mercoledì 9 settembre 2026

PISA 2025: l'Italia finalmente sopra la media Ocse — ma cosa dicono davvero i numeri?

A sorpresa l'Italia supera la media Ocse in tutte e tre le materie del test PISA 2025. Per la prima volta il nostro punteggio medio si coloca significativamente sopra quello degli altri Paesi industrializzati . Ma leggiamo i numeri con calma per capire la portata dei dati emersi.

Cosa è successo nel 2025
PISA 2025 è stata la rilevazione più grande di sempre: 760.000 studenti in 91 Paesi. L'ambito principale di indagine erano le scienze, con lettura e matematica come ambiti secondari.

I risultati italiani:
Matematica: Italia 468; Media Ocse 463; Italia 2022 471 = -3
Lettura: Italia 474; Media Ocse 461; Italia 2022 482 = –8 
Scienze: Italia 483; Media Ocse 482; Italia 2022 477 = +6
Fonte: elaborazione su dati OCSE PISA 2025 

Il punto chiave: i nostri punteggi sono scesi leggermente, ma la media Ocse è crollata. In matematica la media Ocse ha perso 22 punti dal 2015 (l'equivalente di più di un anno di apprendimento), in lettura 28 punti. Mediamente i risultati degli studenti italiani calano molto meno, e per questo "guadagniamo" posizioni. Non è che stiamo correndo più forte: è che gli altri stanno inciampando. Anzi, si direbbe che stiamo cadendo più lentamente degli altri — che, in un certo senso, è comunque un merito.

Il sorpasso: chi stiamo superando (e di quanto)
In matematica — la materia che più preoccupa i governi, perché è il motore dell'economia digitale — la classifica parla chiaro:
Italia.          468.  –3
Germania.  464 –11 
Svezia         464 –18 
Stati Uniti.  463   –2 
Francia       458  –16 
Spagna       457  –16 

L'Italia era 30ª in matematica nel 2022; nel 2025 sale al 24º posto tra i Paesi Ocse. Per la prima volta nella storia di PISA superiamo — anche se di poco — Francia, Germania, Stati Uniti e Svezia, e perfino la Finlandia (469 contro i nostri 468 in matematica... ok, la Finlandia ci batte ancora di 1 punto, ma in lettura i finlandesi sono sprofondati a 474 mentre noi restiamo a 474 — un pareggio inaspettato con l'ex campionessa assoluta dei test).

La crisi degli altri: i punti critici dei "grandi" sistemi
Ecco la parte più interessante del quadro: perché i nostri vicini stanno andando così male?
Germania. È il crollo più discusso d'Europa. Berlino ha perso 11 punti in matematica e 15 in lettura rispetto al 2022. I punti critici del sistema tedesco sono noti da anni: carenza strutturale di insegnanti (migliaia di cattedre scoperte, supplenti non specializzati), digitalizzazione arrivata in ritardo e fatta male (i famosi computer di cartone del periodo Covid), e un sistema scolastico selettivo precoce (l'orientamento a 10 anni verso Hauptschule, Realschule o Gymnasium) che ha fatto aumentare i divari sociali. La Germania era la "locomotiva educativa" del 2000-2012; oggi si interroga apertamente sul suo modello.

Francia. Sprofonda a 458 in matematica e ha perso 18 punti in lettura. Il problema francese è antico: una quota enorme di studenti sotto il livello base e una forte correlazione tra rendimento e origine sociale, aggravata dalla ghettizzazione scolastica delle banlieue. Le riforme si susseguono (bac ripristinato dopo il fiasco del controllo continuo, riforma del collège), ma la fiducia di genitori e insegnanti nel sistema è ai minimi storici.

Spagna. Peggiore risultato storico in tutte e tre le discipline . La Spagna convive da decenni con la dispersione scolastica (abbandono precoce), che pur essendo scesa rispetto agli anni della crisi del 2008 resta tra le più alte d'Europa, e con un sistema molto decentrato dove le Comunità autonome gestiscono l'istruzione con risultati molto eterogenei.

