sabato 14 marzo 2026

L'assimilazione culturale per Legge in Cina

La nuova legge cinese sulla “Promozione dell’unità e del progresso etnico” istituzionalizza la linea dell’assimilazione forzata, rafforzando gli strumenti per uniformare lingue, culture e religioni delle minoranze al modello han e al progetto politico del PCC. 

Cosa prevede la nuova legge
La legge è stata approvata il 12 marzo 2026 dall’Assemblea nazionale del popolo con 2.756 voti favorevoli, 3 contrari e 3 astensioni, e entrerà in vigore il 1° luglio 2026. Ufficialmente mira a “promuovere l’unità etnica”, a rafforzare “la coesione della nazione cinese” e a garantire “prosperità comune” dei 56 gruppi etnici riconosciuti. 

Punti chiave che emergono dalle fonti ufficiali e dalle analisi:
- Centralità dell’identità nazionale: l’obiettivo è “forgiare un forte senso di comunità della nazione cinese”, con il PCC riconosciuto esplicitamente come guida di questo processo. 
- Priorità al mandarino e all’integrazione: la legge valorizza l’uso del mandarino e l’integrazione dei gruppi etnici in un unico spazio politico‑culturale, riducendo gli spazi per lingue e culture minoritarie autonome. 
- Cornice legale per politiche già in corso: codifica pratiche già sperimentate in Xinjiang, Tibet e in altre regioni (assimilazione culturale, spostamenti di popolazione, riforma dei curricula scolastici, controllo religioso) offrendo una legittimazione giuridica centrale. 

Sotto il linguaggio della “unità” e della “modernizzazione entro il 2035”, la legge consolida un modello di Stato‑nazione monoculturale, in cui la differenza è tollerata solo se non mette in discussione il racconto unitario voluto dal partito. 

Impatto su minoranze etniche, linguistiche, religiose
Dal punto di vista delle minoranze, la legge accentua tre direzioni: assimilazione, omologazione linguistica, controllo religioso. 
- Minoranze etniche: si passa da un modello, almeno teorico, di “autonomia regionale etnica” a un modello in cui le identità specifiche devono fondersi in una “comunità nazionale unificata”, con minor spazio per strutture autonome uigure, tibetane, mongole interne, ecc.
- Lingue e culture: la priorità al mandarino nella scuola e negli spazi pubblici indebolisce lingua tibetana, uigura e altre, riducendo l’uso pubblico delle lingue minoritarie a folklore o ambiti strettamente controllati.
- Religione: la legge si intreccia con il processo di “sinizzazione” delle religioni, cioè l’obbligo per tutte le comunità religiose di conformarsi all’ideologia del PCC e alla narrativa nazionale, riducendo l’autonomia dottrinale e organizzativa delle fedi.

Il lessico dei “diritti” e della “prosperità comune” convive con una pratica che restringe gli spazi di autodeterminazione collettiva: il pluralismo è ammesso solo se non entra in collisione con il paradigma nazionale unico. 

La situazione degli Uiguri
Gli uiguri, popolazione turcofona e in maggioranza musulmana della regione dello Xinjiang, sono da anni al centro di una campagna di controllo capillare che molti osservatori definiscono come una forma di genocidio culturale. 

Elementi principali:
- Sorveglianza totale: Xinjiang è una delle regioni più sorvegliate al mondo, con raccolta sistematica di dati biometrici, riconoscimento facciale, checkpoint e “stazioni di polizia della comodità”  (in inglese Convenience Police Stations, in cinese biànmín jǐngwù zhàn) che monitorano movimenti, contatti, pratiche religiose. 
- Campi di rieducazione e detenzioni: dal 2017 tra 800.000 e 2 milioni di uiguri sono passati per campi di detenzione dove subiscono indottrinamento politico, abusi e pressioni per abbandonare l’Islam e la lingua uigura; molte strutture sono state parzialmente chiuse o riconvertite, ma centinaia di migliaia di persone restano in carcere o in lavori forzati. 
- Assimilazione culturale e lavoro forzato: demolizione e chiusura di moschee, restrizioni severe su pratiche religiose, trasferimenti di popolazione e inserimento degli uiguri in programmi di lavoro forzato in fabbriche e campi, spesso collegati a filiere globali (come nel settore del cotone).

