sabato 7 febbraio 2026

Le Olimpiadi Invernali iniziano: un richiamo alla tregua e alla fraternità

 
Ieri sera si é alzato il sipario sulle Olimpiadi Invernali 2026, e con la cerimonia inaugurale si accende non solo la fiamma del grande sport, ma anche – almeno idealmente – quella dello spirito olimpico. È un momento che, come ogni quattro anni, invita il mondo a fermarsi, a guardarsi nello specchio dei valori più autentici dell’umanità: pace, rispetto e unità.

Da secoli, fin dall’antica Grecia, le Olimpiadi sono state precedute da un periodo di “ekecheiria” (trattenere la mano), la tregua sacra durante la quale le guerre si sospendevano per permettere agli atleti e agli spettatori di viaggiare in sicurezza verso Olimpia. Oggi questa tradizione sopravvive come tregua olimpica: un appello simbolico, ma potentissimo, affinché i popoli sospendano conflitti e rivalità almeno mentre gli atleti, in pista o sulla neve, incarnano la possibilità di un mondo diverso.

In un contesto globale carico di tensioni – dai conflitti armati in diverse aree del pianeta alle fratture politiche e culturali che attraversano anche le società più stabili – il messaggio del CIO e delle Nazioni Unite appare più urgente che mai. Non a caso, nelle ultime ore, diversi leader politici e religiosi hanno rilanciato parole di pace, ricordando come lo sport possa essere un linguaggio universale capace di unire oltre le differenze di lingua, fede o bandiera.

L’olimpismo autentico non è soltanto competizione o spettacolo: è una pedagogia della pace, un’educazione alla lealtà, al riconoscimento dell’altro come avversario, mai come nemico. Ogni stretta di mano al termine di una gara, ogni abbraccio tra atleti di paesi lontani o divisi, riafferma la fiducia che l’umanità può convivere nella diversità.

Mentre gli occhi del mondo guardano alla neve e alle medaglie, ricordiamo dunque ciò che il fondatore del movimento olimpico moderno, Pierre de Coubertin, sognava: “il trionfo del coraggio, della perseveranza e della fratellanza sull’odio e sull’indifferenza”. Un sogno che oggi, più che mai, abbiamo bisogno di rinnovare.
 
Stefania Costantini (curling) e Dominik Fischnaller (slittino) hanno letto il giuramento degli atleti durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 a Cortina d'Ampezzo: "Promettiamo di partecipare a questi Giochi Olimpici rispettando e osservando le regole e nello spirito della sportività, dell'inclusione e dell'uguaglianza. Siamo uniti in solidarietà e ci impegniamo a praticare lo sport senza doping, senza inganni, senza alcuna forma di discriminazione. Lo facciamo per l'onore delle nostre squadre, nel rispetto dei Principi Fondamentali dell’Olimpismo e per rendere il mondo un posto migliore attraverso lo sport". 
 
«Ci sono cose da non fare mai, per esempio la guerra». Sono i versi, del poeta Gianni Rodari dalla poesia Promemoria recitati dal rapper Ghali allo stadio di San Siro durante la cerimonia di inaugurazione di Milano Cortina.
La coreografia che ha accompagnato il testo è stata interpretata da un cast interamente under 20: da una montagna umana in cui i corpi si sostengono e si abbracciano, ha preso forma una colomba, simbolo universale di pace. 



venerdì 6 febbraio 2026

Quando lo scandalo non scandalizza più

Il recente video razzista postato sull’account Truth Social di Donald Trump – con Barack e Michelle Obama raffigurati come scimmie in un montaggio ispirato al Re Leone – è stato rimosso dopo poche ore tra critiche bipartisan. Eppure, Trump non si scusa, lo staff parla di “errore”, e la sua base resta salda. Perché?

Che video era, esattamente?
Il post su Truth Social conteneva un video di circa un minuto con teorie del complotto sulle elezioni 2020, a cui alla fine veniva aggiunto un breve spezzone in cui Barack e Michelle Obama venivano sovrapposti a corpi di scimmie, con in sottofondo “The Lion Sleeps Tonight”, richiamo al “mighty jungle” del Re Leone. 