Svezia. Il caso più eclatante. Dagli anni Duemila, quando il suo modello "progressista" era studiato da tutto il mondo, la Svezia ha perso decine di punti in modo quasi ininterrotto. Carenza di insegnanti certificati, riforme continuate e ribaltate, e una scelta curricolare che ha deprioritizzato le basi rispetto alle competenze "trasversali". Anche in scienze, ex suo fiore all'occhiello, oggi è solo appena sopra la media.

Stati Uniti. I dati PISA confermano quelli già visti nei test nazionali (NAEP): il calo è soprattutto un effetto Covid mai recuperato, concentrato tra gli studenti più poveri, con divisioni enormi tra scuole distrettuali pubbliche, charter schools e scuole private.

E noi? I nostri punti critici (che restano tali)
Attenzione: "meglio della media" non significa "a posto così". Ecco le ombre del quadro italiano:

1. Il divario Nord-Sud non è scomparso. La rilevazione 2025 attesta solo una sua riduzione . I dati INVALSI nazionali raccontano che in regioni come Calabria, Sicilia, Campania e Sardegna più della metà dei ragazzi di seconda superiore ha competenze insufficienti in lettura, e in matematica la situazione è peggiore .

2. L'origine sociale conta. Anche se l'Italia è in linea con la media Ocse (circa il 13-15% della variabilità dei punteggi dipende dal background familiare), chi parte svantaggiato parte svantaggiato.

3. Il divario di genere resta: le ragazze vincono in lettura (+19 punti nel 2022), i ragazzi in matematica (+21) .

4. Il livello base non è abbastanza. Avere "almeno il livello 2" è il minimo sindacale: vuol dire saper applicare conoscenze basilari. La quota di chi non raggiunge nemmeno quello resta altissima — ricordate che un quindicenne su cinque nell'area Ocse è un "low performer" in tutte e tre le materie, quota salita dal 16% del 2022 .

5. I nostri 468 punti in matematica sono comunque 35 punti sotto la media del 2003. Il punteggio assoluto non migliora da vent'anni. Miglioriamo *relativamente*, non assolutamente.

La domanda: perché gli altri calano?
Ecco la mia tesi, dopo aver letto i dati: i Paesi che stanno peggio sono quelli che hanno subito tre shock sovrapposti: la selezione sociale precoce (Germania), la frammentazione e la dispersione (Spagna), la crisi degli insegnanti (Svezia, Germania, e purtroppo anche noi), e la gestione disastrosa del Covid (USA in testa). L'Italia, con tutti i suoi difetti — scuola unitaria fino a 14 anni, divari territoriali giganteschi, stipendi docenti bassi — ha un sistema più resistente di quanto ci raccontassimo. La scuola pubblica italiana, quella che ci lamentiamo ogni giorno, ha tenuto.

Che cosa ne facciamo di questi numeri?
Tre cose. 
Primo: smettere di pensare che la scuola italiana sia "la peggiore d'Europa" — i dati dicono il contrario, e il pregiudizio ci ha portato per anni a sottovalutare un sistema che invece ha dei punti di forza reali (la classe docente stabile, la scuola dell'obbligo unitaria, la resistenza territoriale degli istituti). 
Secondo: i nostri punti deboli — Sud, disuguaglianza sociale, dispersione — sono problemi politici e di risorse, non di studenti. 
Terzo: il mondo sta scendendo, ma Singapore, Estonia, Giappone e Corea sono ancora 40-90 punti sopra di noi. Il verso della classifica in cui guardare non è quello dei Paesi che inciampano, ma quello dei Paesi che corrono.

martedì 8 settembre 2026

Sassonia-Anhalt, l'AfD trionfa: la voce delle Chiese tedesche tra preoccupazione e responsabilità

Il 6 settembre 2026 l'AfD (Alternative für Deutschland) ha ottenuto una vittoria netta alle elezioni regionali della Sassonia-Anhalt, fermandosi al 43,8% dei consensi — più del doppio rispetto a cinque anni fa — e mancando la maggioranza assoluta per soli tre seggi su 83. L'affluenza ha toccato il 77,8%, il dato più alto dalla riunificazione tedesca. Il partito guidato da Ulrich Siegmund non ha però i numeri per governare da solo, e la formazione del prossimo esecutivo regionale resta un rebus, dato che gli altri partiti mantengono il "cordone sanitario" verso l'estrema destra.

