martedì 10 marzo 2026

Martire in Terra Santa

«In mezzo ai bombardamenti con ogni sorta di armi, le armi in nostro possesso rimangono la fede, il desiderio di pace e la speranza nella risurrezione dopo l’attuale passione». Padre Pierre Al-Rahi, parroco di san Giorgio a Qlayaa, nel Sud del Libano.

Il parroco di Qlayaa è stato ucciso da un bombardamento israeliano che ha colpito la sua zona, nel sud. Era impegnato a soccorrere un fedele ferito dopo un primo attacco. Leone XIV: cessi al più presto ogni ostilità.

Un venerdì di preghiera per la pace

La Giornata di preghiera e digiuno del 13 marzo è un segno forte con cui la Chiesa italiana chiede ai fedeli di “fermarsi” il venerdì per invocare la pace, in particolare in Medio Oriente, ma anche in tutte le terre ferite dalla guerra.[1][2] Questo post può aiutare i lettori a cogliere il senso spirituale di questa proposta e ad inserirsi in un più ampio movimento di preghiera per la pace che attraversa l’Italia e l’Europa.

1. Un venerdì per la pace
Venerdì 13 marzo la Conferenza Episcopale Italiana propone una Giornata di **preghiera** e digiuno per implorare il dono della pace in Medio Oriente e in tutte le aree del mondo devastate dalla violenza. I vescovi italiani raccolgono così l’appello del Papa, che chiede di “fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile”, ricordando il rischio di una guerra dalle conseguenze incalcolabili.

Questa giornata non è un gesto isolato ma un invito alle comunità cristiane a vivere con maggiore intensità il venerdì, giorno che richiama la Passione del Signore, unendosi spiritualmente alle vittime dei conflitti. Molte diocesi propongono rosari, adorazioni eucaristiche, Via Crucis e Messe con intenzioni specifiche per la pace, perché la supplica non resti teorica ma si incarni in momenti concreti di preghiera comunitaria.

2. Perché pregare (proprio) il venerdì
Il venerdì, memoria della croce, è da sempre un giorno privilegiato per l’intercessione: lì dove l’umanità sperimenta il buio, il cristiano ricorda che l’amore di Cristo entra nel male per trasformarlo dall’interno. Pregare il venerdì per la pace significa guardare alle croci di oggi – profughi, feriti, famiglie spezzate dalle bombe – e deporle ai piedi della Croce di Gesù perché diventino seme di riconciliazione.

Il digiuno, unito alla preghiera, è un linguaggio silenzioso ma eloquente: rinunciare a qualcosa per condividere, anche simbolicamente, la sofferenza di chi non ha il necessario e per aprire il cuore alla solidarietà concreta. In questo modo, la Giornata del 13 marzo educa a una pace che non è solo assenza di guerra, ma stile di vita fatto di sobrietà, ascolto e responsabilità verso i più fragili.

3. Come vivere la Giornata del 13 marzo
Ogni comunità è invitata a trovare forme semplici ma intense di partecipazione: una Messa con intenzione per la pace, un’ora di adorazione, un rosario meditato, una Via Crucis che porti nella preghiera i volti e le storie di chi soffre. Diverse diocesi propongono, ad esempio, la recita del rosario “con tutti i misteri” per invocare il dono della pace e scongiurare il flagello della guerra, oppure momenti di preghiera serale aperti a tutta la città.

Il digiuno può essere vissuto secondo le possibilità di ciascuno: riducendo i pasti, rinunciando a qualcosa di superfluo, destinando un’offerta a chi è colpito dal conflitto. L’Ufficio Liturgico nazionale ha predisposto sussidi per la Messa, per la Via Crucis e per accompagnare il digiuno, con una particolare attenzione ai profughi, ai feriti e alle famiglie in lutto.

