Ovunque le donne chiedono libertà e diritti, aumentano repressione, violenza, discriminazioni.
Non è una serie di episodi isolati: è un modello di potere che si ripete, cambia volto a seconda del contesto, ma ha sempre lo stesso obiettivo, zittire chi rivendica autonomia e dignità.
L’8 marzo, Giornata internazionale della donna, diventa allora non solo un appuntamento simbolico, ma un’occasione per guardare in faccia questo modello e scegliere da che parte stare.
Le pratiche autoritarie non sono un fenomeno lontano o astratto. Si nutrono del controllo sui corpi e sulle scelte delle donne, della paura e del silenzio. Dove l’autoritarismo avanza, i diritti umani si restringono e le disuguaglianze di genere si approfondiscono.
Per contrastarlo serve l’esatto opposto: coraggio, solidarietà, azione collettiva.
Iran: il velo come campo di battaglia
In Iran, le proteste “Donna, Vita, Libertà” esplose nel 2022 hanno mostrato al mondo la forza di donne e ragazze che hanno scelto di sfidare l’obbligo del velo e, con esso, un intero sistema di controllo. La risposta delle autorità è stata durissima: arresti arbitrari, condanne, fustigazioni, fino alla minaccia della pena di morte. Ogni gesto di libertà – un velo tolto, una manifestazione, un post sui social – viene trattato come un atto sovversivo.
Eppure, proprio questa repressione dimostra quanto la resistenza delle donne sia percepita come una minaccia per l’ordine autoritario. Documentare le violazioni, dare voce a chi protesta, chiedere responsabilità per chi ordina e compie questi abusi è un modo concreto per non lasciare sole le donne iraniane. Significa riconoscere che la loro battaglia per scegliere come vestirsi, come vivere, come parlare, è anche la nostra.
Sudan: i corpi delle donne come fronte di guerra
In Sudan, un conflitto che dura da anni sta devastando la popolazione civile. Le donne e le ragazze pagano un prezzo altissimo: la violenza sessuale viene usata come arma di guerra per umiliare, terrorizzare, spezzare intere comunità. Lo stupro diventa un messaggio politico e militare, un modo per affermare potere, estorcere obbedienza, cancellare identità.
Raccogliere testimonianze, sostenere le attiviste locali, portare queste storie davanti alla comunità internazionale significa rompere il meccanismo dell’impunità. Vuol dire dire con chiarezza che il corpo delle donne non è un terreno di conquista né un danno collaterale, ma il luogo in cui si misura il grado di civiltà – o di barbarie – di un conflitto e di chi lo conduce.
Italia: il consenso che manca nelle leggi
Pensare che l’autoritarismo riguardi solo “altri Paesi” è un’illusione comoda. Anche in Italia esistono crepe profonde nella tutela dei diritti delle donne. Un esempio emblematico è la definizione di violenza sessuale: ancora oggi manca un chiaro riferimento al consenso espresso, libero e attivo. Non basta l’assenza di un “no”: serve la presenza di un “sì”.
La campagna “Il sesso senza sì è stupro” ricorda una verità semplice e rivoluzionaria: il corpo di una donna non è mai un diritto acquisito, ma un luogo di autodeterminazione. Chiedere una riforma della legge che metta al centro il consenso significa cambiare lo sguardo: dallo sminuire, dubitare, colpevolizzare le vittime, al riconoscere il loro diritto a definire i confini del proprio corpo e del proprio desiderio.
Un filo rosso: controllo, crudeltà, menzogna
Iran, Sudan, Italia sembrano mondi lontanissimi, eppure tra queste storie corre un filo rosso. In contesti diversi, con intensità diverse, ricompare sempre la stessa “architettura dell’autoritarismo”:
- il controllo al posto della libertà: sul modo di vestirsi, di protestare, di amare, di vivere la propria sessualità
- la crudeltà al posto della cura: la violenza come punizione, minaccia, strumento di potere
- la menzogna al posto della verità: la negazione delle violazioni, la colpevolizzazione delle vittime, il racconto distorto della realtà
È questa architettura che l’8 marzo siamo chiamati a riconoscere e a smontare, pezzo dopo pezzo. Non basta indignarsi una volta all’anno, né limitarsi ai gesti simbolici. Resistere, oggi, significa ascoltare le voci delle donne che pagano sulla propria pelle il prezzo dell’autoritarismo, amplificarle, sostenerle con azioni concrete: firmare appelli, fare pressione sulle istituzioni, educare al rispetto e al consenso nei nostri contesti quotidiani.
Scegliere da che parte stare
“Se non fai niente, stai già dalla parte del più forte”, si dice spesso. L’8 marzo ci invita proprio a questo esercizio scomodo: chiederci da che parte stiamo quando una donna viene arrestata perché si toglie il velo, quando una guerra trasforma i corpi femminili in campi di battaglia, quando una vittima di stupro deve ancora dimostrare di non aver “provocato”.
Scegliere di resistere, oggi, significa rifiutare il silenzio e l’indifferenza. Vuol dire unire le lotte, riconoscere che la libertà delle donne in Iran, in Sudan, in Italia e ovunque nel mondo non è una causa particolare, ma una questione di democrazia per tutti. L’8 marzo non è (solo) un giorno per regalare fiori, ma per fare una scelta di campo. Anche a chilometri di distanza, possiamo esserci. E possiamo decidere che il posto della libertà è accanto ai corpi, alle voci e alle vite delle donne che non smettono di reclamarla.
Da Amnesty International