Un risultato che ha scosso non solo la politica tedesca ed europea, ma anche il mondo religioso del Paese.

L'appello delle Chiese: "Non resteremo in silenzio"
Il giorno dopo il voto, vescovi cattolici ed evangelici, insieme all'ACK (la principale piattaforma ecumenica tedesca), hanno diffuso un comunicato congiunto dai toni fermi. Al centro, un richiamo netto alla Costituzione: i vincitori delle elezioni sono stati esortati a rispettare senza riserve la Legge fondamentale e a tutelare la dignità di ogni persona, a prescindere da origine, religione, stile di vita o posizione sociale.

Le Chiese hanno promesso vigilanza: non distoglieranno lo sguardo né taceranno se la dignità umana verrà violata o lo Stato di diritto messo a rischio.

Il vescovo di Magdeburgo, mons. Gerhard Feige, il pastore Friedrich Kramer e il presidente della Chiesa evangelica regionale Karsten Georg Wolkenhauer hanno inoltre espresso timori concreti sulle ricadute annunciate dall'AfD su cultura e istruzione, volontariato, servizi sociali, organizzazioni caritative e sicurezza. Un passaggio della nota richiama la lunga storia di resilienza delle Chiese tedesche, sopravvissute a dittature e guerre, e ribadisce l'impegno a restare aperte a chi cerca protezione, guarigione e ascolto.

La lettura di don Dirk Birgener: un popolo che si sente abbandonato
Sul portale della Chiesa cattolica tedesca, don Dirk Birgener, presidente di Missio-Aachen, ha proposto una chiave di lettura più strutturale: una parte della popolazione percepisce come assenti lo Stato, i partiti tradizionali, i servizi pubblici essenziali e l'impegno civico. Una sensazione di abbandono che, secondo Birgener, pone alla Chiesa in Germania una domanda di fondo sul proprio ruolo in contesti simili.

Birgener riconosce che gli sforzi della diocesi di Magdeburgo — una campagna incentrata su carità, solidarietà e dignità umana — non sono bastati a fermare l'ascesa dell'AfD, anche per la posizione di minoranza che la Chiesa cattolica occupa nella Germania dell'Est. Nonostante questo, ha voluto riconoscere il lavoro di chi si è esposto durante la campagna, citando in particolare la guida offerta da mons. Feige.

Il monito più incisivo riguarda però il metodo: i processi decisi dall'alto rischiano di perdere di vista la realtà. Sono le persone sul campo, ha sottolineato Birgener, a sapere se le riforme funzionano davvero — un'indicazione che assume ancora più peso in una fase segnata da chiusure di chiese, tagli di bilancio e allontanamento dei fedeli.

Una sfida aperta
Al di là dell'esito immediato del voto, resta la domanda che le stesse Chiese si pongono: come riavvicinarsi a chi si sente escluso dalle istituzioni, prima che quel vuoto venga colmato da altre risposte. Una sfida che riguarda la Germania, ma che parla — non troppo velatamente — anche al resto d'Europa.

lunedì 7 settembre 2026

Il funerale di Mladić: quando la Chiesa benedice un condannato per genocidio

Lunedì 7 settembre 2026, migliaia di persone si sono riunite a Belgrado per l'ultimo saluto a Ratko Mladić, il generale serbo-bosniaco morto all'Aia e condannato in via definitiva dal Tribunale delle Nazioni Unite per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l'umanità. La salma, esposta fin dal mattino nella chiesa ortodossa di San Luca, è stata poi accompagnata al cimitero di Košutnjak da un corteo in cui non mancavano ex commilitoni in uniforme, bandiere della Republika Srpska e persino gruppi di tifosi del calcio.

Le parole del Patriarca
A officiare le esequie è stato il Patriarca Porfirije, guida della Chiesa ortodossa serba, il cui intervento ha immediatamente attirato l'attenzione per il tono scelto in un'occasione così controversa. Nel suo omaggio, il Patriarca ha affermato che il nome di Mladić "resterà profondamente inciso nella memoria e nelle preghiere" dei fedeli ortodossi serbi, descrivendo nei loro confronti un sentimento di riconoscenza verso l'ex comandante. Parole che, pronunciate dal vertice della gerarchia ecclesiastica serba durante un rito funebre per un uomo condannato per il massacro di Srebrenica e per l'assedio di Sarajevo, hanno il peso di una vera e propria presa di posizione pubblica, più che di una semplice formula liturgica di circostanza.

