diocesano per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso della Diocesi di Vicenza.

Alle 17 ci sarà la consegna alle parrocchie della Diocesi di Vicenza di 360 alberi di leccio, a cura dell’équipe diocesana Nuovi stili di vita e dell’Associazione Alberi Felici.

Alle 19.30 in prossimità del palco e al giardino dei bambini ci sarà la “Cena comunitaria” a cura della comunità Hare Krishna.

Alle 20.30 al palco si terrà il “Concerto del Coro D’altro Canto” con Canti per la pace diretti da Sereno e Giacomo Ruaro.

Lunedì 21 settembre la giornata sarà dedicata all’educazione alla pace.

Dalle 10 alle 12.30 in sala Bernarda a Palazzo Trissino si terrà “Le guerre invisibili, lotta di popoli divisi”, attività e laboratorio a cura del gruppo PES - Parlamento Europeo degli Studenti del Liceo Lioy, insieme alle volontarie e ai volontari del Servizio Civile Universale del Comune di Vicenza. 

Alle 18 nella sala dei Chiostri di Santa Corona sarà la volta di “Nucleare: soluzione reale o ingannevole alla decarbonizzazione e alla pace?”.

I promotori

“Vicenza Cantiere della Pace e dei Diritti Umani” è promosso dall’assessorato alla pace del Comune di Vicenza e da Casa per la Pace di Vicenza con Fondazione PerugiAssisi, Coordinamento Enti Locali per la Pace, Centro di Ateneo per i Diritti Umani “Antonio Papisca” dell’Università di Padova. Collaborano Diocesi di Vicenza, La Piccionaia, CSV Vicenza, Consiglio di Quartiere 8, Cinema Odeon, Associazione Oikos, Gruppo PES Liceo Lioy, Movimento dei Focolari, Cosmo Cooperativa Sociale, Fondazione Alexander Langer, Osservatorio Vicenza città Unesco da smilitarizzare, Arciragazzi, Équipe Nuovi stili di vita. Partecipano le comunità religiose del territorio vicentino: cristiane cattoliche, ortodosse e protestanti, musulmane, Hare Krishna, buddhiste e bahá’í.

A scuola di Magnifica Humanitas

143. La scuola è il luogo in cui le nuove generazioni possono imparare a cercare e amare la verità, a interrogarsi sul senso della vita e sulla dignità di ogni persona. Per questo molti genitori, che desiderano che i figli crescano capaci di relazione, di senso critico, di valori solidi, ripongono in essa grandi attese, come preziosa alleata nell’educazione dei loro figli. Ai genitori spetta, infatti, il diritto primario e inalienabile di scegliere il tipo di istruzione e di formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose. Il mondo della scuola oggi si trova davanti ad alcune sfide improrogabili.

144. La prima sfida è sociopolitica. Sia entro le singole nazioni che tra diverse aree del mondo, permangono forti disuguaglianze nell’accesso all’istruzione di base e agli studi superiori. In non pochi Paesi lo Stato non ha ancora investito le risorse necessarie per garantire a tutti un’educazione di qualità, sia sostenendo adeguatamente il sistema scolastico pubblico sia supportando le istituzioni private che offrono questo servizio fondamentale. Quando una parte rilevante dell’istruzione, a vari livelli, è affidata a istituti privati, può accadere che l’accesso alla scuola dipenda troppo dalle possibilità economiche delle famiglie, in mancanza di un adeguato sostegno pubblico. A fronte di questo rischio, va comunque riconosciuto e sostenuto il contributo di molte opere educative cattoliche che, pur essendo istituzioni private, garantiscono un’accoglienza inclusiva a bambini e giovani di ogni provenienza, anche quando le condizioni economiche delle famiglie non lo permetterebbero.

145. La seconda grande sfida è pedagogica. Molti sistemi formativi faticano ad aggiornarsi al ritmo dei cambiamenti e a sostenere una crescita integrale degli studenti. Lo sviluppo delle tecnologie informatiche e dell’IA rende rapidamente inadeguati programmi di studio pensati per un’altra epoca, mentre l’organizzazione della scuola, gli spazi, i metodi di valutazione e la stessa figura dell’insegnante chiedono di essere ripensati in vista di un’educazione realmente integrale, aperta a tutte le dimensioni della persona. È necessario sostenere la formazione continua dei docenti lungo tutto l’arco della vita professionale, perché sappiano dialogare in modo positivo con le nuove tecnologie, aiutando gli studenti a farne un uso responsabile, critico e creativo e a non subirne passivamente l’influsso.

146. La terza grande sfida è intellettuale e sapienziale. Se non siamo attenti, può prendere forma un sistema educativo senza amore per la verità, in cui il flusso incessante di informazioni sostituisce l’esercizio della ricerca, della riflessione e del discernimento. Si moltiplicano conoscenze frammentarie, ma diventa più difficile cogliere la realtà nel suo insieme, porre domande di senso, sviluppare un autentico pensiero critico e creativo. Molti educatori avvertono già i segni di una possibile disumanizzazione, in cui le persone “sanno molte cose” ma faticano a dare un orientamento alla propria vita, anche a causa dell’incapacità di connettere le informazioni e le conoscenze, e di non perderne l’orizzonte di senso. Occorre promuovere una vera igiene dell’attenzione: ritmi che prevedano silenzio, studio approfondito, lettura, confronto ponderato; senza questi elementi la libertà interiore può risultare compromessa.

147. La Dottrina sociale della Chiesa invita famiglie, scuole, comunità cristiane e istituzioni pubbliche a un’alleanza educativa rinnovata. Essa diventa concreta quando i principi fondamentali si traducono in mete educative: educare alla sobrietà e al senso del limite; educare al riconoscimento del diritto dell’altro e di chi verrà dopo di noi a godere dei beni che ci sono donati, o che l’ingegno umano rende disponibili; educare alla libertà e alla responsabilità; educare al senso della trascendenza e al bene comune. La scuola non è chiamata a inseguire la velocità del mondo digitale, ma a offrire ciò che il digitale da solo non può dare: tempo condiviso per apprendere e relazioni affidabili.