mercoledì 24 giugno 2026

Il fine vita in Italia: tre fronti aperti e una domanda di senso

Il tema del fine vita è tornato con forza al centro del dibattito pubblico italiano in questi giorni, segnato dalla contemporanea azione di tre livelli istituzionali: la Corte costituzionale, il Parlamento e le Regioni. Tre fronti che si muovono in parallelo, spesso senza un pieno coordinamento, ma sotto la pressione crescente di casi concreti, storie personali e interrogativi etici che non possono più essere elusi.

Martedì 23 giugno la Corte costituzionale è tornata a riunirsi per esaminare due dossier legati al suicidio medicalmente assistito. Ancora una volta, la Consulta si trova a svolgere un ruolo che va oltre la semplice interpretazione della legge: è chiamata a colmare vuoti normativi e a offrire orientamenti in un ambito dove il legislatore fatica a trovare una sintesi condivisa. Le decisioni precedenti, a partire dalla nota sentenza sul caso Cappato-DJ Fabo, avevano già tracciato una linea: in presenza di condizioni ben definite – malattia irreversibile, sofferenze intollerabili, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e capacità di autodeterminazione – l’aiuto al suicidio può non essere punibile. Tuttavia, restano molte zone grigie, che oggi tornano all’attenzione dei giudici costituzionali.

Nel frattempo, il Parlamento prova a riprendere in mano la materia. In Senato è attesa la ripresa dell’iter della proposta di legge sul suicidio medicalmente assistito, dopo un percorso lungo e accidentato. L’obiettivo dichiarato è quello di dare finalmente una cornice normativa chiara e uniforme, evitando che siano i tribunali o le singole strutture sanitarie a decidere caso per caso. Ma il confronto politico resta complesso, attraversato da sensibilità etiche molto diverse e da una difficoltà strutturale nel legiferare su questioni che toccano direttamente la vita, la sofferenza e la morte.

Infine, le Regioni. In assenza di una legge nazionale compiuta, diversi territori stanno cercando soluzioni autonome: alcune attraverso leggi regionali, altre con atti amministrativi o linee guida per le aziende sanitarie. Ne emerge un quadro frammentato, in cui i diritti e le possibilità concrete per i cittadini rischiano di variare significativamente da un luogo all’altro. Una situazione che solleva interrogativi non solo giuridici, ma anche di equità e coesione sociale.

A rendere ancora più urgente il confronto sono le testimonianze ascoltate dalla Corte costituzionale nelle recenti audizioni. Le voci di persone affette da patologie gravi e irreversibili hanno riportato il dibattito al suo nucleo più umano. Non si tratta di astrazioni giuridiche, ma di esistenze segnate da dolore, dipendenza, perdita progressiva di autonomia. Alcuni hanno espresso con lucidità il desiderio di poter scegliere il momento della propria morte, rivendicando una forma di libertà e dignità; altri hanno sottolineato il bisogno di cure palliative più efficaci, di accompagnamento, di vicinanza, mettendo in guardia dal rischio che la richiesta di morte nasconda solitudini e carenze del sistema di assistenza.

Queste testimonianze mostrano come il fine vita non sia riducibile a una contrapposizione ideologica tra “diritto a morire” e “difesa della vita”. Piuttosto, si configura come uno spazio complesso in cui si intrecciano autonomia personale, responsabilità collettiva, qualità delle cure e visione antropologica. È qui che il contributo della riflessione etica – anche di matrice cristiana – può offrire una prospettiva preziosa, richiamando l’attenzione sul valore della vita in ogni sua fase, ma anche sulla necessità di evitare l’accanimento terapeutico e di garantire una morte accompagnata, non abbandonata.

In questo scenario, la vera urgenza sembra essere quella di un approccio integrale: una normativa chiara, che eviti disuguaglianze e incertezze; un potenziamento reale delle cure palliative e della terapia del dolore; e una rinnovata attenzione alle relazioni di cura, che sappiano farsi carico della fragilità senza ridurla a un problema da risolvere in termini esclusivamente tecnici o giuridici.

Il dibattito sul fine vita, in fondo, ci costringe a porci una domanda radicale: che cosa significa accompagnare una persona fino alla fine? La risposta non può essere affidata a un solo livello – né alla legge, né alla medicina, né alla coscienza individuale – ma richiede un dialogo continuo tra istituzioni, comunità e storie personali. Ed è proprio da queste storie, ascoltate in questi giorni, che forse può nascere una riflessione più consapevole e meno ideologica.

