giovedì 21 maggio 2026

Dalle rose alle rosette di Santa Rita

Il 22 maggio, giorno dedicato a Santa Rita da Cascia, in molte case e comunità italiane si rinnova una tradizione semplice e profondamente simbolica: quella delle rosette, il pane benedetto della santa delle cause impossibili.

Non è solo un alimento, ma un gesto carico di significato. Le rosette – piccoli pani spesso modellati a forma di rosa o decorati con tagli che ricordano i petali – vengono preparate, portate in chiesa per la benedizione e poi condivise in famiglia. In questo rito si intrecciano fede, memoria contadina e quotidianità, trasformando il pane in un segno concreto di speranza.

Il simbolo della rosa
Per comprendere questa tradizione bisogna partire da uno degli episodi più celebri della vita di Santa Rita. Secondo il racconto agiografico, durante l’inverno del 1457, ormai malata nel monastero di Cascia, la santa chiese a una parente di raccogliere una rosa e due fichi dalla sua casa natale.

Era gennaio, la terra era coperta di neve. Eppure, nel giardino spoglio, la donna trovò davvero una rosa fiorita e due fichi maturi. Da allora, la rosa è diventata il simbolo di Santa Rita: segno di una speranza che resiste anche quando tutto sembra perduto.

Le rosette richiamano proprio questo fiore. Nella loro forma si legge un messaggio: anche nelle situazioni più difficili può nascere qualcosa di inaspettato.

Pane benedetto e solidarietà
Il legame tra Santa Rita e il pane affonda invece nelle tradizioni conventuali e popolari. Nei giorni della festa si preparavano piccoli pani da benedire e distribuire ai fedeli, soprattutto ai più poveri e ai pellegrini.

Il pane, alimento essenziale per secoli, diventa così simbolo di condivisione e protezione. In alcune zone d’Italia si conserva ancora l’usanza di tenere un pezzo di pane benedetto in casa, nella dispensa o accanto alle sementi, come augurio di abbondanza.

Un esempio concreto: in molte parrocchie del Centro Italia, dopo la messa del 22 maggio, le famiglie ricevono le rosette e le dividono a tavola, spesso accompagnandole con olio e vino, in un gesto che unisce sacro e quotidiano.

Una tradizione che cambia
Non esiste una ricetta unica per le rosette di Santa Rita. A seconda delle regioni possono essere:
- pani all’olio semplici,
- panini al latte leggermente dolci,
- oppure rosette simili a quelle “soffiate” del Centro Italia, croccanti fuori e vuote all’interno.

Ciò che conta non è tanto la forma o l’impasto, quanto il significato: il pane come dono, come cura, come legame tra le persone.

Santa Rita, tra storia e devozione
Rita nacque nel 1381 a Roccaporena, in Umbria. La sua vita fu segnata da prove difficili: un matrimonio complicato, la morte violenta del marito e la perdita dei figli. Solo in seguito riuscì a entrare nel monastero agostiniano di Cascia, dove visse fino alla morte.

Per questo è invocata come santa delle cause impossibili: una figura che, nella devozione popolare, accompagna chi attraversa momenti di dolore, conflitto o smarrimento.

Ancora oggi, migliaia di persone si rivolgono a lei con preghiere e lettere, affidandole situazioni che sembrano senza soluzione.

Un gesto che attraversa il tempo
Preparare, benedire e condividere il pane è un gesto antico, fatto di attesa e cura. Impastare richiede pazienza; la lievitazione insegna il tempo; la condivisione crea comunità.

Le rosette di Santa Rita racchiudono tutto questo: la fatica della terra, la forza della fede e il desiderio umano di sperare anche quando sembra impossibile.

martedì 19 maggio 2026

"Tutto chiuso”: il XXII Rapporto di Antigone e la realtà delle carceri italiane

Il titolo scelto dall’associazione Antigone per il suo XXII Rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia è già di per sé un messaggio forte: *“Tutto chiuso”*. Non si tratta solo di una constatazione materiale – porte, celle, spazi limitati – ma di una fotografia simbolica di un sistema penitenziario che fatica ad aprirsi al cambiamento, ai diritti e alla funzione rieducativa prevista dalla Costituzione.

Ogni anno Antigone, una delle principali associazioni italiane impegnate nella tutela dei diritti delle persone detenute, monitora lo stato delle carceri italiane attraverso visite dirette, raccolta dati e analisi qualitative. Il rapporto 2026 conferma criticità ormai strutturali, ma anche nuove tendenze che meritano attenzione.

Sovraffollamento e spazi insufficienti
Uno dei problemi centrali resta il sovraffollamento. Le carceri italiane continuano a ospitare un numero di detenuti superiore alla capienza regolamentare. Questo significa celle condivise oltre il limite, spazi comuni ridotti e difficoltà nell’accesso ai servizi essenziali.

