giovedì 24 settembre 2026

Terra Madre, la grande casa della biodiversità: a Torino il cibo diventa una lingua comune

C’è un luogo in cui parlare di cibo significa parlare di terra, di culture, di diritti, di ambiente e perfino di pace. È Torino, dove oggi, 24 settembre, si è aperta la sedicesima edizione di Terra Madre Salone del Gusto, con la partecipazione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

L’edizione 2026 arriva in un momento particolarmente significativo: Slow Food compie quarant’anni e Terra Madre torna a mettere al centro una parola che racchiude il senso dell’intera manifestazione: biodiversità. Il tema scelto è infatti “Biodiversity – Be Diversity”, un invito a considerare la diversità non come qualcosa da difendere soltanto, ma come una ricchezza da vivere e costruire.

Da Bra a Torino: le radici di un’idea
Per capire Terra Madre bisogna tornare indietro di quarant’anni, al 1986, quando Carlo Petrini e un gruppo di appassionati diedero vita a Slow Food a Bra, nel Cuneese. L'idea era quella di mettere in discussione un modello alimentare sempre più dominato dalla velocità, dalla standardizzazione e dalla produzione industriale, riportando al centro il rapporto fra cibo, territorio e persone.

Nel 1996 nacque il Salone del Gusto, mentre nel 2004 arrivò la svolta: a Torino si incontrarono per la prima volta circa 5.000 delegati provenienti da 130 Paesi, rappresentanti di oltre mille Comunità del Cibo. Contadini, pescatori, allevatori, artigiani, cuochi, ricercatori e custodi di sementi si ritrovarono per raccontare esperienze e confrontarsi sulle possibilità di costruire sistemi alimentari più sostenibili e rispettosi delle persone e dell'ambiente.

Nel 2012 Terra Madre e Salone del Gusto si unirono definitivamente in un unico appuntamento. Dal 2016 il nome Terra Madre Salone del Gusto sottolinea proprio la centralità delle comunità del cibo e del loro ruolo nel ripensare il nostro rapporto con ciò che mangiamo.

Che cos'è, dunque, Terra Madre?
Non è soltanto una grande fiera gastronomica.

È soprattutto una rete internazionale di comunità. Persone e territori che condividono una convinzione: il cibo non è una semplice merce, ma il risultato di relazioni fra esseri umani, natura, lavoro, cultura e territorio.

A Torino arrivano agricoltori e allevatori, pescatori e cuochi, produttori artigianali e giovani, ricercatori e attivisti. L'edizione 2026 riunisce oltre 1.500 produttori, cuochi, pescatori, allevatori, agricoltori, studiosi, giovani e attivisti da tutto il mondo; parallelamente, l'assemblea della Fondazione Slow Food ETS coinvolge delegati provenienti da oltre 120 Paesi.

È questa dimensione internazionale a rendere Terra Madre qualcosa di diverso da un tradizionale appuntamento enogastronomico: le culture alimentari diventano uno strumento per conoscersi e per affrontare problemi che nessun Paese può risolvere da solo.

La biodiversità non è soltanto una questione di specie
La parola biodiversità può sembrare astratta. A Terra Madre assume invece un significato molto concreto.

È la varietà dei semi e delle colture, delle razze animali, dei territori e degli ecosistemi. Ma è anche la varietà dei saperi: il modo in cui una comunità prepara il pane, conserva un alimento, coltiva un campo, gestisce l'acqua o tramanda una ricetta.

Slow Food ha costruito nel tempo strumenti come l'Arca del Gusto, che raccoglie migliaia di prodotti e tradizioni a rischio di scomparsa, e i Presìdi Slow Food, attraverso i quali vengono sostenuti piccoli produttori e produzioni tradizionali. L'obiettivo è contrastare l'omologazione e mantenere viva una ricchezza che non è soltanto gastronomica, ma anche ecologica e culturale.

Per questo il messaggio di Terra Madre 2026 è particolarmente significativo: “Biodiversity – Be Diversity”. Essere biodiversità significa riconoscere il valore delle differenze e costruire sistemi alimentari più giusti a partire dalla pluralità delle persone, dei territori e delle culture.

I popoli indigeni: custodi di territori e conoscenze
Fra i protagonisti di Terra Madre ci sono anche i popoli indigeni, la cui presenza permette di guardare alla crisi alimentare e ambientale da una prospettiva spesso trascurata.

La rete Slow Food Indigenous Peoples' Network riunisce comunità che difendono territori, sementi, pratiche agricole e conoscenze tradizionali. Secondo Slow Food, più di 700 prodotti indigeni sono già entrati nell'Arca del Gusto e oltre 50 Presìdi sono gestiti da comunità indigene.