4. Le altre iniziative
La Giornata del 13 marzo si inserisce in una trama più ampia di iniziative di preghiera per la pace promosse dalla Chiesa in Italia e in Europa. Il 4 marzo, ad esempio, le Chiese del continente hanno partecipato a una “catena eucaristica” di adorazione per invocare una pace “disarmata e disarmante” in Ucraina, in Terra Santa e nel mondo.

In molte diocesi italiane la Giornata del 13 marzo si collega inoltre all’iniziativa quaresimale “24 ore per il Signore”, un tempo prolungato di preghiera e riconciliazione che quest’anno ha come filo conduttore le parole “Sono venuto per salvare il mondo”. In questo modo la supplica per la pace si intreccia con la conversione personale, perché senza cuori riconciliati non è possibile costruire una società veramente pacifica.

5. Un invito personale e comunitario
Di fronte all’escalation di violenza in Medio Oriente e ai tanti conflitti dimenticati, la tentazione è sentirsi impotenti; la preghiera ci ricorda che nessun gesto di intercessione è inutile davanti a Dio. Partecipare alla Giornata di preghiera e digiuno del 13 marzo significa mettersi, umilmente, dalla parte delle vittime, chiedendo al “Re della pace” di salvare l’umanità dagli orrori della guerra.[

Questo venerdì può diventare per ogni parrocchia e gruppo un’occasione per riscoprire la forza mite del Vangelo: una candela accesa in chiesa, un momento di silenzio condiviso, una preghiera in famiglia o con i ragazzi sono piccoli segni che tessono la pace. Così, mentre il mondo parla il linguaggio delle armi, la Chiesa continua ad alzare le mani verso il cielo, certa che la storia è nelle mani di Dio e che la pace, pur fragile, è sempre possibile.

domenica 8 marzo 2026

Gesù e la samaritana: oltre i confini e i pregiudizi


Nella terza domenica di Quaresima, il Vangelo ci racconta un incontro sorprendente: Gesù, stanco del cammino, si ferma al pozzo di Sicar e parla con una donna samaritana. Sembrerà un semplice dialogo, ma in realtà è una rivoluzione silenziosa.  

Quel momento rompe più barriere di quante possiamo immaginare. Gesù dialoga con una donna — cosa già inusuale per la cultura del tempo — e per di più samaritana, cioè appartenente a un popolo disprezzato dai Giudei. In poche parole, Gesù supera limiti etnici, religiosi e di genere. Non guarda l’apparenza, ma la sete profonda che abita il cuore umano: quella sete di senso, di verità e di amore autentico che tutti, prima o poi, sentiamo.  

La samaritana non è una figura “perfetta”: la sua storia è segnata da relazioni fallite e da scelte discutibili. Eppure proprio lei diventa messaggera. Dopo aver incontrato Gesù, corre al villaggio e annuncia: “Ho incontrato un uomo che mi ha detto tutto ciò che ho fatto”. Diventa così la prima missionaria tra i Samaritani — una donna vulnerabile trasformata in testimone di speranza.  

Oggi, 8 marzo, questa pagina evangelica ci parla con forza nuova. Ci invita a riconoscere il valore e la voce delle donne, spesso messe ai margini ma capaci di portare luce e rinnovamento. E ci ricorda che ogni incontro autentico — quando ci si ascolta davvero, senza pregiudizi — può diventare sorgente d’acqua viva, quella che rinnova la vita e apre il futuro. 

Un 8 marzo per ogni donna

Ovunque le donne chiedono libertà e diritti, aumentano repressione, violenza, discriminazioni. 
Non è una serie di episodi isolati: è un modello di potere che si ripete, cambia volto a seconda del contesto, ma ha sempre lo stesso obiettivo, zittire chi rivendica autonomia e dignità. 
L’8 marzo, Giornata internazionale della donna, diventa allora non solo un appuntamento simbolico, ma un’occasione per guardare in faccia questo modello e scegliere da che parte stare.
Le pratiche autoritarie non sono un fenomeno lontano o astratto. Si nutrono del controllo sui corpi e sulle scelte delle donne, della paura e del silenzio. Dove l’autoritarismo avanza, i diritti umani si restringono e le disuguaglianze di genere si approfondiscono. 
Per contrastarlo serve l’esatto opposto: coraggio, solidarietà, azione collettiva.