La mancanza di spazio non è solo una questione logistica: incide profondamente sulla qualità della vita quotidiana e sulla dignità delle persone detenute. Vivere in ambienti sovraffollati aumenta tensioni, conflitti e disagio psicologico.

La chiusura delle opportunità
Il rapporto sottolinea come il sistema penitenziario sia spesso “chiuso” anche sul piano delle opportunità. Attività lavorative, formative e culturali – fondamentali per il reinserimento sociale – restano limitate e non accessibili a tutti.

In molte strutture, le ore trascorse fuori dalla cella sono ancora troppo poche. Questo contrasta con il principio costituzionale secondo cui la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Senza attività significative, il carcere rischia di diventare un luogo di mera custodia, piuttosto che di crescita e cambiamento.

Salute mentale e fragilità
Un altro aspetto centrale riguarda la salute mentale. Il rapporto evidenzia un aumento delle situazioni di disagio psicologico tra i detenuti, spesso aggravato dalla carenza di personale specializzato e di percorsi di supporto adeguati.

I casi di autolesionismo e suicidio restano un indicatore drammatico di queste criticità. Il carcere, per molte persone fragili, diventa un luogo in cui le difficoltà si amplificano anziché trovare risposta.

Il nodo del personale e delle risorse
Le difficoltà non riguardano solo i detenuti. Anche il personale penitenziario opera spesso in condizioni complesse, con carichi di lavoro elevati e risorse limitate. Questo incide sulla qualità complessiva del sistema e sulla possibilità di costruire relazioni positive all’interno degli istituti.

Una questione di diritti e di società
Il rapporto di Antigone invita a considerare il carcere non come una realtà separata, ma come uno specchio della società. Le condizioni di detenzione riguardano tutti, perché parlano di diritti fondamentali, di legalità e di giustizia.

Investire in un sistema penitenziario più umano ed efficace significa ridurre la recidiva, migliorare la sicurezza e rispettare i principi costituzionali. Al contrario, un sistema “chiuso” rischia di produrre esclusione e marginalità.

Aprire le porte: una sfida necessaria
“Tutto chiuso” è quindi anche una provocazione: quanto siamo disposti, come società, ad aprire le porte del carcere a un’idea diversa di giustizia?

Le proposte non mancano: riduzione del sovraffollamento, maggiore ricorso alle misure alternative alla detenzione, potenziamento delle attività educative e lavorative, attenzione alla salute mentale. Si tratta di scelte politiche e culturali, prima ancora che tecniche.

Il XXII Rapporto di Antigone non offre solo dati, ma solleva una domanda fondamentale: che senso ha il carcere oggi? E soprattutto, quale ruolo vogliamo che abbia in una società democratica?

mercoledì 13 maggio 2026

Una voce dal Mozambico

Il Mozambico vive una spirale di crisi che intreccia guerra, fame e urgenza climatica: ciò che appare come emergenza intermittente agli occhi dell’opinione pubblica è in realtà una caduta progressiva che dura da anni, come racconta il missionario don Silvano Dal Dosso. 
Don Silvano Dal Dosso, missionario fidei donum della diocesi di Verona che vive nella diocesi di Gurúè ai piedi del Monte Namuli, descrive il Mozambico come “una crisi senza fine” dovuta all’intreccio fra conflitto armato, carestia e cambiamenti climatici.

Il nord del Paese, in particolare la provincia di Cabo Delgado, è teatro di un conflitto tra gruppi jihadisti e forze governative iniziato nel 2017: la violenza ha provocato centinaia di migliaia di vittime e sfollati, mentre ricchezze naturali (gas, rubini, minerali) attirano interessi economici che complicano la situazione.
Don Dal Dosso sottolinea che lo Stato è percepito come quasi assente nelle aree più colpite, e che la repressione militare da sola non basta; servono investimenti nello sviluppo umano (scuola, lavoro, opportunità per i giovani) per ridurre il reclutamento nei gruppi armati. 

La crisi alimentare è grave: l’UNICEF lancia l’allarme per centinaia di migliaia di persone a rischio, con 100.000 bambini in pericolo per la malnutrizione, mentre l’aumento dei prezzi del carburante e altri shock esterni bloccano l’economia locale.

Il cambiamento climatico aggrava ulteriormente tutto: in un Paese che vive soprattutto di agricoltura di sussistenza, variazioni meteorologiche e cicloni distruggono raccolti, causano carestie, epidemie (come colera) e migrazioni forzate; i fondi internazionali raramente arrivano efficacemente nei territori. 
Il rischio è che si ripetano sommosse popolari simili alla “rivolta del pane” del 2010 a Maputo; le soluzioni richiederanno decenni di interventi strutturali, non misure temporanee. 