La nuova legge, pur non citando apertamente Xinjiang, fornisce una copertura politica e giuridica a questo tipo di politiche, presentandole come misure legittime per “promuovere l’unità e il progresso” e per “prevenire conflitti etnici” e “separatismi”.

La situazione in Tibet
Il Tibet è un altro laboratorio storico delle politiche di integrazione e controllo del PCC. 

Alcuni aspetti chiave:
- Demografia e migrazioni: negli ultimi decenni sono stati favoriti insediamenti di popolazione han, cambiando gradualmente l’equilibrio demografico e rendendo i tibetani più dipendenti dall’amministrazione centrale per lavoro e servizi. 
- Lingua e istruzione: la scuola privilegia il mandarino come lingua veicolare; il tibetano viene relegato a disciplina secondaria, riducendo la trasmissione intergenerazionale della lingua, soprattutto nelle aree urbane.
- Controllo del buddhismo tibetano: le autorità statali intervengono nella gestione dei monasteri, selezionano i quadri religiosi considerati affidabili e rifiutano il riconoscimento di figure come il Dalai Lama o i tulku individuati senza approvazione governativa.

Con la nuova legge, questo modello viene elevato a riferimento nazionale: il Tibet diventa un precedente che mostra fino a che punto lo Stato è disposto ad arrivare per uniformare identità locali al racconto di una “grande nazione cinese unita”.

Il controllo sulle religioni
Il controllo sulle religioni in Cina passa da una miscela di registrazione obbligatoria, gestione tramite organismi patriottici controllati dal partito e “sinizzazione” dottrinale, che la nuova legge rafforza sul piano ideologico. 

- Nomina statale dei leader religiosi: per cattolici, protestanti, buddisti, taoisti e musulmani esistono organismi “patriottici” che interfacciano Stato e comunità e che, di fatto, condizionano o determinano la nomina di vescovi, pastori, monaci e imam; nel caso cattolico, anche dopo l’accordo segreto con il Vaticano del 2018, il governo ha comunque nominato unilateralmente vescovi allineati al PCC e perseguitato il clero “sotterraneo”
- Controllo dei luoghi di culto e degli accessi: le comunità devono registrarsi, le chiese e moschee autorizzate sono dotate di telecamere, è possibile la registrazione dei fedeli che partecipano alle celebrazioni, e l’accesso dei minori è spesso limitato o vietato
- Interferenza sui testi sacri e liturgici: il processo di sinizzazione prevede la revisione di Bibbia, Corano e testi buddisti in modo che riflettano “valori socialisti fondamentali” e che non contraddicano l’autorità del partito; questo include modifiche a traduzioni, liturgie e catechesi.

La religione è ammessa solo se funzionale alla costruzione di una identità nazionale armonizzata e le figure guida sono legittimate non solo dalla tradizione religiosa, ma dal riconoscimento dello Stato, che può rimuoverle o perseguitarle se considerate “non affidabili”.

martedì 10 marzo 2026

Martire in Terra Santa

«In mezzo ai bombardamenti con ogni sorta di armi, le armi in nostro possesso rimangono la fede, il desiderio di pace e la speranza nella risurrezione dopo l’attuale passione». Padre Pierre Al-Rahi, parroco di san Giorgio a Qlayaa, nel Sud del Libano.

Il parroco di Qlayaa è stato ucciso da un bombardamento israeliano che ha colpito la sua zona, nel sud. Era impegnato a soccorrere un fedele ferito dopo un primo attacco. Leone XIV: cessi al più presto ogni ostilità.

Un venerdì di preghiera per la pace

La Giornata di preghiera e digiuno del 13 marzo è un segno forte con cui la Chiesa italiana chiede ai fedeli di “fermarsi” il venerdì per invocare la pace, in particolare in Medio Oriente, ma anche in tutte le terre ferite dalla guerra.[1][2] Questo post può aiutare i lettori a cogliere il senso spirituale di questa proposta e ad inserirsi in un più ampio movimento di preghiera per la pace che attraversa l’Italia e l’Europa.

