C’è un luogo in cui parlare di cibo significa parlare di terra, di culture, di diritti, di ambiente e perfino di pace. È Torino, dove oggi, 24 settembre, si è aperta la sedicesima edizione di Terra Madre Salone del Gusto, con la partecipazione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
L’edizione 2026 arriva in un momento particolarmente significativo: Slow Food compie quarant’anni e Terra Madre torna a mettere al centro una parola che racchiude il senso dell’intera manifestazione: biodiversità. Il tema scelto è infatti “Biodiversity – Be Diversity”, un invito a considerare la diversità non come qualcosa da difendere soltanto, ma come una ricchezza da vivere e costruire.
Da Bra a Torino: le radici di un’idea
Per capire Terra Madre bisogna tornare indietro di quarant’anni, al 1986, quando Carlo Petrini e un gruppo di appassionati diedero vita a Slow Food a Bra, nel Cuneese. L'idea era quella di mettere in discussione un modello alimentare sempre più dominato dalla velocità, dalla standardizzazione e dalla produzione industriale, riportando al centro il rapporto fra cibo, territorio e persone.
Nel 1996 nacque il Salone del Gusto, mentre nel 2004 arrivò la svolta: a Torino si incontrarono per la prima volta circa 5.000 delegati provenienti da 130 Paesi, rappresentanti di oltre mille Comunità del Cibo. Contadini, pescatori, allevatori, artigiani, cuochi, ricercatori e custodi di sementi si ritrovarono per raccontare esperienze e confrontarsi sulle possibilità di costruire sistemi alimentari più sostenibili e rispettosi delle persone e dell'ambiente.
Nel 2012 Terra Madre e Salone del Gusto si unirono definitivamente in un unico appuntamento. Dal 2016 il nome Terra Madre Salone del Gusto sottolinea proprio la centralità delle comunità del cibo e del loro ruolo nel ripensare il nostro rapporto con ciò che mangiamo.
Che cos'è, dunque, Terra Madre?
Non è soltanto una grande fiera gastronomica.
È soprattutto una rete internazionale di comunità. Persone e territori che condividono una convinzione: il cibo non è una semplice merce, ma il risultato di relazioni fra esseri umani, natura, lavoro, cultura e territorio.
A Torino arrivano agricoltori e allevatori, pescatori e cuochi, produttori artigianali e giovani, ricercatori e attivisti. L'edizione 2026 riunisce oltre 1.500 produttori, cuochi, pescatori, allevatori, agricoltori, studiosi, giovani e attivisti da tutto il mondo; parallelamente, l'assemblea della Fondazione Slow Food ETS coinvolge delegati provenienti da oltre 120 Paesi.
È questa dimensione internazionale a rendere Terra Madre qualcosa di diverso da un tradizionale appuntamento enogastronomico: le culture alimentari diventano uno strumento per conoscersi e per affrontare problemi che nessun Paese può risolvere da solo.
La biodiversità non è soltanto una questione di specie
La parola biodiversità può sembrare astratta. A Terra Madre assume invece un significato molto concreto.
È la varietà dei semi e delle colture, delle razze animali, dei territori e degli ecosistemi. Ma è anche la varietà dei saperi: il modo in cui una comunità prepara il pane, conserva un alimento, coltiva un campo, gestisce l'acqua o tramanda una ricetta.
Slow Food ha costruito nel tempo strumenti come l'Arca del Gusto, che raccoglie migliaia di prodotti e tradizioni a rischio di scomparsa, e i Presìdi Slow Food, attraverso i quali vengono sostenuti piccoli produttori e produzioni tradizionali. L'obiettivo è contrastare l'omologazione e mantenere viva una ricchezza che non è soltanto gastronomica, ma anche ecologica e culturale.
Per questo il messaggio di Terra Madre 2026 è particolarmente significativo: “Biodiversity – Be Diversity”. Essere biodiversità significa riconoscere il valore delle differenze e costruire sistemi alimentari più giusti a partire dalla pluralità delle persone, dei territori e delle culture.
I popoli indigeni: custodi di territori e conoscenze
Fra i protagonisti di Terra Madre ci sono anche i popoli indigeni, la cui presenza permette di guardare alla crisi alimentare e ambientale da una prospettiva spesso trascurata.
La rete Slow Food Indigenous Peoples' Network riunisce comunità che difendono territori, sementi, pratiche agricole e conoscenze tradizionali. Secondo Slow Food, più di 700 prodotti indigeni sono già entrati nell'Arca del Gusto e oltre 50 Presìdi sono gestiti da comunità indigene.
All'edizione 2026 partecipano più di 150 delegati della rete dei Popoli Indigeni di Slow Food. I temi portati al confronto riguardano la sovranità alimentare, la tutela della biodiversità, la resilienza delle comunità, il cambiamento climatico e la difesa dei territori.
Il loro messaggio è importante perché mostra che, di fronte alle grandi crisi contemporanee, esistono anche risposte che partono dal basso: comunità che proteggono i propri semi, recuperano pratiche agricole, difendono l'acqua e mantengono vivo il legame fra alimentazione, identità e territorio.