Leggi da Avvenire

lunedì 22 giugno 2026

UN ATTACCO ALLA DIGNITÀ UMANA

Denuncia della Conferenza Istituti Missionari in Italia sul Regolamento UE per i rimpatri

“Non si può rimanere indifferenti nei confronti di coloro che periscono in mare, cadono vittime della tratta di esseri umani o sono costretti a fuggire dalla guerra, dalla violenza, dalla persecuzione, dalla fame o dal degrado ambientale anche perché potrebbero fare parte della nostra famiglia” (Papa Leone XIV).

Noi missionari e missionarie, che qui rappresentiamo gli Istituti Missionari Italiani, sappiamo per esperienza cosa significhi essere stati stranieri in altri continenti. Abbiamo condiviso per anni la vita e le speranze di fratelli e sorelle nel “Sud del mondo”. Ci è stato insegnato al quotidiano quanto l’umano che ci unisce sia molto più forte delle frontiere che troppo spesso usiamo per escludere e dividere.

In consonanza con la Conferenza Episcopale Europea, vogliamo esprimere il nostro sgomento e la nostra indignazione nei confronti dell’approvato “Regolamento rimpatri” da parte del Parlamento Europeo. Molti dei voti a favore del testo sono arrivati da partiti che spesso rivendicano un’ispirazione cristiana.

Già oggi la politica migratoria italiana fa un crescente ricorso alla deterrenza, alla detenzione amministrativa e ai meccanismi di espulsione dei migranti. Ancor più ci preoccupa il nuovo Regolamento sui rimpatri per l'intera Unione Europea, che permette di trattenere le persone fino a 24 mesi, prorogabili in determinate circostanze, rafforza il riconoscimento reciproco delle decisioni di rimpatrio tra gli Stati membri e apre all'utilizzo di “hub di rimpatrio” collocati in Paesi terzi al di fuori dell'UE, con rischi sulla trasparenza delle procedure e l'effettiva garanzia dei diritti fondamentali.

I vescovi europei ci ricordano che la migrazione non è semplicemente una questione di procedure, statistiche o gestione delle frontiere. Riguarda esseri umani: donne, uomini e bambini, ognuno dei quali possiede una dignità inviolabile che deve rimanere al centro di ogni decisione politica.

Autorevoli indagini sui fenomeni migratori¹ indicano che la costruzione di muri e il rafforzamento delle frontiere esterne non diminuiscono gli arrivi, ma aumentano esponenzialmente i costi e i rischi del viaggio per gli stranieri, così come le risorse pubbliche destinate al controllo dei confini.

Nessuno di noi accetterebbe di essere trattenuto dallo Stato senza aver commesso alcun illecito, e tanto meno per aver esercitato il diritto a cercare condizioni di vita migliori. Non è accettabile per altri ciò che sarebbe inammissibile per noi.

Le politiche in materia di migrazione e asilo devono rimanere saldamente ancorate al rispetto della dignità umana, dei diritti fondamentali, del diritto di chiedere asilo, della tutela dell'unità familiare e di una particolare attenzione ai più vulnerabili. Sicurezza e solidarietà non sono principi contrapposti.

Che tipo di Europa vogliamo costruire? In questo momento decisivo, non siamo chiamati a rinunciare ai valori fondanti della cittadinanza e della storia europea, ma a riaffermarli con coraggio, saggezza e umanità.

20 giugno 2026 – Giornata Mondiale del Rifugiato
Conferenza Istituti Missionari in Italia (CIMI)

¹ Hein de Haas et al., DEMIG (Determinants of International Migration) Project, International Migration Institute (University of Oxford), 2010–2014.

giovedì 18 giugno 2026

Una promessa Mondiale

I Mondiali di calcio hanno sempre avuto qualcosa di unico: la capacità di sospendere, almeno per un momento, le divisioni e far emergere un senso condiviso di appartenenza. Davanti a una partita, milioni di persone si scoprono parte della stessa emozione, oltre confini, lingue e storie.

L’assegnazione della Coppa del mondo a Stati Uniti, Canada e Messico è stata accompagnata da una promessa chiara: fare del torneo uno spazio accogliente, sicuro e inclusivo per tutti. Un’occasione non solo sportiva, ma anche simbolica, capace di rappresentare valori universali come il rispetto, la dignità e la libertà.