Iran: il velo come campo di battaglia
In Iran, le proteste “Donna, Vita, Libertà” esplose nel 2022 hanno mostrato al mondo la forza di donne e ragazze che hanno scelto di sfidare l’obbligo del velo e, con esso, un intero sistema di controllo. La risposta delle autorità è stata durissima: arresti arbitrari, condanne, fustigazioni, fino alla minaccia della pena di morte. Ogni gesto di libertà – un velo tolto, una manifestazione, un post sui social – viene trattato come un atto sovversivo.
Eppure, proprio questa repressione dimostra quanto la resistenza delle donne sia percepita come una minaccia per l’ordine autoritario. Documentare le violazioni, dare voce a chi protesta, chiedere responsabilità per chi ordina e compie questi abusi è un modo concreto per non lasciare sole le donne iraniane. Significa riconoscere che la loro battaglia per scegliere come vestirsi, come vivere, come parlare, è anche la nostra.

Sudan: i corpi delle donne come fronte di guerra
In Sudan, un conflitto che dura da anni sta devastando la popolazione civile. Le donne e le ragazze pagano un prezzo altissimo: la violenza sessuale viene usata come arma di guerra per umiliare, terrorizzare, spezzare intere comunità. Lo stupro diventa un messaggio politico e militare, un modo per affermare potere, estorcere obbedienza, cancellare identità.
Raccogliere testimonianze, sostenere le attiviste locali, portare queste storie davanti alla comunità internazionale significa rompere il meccanismo dell’impunità. Vuol dire dire con chiarezza che il corpo delle donne non è un terreno di conquista né un danno collaterale, ma il luogo in cui si misura il grado di civiltà – o di barbarie – di un conflitto e di chi lo conduce.

Italia: il consenso che manca nelle leggi
Pensare che l’autoritarismo riguardi solo “altri Paesi” è un’illusione comoda. Anche in Italia esistono crepe profonde nella tutela dei diritti delle donne. Un esempio emblematico è la definizione di violenza sessuale: ancora oggi manca un chiaro riferimento al consenso espresso, libero e attivo. Non basta l’assenza di un “no”: serve la presenza di un “sì”.
La campagna “Il sesso senza sì è stupro” ricorda una verità semplice e rivoluzionaria: il corpo di una donna non è mai un diritto acquisito, ma un luogo di autodeterminazione. Chiedere una riforma della legge che metta al centro il consenso significa cambiare lo sguardo: dallo sminuire, dubitare, colpevolizzare le vittime, al riconoscere il loro diritto a definire i confini del proprio corpo e del proprio desiderio.

Un filo rosso: controllo, crudeltà, menzogna
Iran, Sudan, Italia sembrano mondi lontanissimi, eppure tra queste storie corre un filo rosso. In contesti diversi, con intensità diverse, ricompare sempre la stessa “architettura dell’autoritarismo”:
- il controllo al posto della libertà: sul modo di vestirsi, di protestare, di amare, di vivere la propria sessualità
- la crudeltà al posto della cura: la violenza come punizione, minaccia, strumento di potere
- la menzogna al posto della verità: la negazione delle violazioni, la colpevolizzazione delle vittime, il racconto distorto della realtà

È questa architettura che l’8 marzo siamo chiamati a riconoscere e a smontare, pezzo dopo pezzo. Non basta indignarsi una volta all’anno, né limitarsi ai gesti simbolici. Resistere, oggi, significa ascoltare le voci delle donne che pagano sulla propria pelle il prezzo dell’autoritarismo, amplificarle, sostenerle con azioni concrete: firmare appelli, fare pressione sulle istituzioni, educare al rispetto e al consenso nei nostri contesti quotidiani.