All'edizione 2026 partecipano più di 150 delegati della rete dei Popoli Indigeni di Slow Food. I temi portati al confronto riguardano la sovranità alimentare, la tutela della biodiversità, la resilienza delle comunità, il cambiamento climatico e la difesa dei territori.

Il loro messaggio è importante perché mostra che, di fronte alle grandi crisi contemporanee, esistono anche risposte che partono dal basso: comunità che proteggono i propri semi, recuperano pratiche agricole, difendono l'acqua e mantengono vivo il legame fra alimentazione, identità e territorio.

Le sfide: clima, omologazione, disuguaglianze
Dietro la festa, i mercati e i sapori di Terra Madre c'è dunque una domanda tutt'altro che semplice: come produrre e distribuire il cibo in modo da non compromettere il futuro?

Le sfide sono molteplici.
C'è il cambiamento climatico, che rende più fragile l'agricoltura e mette sotto pressione acqua, suoli e produzioni.
C'è la perdita di biodiversità, favorita dalla riduzione delle varietà coltivate e dalla progressiva uniformazione dei sistemi produttivi.
C'è il problema della sostenibilità economica dei piccoli agricoltori e degli allevatori, chiamati a competere in mercati nei quali il prezzo spesso prevale sul valore reale del prodotto e del lavoro.
E c'è la questione della sovranità alimentare: chi decide che cosa coltivare? Quali semi utilizzare? Come distribuire le risorse? Chi controlla le filiere? E soprattutto, chi ha accesso a un cibo sano e adeguato?

Terra Madre prova a spostare la prospettiva: non partire soltanto da quanto costa un alimento, ma interrogarsi sul suo valore ambientale, sociale, culturale e umano.

Le proposte: dalla terra alle comunità
Le risposte che emergono dalla rete di Terra Madre non sono racchiuse in una singola ricetta politica. Sono piuttosto un insieme di esperienze concrete: agroecologia, tutela delle sementi tradizionali, Presìdi, educazione alimentare, orti comunitari e scolastici, filiere locali, sostegno ai piccoli produttori e valorizzazione delle conoscenze delle comunità.

La Slow Food Arena di questa edizione mette esplicitamente al centro temi come i popoli indigeni, il diritto al cibo, i giovani, le comunità come forma di resistenza, l'educazione alimentare e i progetti agricoli della rete.

L'idea di fondo è semplice: la trasformazione del sistema alimentare non deve essere soltanto tecnologica o economica, ma anche culturale.

E in questo senso i giovani hanno un ruolo fondamentale. Perché ereditano un pianeta segnato da crisi climatiche e ambientali, ma possono anche recuperare conoscenze, sperimentare nuove forme di agricoltura e costruire comunità capaci di mettere insieme innovazione e tradizione.

Il messaggio di Mattarella: la biodiversità riguarda tutti
Il Presidente ha richiamato la biodiversità come patrimonio essenziale per la salute umana, per l'ambiente e per la nostra stessa vita, sottolineando che senza responsabilità e cura questa ricchezza può essere compromessa. Ha inoltre indicato la biodiversità come una delle sfide cruciali del futuro e richiamato la necessità di politiche capaci di attribuirle il giusto valore.

Nel suo intervento ha anche collegato la tutela della biodiversità al valore delle diverse culture e ha richiamato il ruolo dell'agricoltura, del cibo e delle comunità nella costruzione di un futuro più sostenibile e pacifico. La presenza del Capo dello Stato ha assunto così un significato particolare in un'edizione che coincide con i quarant'anni di Slow Food e che rende omaggio al suo fondatore Carlo Petrini, scomparso nel maggio scorso.

Dal cibo alla pace
È forse questo il significato più ampio di Terra Madre.

Il cibo può dividere, quando diventa strumento di disuguaglianza, sfruttamento o conflitto. Ma può anche unire: intorno a un campo, a un mercato, a una tavola, a una ricetta tramandata di generazione in generazione.

Le comunità di Terra Madre arrivano da continenti e culture diverse. Parlano lingue differenti e coltivano prodotti lontanissimi tra loro. Eppure condividono problemi sorprendentemente simili: la difesa della terra, l'accesso all'acqua, la dignità del lavoro, la possibilità di continuare a produrre secondo pratiche sostenibili, la trasmissione dei saperi alle nuove generazioni.

Il cibo diventa così una lingua comune.
Non è un caso che il progetto di quest'anno insista sul rapporto fra biodiversità biologica e diversità culturale: proteggere una varietà di grano, un'antica razza animale o una tecnica agricola significa spesso proteggere anche una comunità e la sua memoria.

Una madre terra da conoscere, non soltanto da celebrare
Terra Madre nasce da una domanda sul cibo, ma nel tempo è diventata una domanda sul mondo.