Quel clip finale era stato preso da un video più lungo, creato da un “meme creator” pro‑Trump, che raffigurava Trump come “King of the Jungle” e altri democratici come animali; nella versione estesa anche Biden compariva come primate che mangia una banana. 
Lo staff della Casa Bianca ha difeso inizialmente il contenuto dicendo che si trattava di un “meme” sul “Re della giungla” e personaggi del Re Leone, invitando i critici a smettere con la “finta indignazione”; il video è stato poi rimosso dopo un’ondata di critiche, anche repubblicane. 
Trump ha dichiarato pubblicamente: “non ho commesso un errore” e non si è scusato, limitandosi a dire che il video è stato tolto. 

Siamo o no responsabili di ciò che appare sui nostri profili?
Bisogna distinguere tra:
a. Responsabilità personale/politica:  
  - Se un contenuto compare sul tuo profilo, in genere l’opinione pubblica e i media ti considerano politicamente e moralmente responsabile, anche se tecnicamente è stato “solo condiviso” o pubblicato da uno staffer. Questo vale tanto più quanto più il profilo è ufficiale (presidente, ministro, leader di partito).
b. Responsabilità giuridica del singolo utente:  
  - Negli USA, la famosa Section 230 protegge le piattaforme dal essere trattate come “editori” dei contenuti degli utenti, ma non protegge gli utenti stessi se diffamano, minacciano, incitano all’odio, ecc.: in linea di principio l’utente può essere ritenuto responsabile come in qualunque altro contesto (testo, volantino, comizio). 
  - Nell’UE, con il Digital Services Act e norme nazionali, le piattaforme hanno obblighi più forti di rimozione e moderazione di contenuti illegali, ma resta il fatto che chi pubblica contenuti diffamatori o razzisti può risponderne civilmente o penalmente. 
In sintesi: l’idea “non sono responsabile di quel che appare sul mio profilo” non regge né sul piano politico né, spesso, su quello giuridico; al massimo si può discutere di dolo/colpa e di chi materialmente ha cliccato “pubblica”, ma la responsabilità pubblica rimane. 

Cosa sarebbe successo a un altro politico?
In molti paesi occidentali un episodio simile avrebbe potuto avere effetti molto più pesanti:
- Dimissioni o sospensione: ministri o parlamentari europei sono spesso costretti a dimettersi per tweet razzisti o video offensivi, anche se si difendono dicendo di non averli creati loro direttamente. 
- Sanzioni interne al partito: in contesti meno polarizzati, il partito tende a prendere le distanze per non compromettere la propria immagine, arrivando a espulsioni o ritiro del sostegno.
- Condanne pubbliche trasversali: normalmente ci si aspetta una condanna forte almeno su base bipartisan per contenuti che richiamano stereotipi razzisti ottocenteschi (neri = scimmie), considerati tabù nella comunicazione pubblica. 

Nel caso Trump, invece, la reazione del partito è stata più ambigua: forte imbarazzo e critiche da alcuni esponenti, ma niente di paragonabile a una rottura organizzata con la leadership.

Perché Trump sembra “immunizzato” dalle gaffe?
La politologia e la sociologia della comunicazione hanno individuato vari fattori che spiegano perché scandali e “cadute di stile” incidono poco sulla sua base:
a. Polarizzazione estrema:  
  - In un contesto dove lo scontro è percepito come “esistenziale”, la priorità per molti elettori è che il proprio campione “non perda mai”, anche se sbaglia; scandali e gaffe diventano subito armi di guerra fra tifoserie, non occasioni di riflessione etica. 
b. Shamelessness come strategia:  
  - Analisi su Trump parlano di “shameless politics”: rompere continuamente le norme, non scusarsi mai, rilanciare, spiazza le aspettative tradizionali (dove l’imbarazzo costringeva il politico a fare un passo indietro). Se non ti vergogni, lo scandalo perde potere. 
c. Desensibilizzazione:  
  - Studi sperimentali mostrano che l’esposizione ripetuta a messaggi norm‑violating (per esempio i tweet che delegittimano le elezioni) abbassa, nel tempo, la sensibilità a quel tipo di violazioni, almeno tra i sostenitori: cose che all’inizio sarebbero sembrate inaccettabili diventano “normali”.
d. Identità di gruppo:  
  - Per molti sostenitori, Trump non è solo un politico ma un simbolo identitario: attaccare lui è percepito come attaccare “noi”. In questo quadro, anche un video razzista viene riletto come “provocazione” o “umorismo politicamente scorretto”, non come segnale di razzismo strutturale. 
e. Ecosistema mediatico parallelo:  
  - Una parte dei media e dei commentatori a lui vicini minimizza o giustifica ogni episodio, spostando l’attenzione sull’“ipocrisia della sinistra” o sulle “vere priorità” del paese; così, l’episodio viene rapidamente riassorbito nel ciclo di notizie. 