1. Un venerdì per la pace
Venerdì 13 marzo la Conferenza Episcopale Italiana propone una Giornata di **preghiera** e digiuno per implorare il dono della pace in Medio Oriente e in tutte le aree del mondo devastate dalla violenza. I vescovi italiani raccolgono così l’appello del Papa, che chiede di “fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile”, ricordando il rischio di una guerra dalle conseguenze incalcolabili.

Questa giornata non è un gesto isolato ma un invito alle comunità cristiane a vivere con maggiore intensità il venerdì, giorno che richiama la Passione del Signore, unendosi spiritualmente alle vittime dei conflitti. Molte diocesi propongono rosari, adorazioni eucaristiche, Via Crucis e Messe con intenzioni specifiche per la pace, perché la supplica non resti teorica ma si incarni in momenti concreti di preghiera comunitaria.

2. Perché pregare (proprio) il venerdì
Il venerdì, memoria della croce, è da sempre un giorno privilegiato per l’intercessione: lì dove l’umanità sperimenta il buio, il cristiano ricorda che l’amore di Cristo entra nel male per trasformarlo dall’interno. Pregare il venerdì per la pace significa guardare alle croci di oggi – profughi, feriti, famiglie spezzate dalle bombe – e deporle ai piedi della Croce di Gesù perché diventino seme di riconciliazione.

Il digiuno, unito alla preghiera, è un linguaggio silenzioso ma eloquente: rinunciare a qualcosa per condividere, anche simbolicamente, la sofferenza di chi non ha il necessario e per aprire il cuore alla solidarietà concreta. In questo modo, la Giornata del 13 marzo educa a una pace che non è solo assenza di guerra, ma stile di vita fatto di sobrietà, ascolto e responsabilità verso i più fragili.

3. Come vivere la Giornata del 13 marzo
Ogni comunità è invitata a trovare forme semplici ma intense di partecipazione: una Messa con intenzione per la pace, un’ora di adorazione, un rosario meditato, una Via Crucis che porti nella preghiera i volti e le storie di chi soffre. Diverse diocesi propongono, ad esempio, la recita del rosario “con tutti i misteri” per invocare il dono della pace e scongiurare il flagello della guerra, oppure momenti di preghiera serale aperti a tutta la città.

Il digiuno può essere vissuto secondo le possibilità di ciascuno: riducendo i pasti, rinunciando a qualcosa di superfluo, destinando un’offerta a chi è colpito dal conflitto. L’Ufficio Liturgico nazionale ha predisposto sussidi per la Messa, per la Via Crucis e per accompagnare il digiuno, con una particolare attenzione ai profughi, ai feriti e alle famiglie in lutto.

4. Le altre iniziative
La Giornata del 13 marzo si inserisce in una trama più ampia di iniziative di preghiera per la pace promosse dalla Chiesa in Italia e in Europa. Il 4 marzo, ad esempio, le Chiese del continente hanno partecipato a una “catena eucaristica” di adorazione per invocare una pace “disarmata e disarmante” in Ucraina, in Terra Santa e nel mondo.

In molte diocesi italiane la Giornata del 13 marzo si collega inoltre all’iniziativa quaresimale “24 ore per il Signore”, un tempo prolungato di preghiera e riconciliazione che quest’anno ha come filo conduttore le parole “Sono venuto per salvare il mondo”. In questo modo la supplica per la pace si intreccia con la conversione personale, perché senza cuori riconciliati non è possibile costruire una società veramente pacifica.

5. Un invito personale e comunitario
Di fronte all’escalation di violenza in Medio Oriente e ai tanti conflitti dimenticati, la tentazione è sentirsi impotenti; la preghiera ci ricorda che nessun gesto di intercessione è inutile davanti a Dio. Partecipare alla Giornata di preghiera e digiuno del 13 marzo significa mettersi, umilmente, dalla parte delle vittime, chiedendo al “Re della pace” di salvare l’umanità dagli orrori della guerra.[

Questo venerdì può diventare per ogni parrocchia e gruppo un’occasione per riscoprire la forza mite del Vangelo: una candela accesa in chiesa, un momento di silenzio condiviso, una preghiera in famiglia o con i ragazzi sono piccoli segni che tessono la pace. Così, mentre il mondo parla il linguaggio delle armi, la Chiesa continua ad alzare le mani verso il cielo, certa che la storia è nelle mani di Dio e che la pace, pur fragile, è sempre possibile.