Eppure, come spesso accade nei grandi eventi globali, accanto alla dimensione festiva emergono anche criticità che interrogano le coscienze.

Negli Stati Uniti, diverse organizzazioni segnalano un irrigidimento delle politiche migratorie, con detenzioni e deportazioni che colpiscono soprattutto le persone più vulnerabili. In Messico, il massiccio dispiegamento di forze di sicurezza — oltre 100.000 tra agenti e militari — solleva interrogativi sulla tutela del diritto a manifestare pacificamente. In Canada, la crisi abitativa in corso rischia di accentuare l’emarginazione di chi vive già in condizioni di fragilità, proprio mentre le città si preparano ad accogliere il mondo.

Non si tratta di negare la bellezza del calcio o il valore di un evento che sa davvero unire. Piuttosto, è un invito a non separare la festa dalla responsabilità.

Un grande evento sportivo può diventare un laboratorio di civiltà. Può essere l’occasione per dimostrare che sicurezza non significa esclusione, che ordine non implica repressione, e che accoglienza non è solo uno slogan, ma una pratica concreta. La presenza di milioni di persone, l’attenzione globale, gli investimenti economici e culturali: tutto questo può contribuire a rafforzare politiche più giuste e inclusive.

La storia recente dei grandi eventi internazionali — dalle Olimpiadi ai Mondiali — mostra come questi momenti possano lasciare eredità molto diverse: infrastrutture utili o cattedrali nel deserto, inclusione sociale o nuove forme di marginalizzazione. La differenza sta nelle scelte politiche e nella capacità di ascoltare la società civile.

Per questo, la richiesta che emerge da molte organizzazioni per i diritti umani non dovrebbe essere letta come una critica al torneo, ma come un contributo affinché esso sia davvero all’altezza delle sue promesse. Garantire il diritto alla protesta pacifica, evitare misure discriminatorie, proteggere le persone più vulnerabili: sono condizioni che non ostacolano la festa, ma la rendono più autentica.

In fondo, il calcio che appassiona il mondo è quello che parla un linguaggio semplice e profondo: regole condivise, rispetto dell’avversario, dignità per ogni giocatore. Portare questi stessi principi fuori dal campo è la sfida più grande — e più necessaria.

Perché una Coppa del mondo che riesce a essere davvero di tutti non è solo un successo sportivo, ma un segno concreto di umanità condivisa.

da un appello di Amnesty International 

mercoledì 17 giugno 2026

L'importanza di chiamare le cose col loro nome

C’è ancora chi, anche in Italia, sostiene che il femminicidio non esista come categoria specifica, riducendolo a un semplice “omicidio come tutti gli altri”. Ma i numeri, le storie e la realtà sociale raccontano altro: quando una donna viene uccisa in quanto donna, dentro relazioni segnate da controllo, possesso, disparità e violenza, non siamo davanti a un delitto qualsiasi, ma a una forma estrema di violenza di genere.  

La parola “femminicidio” non serve a fare gerarchie tra le vittime, né a trasformare il dolore in ideologia. Serve invece a nominare con precisione un fenomeno che, senza un nome, rischia di restare invisibile, confuso dentro categorie troppo generiche per essere davvero utili alla prevenzione. Proprio per questo l’ISTAT ha adottato il framework statistico ONU sul gender-related killing, che definisce i femminicidi come uccisioni di donne in quanto donne, includendo i casi commessi dal partner, da altri familiari o in contesti con chiara motivazione di genere.  

La testimonianza di Damiano Rizzi
"Tiziana Vive" è una associazione nata dopo l’uccisione di Tiziana Rizzi e promossa dal fratello Damiano Rizzi. Questa scelta dice molto più di tante discussioni astratte: quando il dolore non viene rimosso ma diventa cura pubblica, memoria e sostegno concreto, la società guadagna una voce capace di educare e prevenire.  

Damiano Rizzi ammette che anche lui, prima che sua sorella Tiziana venisse uccisa, non aveva davvero affrontato il tema del femminicidio. È una confessione semplice, ma decisiva. Perché dice una verità che riguarda molti di noi: spesso iniziamo a guardare in faccia il male solo quando ci entra in casa.