Un esempio: ricerche sperimentali mostrano che i messaggi di Trump contro la legittimità delle elezioni 2020 hanno ridotto la fiducia nel processo elettorale tra i suoi sostenitori, senza però generare una rottura con lui; la norma democratica (accettare il risultato) è stata erosa, non lui delegittimato.

Perché non c’è una risposta forte unanime?
In parte, i “guardrail” informali della democrazia (vergogna pubblica, pressione morale bipartisan, forza dei media tradizionali) si sono indeboliti:
- I costi reputazionali delle violazioni di norma sono scesi, specie in contesti iper‑polarizzati.
- I partiti temono la propria base più di quanto temano la condanna generale, quindi evitano rotture nette anche davanti a episodi gravissimi.
- La produzione continua di scandali crea saturazione: l’opinione pubblica si abitua e perde la capacità di reagire con forza a ciascun nuovo episodio.

Vedi 
Shameless Politics: How Scandal Lost Its Power in America 

giovedì 5 febbraio 2026

L’Insegnamento della Religione Cattolica: Laboratorio di cultura e dialogo

La Nota Pastorale del 2025 dell'Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali (CEI) illustra il valore dell'Insegnamento della Religione Cattolica (IRC) nel sistema scolastico italiano, a quarant'anni dalla revisione del Concordato. Il documento presenta la disciplina come un laboratorio di dialogo interculturale, essenziale per comprendere il patrimonio storico e affrontare le sfide di una società multietnica e digitalizzata. 

Attualità dell’IRC in un tempo di cambiamenti
Viene letto il “cambiamento d’epoca”: globalizzazione, migrazioni, pluralismo religioso, secolarizzazione, analfabetismo religioso, solitudine giovanile e sfide legate a IA, biotecnologie e digitale.
​L’IRC è descritto come spazio formativo che aiuta a comprendere il patrimonio culturale e religioso italiano, apre al confronto con altre religioni, sostiene percorsi di integrazione, dialogo e convivenza pacifica.
​Si insiste sulla centralità educativa della scuola, sulla formazione integrale e sul contributo dell’IRC a senso critico, coscienza civile, educazione alla pace, alla giustizia e alla custodia del creato.

L’IRC, scelta di libertà e di cultura
L’Accordo del 1984 è letto come innovativo perché riconosce: valore della cultura religiosa, radicamento storico del cattolicesimo nel popolo italiano, collocazione dell’IRC entro le finalità della scuola (sviluppo della persona, uguaglianza, libertà, partecipazione).
​L’IRC è oggetto di libera scelta, non è professione di fede ma richiesta di formazione su temi religiosi; è destinato a tutti, non solo ai cattolici, e registra un’alta percentuale di avvalentisi, con differenze territoriali.
​Si ribadisce la distinzione e complementarità tra IRC e catechesi e si richiama la Corte costituzionale: l’IRC non viola la laicità, ma ne è espressione, perché la laicità non è indifferenza al fatto religioso, bensì garanzia di libertà in regime di pluralismo.
​L’IRC è definito “servizio educativo”: contribuisce alla crescita integrale, combatte l’ignoranza religiosa, favorisce sintesi tra saperi, dialoga con tutte le discipline (umanistiche, scientifiche e tecnologiche) e articola i contenuti in prospettiva esistenziale, teologica, biblica e storico-sociale.
​Viene situato nel quadro del “patto educativo globale” e si richiamano alcune attenzioni specifiche: scuola cattolica, percorsi di istruzione e formazione professionale regionali, dove l’IRC ha un ruolo qualificante e va garantito secondo la normativa.
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Vedi presentazione 