Che tipo di agricoltura vogliamo?
Quali territori vogliamo lasciare alle generazioni future?
Quanto valgono un seme, un sapere antico, il lavoro di un contadino?
E soprattutto: quale rapporto vogliamo avere con la natura e con le altre comunità umane?

A Torino, dal 24 al 27 settembre, queste domande convivono con mercati, incontri, laboratori, degustazioni e momenti di festa. Ma il cuore della manifestazione resta il confronto fra persone che, in parti molto diverse del pianeta, stanno cercando risposte concrete.

È questa forse la vera eredità di Terra Madre: ricordarci che la biodiversità non è soltanto ciò che dobbiamo conservare. È anche ciò che ci permette di immaginare un futuro diverso.

E che, prima ancora di essere consumatori, siamo parte di una comunità alimentare molto più grande: quella che comincia dalla terra e arriva fino alla nostra tavola.

lunedì 21 settembre 2026

Leone XIV reciterà il Rosario con centinaia di bambini in Vaticano per la pace

Papa Leone XIV si unirà a centinaia di bambini per recitare il Rosario per la pace il prossimo 1° ottobre alle ore 17.00, presso la Grotta di Lourdes nei Giardini Vaticani. All’incontro sono attesi tra 700 e 1.000 bambini provenienti da scuole e parrocchie di Roma, che pregheranno insieme al Papa unendosi spiritualmente a bambini, famiglie, scuole e comunità cristiane di tutto il mondo. L’appuntamento segnerà l’inizio della settimana mondiale di preghiera dell’iniziativa Un milione di bambini recita il Rosario, promossa dalla fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACN) da oltre venti anni. Quest’anno, per la prima volta, la campagna si svolgerà nell’arco di un’intera settimana, dal 1° al 7 ottobre, per permettere a diocesi, parrocchie, scuole, comunità e famiglie nei diversi continenti di scegliere il giorno più adatto alle proprie realtà pastorali, rimanendo unite nella stessa intenzione di preghiera per la pace e l’unità. La settimana culminerà il 7 ottobre, festa della Madonna del Rosario.

Bambini di tutto il mondo uniti nella preghiera
Mentre a Roma i bambini pregheranno con Papa Leone XIV, iniziative analoghe sono già in preparazione in numerosi Paesi, dalle comunità indigene dell’Amazzonia boliviana alle parrocchie del Sudan, dello Zimbabwe, del Mozambico, della Sierra Leone e di molti altri luoghi segnati dalla guerra, dalla povertà o dall’instabilità. In Sudan, dove il conflitto continua a provocare enormi sofferenze, padre Franck Mandozi, della Regione Pastorale di Kosti, ha confermato la partecipazione dei bambini di diverse parrocchie e scuole. A migliaia di chilometri di distanza, in una comunità indigena T’siman dell’Amazzonia boliviana, suor Patricia Alejandra Botello López racconta che i bambini pregano già il Rosario sia in lingua T’siman sia in spagnolo. In Zimbabwe, la parrocchia di St Christopher, nell’arcidiocesi di Bulawayo, riunirà i bambini domenica 4 ottobre. Il parroco, padre Charles Mafurutu, intende inoltre raggiungere nelle settimane successive le comunità più remote e i centri di Messa disseminati sul territorio della parrocchia, alcuni a molti chilometri di distanza. Anche in Paraguay, Radio Pa’i Puku prevede di promuovere l’iniziativa attraverso le proprie trasmissioni e di diffondere in diretta il Rosario recitato dai bambini della parrocchia di San Eugenio de Mazenod, invitando famiglie, scuole, parrocchie e catechisti a unirsi alla preghiera.

Una preghiera per un mondo ferito
La campagna 2026 si ispira al messaggio di Fatima: «Alla fine, il mio Cuore Immacolato trionferà». Nell’invito rivolto quest’anno ai partecipanti, il cardinale Kurt Koch, presidente internazionale di Aiuto alla Chiesa che Soffre e prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, ricorda che il Cuore Immacolato di Maria rappresenta una vita interamente aperta allo Spirito Santo e indica la Vergine come modello di fede, di amore e di preghiera. L’iniziativa assume un significato particolare in un momento in cui milioni di persone si confrontano con la guerra, la violenza, la persecuzione, la povertà e l’incertezza. La preghiera dei bambini vuole essere, in questo contesto, un segno semplice ma universale di fiducia e di speranza: bambini di lingue, culture e Paesi diversi, uniti nella stessa preghiera per la pace.