Rizzi invita a spostare il discorso dal caso singolo alla radice sociale e culturale della violenza e ricorda che il femminicidio non nasce dal nulla, né si spiega con un improvviso scatto d’ira: matura dentro relazioni segnate da possesso, dominio, disprezzo della libertà femminile, incapacità di riconoscere pienamente la dignità dell’altra persona.

Il punto più forte del suo impegno è proprio qui: non aspettare che una donna venga uccisa per prendere sul serio il problema. Perché dietro ogni vittima ci sono segnali, mentalità, abitudini, parole, silenzi. E troppo spesso quei segnali vengono minimizzati, normalizzati, perfino derisi, finché non è troppo tardi.

Il femminicidio non è soltanto un fatto di cronaca nera. È una ferita culturale e morale. Riguarda uomini che non riescono ad amare senza possedere, a stare in relazione senza controllare, a rispettare senza dominare. E riguarda anche tutti noi, quando restiamo spettatori, quando trattiamo la violenza come eccezione, quando fingiamo che sia un problema lontano.

Il punto non è solo ricordare una vittima, ma comprendere il contesto che rende possibili questi delitti. L’ISTAT segnala che il numero generale degli omicidi è in calo, grazie al contrasto efficace alla malavita organizzata, ma gli omicidi femminili rimangono costanti nel tempo: oltre la metà degli omicidi di donne è attribuita al partner o ex partner, e circa un quinto ad altri parenti. In altre parole, quattro omicidi di donne su cinque avvengono nell’ambito familiare ristretto o allargato. Questo dato smentisce l’idea che si tratti di eventi casuali, slegati da una struttura di dominio: in molti casi la violenza cresce dentro relazioni già segnate da controllo, isolamento, minacce e possesso.  

Perché il nome conta
Chiamare femminicidio un femminicidio significa riconoscere che la violenza contro le donne ha radici culturali oltre che criminali. L’ISTAT richiama esplicitamente la matrice culturale della violenza di genere e la necessità di politiche adeguate di prevenzione, protezione e formazione, mentre i dati sui reati-spia e sui servizi antiviolenza mostrano che il fenomeno è più ampio dell’atto finale dell’omicidio.  

Negare il termine, al contrario, può produrre un effetto pericoloso: spostare il discorso dal potere alla neutralità, dal genere alla pura contabilità penale. Ma un omicidio di una donna da parte del partner, dell’ex partner o di un familiare non è “uguale e basta” se viene letto fuori dal contesto relazionale e simbolico che lo precede.  

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martedì 16 giugno 2026

I popoli incontattati: una frontiera fragile della dignità umana

Esistono comunità umane che hanno scelto, o sono state costrette a scegliere, di vivere senza rapporti stabili con la società globale. Sono i popoli incontattati: gruppi indigeni che abitano soprattutto foreste tropicali e aree remote, e che rifiutano il contatto con il mondo esterno come forma di difesa, autonomia e sopravvivenza.
La loro condizione è spesso raccontata in modo superficiale, come se si trattasse di “tribù perdute” o relitti del passato; in realtà, si tratta di popoli vivi, consapevoli, capaci di decisione, che custodiscono culture, saperi e modi di abitare il territorio pienamente attuali.

Una vita legata alla terra
Per i popoli incontattati la terra non è solo uno spazio geografico: è la base concreta della vita. Da essa ricavano cibo, acqua, riparo, medicinali, strumenti e relazioni sociali, senza dipendere da mercati, infrastrutture o consumi esterni.  
Proprio per questo risultano tra i gruppi umani più autosufficienti del pianeta, ma anche tra i più vulnerabili quando il loro ambiente viene invaso o distrutto.  
La foresta, il fiume, la rete di sentieri e i tempi della natura costituiscono il loro mondo vitale; quando questo equilibrio viene spezzato, non si perde soltanto un habitat, ma un intero modo di esistere.

Le minacce principali
Le minacce alla loro sopravvivenza sono molteplici. Il contatto forzato può provocare epidemie devastanti, perché molti popoli incontattati non hanno difese immunitarie contro malattie comuni nel resto del mondo.  
A questo si aggiungono la deforestazione, l’avanzata di miniere, strade, industrie estrattive, taglialegna e agribusiness, che sottraggono territorio e rompono l’isolamento su cui si fonda la loro sicurezza.  
In alcuni casi, la violenza è diretta e brutale; in altri, è lenta e amministrativa, fatta di concessioni minerarie, colonizzazione economica e pressione continua sui loro spazi di vita.