mercoledì 4 febbraio 2026

Scoutismo americano messo sotto pressione sul tema dell'inclusione

Negli Stati Uniti è in corso uno scontro simbolico e molto concreto attorno al movimento Scout. Secondo recenti notizie, il Dipartimento della Difesa ha minacciato di interrompere il sostegno a Scouting America (la storica organizzazione un tempo nota come Boy Scouts of America) se non farà marcia indietro sulle proprie politiche di inclusione, in particolare quelle riconducibili alla cosiddetta DEI: diversity, equity and inclusion.

Un secolo di alleanza sotto esame
Da oltre cento anni, gli Scout americani hanno intrattenuto un rapporto stretto con le Forze Armate: collaborazioni logistiche, sostegno agli eventi nazionali come il Jamboree, accesso alle basi militari, programmi educativi rivolti ai giovani. Questa alleanza è stata a lungo percepita come naturale: un’organizzazione giovanile che punta su servizio, disciplina, spirito civico, accanto a un’istituzione che si presenta come presidio dei valori nazionali.

Negli ultimi anni, però, il quadro è cambiato. Per rispondere alle trasformazioni sociali e culturali del Paese, gli Scout hanno progressivamente adottato politiche più inclusive: apertura alle ragazze e possibilità per loro di diventare Eagle Scout, accoglienza esplicita di giovani LGBT, maggiore attenzione al pluralismo religioso e alla lotta contro discriminazioni e bullismo. Scelte presentate dalla dirigenza come fedeli allo spirito originario del movimento, che fin dalle origini dichiarava di voler formare “buoni cittadini” in una società in evoluzione.

Il nuovo fronte: la guerra alla DEI
Con il cambio di amministrazione alla Casa Bianca e al Pentagono, la sigla DEI è diventata un bersaglio politico. La nuova leadership considera molti programmi di diversity, equity and inclusion come espressione di “ideologia” piuttosto che come strumenti di equità. In questo clima, il movimento Scout è finito nel mirino: la sua evoluzione verso una maggiore inclusione viene letta da alcuni esponenti del governo come un tradimento della tradizionale “meritocrazia” e dei “valori dei ragazzi”.

Il Dipartimento della Difesa ha quindi messo Scouting America di fronte a un aut aut: o si “allinea” alle nuove direttive federali che limitano i programmi DEI nelle organizzazioni partner, oppure rischia di perdere l’accesso a fondi, strutture e supporto logistico militare. In documenti e dichiarazioni pubbliche, i vertici del Pentagono hanno accusato gli Scout di aver abbracciato “ideologie gender‑fluid e di giustizia sociale” ritenute incompatibili con la linea attuale del governo.

Inclusione sotto pressione
Nella pratica, ciò che viene contestato non è semplicemente “l’idea di essere gentili con tutti”, ma alcune scelte molto concrete:
- L’ammissione piena delle ragazze e la possibilità per loro di raggiungere i massimi gradi del percorso scoutistico.  
- L’apertura a ragazzi e capi apertamente LGBT, inclusi giovani transgender.  
- I programmi formativi che affrontano direttamente temi di discriminazione, equità, rispetto delle differenze culturali e religiose.  

Per la dirigenza di Scouting America queste politiche sono una risposta necessaria alla realtà dei giovani di oggi, uno sforzo per rimanere un luogo sicuro e significativo per tutti. Per i critici, invece, rappresentano una deriva “ideologica” che snatura l’identità originaria del movimento.

Cosa è in gioco davvero
La vicenda non riguarda solo un contenzioso amministrativo su fondi e infrastrutture. È il riflesso di una battaglia più ampia su che cosa significhi educare le nuove generazioni in una società polarizzata. Da un lato vi è l’idea che l’inclusione sia parte integrante della missione educativa: imparare a vivere con le differenze, riconoscere dignità e diritti a persone di generi, fedi e orientamenti diversi. Dall’altro, la convinzione che l’enfasi su DEI rappresenti un’ideologia divisiva, imposta “dall’alto”, e che vada espunta dagli spazi formativi tradizionali.

