Negli Stati Uniti è in corso uno scontro simbolico e molto concreto attorno al movimento Scout. Secondo recenti notizie, il Dipartimento della Difesa ha minacciato di interrompere il sostegno a Scouting America (la storica organizzazione un tempo nota come Boy Scouts of America) se non farà marcia indietro sulle proprie politiche di inclusione, in particolare quelle riconducibili alla cosiddetta DEI: diversity, equity and inclusion.
Un secolo di alleanza sotto esame
Da oltre cento anni, gli Scout americani hanno intrattenuto un rapporto stretto con le Forze Armate: collaborazioni logistiche, sostegno agli eventi nazionali come il Jamboree, accesso alle basi militari, programmi educativi rivolti ai giovani. Questa alleanza è stata a lungo percepita come naturale: un’organizzazione giovanile che punta su servizio, disciplina, spirito civico, accanto a un’istituzione che si presenta come presidio dei valori nazionali.
Negli ultimi anni, però, il quadro è cambiato. Per rispondere alle trasformazioni sociali e culturali del Paese, gli Scout hanno progressivamente adottato politiche più inclusive: apertura alle ragazze e possibilità per loro di diventare Eagle Scout, accoglienza esplicita di giovani LGBT, maggiore attenzione al pluralismo religioso e alla lotta contro discriminazioni e bullismo. Scelte presentate dalla dirigenza come fedeli allo spirito originario del movimento, che fin dalle origini dichiarava di voler formare “buoni cittadini” in una società in evoluzione.
Il nuovo fronte: la guerra alla DEI
Con il cambio di amministrazione alla Casa Bianca e al Pentagono, la sigla DEI è diventata un bersaglio politico. La nuova leadership considera molti programmi di diversity, equity and inclusion come espressione di “ideologia” piuttosto che come strumenti di equità. In questo clima, il movimento Scout è finito nel mirino: la sua evoluzione verso una maggiore inclusione viene letta da alcuni esponenti del governo come un tradimento della tradizionale “meritocrazia” e dei “valori dei ragazzi”.
Il Dipartimento della Difesa ha quindi messo Scouting America di fronte a un aut aut: o si “allinea” alle nuove direttive federali che limitano i programmi DEI nelle organizzazioni partner, oppure rischia di perdere l’accesso a fondi, strutture e supporto logistico militare. In documenti e dichiarazioni pubbliche, i vertici del Pentagono hanno accusato gli Scout di aver abbracciato “ideologie gender‑fluid e di giustizia sociale” ritenute incompatibili con la linea attuale del governo.
Inclusione sotto pressione
Nella pratica, ciò che viene contestato non è semplicemente “l’idea di essere gentili con tutti”, ma alcune scelte molto concrete:
- L’ammissione piena delle ragazze e la possibilità per loro di raggiungere i massimi gradi del percorso scoutistico.
- L’apertura a ragazzi e capi apertamente LGBT, inclusi giovani transgender.
- I programmi formativi che affrontano direttamente temi di discriminazione, equità, rispetto delle differenze culturali e religiose.
Per la dirigenza di Scouting America queste politiche sono una risposta necessaria alla realtà dei giovani di oggi, uno sforzo per rimanere un luogo sicuro e significativo per tutti. Per i critici, invece, rappresentano una deriva “ideologica” che snatura l’identità originaria del movimento.
Cosa è in gioco davvero
La vicenda non riguarda solo un contenzioso amministrativo su fondi e infrastrutture. È il riflesso di una battaglia più ampia su che cosa significhi educare le nuove generazioni in una società polarizzata. Da un lato vi è l’idea che l’inclusione sia parte integrante della missione educativa: imparare a vivere con le differenze, riconoscere dignità e diritti a persone di generi, fedi e orientamenti diversi. Dall’altro, la convinzione che l’enfasi su DEI rappresenti un’ideologia divisiva, imposta “dall’alto”, e che vada espunta dagli spazi formativi tradizionali.
Il ricorso alla leva economica e istituzionale – “se volete il nostro sostegno, dovete cambiare rotta” – rende questa storia un caso emblematico del rapporto tra potere politico e società civile. Gli Scout, nati come organizzazione indipendente ma intrecciata con le istituzioni, si trovano ora a dover scegliere quanto sono disposti a pagare per difendere un’idea di inclusione che, per molti dei loro membri, non è una moda, ma la conseguenza logica della promessa scout di rispetto e servizio verso tutti.
Una domanda aperta
Questo episodio solleva almeno tre domande che possono guidare il dibattito:
- Chi deve decidere l’orizzonte valoriale delle associazioni educative: lo Stato che le sostiene, o le comunità che le compongono?
- L’inclusione è davvero un’agenda “ideologica”, o è semplicemente il tentativo di applicare vecchi principi (dignità, giustizia, rispetto) in un contesto sociale nuovo?
- Che cosa perdiamo – come società – quando l’accesso a fondi e partnership diventa uno strumento per uniformare il pensiero educativo?
Il caso di Scouting America ci riguarda anche a migliaia di chilometri di distanza, perché racconta una tensione universale: quella tra il desiderio di formare giovani liberi e capaci di accogliere l’altro, e la tentazione di usare il potere istituzionale per riportare ogni esperienza educativa dentro confini ritenuti “sicuri”. Come sempre, a fare la differenza non saranno solo le decisioni dei vertici, ma le scelte quotidiane di capi, famiglie e ragazzi, chiamati a decidere se l’inclusione è un optional o un pilastro della loro idea di cittadinanza.