Da un piccolo gruppo in Venezuela a una rete mondiale
L’iniziativa “Un milione di bambini recita il Rosario” è nata in Venezuela nel 2005 e si è progressivamente trasformata in un movimento mondiale di preghiera che coinvolge bambini, famiglie, parrocchie, scuole e gruppi ecclesiali in tutti i continenti. La campagna trae ispirazione dalle parole attribuite a San Pio da Pietrelcina: «Quando un milione di bambini reciterà il Rosario, il mondo cambierà». L’invito non è rivolto soltanto ai bambini. ACN incoraggia anche genitori, insegnanti, sacerdoti, religiosi, catechisti e famiglie a pregare insieme a loro. Non è necessario recitare l’intero Rosario: anche una sola decina, pregata con fede, può diventare parte di questa grande catena mondiale di preghiera. L’iniziativa internazionale si svolge in collaborazione con il Santuario di Fatima, la Rete Mondiale di Preghiera del Papa e l’Apostolato Mondiale di Fatima. Quest’anno si unisce per la prima volta anche il World Rosary Day. Aiuto alla Chiesa che soffre mette anche a disposizione dei materiali per la preghiera in diverse lingue ed invita a registare la propria adesione per rendere visibile la rete dei bambini che pregheranno in diversi Paesi del mondo.

sabato 19 settembre 2026

Oltre i muri e le onde: l'arte rivoluzionaria di di JR

Jean René, noto al mondo semplicemente come JR (Parigi, 1983), non è soltanto uno street artist, ma un vero e proprio "artivista" contemporaneo. Famoso a livello globale per la sua tecnica del paste-up — il collage fotografico su larghissima scala in rigoroso bianco e nero — JR trasforma lo spazio pubblico in un palcoscenico di riflessione collettiva. Facciate di palazzi, monumenti storici, carceri e muri di confine perdono la loro funzione originale per diventare tele enormi. Attraverso la carta e la colla, l'artista francese ridisegna l'architettura per lanciare messaggi a un impatto sociale e politico ineguagliabile.
Due opere, in particolare, raccontano la capacità di JR di stravolgere la nostra percezione del mondo: la tenerezza oltre i confini di Kikito e la potenza dirompente di Diluvium.

Kikito: L'innocenza che scavalca i confini (2017)
Nel 2017, in un periodo di accesi dibattiti sulle politiche migratorie, JR ha puntato i riflettori su Tecate, lungo il muro di separazione tra Stati Uniti e Messico. Qui ha installato il ritratto monumentale di Kikito, un bambino messicano di un anno.
L'opera è tanto semplice quanto disarmante: un bimbo gigante che, aggrappandosi con le manine alla barriera d'acciaio, si affaccia curiosamente per guardare cosa c'è dall'altra parte. Agli occhi di un bambino di un anno non esistono frontiere, dazi o divisioni politiche; c'è solo un mondo immenso da scoprire. Con questo intervento, JR è riuscito a neutralizzare la valenza oppressiva del muro, trasformando uno dei simboli di divisione più crudi del nostro tempo in un momento di pura e condivisa umanità.

Diluvium: L'onda che travolge la storia
L'ultima sfida dell'artista francese si sposta dai deserti di confine al cuore di Roma con il progetto Diluvium. Questa gigantesca installazione lunga circa 70 metri sfrutta l'anamorfosi per creare un'illusione ottica spettacolare e inquietante: una massiccia onda in bianco e nero che sembra sul punto di abbattersi con violenza contro l'antica facciata cinquecentesca della Biblioteca Apostolica Vaticana.
Il contrasto è potentissimo. Da una parte la solidità storica, la conservazione del sapere millenario e la sacralità dell'istituzione vaticana; dall'altra la forza inarrestabile, selvaggia e fluida dell'acqua. Diluvium appare come un monito visivo sui cambiamenti climatici e sulla fragilità delle nostre certezze più antiche di fronte alle ondate — reali o metaforiche — dei tempi moderni.
Le installazioni di JR sono realizzate in carta. Sono opere intrinsecamente effimere, destinate a essere lentamente cancellate dal sole, dal vento o dalle intemperie. Eppure, la loro natura temporanea è proprio ciò che le rende urgenti. Che si tratti dello sguardo di un bambino che ignora una barriera d'acciaio o di un'onda pronta a sommergere secoli di storia, l'arte di JR lascia un segno permanente nella nostra memoria collettiva, costringendoci ad alzare lo sguardo e a ridefinire i nostri orizzonti.

giovedì 17 settembre 2026

Una discorso di laurea memorabile ad Harvard

Il video mostra il discorso di laurea (Senior English Address) tenuto dallo studente Noah Eckstein in occasione della cerimonia di laurea (Commencement) dell'Università di Harvard nel 2026.

Il discorso si concentra sull'importanza dell'empatia e della comprensione reciproca in un mondo sempre più polarizzato. Utilizzando la storia della sua stessa famiglia — un intreccio di fedi cristiana, musulmana ed ebraica — Eckstein dimostra che non è necessario essere d'accordo su tutto per convivere pacificamente e rispettarsi. Critica fortemente la tendenza odierna a polarizzare ogni dibattito e a discutere solo per "vincere", anziché per ascoltare. Il suo appello finale ai neolaureati è quello di lottare per capire intimamente le persone con cui non si è d'accordo, perché solo attraverso la comprensione si può sperare di cambiare e guarire il mondo.