Il ricorso alla leva economica e istituzionale – “se volete il nostro sostegno, dovete cambiare rotta” – rende questa storia un caso emblematico del rapporto tra potere politico e società civile. Gli Scout, nati come organizzazione indipendente ma intrecciata con le istituzioni, si trovano ora a dover scegliere quanto sono disposti a pagare per difendere un’idea di inclusione che, per molti dei loro membri, non è una moda, ma la conseguenza logica della promessa scout di rispetto e servizio verso tutti.

Una domanda aperta
Questo episodio solleva almeno tre domande che possono guidare il dibattito:
- Chi deve decidere l’orizzonte valoriale delle associazioni educative: lo Stato che le sostiene, o le comunità che le compongono?  
- L’inclusione è davvero un’agenda “ideologica”, o è semplicemente il tentativo di applicare vecchi principi (dignità, giustizia, rispetto) in un contesto sociale nuovo?  
- Che cosa perdiamo – come società – quando l’accesso a fondi e partnership diventa uno strumento per uniformare il pensiero educativo?

Il caso di Scouting America ci riguarda anche a migliaia di chilometri di distanza, perché racconta una tensione universale: quella tra il desiderio di formare giovani liberi e capaci di accogliere l’altro, e la tentazione di usare il potere istituzionale per riportare ogni esperienza educativa dentro confini ritenuti “sicuri”. Come sempre, a fare la differenza non saranno solo le decisioni dei vertici, ma le scelte quotidiane di capi, famiglie e ragazzi, chiamati a decidere se l’inclusione è un optional o un pilastro della loro idea di cittadinanza.


domenica 1 febbraio 2026

“Prima i bambini!”: la vita guardata dal basso

“Prima i bambini!” è il tema scelto dai vescovi italiani per la 48ª Giornata Nazionale per la Vita, celebrata l’1 febbraio 2026. Non è uno slogan tenero per addolcire una ricorrenza, ma un criterio radicale per leggere il nostro tempo: dalla parte dei più piccoli, dei più fragili, di chi non ha voce e spesso non viene nemmeno visto.

Il Messaggio della CEI si apre con le parole del Vangelo di Matteo: “Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli” (Mt 18,10), indicando l’infanzia come misura della civiltà e della fede di un popolo. Come trattiamo i bambini – nati e non nati, sani e malati, vicini e lontani – rivela che idea di umanità stiamo costruendo.

Quando i bambini pagano il prezzo delle scelte degli adulti
I vescovi non si limitano a un richiamo generico, ma elencano le ferite concrete che attraversano oggi l’infanzia. Pensano ai bambini coinvolti nelle guerre, alle vittime delle migrazioni forzate, al lavoro minorile, alla piaga dei bambini-soldato, fino alle manipolazioni bioetiche che “fabbricano” i piccoli in laboratorio piegandoli a desideri e interessi degli adulti.

Nel Messaggio si legge che “le vite dei bambini vengono spesso asservite agli interessi dei grandi”, denunciando una società in cui il potere degli adulti prevale sul diritto dei piccoli a essere accolti, amati e protetti. Persino il diritto fondamentale a nascere viene messo in discussione quando, dopo esami prenatali, un bambino non appare “perfetto” secondo criteri di efficienza e prestazione.

Una conversione dello sguardo
La proposta della Giornata della Vita 2026 è prima di tutto spirituale: cambiare sguardo. Mettere “prima i bambini” significa rovesciare la prospettiva, smettere di chiederci soltanto quanto i piccoli si adattino ai nostri ritmi e iniziare a domandarci quanto noi adulti siamo pronti a rallentare, ad ascoltare, a fare spazio.