lunedì 9 marzo 2026

Lettera ai mercanti della morte

Don Mimmo Battaglia scrive ai responsabili della nuova spirale di violenza che avvolge l'umanità

“Ai mercanti della morte,
a voi che fate affari con il sangue degli uomini,
a voi che contate i profitti mentre le madri contano i figli,
a voi che chiamate “strategia” ciò che il Vangelo chiama scandalo,
rivolgo parole che non nascono dalla diplomazia, ma dalla ferita.

Vi scrivo da questa terra che trema.
Trema sotto i passi dei poveri,
sotto il pianto dei bambini,
sotto il silenzio degli innocenti,
sotto il rumore feroce delle armi che avete costruito, venduto, benedetto dal vostro cinismo.
Vi scrivo mentre il mondo sembra aver imparato di nuovo il linguaggio di Caino.
Quel linguaggio antico e terribile che domanda:
“Sono forse io il custode di mio fratello?”
E invece sì, lo siamo.
Lo siamo tutti.
E voi, più di altri, perché avete scelto non soltanto di voltare lo sguardo, ma di trarre guadagno dalla
ferita del fratello.

Ci sono notti, in questo tempo, in cui l’umanità sembra smarrirsi.
Notti lunghe, dove il cielo non consola e la terra restituisce soltanto macerie.
Eppure proprio lì, nel cuore della notte, il Vangelo continua a ostinarsi.
Continua a dire che nessun uomo è nato per essere bersaglio.
Che nessun bambino ha il destino della polvere.
Che nessuna madre deve imparare a riconoscere il figlio da un brandello di stoffa.
Che la pace non è una debolezza da deridere, ma la forma più alta della forza.
Voi fate il contrario del pane.
Il pane si spezza per sfamare.
Le armi spezzano i corpi per affamare il futuro.
Il pane mette gli uomini a tavola.
Le armi scavano fosse, svuotano case, allungano tavole senza commensali.
Il pane ha il profumo delle mani.
Le armi hanno l’odore freddo dei bilanci.
E ditemi: come fate?
Come riuscite a dormire sapendo che dietro ogni contratto c’è una carne aperta?
Che dietro ogni firma c’è una scuola svuotata, un ospedale abbattuto, un volto cancellato?
Come fate a chiamare “mercato” ciò che, davanti a Dio, ha il nome più semplice e più terribile:
peccato?

Non vi parlo da giudice.
Non ho tribunali da aprire.
Vi parlo da uomo e da pastore.
Da credente ferito dalla ferocia dei tempi.
Da vescovo che sente nelle viscere il grido di Cristo ancora crocifisso nei popoli umiliati, nelle città
devastate, nei corpi senza nome che il mare restituisce e la guerra nasconde.
Perché il Crocifisso oggi ha le mani dei civili sepolti sotto le bombe.
Ha gli occhi sbarrati dei bambini che non sanno dare un nome all’orrore.
Ha il volto delle donne che stringono fotografie invece di abbracciare figli.
Ha la sete dei profughi, la paura dei vecchi, il tremore di chi non ha più una casa e nemmeno una
lingua per raccontare il dolore.

E voi, mercanti della morte, continuate a passare sotto quella croce come passarono un giorno i
soldati, spartendovi le vesti del condannato.
Solo che oggi non tirate a sorte una tunica:
tirate a sorte interi popoli.
Scommettete sulle frontiere, sui rancori, sulle escalation, sugli equilibri armati.
E intanto chiamate pace la paura, chiamate ordine il dominio, chiamate sicurezza la minaccia
permanente.
Ma non c’è sicurezza dove si semina morte.
Non c’è futuro dove si educano i giovani al sospetto.
Non c’è giustizia se la ricchezza di pochi si fonda sul lutto di molti.
E non ci sarà pace finché la guerra resterà un investimento accettabile.