Quando c’è una crisi globale – come il rialzo dei prezzi del carburante per la guerra Usa- Israele-Iran -, se in Occidente si riesce a fare fronte alle difficoltà, in Africa tutto è insormontabile.


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lunedì 11 maggio 2026

Il Vaticano alla Biennale: un’esperienza di ascolto

Il Padiglione della Santa Sede alla Biennale di Venezia non è una semplice esposizione da vedere, ma un’esperienza da attraversare con il corpo e con l’udito. Ambientato nel Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi, uno spazio monastico nascosto e sorprendentemente quieto a due passi dalla stazione di Santa Lucia, il padiglione trasforma il rumore della città in un invito al silenzio, all’attenzione e alla contemplazione.

L’idea di partenza è potente: in un luogo già carico di spiritualità, l’arte sonora diventa una forma di ascolto profondo. Non si entra per osservare un’opera distaccata, ma per camminare dentro una composizione diffusa, fatta di voci, droni, cori, strumenti, parole recitate e suoni naturali che si intrecciano con l’ambiente. Il risultato è un padiglione che non si limita a essere “bello”, ma che chiede di rallentare e di lasciarsi coinvolgere.

La soundwalk come forma d’arte
Il cuore del progetto è la soundwalk ideata da Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers con il supporto di Soundwalk Collective. Il visitatore riceve delle cuffie e percorre il giardino seguendo una traccia sonora che cambia in relazione ai punti dello spazio. Non si tratta quindi di una semplice playlist, ma di un’opera site-specific in cui il luogo stesso diventa parte della composizione.

Questa scelta rende il padiglione particolarmente efficace, perché mette in relazione due dimensioni spesso separate: la percezione estetica e l’esperienza fisica. Il suono non resta astratto, ma si lega al vento, agli uccelli, al passaggio dei treni, al fruscio delle piante. È proprio questa compresenza tra suono artificiale e suono naturale a dare al progetto la sua forza maggiore.

Un coro di artisti
A rendere il padiglione ancora più interessante è la presenza di 21 artisti, provenienti da mondi diversi ma chiamati a dialogare dentro un unico paesaggio sonoro. Ci sono figure fondamentali della musica sperimentale come Terry Riley, Brian Eno, Laraaji, Suzanne Ciani e Meredith Monk, ma anche nomi legati a un immaginario più pop e contemporaneo, come Patti Smith, Fka Twigs, Jim Jarmusch, Devonté Hynes e Caterina Barbieri.

Il punto non è l’elenco dei nomi, ma il modo in cui queste voci convivono senza annullarsi. Ogni contributo occupa una porzione del percorso, entra in relazione con gli altri e con il giardino stesso. Ne nasce una polifonia che non punta allo spettacolo, ma alla risonanza interiore.

Il senso del luogo
Il Giardino Mistico è decisivo per capire il padiglione. Senza quello spazio, il progetto perderebbe gran parte del suo significato. Il giardino non è uno sfondo neutro, ma un ambiente vivo, con piante medicinali, vigneti, fiori, alberi e una cappella finale che chiude il percorso con un’intensità quasi meditativa.

L’uso delle cuffie non crea isolamento, ma una soglia: mentre si ascolta la composizione, il mondo esterno continua a farsi sentire. Gabbiani, campane, treni e voci entrano nella percezione e la allargano. Così il padiglione diventa un’esperienza di confine, dove dentro e fuori, arte e vita, sacro e naturale si contaminano continuamente.

Un’arte della cura
Il riferimento a Ildegarda di Bingen non è ornamentale, ma strutturale. La soundwalk si presenta come un invito alla cura, all’interiorità e alla possibilità che l’arte partecipi a una forma di guarigione. In questo senso il padiglione non propone un messaggio astratto, ma una pratica: fermarsi, camminare, ascoltare, riconoscere i legami tra corpo, spazio e suono.

domenica 10 maggio 2026

«Noi non vogliamo più uccidere». La coscienza dei soldati

Mike, un soldato statunitense è arrivato a rifiutare l’idea stessa di uccidere, trasformando un conflitto interiore in una presa di posizione politica e morale. Il suo caso si inserisce in un fenomeno più ampio: in diversi eserciti, sempre più soldati stanno mettendo in discussione il dovere di obbedire quando l’ordine militare entra in contrasto con la coscienza individuale.