Segni di speranza e responsabilità concreta
Nel quadro, certo severo, non mancano segni di speranza. Il Messaggio esprime gratitudine per tutte quelle realtà – centri di aiuto alla vita, famiglie affidatarie, educatori, volontari, operatori pastorali – che ogni giorno custodiscono l’infanzia con amore concreto.

martedì 27 gennaio 2026

I Giusti delle Nazioni: la dignità umana come bussola morale

Ogni 27 gennaio ricordiamo la Shoah e le sue vittime, ma accanto a questa memoria del dolore, è essenziale custodire anche la memoria del coraggio. È la memoria dei Giusti delle Nazioni, uomini e donne che, in tempi di disumanità, scelsero la via dell’umanità. Non erano eroi nel senso tradizionale: erano insegnanti, contadini, medici, suore, cittadini comuni che decisero di salvare e proteggere altri esseri umani, spesso a rischio della propria vita.  

Essi riconobbero, in mezzo alla barbarie, che ogni persona porta in sé una dignità che nessuna legge o ideologia può cancellare. Il loro gesto non fu solo un atto di resistenza morale, ma anche una forma di fede nella possibilità del bene, anche quando tutto intorno sembrava negarlo.

Agire per la dignità, allora e oggi
Oggi, le forme del male sono più sottili ma non meno reali. Non ci sono più delatori in ogni strada, ma esistono indifferenza, razzismo digitale, disinformazione, persecuzioni religiose o politiche, e nuove frontiere di esclusione che colpiscono migranti, minoranze e dissidenti.  
Essere “giusti” oggi può significare tante cose:  
- Denunciare la violenza o l’odio, anche quando farlo significa esporsi.  
- Difendere la verità e la giustizia nei contesti in cui prevale il cinismo.  
- Offrire solidarietà e asilo a chi fugge da guerre e persecuzioni.  
- Sostenere la libertà d’espressione e i diritti umani, anche nel mondo digitale.  

Un’eredità viva
Come ricordava Moshe Bejski, sopravvissuto di Auschwitz e promotore del titolo di Giusto tra le Nazioni, “ciò che distingue il Giusto è agire senza chiedere una ricompensa, solo perché è giusto”.  
Questo spirito vive oggi in figure come le donne iraniane che sfidano il regime per il diritto all’istruzione e alla libertà, nei giornalisti russi o belarusi che continuano a parlare nonostante le minacce, o nei volontari che soccorrono migranti in mare o nei conflitti, mossi dalla convinzione che nessuna frontiera valga più della vita umana.  

La Giornata della Memoria è doverosa per ricordare tutte le vittime del nazi-fascismo e la follia antisemita, ma è sempre occasione per aprire gli occhi sui rischi contemporanei di perdere il senso di umanità e di cadere nell'indifferenza verso l'ingiustizia, la violenza e le discriminazioni che colpisce popolazioni e categorie di persone in ogni parte del mondo.

lunedì 26 gennaio 2026

Il silenzio della croce


Oltre 30 anni fa Natalia Ginzburg, ebrea atea, scrisse per L’Unità un articolo sul crocefisso che merita, oggi, di essere riletto

“Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. 
Tace. 

È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea di uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente. 

La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. 

Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo?

Sono quasi duemila anni che diciamo “prima di Cristo” e “dopo Cristo”. 

O vogliamo smettere di dire così?

Il crocifisso è simbolo del dolore umano. 

La corona di spine, i chiodi evocano le sue sofferenze. La croce che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte. 

Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino.
Il crocifisso fa parte della storia del mondo.

Per i cattolici, Gesù Cristo è il Figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l’immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e del prossimo. 

Chi è ateo cancella l’idea di Dio, ma conserva l’idea del prossimo.

Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per la propria fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c’è immagine. 

È vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti. 

Come mai li rappresenta tutti? 

Perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei, neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà tra gli uomini.

Gesù Cristo ha portato la croce. A tutti noi è accaduto di portare sulle spalle il peso di una grande sventura. 

A questa sventura diamo il nome di croce, anche se non siamo cattolici, perché troppo forte e da troppi secoli è impressa l’idea della croce nel nostro pensiero. 

Alcune parole di Cristo le pensiamo sempre, e possiamo essere laici, atei o quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente.

Ha detto “ama il prossimo come te stesso”. 

Erano parole già scritte nell’Antico Testamento, ma sono diventate il fondamento della rivoluzione cristiana. 

Sono la chiave di tutto

Il crocifisso fa parte della storia del mondo”.

Pubblicato su L’Unità del 22 marzo 1988