Il Vangelo, invece, non tratta.
Il Vangelo non benedice le industrie della distruzione.
Il Vangelo non si abitua ai morti.
Il Vangelo non sopporta che il dolore diventi statistica e che i massacri si consumino dentro il
commento stanco di un notiziario.
Il Vangelo mette un bambino al centro.
Sempre.
E quando un bambino è al centro, tutte le vostre ragioni crollano.
Crollano le dottrine militari, le alleanze opportunistiche, le giustificazioni geopolitiche, i linguaggi
tecnici con cui nascondete la vergogna.
Perché davanti a un bambino ucciso non esiste più destra o sinistra, oriente o occidente, amico o
nemico:
esiste solo l’abisso.
Io vi chiedo, allora, non solo di fermarvi.
Vi chiedo di convertirvi.
Sì, convertirvi.
Parola antica, parola scandalosa, parola necessaria.
Convertirsi significa smettere di pensare che tutto abbia un prezzo.
Significa riconoscere che la vita umana è sacra, o non sarà più umana.
Significa uscire dalla logica del profitto per entrare in quella della custodia.
Significa avere il coraggio, finalmente, di perdere denaro per salvare uomini.

Abbiate un sussulto.
Uno solo, ma vero.
Lasciate che vi raggiunga il pianto che avete tenuto fuori dalle vostre stanze.
Lasciate entrare il nome dei morti nei vostri consigli di amministrazione.
Lasciate che una madre vi venga a disturbare i conti.
Lasciate che il Vangelo vi rovini la quiete.
Perché non c’è pace senza disarmo del cuore,
e non c’è disarmo del cuore finché la mano resta aggrappata al profitto.
La guerra non comincia quando cade la prima bomba.
Comincia molto prima:
quando il fratello diventa un ostacolo,
quando il povero diventa irrilevante,
quando la compassione viene giudicata ingenua,
quando l’economia smette di servire la vita e decide di usarla.
Eppure io non vi scrivo per consegnarvi alla disperazione.
Vi scrivo perché persino per voi esiste una strada.
Dio non smette di bussare nemmeno alle porte più blindate.
Anche per voi c’è una possibilità di riscatto.
Anche per voi c’è un Venerdì Santo che può aprirsi alla Pasqua.
Ma dovete scendere.
Scendere dai piedistalli del potere, dai linguaggi che assolvono, dalle stanze dove la morte viene
progettata senza odore e senza volto.

Dovete tornare uomini.
Prima che dirigenti, azionisti, strateghi, intermediari: uomini.
Uomini capaci di vergogna, e quindi di verità.
Io sogno il giorno in cui le vostre fabbriche cambieranno vocazione.
In cui il ferro non diventerà proiettile ma aratro,
in cui l’ingegno non servirà a perfezionare l’offesa ma a custodire la vita,
in cui i capitali saranno spesi per curare, istruire, ricostruire, accogliere.
Sogno il giorno in cui la parola “profitto” non farà più rima con “funerale”.
E so che qualcuno sorriderà, chiamando tutto questo ingenuità.
Ma l’unica vera ingenuità, oggi, è credere che la guerra salvi.
L’unica vera follia è pensare che si possa continuare a incendiare il mondo senza bruciare con esso.
L’unico realismo possibile, ormai, è la pace.
Per questo vi affido una domanda che non vi lascerà in pace, spero:
quanto sangue vi basta?
Quanto dolore deve ancora attraversare la storia perché comprendiate che state trafficando non con
merci, ma con figli, con madri, con volti, con carne amata da Dio?
Fermatevi.
Prima che sia troppo tardi per i popoli.
Prima che sia troppo tardi per voi.
Fermatevi, e ascoltate il Vangelo della pace, che non urla ma insiste, che non schiaccia ma converte,
che non umilia ma chiama per nome.
Ascoltate Cristo, disarmato e vero, che continua a dire:
“Beati gli operatori di pace.”