Le sfide: clima, omologazione, disuguaglianze
Dietro la festa, i mercati e i sapori di Terra Madre c'è dunque una domanda tutt'altro che semplice: come produrre e distribuire il cibo in modo da non compromettere il futuro?
Le sfide sono molteplici.
C'è il cambiamento climatico, che rende più fragile l'agricoltura e mette sotto pressione acqua, suoli e produzioni.
C'è la perdita di biodiversità, favorita dalla riduzione delle varietà coltivate e dalla progressiva uniformazione dei sistemi produttivi.
C'è il problema della sostenibilità economica dei piccoli agricoltori e degli allevatori, chiamati a competere in mercati nei quali il prezzo spesso prevale sul valore reale del prodotto e del lavoro.
E c'è la questione della sovranità alimentare: chi decide che cosa coltivare? Quali semi utilizzare? Come distribuire le risorse? Chi controlla le filiere? E soprattutto, chi ha accesso a un cibo sano e adeguato?
Terra Madre prova a spostare la prospettiva: non partire soltanto da quanto costa un alimento, ma interrogarsi sul suo valore ambientale, sociale, culturale e umano.
Le proposte: dalla terra alle comunità
Le risposte che emergono dalla rete di Terra Madre non sono racchiuse in una singola ricetta politica. Sono piuttosto un insieme di esperienze concrete: agroecologia, tutela delle sementi tradizionali, Presìdi, educazione alimentare, orti comunitari e scolastici, filiere locali, sostegno ai piccoli produttori e valorizzazione delle conoscenze delle comunità.
La Slow Food Arena di questa edizione mette esplicitamente al centro temi come i popoli indigeni, il diritto al cibo, i giovani, le comunità come forma di resistenza, l'educazione alimentare e i progetti agricoli della rete.
L'idea di fondo è semplice: la trasformazione del sistema alimentare non deve essere soltanto tecnologica o economica, ma anche culturale.
E in questo senso i giovani hanno un ruolo fondamentale. Perché ereditano un pianeta segnato da crisi climatiche e ambientali, ma possono anche recuperare conoscenze, sperimentare nuove forme di agricoltura e costruire comunità capaci di mettere insieme innovazione e tradizione.
Il messaggio di Mattarella: la biodiversità riguarda tutti
Il Presidente ha richiamato la biodiversità come patrimonio essenziale per la salute umana, per l'ambiente e per la nostra stessa vita, sottolineando che senza responsabilità e cura questa ricchezza può essere compromessa. Ha inoltre indicato la biodiversità come una delle sfide cruciali del futuro e richiamato la necessità di politiche capaci di attribuirle il giusto valore.
Nel suo intervento ha anche collegato la tutela della biodiversità al valore delle diverse culture e ha richiamato il ruolo dell'agricoltura, del cibo e delle comunità nella costruzione di un futuro più sostenibile e pacifico. La presenza del Capo dello Stato ha assunto così un significato particolare in un'edizione che coincide con i quarant'anni di Slow Food e che rende omaggio al suo fondatore Carlo Petrini, scomparso nel maggio scorso.
Dal cibo alla pace
È forse questo il significato più ampio di Terra Madre.
Il cibo può dividere, quando diventa strumento di disuguaglianza, sfruttamento o conflitto. Ma può anche unire: intorno a un campo, a un mercato, a una tavola, a una ricetta tramandata di generazione in generazione.
Le comunità di Terra Madre arrivano da continenti e culture diverse. Parlano lingue differenti e coltivano prodotti lontanissimi tra loro. Eppure condividono problemi sorprendentemente simili: la difesa della terra, l'accesso all'acqua, la dignità del lavoro, la possibilità di continuare a produrre secondo pratiche sostenibili, la trasmissione dei saperi alle nuove generazioni.
Il cibo diventa così una lingua comune.
Non è un caso che il progetto di quest'anno insista sul rapporto fra biodiversità biologica e diversità culturale: proteggere una varietà di grano, un'antica razza animale o una tecnica agricola significa spesso proteggere anche una comunità e la sua memoria.
Una madre terra da conoscere, non soltanto da celebrare
Terra Madre nasce da una domanda sul cibo, ma nel tempo è diventata una domanda sul mondo.
Che tipo di agricoltura vogliamo?
Quali territori vogliamo lasciare alle generazioni future?
Quanto valgono un seme, un sapere antico, il lavoro di un contadino?
E soprattutto: quale rapporto vogliamo avere con la natura e con le altre comunità umane?
A Torino, dal 24 al 27 settembre, queste domande convivono con mercati, incontri, laboratori, degustazioni e momenti di festa. Ma il cuore della manifestazione resta il confronto fra persone che, in parti molto diverse del pianeta, stanno cercando risposte concrete.
È questa forse la vera eredità di Terra Madre: ricordarci che la biodiversità non è soltanto ciò che dobbiamo conservare. È anche ciò che ci permette di immaginare un futuro diverso.
E che, prima ancora di essere consumatori, siamo parte di una comunità alimentare molto più grande: quella che comincia dalla terra e arriva fino alla nostra tavola.