L'inizio come una barzelletta 
Noah inizia il suo discorso con una battuta classica: "Un cristiano, un musulmano e un ebreo entrano in un bar". Rivela subito che questa è la vera storia della sua famiglia, composta da nonni e genitori di diverse fedi che si sono uniti fino alla sua nascita.

L'antidoto alla divisione
Il concetto centrale del suo discorso è che "l'antidoto alla divisione non è necessariamente l'accordo, è la comprensione". Fa notare come oggi la società ci presenti tutto sotto forma di rigidi schieramenti (destra contro sinistra, ricchi contro poveri, ecc.) obbligandoci a scegliere da che parte stare.

L'esempio dei nonni
Racconta della dinamica tra suo nonno musulmano (cresciuto in Pakistan durante la guerra del 1947) e suo nonno ebreo (sopravvissuto all'Olocausto). Seppur in forte disaccordo su molti argomenti a causa delle loro ideologie e credenze diametralmente opposte, sedevano insieme, discutevano su tutto e si preoccupavano sinceramente l'uno dell'altro.

La perdita dell'ascolto
Noah osserva che la nostra generazione ha smesso di ascoltare. Oggi le persone parlano avendo già deciso da che parte stare; si dibatte non per comprendere o imparare, ma solo per "vincere, umiliare e avere ragione".

Come cambiare il mondo 
Rivolgendosi ai compagni di Harvard che sognano di lasciare un segno, li avverte: "non si può cambiare un mondo che ci si rifiuta di capire". Aggiunge inoltre una profonda riflessione: la pace basata sulla comprensione sopravvive al conflitto, mentre la pace basata unicamente sull'essere d'accordo crolla non appena si presenta una divergenza.

Un consiglio pratico
L'oratore lascia al pubblico una pratica da applicare nella vita: quando si incontra qualcuno con cui non si è d'accordo, bisogna difendere le proprie idee, ma al contempo farsi forza e domandare agli altri perché credano nelle loro. Li invita ad "ascoltare come se si potesse avere torto".

La conclusione
Riprende l'aneddoto iniziale. I suoi nonni sono stati sepolti secondo le loro rispettive fedi, mantenendo le proprie tradizioni fino all'ultimo. Tuttavia, si sono sempre rispettati e voluti bene, restando fieri di essere un'unica famiglia. Eckstein esorta infine i laureati a fare lo stesso e a guardare un po' più a fondo nell'animo delle persone per guarire le ferite del mondo.

martedì 15 settembre 2026

Un’altra difesa, non armata, è possibile

La campagna "Un’altra difesa è possibile" raggiunge lo storico traguardo delle firme necessarie per portare al Senato la proposta di legge di iniziativa popolare. Un'alternativa concreta al riarmo che ridefinisce il concetto di sicurezza e protezione della Patria.
In un’epoca dominata dal ritorno dei conflitti globali e dalla costante crescita della spesa militare, dall’Italia arriva un segnale in controtendenza che dà forma e sostanza all'articolo 11 e all'articolo 52 della nostra Costituzione. La proposta di legge di iniziativa popolare intitolata «Un’altra difesa è possibile» ha ufficialmente abbattuto la soglia delle 50.000 firme necessarie per l’incardinamento in Parlamento.
Promossa da Rete Italiana Pace e Disarmo, CNESC (Conferenza Nazionale degli Enti di Servizio Civile) e Sbilanciamoci!, la campagna ha vissuto un'accelerazione decisiva nei giorni conclusivi prima del deposito a Palazzo Madama, dimostrando una forte risposta popolare nonostante il ridotto spazio mediatico dedicato all'iniziativa.