Non i calcolatori di guerra.
Non i garanti dell’equilibrio armato.
Non i venditori di paura.
Gli operatori di pace.
Il mondo ha bisogno di mani che rialzino, non di mani che armino.
Ha bisogno di coscienze sveglie, non di profitti ciechi.
Ha bisogno di profeti, non di mercanti.
E noi, Chiesa del Vangelo, non taceremo.
Non per ideologia, ma per fedeltà.
Non per ingenuità, ma per obbedienza a Cristo.
Non perché ignoriamo la complessità della storia, ma perché conosciamo il valore infinito di ogni
vita.
A voi, mercanti della morte, dico dunque l’ultima parola non come condanna, ma come supplica:
restituite il futuro.
Restituite il respiro.
Restituite i figli alle madri, i padri alle case, i sogni alla terra.
Restituitevi alla vostra umanità.
La pace vi giudicherà.
Ma, se lo vorrete, la pace potrà ancora salvarvi.
Con dolore, con speranza, con il Vangelo tra le mani.”

domenica 8 marzo 2026

Gesù e la samaritana: oltre i confini e i pregiudizi


Nella terza domenica di Quaresima, il Vangelo ci racconta un incontro sorprendente: Gesù, stanco del cammino, si ferma al pozzo di Sicar e parla con una donna samaritana. Sembrerà un semplice dialogo, ma in realtà è una rivoluzione silenziosa.  

Quel momento rompe più barriere di quante possiamo immaginare. Gesù dialoga con una donna — cosa già inusuale per la cultura del tempo — e per di più samaritana, cioè appartenente a un popolo disprezzato dai Giudei. In poche parole, Gesù supera limiti etnici, religiosi e di genere. Non guarda l’apparenza, ma la sete profonda che abita il cuore umano: quella sete di senso, di verità e di amore autentico che tutti, prima o poi, sentiamo.  

La samaritana non è una figura “perfetta”: la sua storia è segnata da relazioni fallite e da scelte discutibili. Eppure proprio lei diventa messaggera. Dopo aver incontrato Gesù, corre al villaggio e annuncia: “Ho incontrato un uomo che mi ha detto tutto ciò che ho fatto”. Diventa così la prima missionaria tra i Samaritani — una donna vulnerabile trasformata in testimone di speranza.  

Oggi, 8 marzo, questa pagina evangelica ci parla con forza nuova. Ci invita a riconoscere il valore e la voce delle donne, spesso messe ai margini ma capaci di portare luce e rinnovamento. E ci ricorda che ogni incontro autentico — quando ci si ascolta davvero, senza pregiudizi — può diventare sorgente d’acqua viva, quella che rinnova la vita e apre il futuro. 

Un 8 marzo per ogni donna

Ovunque le donne chiedono libertà e diritti, aumentano repressione, violenza, discriminazioni. 
Non è una serie di episodi isolati: è un modello di potere che si ripete, cambia volto a seconda del contesto, ma ha sempre lo stesso obiettivo, zittire chi rivendica autonomia e dignità. 
L’8 marzo, Giornata internazionale della donna, diventa allora non solo un appuntamento simbolico, ma un’occasione per guardare in faccia questo modello e scegliere da che parte stare.
Le pratiche autoritarie non sono un fenomeno lontano o astratto. Si nutrono del controllo sui corpi e sulle scelte delle donne, della paura e del silenzio. Dove l’autoritarismo avanza, i diritti umani si restringono e le disuguaglianze di genere si approfondiscono. 
Per contrastarlo serve l’esatto opposto: coraggio, solidarietà, azione collettiva.

Iran: il velo come campo di battaglia
In Iran, le proteste “Donna, Vita, Libertà” esplose nel 2022 hanno mostrato al mondo la forza di donne e ragazze che hanno scelto di sfidare l’obbligo del velo e, con esso, un intero sistema di controllo. La risposta delle autorità è stata durissima: arresti arbitrari, condanne, fustigazioni, fino alla minaccia della pena di morte. Ogni gesto di libertà – un velo tolto, una manifestazione, un post sui social – viene trattato come un atto sovversivo.
Eppure, proprio questa repressione dimostra quanto la resistenza delle donne sia percepita come una minaccia per l’ordine autoritario. Documentare le violazioni, dare voce a chi protesta, chiedere responsabilità per chi ordina e compie questi abusi è un modo concreto per non lasciare sole le donne iraniane. Significa riconoscere che la loro battaglia per scegliere come vestirsi, come vivere, come parlare, è anche la nostra.