Perché la loro difesa riguarda tutti
Difendere i popoli incontattati non significa idealizzare un passato immobile, ma riconoscere il loro diritto a scegliere liberamente il proprio futuro.  
La loro esistenza mette in discussione l’idea che il progresso coincida automaticamente con l’invasione di ogni spazio umano e naturale. In questo senso, essi ricordano che esistono altri modi di abitare il mondo, più sobri, più radicati, più rispettosi degli equilibri ecologici.  
La loro tutela è anche una questione etica e politica: riguarda il diritto all’autodeterminazione, la protezione delle terre indigene e la responsabilità delle istituzioni e delle imprese nei confronti dei più fragili.

Una domanda per il presente
La vera domanda non è perché questi popoli non entrino nel nostro mondo, ma perché il nostro mondo continui a invadere il loro. La risposta tocca la storia della colonizzazione, l’economia delle risorse e una certa idea di sviluppo che misura tutto in termini di sfruttamento.
 
Prendere sul serio la condizione dei popoli incontattati significa allora rivedere il nostro sguardo: non considerarli come curiosità antropologiche, ma come soggetti di diritto, portatori di una dignità piena e irriducibile.  
E forse significa anche imparare che non tutte le forme di vita devono essere assorbite, normalizzate o rese visibili per essere rispettate.

I popoli incontattati ci obbligano a una riflessione radicale: la civiltà non coincide con la penetrazione totale, né la conoscenza con il controllo. Proteggere il loro isolamento scelto o imposto significa difendere una delle ultime soglie di libertà umana e, insieme, difendere la pluralità delle culture e degli ecosistemi del pianeta.  
In un tempo segnato da estrazione, accelerazione e conflitto per le risorse, la loro fragilità diventa una domanda rivolta a tutti noi: siamo capaci di riconoscere un limite?

Leggi tutto da Survival

lunedì 15 giugno 2026

Guido d’Arezzo: il monaco che insegnò a leggere la musica

Ricorrono i mille anni dalla nascita di Guido d’Arezzo, una figura decisiva nella storia della musica occidentale. Nato intorno al 991/992 e vissuto nel contesto monastico tra Pomposa e Arezzo, Guido fu il teorico che rese possibile un nuovo modo di scrivere, insegnare e tramandare il canto liturgico. 

La sua importanza non sta solo in un’invenzione tecnica, ma in una vera svolta culturale: grazie a lui la musica smise di dipendere quasi esclusivamente dalla memoria e cominciò a diventare scrittura

L’invenzione che cambiò tutto
Guido d’Arezzo è ricordato soprattutto per aver sistematizzato la notazione musicale e per aver introdotto il tetragramma, un rigo di quattro linee che rese più precisa la lettura delle altezze sonore. 
A lui si collega anche l’origine dei nomi delle note, ricavati dalle sillabe dell’inno a san Giovanni Battista: Ut, Re, Mi, Fa, Sol, La, Si. 

Questa intuizione fu rivoluzionaria perché offrì ai cantori uno strumento pratico per apprendere più rapidamente il repertorio liturgico. In altre parole, Guido non inventò solo un sistema: inventò un modo nuovo di trasmettere il sapere musicale

Pomposa, Arezzo, Roma
Le fonti non concordano con assoluta certezza sul luogo esatto della nascita, ma convergono nel collocarla tra il 991 e il 992 circa. 
La sua formazione e la sua attività si intrecciano con l’abbazia di Pomposa e con Arezzo, dove il suo metodo trovò l’ambiente adatto per svilupparsi e diffondersi. 

La sua fama arrivò fino a Roma, dove fu invitato anche da papa Giovanni XIX. Il successo del suo lavoro mostra quanto fosse sentita, già nell’XI secolo, l’esigenza di un linguaggio musicale più chiaro e condiviso.

Perché ricordarlo oggi
Ricordare Guido d’Arezzo significa ricordare un momento decisivo della storia europea: il passaggio dalla musica come arte affidata alla memoria alla musica come sistema scritto e insegnabile. 
È una lezione attualissima anche per la scuola e per la cultura digitale: ogni conoscenza diventa davvero condivisibile quando trova una forma capace di essere trasmessa con precisione. 

venerdì 12 giugno 2026

Prova di maturità e di resistenza al caldo

Le aule scolastiche italiane, nei mesi di giugno, somigliano sempre più a serre. Temperature che superano i 30–32°C non sono un’eccezione, ma una realtà diffusa, soprattutto durante gli esami di maturità e di terza media. A fronte di ciò, meno dell’8% degli edifici scolastici è dotato di impianti di climatizzazione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: studenti e docenti costretti a lavorare in condizioni fisicamente stressanti e pedagogicamente penalizzanti.