Scegliere da che parte stare
“Se non fai niente, stai già dalla parte del più forte”, si dice spesso. L’8 marzo ci invita proprio a questo esercizio scomodo: chiederci da che parte stiamo quando una donna viene arrestata perché si toglie il velo, quando una guerra trasforma i corpi femminili in campi di battaglia, quando una vittima di stupro deve ancora dimostrare di non aver “provocato”.
Scegliere di resistere, oggi, significa rifiutare il silenzio e l’indifferenza. Vuol dire unire le lotte, riconoscere che la libertà delle donne in Iran, in Sudan, in Italia e ovunque nel mondo non è una causa particolare, ma una questione di democrazia per tutti. L’8 marzo non è (solo) un giorno per regalare fiori, ma per fare una scelta di campo. Anche a chilometri di distanza, possiamo esserci. E possiamo decidere che il posto della libertà è accanto ai corpi, alle voci e alle vite delle donne che non smettono di reclamarla.

Da Amnesty International 

sabato 7 marzo 2026

L'eccezionalità nel quotidiano per Marco Gallo

Nel giorno in cui avrebbe compiuto 32 anni, il 7 marzo 2026, la Chiesa di Milano apre ufficialmente la fase diocesana del processo di beatificazione e canonizzazione del Servo di Dio Marco Gallo, un adolescente che ha vissuto la fede con passione dentro la normalità della vita di tutti i giorni. La sua storia parla in modo diretto alla generazione dei più giovani, mostrando che la santità non è evasione dal reale ma pienezza di vita.

Chi era Marco Gallo
Marco nasce a Chiavari nel 1994, cresce poi a Monza e frequenta il liceo Don Gnocchi di Carate Brianza  È un ragazzo vivace, esuberante, amante delle sfide, della moto e dello sport, inserito profondamente nella rete di amicizie della scuola e dell’oratorio. Il 5 novembre 2011, a soli 17 anni, muore in un incidente stradale mentre si sta recando a scuola in moto, lasciando sgomenta un’intera comunità che, però, fin da subito riconosce nella sua breve vita una traccia luminosa di Vangelo vissuto.

Un cuore alla ricerca dell’Infinito
Fin da bambino, chi lo ha conosciuto ricorda in lui una domanda insistente sul senso della vita, un’inquietudine positiva che lo spingeva a cercare “qualcosa di più grande”. Negli anni del liceo questa ricerca matura in un cammino cristiano consapevole, alimentato dalla partecipazione a Gioventù Studentesca, il ramo giovanile di Comunione e Liberazione, dalla meditazione del Vangelo e da una vita sacramentale intensa. Marco scopre progressivamente che l’incontro con Cristo non toglie nulla alla sua passione per lo sport, i motori, l’amicizia, ma anzi li porta alla loro verità, trasformandoli in luoghi concreti di carità e responsabilità.

Sport, amicizia e volontariato: la santità nel quotidiano
Le testimonianze concordano nel descriverlo come un leader naturale tra i coetanei, capace di coinvolgere gli amici non solo nel divertimento ma anche nel volontariato e nel servizio ai più deboli. Non si trattava di “buonismo”, ma di una fede gioiosa che rendeva attraente il suo modo di stare con gli altri, di prendere sul serio lo studio, di donare tempo e energie nelle iniziative della comunità. In lui, sport, scuola, relazioni e preghiera non erano compartimenti stagni, ma un’unica trama unificata dall’amore per Cristo, percepito come fonte della vera felicità.