L’obiezione di coscienza nei soldati russi, americani, israeliani e ucraini non è identica, ma nasce da una stessa frattura: la distanza tra disciplina militare e responsabilità morale personale. In Russia, dopo l’invasione dell’Ucraina, migliaia di giovani hanno cercato di evitare la leva o hanno rifiutato di combattere; in Ucraina, invece, la guerra ha reso l’obiezione molto più difficile da esercitare, perché lo Stato tende a considerarla incompatibile con la mobilitazione in tempo di invasione. In Israele, i refusenik e le reti come Mesarvot hanno reso visibile il rifiuto di servire in un esercito coinvolto in occupazione, guerra e repressione, pagando spesso con il carcere militare.

Negli Stati Uniti, il tema riemerge quando alcuni militari chiedono lo status di conscientious objector, soprattutto in risposta a guerre percepite come ingiuste o moralmente insostenibili. Il caso di Mike mostra che, anche in un esercito professionale, la guerra non annulla del tutto il giudizio etico del singolo: anzi, proprio quando il conflitto si intensifica, la coscienza può diventare un fattore di crisi interna.

Una tensione comune
Questi casi mostrano che l’obiezione di coscienza non è solo un gesto personale, ma un atto che mette in discussione la legittimità stessa della guerra. Ogni soldato che rifiuta di sparare rompe l’idea che l’obbedienza debba prevalere automaticamente sulla coscienza, e ricorda che l’esercito non è un blocco monolitico, ma un corpo attraversato da dubbi, paure e dissenso. In questo senso, l’obiezione di coscienza non elimina la guerra da sola, ma può incrinare la sua macchina simbolica e materiale.

Può cambiare le guerre?
Da sola, l’obiezione di coscienza non ferma un conflitto, ma può influenzarlo in tre modi. 
Primo, riduce la disponibilità di uomini e donne pronti a combattere, soprattutto quando il dissenso si diffonde in modo visibile e contagioso. 
Secondo, indebolisce la narrazione ufficiale che presenta la guerra come inevitabile e moralmente pulita, perché rende pubblica la disobbedienza di chi non accetta di parteciparvi. 
Terzo, può alimentare pressioni politiche e sociali verso negoziati, tregue o cambi di strategia, soprattutto se il rifiuto cresce dentro eserciti già stressati da guerre lunghe o controverse.

In definitiva, la storia di Mike non riguarda solo un soldato americano, ma un problema universale: cosa succede quando chi porta un’arma decide che il prezzo morale dell’obbedienza è troppo alto. Nei conflitti attuali, l’obiezione di coscienza appare come un piccolo gesto individuale, ma anche come un segnale politico potente: la guerra non può conquistare mai del tutto la coscienza di chi la combatte.

venerdì 8 maggio 2026

Ondata di anti-cristianesimo?

 


 



Assistiamo impotenti ed attoniti ad una escalation di violenze gratuite e ingiustificabili contro la popolazione civile, giornalisti, medici, operatori umanitari, rappresentanti delle Nazioni Unite e, sempre più frequentemente, attacchi contro religiosi e simboli cristiani?

mercoledì 6 maggio 2026

Teatrocarcere Due palazzi - Da Babele alla Città Celeste

 

Origini del progetto

Dal 2005 è attivo, presso la Casa di Reclusione Due Palazzi di Padova, il progetto “Teatrocarcere Due Palazzi”, ideato e diretto artisticamente da Maria Cinzia Zanellato.

Il nucleo del progetto è il recupero della relazione come base per l'inclusione sociale: relazione tra persone detenute, relazione tra detenuti e società esterna e relazione mediata attraverso attività artistiche, culturali e di cittadinanza attiva.

Il teatro diventa così un luogo di incontro e trasformazione, dove la pratica teatrale offre un accesso concreto ai principi della giustizia riparativa, assunta come riferimento pedagogico e umano.

Nel 2026, in occasione del 40° anniversano della Legge Gozzini (1986), che ha introdotto il teatro-carcere come strumento riabilitativo, la Compagnia ha proposto uno spettacolo speciale: una produzione congiunta che vede insieme detenuti, studenti e studentesse volontarie del Gregorianum.
Lo spettacolo

Un percorso laico tra Bibbia, teatro e carcere Lo spettacolo si inserisce in un cammino laico di riflessione che intreccia il testo biblico, la pratica teatrale e l’espenenza detentiva.

Attraverso il teatro, la Parola biblica entra nel carcere non in forma dottrinale, ma come materia culturale e simbolica condivisa, capace di parlare a tutti.

Una sintesi del valore del progetto "Da Babele alla Città Celeste" rappresenta:
- un ponte tra mondi spesso lontani (carcere, università, territorio),
- un laboratorio di educazione civile e giustizia riparativa,
- un esempio concreto di come l’arte possa generare riconciliazione,
- uno spazio di umanizzazione delle relazioni,
- una pratica culturale che riporta al centro il valore della persona, al di là del reato e della condizione detentiva.

Domenica 7 Giugno ore 21:00
Teatro Pasubio di Schio
Ingresso libero