Che cos'è la Difesa Civile Non Armata e Nonviolenta?
L'obiettivo primario della proposta di legge è l'istituzione di un Dipartimento della Difesa civile non armata e nonviolenta presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.
L'idea fondamentale, ribadita da Mao Valpiana (presidente del Movimento Nonviolento e coordinatore della campagna), non è quella di smantellare ciò che esiste, ma di offrire un'aggiunta complementare e costruttiva. La proposta si basa anche sulla storica sentenza della Corte Costituzionale del 1985, che ha riconosciuto la pari dignità delle forme civili di difesa della Patria rispetto a quelle militari.
L'architettura del nuovo Dipartimento si fonda su quattro pilastri operativi:
 - Potenziamento del Servizio Civile Universale: Riconosciuto stabilmente come istituto di difesa civile e liberato dalla logica di semplice misura occupazionale o giovanile.
 - Istituzione dei Corpi Civili di Pace: Contingenti formati e addestrati di professionisti ed esperti capaci di intervenire nelle aree di crisi prima dell'escalation militare o di operare a fianco delle popolazioni colpite nei teatri di tensione.
 - Rafforzamento della Protezione Civile: Valorizzata come presidio di tutela del territorio di fronte alle devastazioni ambientali e ai cambiamenti climatici.
- Istituto di Ricerca per la Pace e il Disarmo: Un centro di supporto scientifico e formativo dedicato all'analisi e allo sviluppo di strategie nonviolente.
Come verrebbe finanziato il nuovo Dipartimento?
La proposta risponde anche alla questione delle risorse finanziarie senza pesare ulteriormente sulle casse pubbliche. I promotori chiedono un riequilibrio della spesa del comparto Difesa: invece di concentrare il 100% dei fondi sugli armamenti, si propone di destinarne una quota certa alle istituzioni di pace.
A questo si affiancano due strumenti chiave:
 - Un Fondo nazionale pluriennale per la difesa civile.
 - L'introduzione del 6 per mille dell'Irpef, che permetterà ai cittadini di scegliere direttamente di destinare una quota delle proprie imposte alla difesa non armata e alla prevenzione dei conflitti.

Le voci dei promotori e la trasversalità del sostegno
L'iniziativa ha unito una vasta rete di organizzazioni del Terzo Settore, Ong, enti locali, parrocchie e rappresentanti del mondo cattolico e civile.
Pierangelo Milesi (ACLI): «Migliaia di cittadine e cittadini chiedono alla politica di investire nella prevenzione dei conflitti, nella mediazione e nella protezione nonviolenta delle comunità. Il Parlamento ora ascolti e discuta con responsabilità.»
Laura Milani (CNESC): «La pdl dà una casa istituzionale a tutte le esperienze che già esistono e le coordina sotto una visione unitaria.»
Alfio Nicotra (Rete Italiana Pace e Disarmo): «I Corpi civili di pace interagiscono direttamente con le vittime e le società civili. Non devono essere un elemento decorativo, ma parte integrante della politica estera del Paese.»
Giulio Marcon (Sbilanciamoci!): «Non è la pace a essere un’utopia, ma la guerra a essere una distopia.»
Negli ultimi giorni la campagna ha raccolto anche il sostegno di importanti personalità ecclesiastiche, come mons. Giovanni Ricchiuti (Pax Christi) e don Luigi Ciotti (Libera), oltre all'adesione di diversi leader politici dell'opposizione.

I prossimi passi: dalla piazza alle Commissioni del Senato
Il deposito formale delle firme a Palazzo Madama aprirà una nuova fase. La legge sarà affidata alle commissioni Affari costituzionali, Esteri e Difesa.
Come sottolineato da Francesco Vignarca (Rete Italiana Pace e Disarmo), il raggiungimento delle 50.000 firme è solo il punto di partenza: si aprirà ora la fase del pressuring politico sui gruppi parlamentari per richiedere la rapida calendarizzazione del testo, lo svolgimento di audizioni e il proseguimento della sensibilizzazione sui territori.

Come contribuire
Anche se la soglia legale delle 50.000 firme è stata superata, la raccolta prosegue fino alla scadenza del 18 settembre. È possibile sottoscrivere la proposta sia tramite i banchetti territoriali che online, utilizzando la propria identità digitale (SPID o CIE) sul portale ufficiale del Ministero della Giustizia. Ogni firma in più rappresenterà un segnale di forza politica al momento dell'avvio del dibattito parlamentare.

venerdì 11 settembre 2026

La ferocia del terrorismo si vince con l’Amore

Sono trascorsi esattamente 25 anni da quel drammatico 11 settembre 2001. Un giorno che ha segnato uno spartiacque nella storia moderna, lasciando un'eredità di dolore, sgomento e, per usare le parole di Giovanni Paolo II, un "indicibile orrore". Di fronte a un affronto così terribile alla dignità umana, l'istinto più primordiale è spesso quello della vendetta. Eppure, guardando lucidamente agli eventi di questo quarto di secolo, emerge una dura consapevolezza: rispondere alla violenza con altra violenza non porta a una soluzione stabile.

L'illusione della risposta armata
Sebbene la storia non si faccia con i "se" e con i "ma", il mondo post-11 settembre ci insegna che la logica del conflitto armato genera una spirale di instabilità. In questi 25 anni, abbiamo visto come le guerre nate in risposta al terrorismo abbiano spesso seminato nuove divisioni e sofferenze, invece di estirpare l'odio alla radice. Come sottolineava Papa Francesco visitando il memoriale di Ground Zero, credere che la distruzione sia il modo per risolvere i conflitti è un'illusione; la logica della vendetta causa solo ulteriori lacerazioni.