Sudan: i corpi delle donne come fronte di guerra
In Sudan, un conflitto che dura da anni sta devastando la popolazione civile. Le donne e le ragazze pagano un prezzo altissimo: la violenza sessuale viene usata come arma di guerra per umiliare, terrorizzare, spezzare intere comunità. Lo stupro diventa un messaggio politico e militare, un modo per affermare potere, estorcere obbedienza, cancellare identità.
Raccogliere testimonianze, sostenere le attiviste locali, portare queste storie davanti alla comunità internazionale significa rompere il meccanismo dell’impunità. Vuol dire dire con chiarezza che il corpo delle donne non è un terreno di conquista né un danno collaterale, ma il luogo in cui si misura il grado di civiltà – o di barbarie – di un conflitto e di chi lo conduce.

Italia: il consenso che manca nelle leggi
Pensare che l’autoritarismo riguardi solo “altri Paesi” è un’illusione comoda. Anche in Italia esistono crepe profonde nella tutela dei diritti delle donne. Un esempio emblematico è la definizione di violenza sessuale: ancora oggi manca un chiaro riferimento al consenso espresso, libero e attivo. Non basta l’assenza di un “no”: serve la presenza di un “sì”.
La campagna “Il sesso senza sì è stupro” ricorda una verità semplice e rivoluzionaria: il corpo di una donna non è mai un diritto acquisito, ma un luogo di autodeterminazione. Chiedere una riforma della legge che metta al centro il consenso significa cambiare lo sguardo: dallo sminuire, dubitare, colpevolizzare le vittime, al riconoscere il loro diritto a definire i confini del proprio corpo e del proprio desiderio.

Un filo rosso: controllo, crudeltà, menzogna
Iran, Sudan, Italia sembrano mondi lontanissimi, eppure tra queste storie corre un filo rosso. In contesti diversi, con intensità diverse, ricompare sempre la stessa “architettura dell’autoritarismo”:
- il controllo al posto della libertà: sul modo di vestirsi, di protestare, di amare, di vivere la propria sessualità
- la crudeltà al posto della cura: la violenza come punizione, minaccia, strumento di potere
- la menzogna al posto della verità: la negazione delle violazioni, la colpevolizzazione delle vittime, il racconto distorto della realtà

È questa architettura che l’8 marzo siamo chiamati a riconoscere e a smontare, pezzo dopo pezzo. Non basta indignarsi una volta all’anno, né limitarsi ai gesti simbolici. Resistere, oggi, significa ascoltare le voci delle donne che pagano sulla propria pelle il prezzo dell’autoritarismo, amplificarle, sostenerle con azioni concrete: firmare appelli, fare pressione sulle istituzioni, educare al rispetto e al consenso nei nostri contesti quotidiani.

Scegliere da che parte stare
“Se non fai niente, stai già dalla parte del più forte”, si dice spesso. L’8 marzo ci invita proprio a questo esercizio scomodo: chiederci da che parte stiamo quando una donna viene arrestata perché si toglie il velo, quando una guerra trasforma i corpi femminili in campi di battaglia, quando una vittima di stupro deve ancora dimostrare di non aver “provocato”.
Scegliere di resistere, oggi, significa rifiutare il silenzio e l’indifferenza. Vuol dire unire le lotte, riconoscere che la libertà delle donne in Iran, in Sudan, in Italia e ovunque nel mondo non è una causa particolare, ma una questione di democrazia per tutti. L’8 marzo non è (solo) un giorno per regalare fiori, ma per fare una scelta di campo. Anche a chilometri di distanza, possiamo esserci. E possiamo decidere che il posto della libertà è accanto ai corpi, alle voci e alle vite delle donne che non smettono di reclamarla.

Da Amnesty International 

sabato 7 marzo 2026

L'eccezionalità nel quotidiano per Marco Gallo

Nel giorno in cui avrebbe compiuto 32 anni, il 7 marzo 2026, la Chiesa di Milano apre ufficialmente la fase diocesana del processo di beatificazione e canonizzazione del Servo di Dio Marco Gallo, un adolescente che ha vissuto la fede con passione dentro la normalità della vita di tutti i giorni. La sua storia parla in modo diretto alla generazione dei più giovani, mostrando che la santità non è evasione dal reale ma pienezza di vita.