Il problema non è solo una questione di comfort. Numerosi studi dimostrano che già oltre i 26–27°C le capacità cognitive – attenzione, memoria, capacità decisionale – iniziano a diminuire sensibilmente. In altre parole, il caldo incide direttamente sulla qualità dell’apprendimento e sulla performance durante prove decisive come gli esami. Si crea così una disparità implicita: chi sostiene una prova in condizioni ambientali più favorevoli parte, di fatto, avvantaggiato.

Uno sguardo oltre i confini italiani
Il confronto con altri Paesi europei e occidentali è illuminante. 

In Francia, pur con un patrimonio edilizio scolastico spesso datato, negli ultimi anni si è avviato un piano di adattamento climatico che prevede isolamento termico, schermature solari e, dove necessario, climatizzazione. Inoltre, durante le ondate di calore, il calendario scolastico viene talvolta rimodulato.

In Germania, la climatizzazione non è ovunque diffusa, ma gli edifici sono generalmente progettati con criteri di efficienza energetica più avanzati: ventilazione naturale controllata, materiali isolanti, tende esterne e alberature che riducono l’irraggiamento.

Negli Stati Uniti, invece, l’aria condizionata è ormai standard nella maggior parte delle scuole, soprattutto negli stati più caldi. Questo però comporta anche costi energetici elevati e solleva interrogativi ambientali, che stanno spingendo verso soluzioni più sostenibili.

Nei Paesi nordici, infine, il problema è meno pressante, ma le scuole sono progettate per garantire un elevato comfort interno tutto l’anno, grazie a tecnologie avanzate di ventilazione e isolamento.

Il nodo italiano: edilizia scolastica e clima che cambia
In Italia, il ritardo è evidente e si intreccia con due fattori strutturali:
- l’età media degli edifici scolastici, spesso costruiti tra gli anni ’60 e ’80 senza criteri bioclimatici;
- l’accelerazione del cambiamento climatico, che rende sempre più frequenti e intense le ondate di calore.

Le scuole, nate per un clima diverso, oggi si trovano impreparate. E il calendario scolastico, invariato, finisce per collidere con le nuove condizioni ambientali.

Possibili soluzioni: tra realismo e visione
Non esiste una soluzione unica, ma un insieme di interventi complementari.

Una prima linea d’azione riguarda gli interventi strutturali:
- isolamento termico degli edifici;
- installazione di schermature solari (tende esterne, frangisole);
- piantumazione di alberi nelle aree scolastiche per creare ombra e mitigare il calore;
- miglioramento della ventilazione naturale.

Accanto a questi, si può valutare l’introduzione mirata di sistemi di climatizzazione, soprattutto nelle aule più esposte e nelle aree geografiche più calde. Tuttavia, questa soluzione va accompagnata da una riflessione sui consumi energetici e sull’impatto ambientale.

Un’altra pista, meno costosa ma culturalmente significativa, riguarda l’organizzazione scolastica:
- rimodulazione del calendario degli esami, anticipandoli o prevedendo pause nelle giornate più critiche;
- flessibilità degli orari;
- utilizzo di spazi alternativi più freschi (biblioteche, sale comunali, edifici storici meglio isolati).

Si potrebbe cogliere questa emergenza come occasione educativa: parlare di cambiamento climatico non solo nei libri, ma attraverso l’esperienza concreta degli studenti, collegando scienza, cittadinanza e responsabilità collettiva.

Una questione educativa (e civile)
La scuola è uno dei luoghi fondamentali della formazione della persona. Garantire condizioni ambientali dignitose non è un lusso, ma una necessità. Il rischio, altrimenti, è che il caldo trasformi un momento cruciale del percorso formativo – come gli esami – in una prova di resistenza fisica più che intellettuale.

Affrontare il problema delle “aule-forno” significa, in fondo, interrogarsi su che tipo di scuola vogliamo: una struttura che subisce i cambiamenti o un’istituzione capace di adattarsi, innovare e prendersi cura di chi la vive ogni giorno.