La voce del magistero: condannare l'orrore, scegliere la pace
In questi anni, i Pontefici hanno offerto una bussola morale inestimabile. Hanno affermato senza equivoci che nessuna circostanza può giustificare il terrorismo, ricordandoci che ogni vita umana è preziosa. Tuttavia, hanno indicato una strada diversa per la giustizia:
"La sopraffazione, la violenza armata, la guerra sono scelte che seminano e generano solo odio e morte. Soltanto la ragione e l'amore sono mezzi validi per superare e risolvere le contese tra le persone e i popoli." — Giovanni Paolo II

Anche Benedetto XVI, pregando nel cratere di Ground Zero dove un tempo svettavano le Torri Gemelle, invocò non la ritorsione, ma il coraggio di lavorare instancabilmente per la riconciliazione.

I pilastri per un futuro senza terrore
Come possiamo, allora, vincere concretamente la ferocia del terrorismo? Le riflessioni di questi anni ci consegnano un metodo basato su scelte precise:
 - Rifiutare la neutralità: Essere attivamente "schierati per la pace", rivendicando il diritto universale di comporre i conflitti senza l'uso delle armi.
 - Combattere l'ingiustizia: Riconoscere, come affermava padre Robert Francis Prevost nei giorni successivi agli attentati, che l'odio prolifera dove persistono estrema povertà e oppressione.
 - Privilegiare il dialogo: Sostituire il dogma del "contro gli altri" con la cultura dell'incontro tra culture e religioni diverse.
 - Scegliere la vita: Aver fede che l'unità, alla fine, trionferà sulla divisione e sui "profeti della distruzione".
Non è debolezza scegliere l'Amore di fronte all'odio; è il coraggio più grande. È l'unica via per costruire un mondo in cui le future generazioni possano vivere libere dall'incubo del terrore.

mercoledì 9 settembre 2026

PISA 2025: l'Italia finalmente sopra la media Ocse — ma cosa dicono davvero i numeri?

A sorpresa l'Italia supera la media Ocse in tutte e tre le materie del test PISA 2025. Per la prima volta il nostro punteggio medio si coloca significativamente sopra quello degli altri Paesi industrializzati . Ma leggiamo i numeri con calma per capire la portata dei dati emersi.

Cosa è successo nel 2025
PISA 2025 è stata la rilevazione più grande di sempre: 760.000 studenti in 91 Paesi. L'ambito principale di indagine erano le scienze, con lettura e matematica come ambiti secondari.

I risultati italiani:
Matematica: Italia 468; Media Ocse 463; Italia 2022 471 = -3
Lettura: Italia 474; Media Ocse 461; Italia 2022 482 = –8 
Scienze: Italia 483; Media Ocse 482; Italia 2022 477 = +6
Fonte: elaborazione su dati OCSE PISA 2025 

Il punto chiave: i nostri punteggi sono scesi leggermente, ma la media Ocse è crollata. In matematica la media Ocse ha perso 22 punti dal 2015 (l'equivalente di più di un anno di apprendimento), in lettura 28 punti. Mediamente i risultati degli studenti italiani calano molto meno, e per questo "guadagniamo" posizioni. Non è che stiamo correndo più forte: è che gli altri stanno inciampando. Anzi, si direbbe che stiamo cadendo più lentamente degli altri — che, in un certo senso, è comunque un merito.

Il sorpasso: chi stiamo superando (e di quanto)
In matematica — la materia che più preoccupa i governi, perché è il motore dell'economia digitale — la classifica parla chiaro:
Italia.          468.  –3
Germania.  464 –11 
Svezia         464 –18 
Stati Uniti.  463   –2 
Francia       458  –16 
Spagna       457  –16 

L'Italia era 30ª in matematica nel 2022; nel 2025 sale al 24º posto tra i Paesi Ocse. Per la prima volta nella storia di PISA superiamo — anche se di poco — Francia, Germania, Stati Uniti e Svezia, e perfino la Finlandia (469 contro i nostri 468 in matematica... ok, la Finlandia ci batte ancora di 1 punto, ma in lettura i finlandesi sono sprofondati a 474 mentre noi restiamo a 474 — un pareggio inaspettato con l'ex campionessa assoluta dei test).

La crisi degli altri: i punti critici dei "grandi" sistemi
Ecco la parte più interessante del quadro: perché i nostri vicini stanno andando così male?
Germania. È il crollo più discusso d'Europa. Berlino ha perso 11 punti in matematica e 15 in lettura rispetto al 2022. I punti critici del sistema tedesco sono noti da anni: carenza strutturale di insegnanti (migliaia di cattedre scoperte, supplenti non specializzati), digitalizzazione arrivata in ritardo e fatta male (i famosi computer di cartone del periodo Covid), e un sistema scolastico selettivo precoce (l'orientamento a 10 anni verso Hauptschule, Realschule o Gymnasium) che ha fatto aumentare i divari sociali. La Germania era la "locomotiva educativa" del 2000-2012; oggi si interroga apertamente sul suo modello.