Chi era Marco Gallo
Marco nasce a Chiavari nel 1994, cresce poi a Monza e frequenta il liceo Don Gnocchi di Carate Brianza  È un ragazzo vivace, esuberante, amante delle sfide, della moto e dello sport, inserito profondamente nella rete di amicizie della scuola e dell’oratorio. Il 5 novembre 2011, a soli 17 anni, muore in un incidente stradale mentre si sta recando a scuola in moto, lasciando sgomenta un’intera comunità che, però, fin da subito riconosce nella sua breve vita una traccia luminosa di Vangelo vissuto.

Un cuore alla ricerca dell’Infinito
Fin da bambino, chi lo ha conosciuto ricorda in lui una domanda insistente sul senso della vita, un’inquietudine positiva che lo spingeva a cercare “qualcosa di più grande”. Negli anni del liceo questa ricerca matura in un cammino cristiano consapevole, alimentato dalla partecipazione a Gioventù Studentesca, il ramo giovanile di Comunione e Liberazione, dalla meditazione del Vangelo e da una vita sacramentale intensa. Marco scopre progressivamente che l’incontro con Cristo non toglie nulla alla sua passione per lo sport, i motori, l’amicizia, ma anzi li porta alla loro verità, trasformandoli in luoghi concreti di carità e responsabilità.

Sport, amicizia e volontariato: la santità nel quotidiano
Le testimonianze concordano nel descriverlo come un leader naturale tra i coetanei, capace di coinvolgere gli amici non solo nel divertimento ma anche nel volontariato e nel servizio ai più deboli. Non si trattava di “buonismo”, ma di una fede gioiosa che rendeva attraente il suo modo di stare con gli altri, di prendere sul serio lo studio, di donare tempo e energie nelle iniziative della comunità. In lui, sport, scuola, relazioni e preghiera non erano compartimenti stagni, ma un’unica trama unificata dall’amore per Cristo, percepito come fonte della vera felicità.

La fama di santità e l’avvio della causa
Già poche settimane dopo la sua morte, il cardinale Angelo Scola lo indica ai giovani come esempio di vita cristiana, riconoscendo nella sua esistenza la maturità di una fede vissuta con radicalità pur nella brevità degli anni. Negli anni successivi la sua memoria continua a richiamare centinaia di ragazzi a momenti di preghiera e pellegrinaggio, in particolare tra il Duomo di Monza e il Santuario di Nostra Signora di Montallegro, dove ogni 1° novembre si fa memoria della sua scomparsa. Questa “fama di santità”, lungi dallo spegnersi, si è consolidata al punto da spingere il vescovo di Chiavari, monsignor Giampio Luigi Devasini, a chiedere formalmente l’apertura della causa, accolta dall’arcivescovo di Milano Mario Delpini con il decreto del giugno 2024 e avviata liturgicamente il 7 marzo 2026.

Un testimone per la Generazione Z
Molti hanno accostato Marco a figure come Carlo Acutis, definendolo un possibile “santo della Generazione Z”, proprio perché incarna una santità pienamente immersa nel nostro tempo: tecnologia, velocità, passioni forti, ma orientate da una Presenza amata. Il processo di canonizzazione non è un semplice “riconoscimento d’ufficio”, ma un cammino serio in cui la Chiesa raccoglie testimonianze, scritti ed eventuali segni straordinari per verificare che in lui le virtù cristiane siano state vissute in modo eroico. Se un giorno sarà proclamato beato o santo, non sarà solo una gloria personale, ma un dono per tutta la Chiesa: il segno che anche oggi è possibile vivere da cristiani nella scuola, nello sport, per le strade del nostro mondo.

Un invito per noi
La vicenda di Marco interroga ciascuno: che cosa cerco davvero nella mia vita? Dove fondo la mia sete di infinito, la mia voglia di felicità? La Chiesa, avviando la sua causa, non ci propone un eroe irraggiungibile, ma un compagno di strada che, in sedici, diciassette anni di vita, ha preso sul serio la domanda di senso lasciandosi afferrare da Cristo dentro tutto ciò che amava. Guardare a lui può diventare per molti giovani – e per gli adulti che li accompagnano – un aiuto concreto a riscoprire che la santità non è un’eccezione per pochi, ma una possibilità realissima dentro la carne della vita quotidiana.