Nelle ultime settimane si è aperto un confronto acceso attorno al tema della pace, innescato dal libro di Papa Leone XIV Una pace disarmata e disarmante. Tre posizioni distinte, tutte legittime, mostrano quanto sia complesso pensare oggi la relazione tra forza, difesa e nonviolenza. Proviamo a ricostruirle.
La posizione di Papa Leone XIV
Il titolo del libro pontificio racchiude già la tesi: una pace autentica non può fondarsi sulle armi, ma deve nascere da un disarmo che sia insieme interiore e politico. Il Papa denuncia la crescita vertiginosa della spesa militare mondiale, sostenendo che un riarmo mascherato da "difesa" in realtà alimenta tensioni, sottrae risorse a sanità ed educazione e mina la fiducia nella via diplomatica. La pace, per Leone XIV, va costruita a partire dalla verità e dalla responsabilità, radicandosi nella concretezza storica più che in un ideale astratto.
La replica di Vito Mancuso
Il teologo Vito Mancuso, in due interventi su La Stampa (22 e 28 luglio 2026), contesta la sostenibilità di questa formula. Il suo punto di partenza è una definizione operativa dell'etica come somma di valori e analisi realistica della situazione: senza quest'ultima componente, avverte, si scade nell'utopismo.
Mancuso porta esempi storici e contemporanei — dalla Svezia, che dopo due secoli di neutralità ha scelto di riarmarsi e aderire alla NATO, alla Svizzera che scoraggiò l'invasione nazista proprio grazie alla propria capacità difensiva diffusa — per sostenere che il disarmo unilaterale espone gli Stati al rischio di essere sopraffatti. Richiama inoltre la dottrina sociale della Chiesa (in particolare il Compendio, n. 500, e il Catechismo), secondo cui uno Stato aggredito ha non solo il diritto ma il dovere di organizzare la propria difesa, anche con la forza delle armi.
Nel suo secondo intervento, Mancuso propone una tripartizione delle posizioni storiche sul rapporto guerra-pace:
la guerra come condizione permanente (Machiavelli, Hobbes, e in generale i realisti più cinici);
il disarmo assoluto, che rifiuta ogni uso delle armi come scelta di coscienza personale (don Milani, Capitini, Gino Strada);
la difesa armata come dovere dello Stato, in attesa di un cammino graduale verso la pace (Agostino, Tommaso d'Aquino, Kant, Bobbio).
Mancuso si colloca nella terza via, ritenendo che la seconda posizione — quella del disarmo — resti valida come scelta individuale ma non sia trasferibile allo Stato senza cadere in quello che, riprendendo Aristotele, definisce un errore di categoria: confondere un dovere di coscienza con una responsabilità politica.
La quarta via: la nonviolenza come prassi collettiva organizzata
A questa impostazione risponde una tradizione che contesta non tanto la legittimità della difesa, quanto la mappa stessa tracciata da Mancuso. L'argomento centrale è che lo schema a tre vie lascia fuori un territorio intero: quello della nonviolenza intesa non come virtù privata, ma come metodo politico organizzato, capace di rispondere collettivamente alla domanda "come si difende un popolo aggredito?".
Gli esempi citati sono emblematici. Il satyagraha di Gandhi non fu una predicazione rivolta alle singole coscienze, ma una strategia di massa, disciplinata e pianificata, che riuscì a logorare un impero. Danilo Dolci, in Sicilia, non si limitò a rifiutare la violenza: costruì scioperi alla rovescia, digiuni pubblici e pressione sociale organizzata contro mafia e inerzia dello Stato. Tonino Bello tradusse il "disarmo del cuore" in marce e presenza fisica organizzata nei territori di guerra. Anche Tolstoj, il cui pensiero è più vicino al rifiuto individuale, influenzò storicamente Gandhi proprio nella direzione di un metodo collettivo.
La conclusione di questa "quarta via" non è un rifiuto della domanda posta da Mancuso, ma un ampliamento del campo di risposte possibili: esiste una tradizione di studio e pratica — la difesa popolare nonviolenta, la resistenza civile organizzata — che merita di essere collocata accanto, e non necessariamente contro, alla difesa armata, e valutata con lo stesso rigore realistico richiesto per le armi.
Ciò che emerge da questo scambio non è una sintesi facile, ma una mappa più ricca delle opzioni disponibili quando si parla di pace: la responsabilità del disarmo evocata dal Papa, il realismo della difesa armata difeso da Mancuso, e la possibilità — spesso sottovalutata — di una nonviolenza organizzata come terza via pratica, non solo etica. Un confronto che vale la pena continuare a seguire, perché tocca nel vivo la domanda più urgente del nostro tempo: come costruire sicurezza senza rinunciare alla giustizia, e giustizia senza rinunciare alla sicurezza.