Francia. Sprofonda a 458 in matematica e ha perso 18 punti in lettura. Il problema francese è antico: una quota enorme di studenti sotto il livello base e una forte correlazione tra rendimento e origine sociale, aggravata dalla ghettizzazione scolastica delle banlieue. Le riforme si susseguono (bac ripristinato dopo il fiasco del controllo continuo, riforma del collège), ma la fiducia di genitori e insegnanti nel sistema è ai minimi storici.

Spagna. Peggiore risultato storico in tutte e tre le discipline . La Spagna convive da decenni con la dispersione scolastica (abbandono precoce), che pur essendo scesa rispetto agli anni della crisi del 2008 resta tra le più alte d'Europa, e con un sistema molto decentrato dove le Comunità autonome gestiscono l'istruzione con risultati molto eterogenei.

Svezia. Il caso più eclatante. Dagli anni Duemila, quando il suo modello "progressista" era studiato da tutto il mondo, la Svezia ha perso decine di punti in modo quasi ininterrotto. Carenza di insegnanti certificati, riforme continuate e ribaltate, e una scelta curricolare che ha deprioritizzato le basi rispetto alle competenze "trasversali". Anche in scienze, ex suo fiore all'occhiello, oggi è solo appena sopra la media.

Stati Uniti. I dati PISA confermano quelli già visti nei test nazionali (NAEP): il calo è soprattutto un effetto Covid mai recuperato, concentrato tra gli studenti più poveri, con divisioni enormi tra scuole distrettuali pubbliche, charter schools e scuole private.

E noi? I nostri punti critici (che restano tali)
Attenzione: "meglio della media" non significa "a posto così". Ecco le ombre del quadro italiano:

1. Il divario Nord-Sud non è scomparso. La rilevazione 2025 attesta solo una sua riduzione . I dati INVALSI nazionali raccontano che in regioni come Calabria, Sicilia, Campania e Sardegna più della metà dei ragazzi di seconda superiore ha competenze insufficienti in lettura, e in matematica la situazione è peggiore .

2. L'origine sociale conta. Anche se l'Italia è in linea con la media Ocse (circa il 13-15% della variabilità dei punteggi dipende dal background familiare), chi parte svantaggiato parte svantaggiato.

3. Il divario di genere resta: le ragazze vincono in lettura (+19 punti nel 2022), i ragazzi in matematica (+21) .

4. Il livello base non è abbastanza. Avere "almeno il livello 2" è il minimo sindacale: vuol dire saper applicare conoscenze basilari. La quota di chi non raggiunge nemmeno quello resta altissima — ricordate che un quindicenne su cinque nell'area Ocse è un "low performer" in tutte e tre le materie, quota salita dal 16% del 2022 .

5. I nostri 468 punti in matematica sono comunque 35 punti sotto la media del 2003. Il punteggio assoluto non migliora da vent'anni. Miglioriamo *relativamente*, non assolutamente.

La domanda: perché gli altri calano?
Ecco la mia tesi, dopo aver letto i dati: i Paesi che stanno peggio sono quelli che hanno subito tre shock sovrapposti: la selezione sociale precoce (Germania), la frammentazione e la dispersione (Spagna), la crisi degli insegnanti (Svezia, Germania, e purtroppo anche noi), e la gestione disastrosa del Covid (USA in testa). L'Italia, con tutti i suoi difetti — scuola unitaria fino a 14 anni, divari territoriali giganteschi, stipendi docenti bassi — ha un sistema più resistente di quanto ci raccontassimo. La scuola pubblica italiana, quella che ci lamentiamo ogni giorno, ha tenuto.

Che cosa ne facciamo di questi numeri?
Tre cose. 
Primo: smettere di pensare che la scuola italiana sia "la peggiore d'Europa" — i dati dicono il contrario, e il pregiudizio ci ha portato per anni a sottovalutare un sistema che invece ha dei punti di forza reali (la classe docente stabile, la scuola dell'obbligo unitaria, la resistenza territoriale degli istituti). 
Secondo: i nostri punti deboli — Sud, disuguaglianza sociale, dispersione — sono problemi politici e di risorse, non di studenti. 
Terzo: il mondo sta scendendo, ma Singapore, Estonia, Giappone e Corea sono ancora 40-90 punti sopra di noi. Il verso della classifica in cui guardare non è quello dei Paesi che inciampano, ma quello dei Paesi che corrono.