La fama di santità e l’avvio della causa
Già poche settimane dopo la sua morte, il cardinale Angelo Scola lo indica ai giovani come esempio di vita cristiana, riconoscendo nella sua esistenza la maturità di una fede vissuta con radicalità pur nella brevità degli anni. Negli anni successivi la sua memoria continua a richiamare centinaia di ragazzi a momenti di preghiera e pellegrinaggio, in particolare tra il Duomo di Monza e il Santuario di Nostra Signora di Montallegro, dove ogni 1° novembre si fa memoria della sua scomparsa. Questa “fama di santità”, lungi dallo spegnersi, si è consolidata al punto da spingere il vescovo di Chiavari, monsignor Giampio Luigi Devasini, a chiedere formalmente l’apertura della causa, accolta dall’arcivescovo di Milano Mario Delpini con il decreto del giugno 2024 e avviata liturgicamente il 7 marzo 2026.

Un testimone per la Generazione Z
Molti hanno accostato Marco a figure come Carlo Acutis, definendolo un possibile “santo della Generazione Z”, proprio perché incarna una santità pienamente immersa nel nostro tempo: tecnologia, velocità, passioni forti, ma orientate da una Presenza amata. Il processo di canonizzazione non è un semplice “riconoscimento d’ufficio”, ma un cammino serio in cui la Chiesa raccoglie testimonianze, scritti ed eventuali segni straordinari per verificare che in lui le virtù cristiane siano state vissute in modo eroico. Se un giorno sarà proclamato beato o santo, non sarà solo una gloria personale, ma un dono per tutta la Chiesa: il segno che anche oggi è possibile vivere da cristiani nella scuola, nello sport, per le strade del nostro mondo.

Un invito per noi
La vicenda di Marco interroga ciascuno: che cosa cerco davvero nella mia vita? Dove fondo la mia sete di infinito, la mia voglia di felicità? La Chiesa, avviando la sua causa, non ci propone un eroe irraggiungibile, ma un compagno di strada che, in sedici, diciassette anni di vita, ha preso sul serio la domanda di senso lasciandosi afferrare da Cristo dentro tutto ciò che amava. Guardare a lui può diventare per molti giovani – e per gli adulti che li accompagnano – un aiuto concreto a riscoprire che la santità non è un’eccezione per pochi, ma una possibilità realissima dentro la carne della vita quotidiana.

domenica 1 marzo 2026

Perché il fine non giustifica i mezzi

Ali Khamenei è stato trovato sotto le macerie di un compound centrato dai bombardamenti israeliani e americani. 

E tantissimi iraniani ballano, piangono di gioia, bruciano i ritratti di chi li ha oppressi per decenni. 

Gente che ha conosciuto la tortura, la censura, le esecuzioni pubbliche, le donne ammazzate perché un velo scivolava dalla testa. 

Chi può biasimarli? Chi oserebbe dire loro di non esultare?

Nessuno.

Il problema è un altro.

Il problema sono quelli che da casa nostra, col telecomando in una mano e il telefono nell’altra, festeggiano come se fosse la finale dei Mondiali. 

Quelli per cui la morte di Khamenei è la prova che Trump è un genio, che la forza bruta funziona, che bastano le bombe giuste sulle persone giuste e il mondo diventa un posto migliore.

Quello che è successo è qualcosa di molto più grande e molto più pericoloso.

Due Paesi, da soli, senza consultare nessuno, senza un voto alle Nazioni Unite, senza uno straccio di mandato internazionale, hanno deciso di bombardare uno Stato sovrano, eliminarne la leadership e ridisegnare gli equilibri di un’intera regione.

Uno di questi due Paesi è governato da un uomo che si comporta da padrone del pianeta. L’altro è guidato da chi, negli ultimi due anni, ha accumulato un catalogo di orrori nei confronti della popolazione civile di Gaza che farebbe impallidire diversi capitoli della storia che studiamo a scuola giurandoci “mai più”.

E insieme, questa notte, hanno stabilito un principio semplicissimo: chi ha la potenza di fuoco decide chi vive e chi muore. Fine. 

Nessuna regola, nessun tribunale, nessun limite. Solo la legge del più armato.

Ora, Khamenei era un tiranno sanguinario? Sì. 

Il suo regime ha massacrato, impiccato, stuprato, torturato? Sì. 

Il mondo è un posto migliore senza di lui? Forse.

Ma il precedente che è stato appena scritto nella storia è un veleno lento che ci attraverserà tutti.

Perché se oggi puoi bombardare Teheran perché il bersaglio lo meritava, domani la stessa logica varrà per chiunque altro. 

Valeva ieri per Putin che ha invaso l’Ucraina dicendo di volerla “denazificare”. 

Varrà domani per la Cina quando deciderà che Taiwan va “riunificata”. 

Varrà dopodomani per qualunque potenza nucleare che avrà un pretesto sufficientemente presentabile.

E noi, l’Europa, l’Italia, il cosiddetto Occidente dei diritti e delle regole, avremo perso per sempre la facoltà di obiettare qualunque cosa. Perché il diritto internazionale o esiste per tutti o non esiste per nessuno. 

E stanotte è stato sepolto sotto le stesse macerie di Khamenei.

Da Facebook

Vandalismo crescente verso chiese e moschee in Cisgiordania

Negli ultimi anni (e in particolare nelle ultime settimane) si sono registrati diversi episodi documentati di vandalismo e attacchi di coloni o estremisti ebrei contro chiese e moschee, tra cui la chiesa della Visitazione a Ein Karem e varie moschee in Cisgiordania.

Chiesa della Visitazione a Ein Karem
Il 19 febbraio 2026 la Chiesa della Visitazione, nel quartiere di Ein Karem a ovest di Gerusalemme, è stata vandalizzata con scritte in ebraico sui muri esterni e sulle auto parcheggiate.
Le scritte includevano parole come “Vendetta”, “Davide, re d’Israele vive e perdura” e “Il messia (ebraico) è qui!”, riconducibili alla retorica dei gruppi nazionalisti religiosi radicali.
Le autorità israeliane hanno parlato di “graffiti nazionalisti” e hanno aperto un’indagine, mentre la governatorato di Gerusalemme dell’Autorità Palestinese ha inserito l’episodio in una serie più ampia di violazioni di luoghi sacri cristiani e musulmani.

Attacchi a moschee in Cisgiordania
Il 23 febbraio 2026 una moschea nel villaggio di Tell, a sud di Nablus (moschea Abu Bakr al‑Siddiq), è stata data alle fiamme e imbrattata con scritte in ebraico come “vendetta” e “price tag” (tag prezzo), in quello che media e autorità hanno descritto come un attacco di coloni estremisti.
L’incendio ha danneggiato il portone e la parte esterna della moschea, con tracce evidenti di bruciature all’ingresso, prima che gli abitanti spegnessero le fiamme.
Il Ministero degli Affari Religiosi palestinese ha denunciato che nel corso dell’ultimo anno i coloni hanno attaccato o vandalizzato 45 moschee in Cisgiordania, inserendo l’episodio in una tendenza crescente di aggressioni contro santuari islamici.
Nel novembre 2025 un altro episodio aveva visto una moschea nella zona di Deir Istiya (Cisgiordania settentrionale) incendiata e ricoperta di graffiti offensivi verso l’Islam e il Profeta, descritta dalle autorità palestinesi come “crimine spregevole” e parte di un’escalation di violenze dei coloni.

Il contesto dei “price tag attacks”
Questi atti rientrano spesso nella categoria dei cosiddetti attacchi “price tag", ovvero azioni di rappresaglia di estremisti nazional‑religiosi contro palestinesi e talvolta contro chiese e monasteri cristiani, in risposta ad attentati palestinesi o a decisioni israeliane percepite come ostili ai coloni.
In passato sono stati colpiti vari luoghi cristiani in Israele e Cisgiordania (conventi, abbazie, chiese), con graffiti anti‑cristiani, pneumatici tagliati e, in alcuni casi, incendi parziali, ad esempio all’abbazia della Dormizione a Gerusalemme o alla chiesa della Moltiplicazione sul lago di Galilea.