Una linea sottile tra fede, memoria e politica
È qui che il caso Mladić diventa interessante al di là della cronaca giudiziaria: non si tratta soltanto della sepoltura di un criminale di guerra, ma di un evento in cui Chiesa e Stato, pur muovendosi apparentemente su binari separati, finiscono per intrecciarsi in modo ambiguo. Il governo di Belgrado aveva dichiarato, prima del funerale, che non ci sarebbero stati onori militari o statali, e che Mladić non avrebbe avuto accesso ai viali cimiteriali riservati alle personalità illustri, proprio perché con la condanna aveva perso ogni titolo e grado.
Nella pratica, però, la linea è apparsa molto più sfumata. Al funerale hanno partecipato quattro ministri del governo serbo, l'ambasciatore russo a Belgrado e il figlio del presidente Vučić, mentre una cerimonia militare si era già tenuta il giorno prima in una struttura ufficiale dell'esercito. Per Marko Milosavljević, della Youth Initiative for Human Rights, questa presenza istituzionale trasforma di fatto un funerale "privato" in un evento con tutti i tratti di un onore di Stato, in aperta contraddizione con la legge serba stessa. Ed è proprio in questo spazio grigio che la benedizione della Chiesa assume un ruolo particolare: non sostituisce la bandiera dello Stato, ma le si affianca, offrendo una legittimazione simbolica che le istituzioni civili, almeno sulla carta, non potevano concedere.

Il peso della memoria selettiva
Le parole del Patriarca si inseriscono in una narrazione più ampia che, secondo gli osservatori dei diritti umani, ha trasformato Mladić in un simbolo identitario piuttosto che in un condannato per genocidio: l'incarnazione di una resistenza contro un Occidente percepito come ostile e ipocrita. In questa chiave, la liturgia funebre non si limita ad accompagnare un defunto, ma partecipa alla costruzione di un mito, con conseguenze dirette sulla memoria delle vittime di Srebrenica e sulla percezione, da parte di altri sospettati ancora latitanti, che i crimini di guerra possano restare senza conseguenze morali, se non giudiziarie.

La reazione di Bruxelles
Non è un caso che l'Unione europea, verso cui la Serbia è candidata all'adesione, abbia reagito con durezza. La commissaria per l'Allargamento Marta Kos ha cancellato una visita ufficiale nel Paese, mentre da Bruxelles è arrivato un monito esplicito contro "la glorificazione di criminali di guerra" e "il revisionismo", definiti incompatibili con i valori europei. Il presidente Vučić, che non ha preso parte al funerale, ha derubricato l'intera vicenda a uno "sfogo emotivo" collettivo, respingendo le accuse di un coinvolgimento istituzionale.

Una domanda aperta
Il funerale di Mladić lascia sul tavolo una domanda che va oltre la cronaca dei Balcani: che ruolo deve avere un'istituzione religiosa quando le sue parole, pronunciate su una bara, rischiano di riscrivere pubblicamente il senso di una condanna internazionale per genocidio? La risposta di Porfirije, in questo caso, sembra aver scelto la memoria comunitaria e identitaria a discapito di quella delle vittime — una scelta che difficilmente resterà senza conseguenze diplomatiche per Belgrado.

venerdì 4 settembre 2026

Vicenza Cantiere della Pace e dei Diritti Umani

Dal 17 al 23 settembre si svolgerà per la prima volta in città il festival “Vicenza Cantiere della Pace e dei Diritti Umani”: un’intera settimana con musica, spettacoli, incontri e attività per costruire insieme una cultura della pace.

Il Festival, che ospiterà anche il Giro d’Italia della Pace, con l’arrivo della Lanterna di Assisi il 20 settembre al Parco della Pace, e celebrerà il 21 settembre la Giornata Internazionale della Pace, è promosso dall’assessorato alla pace del Comune di Vicenza e da Casa per la Pace di Vicenza. L’evento è stato presentato a Palazzo Trissinpo dall’assessore alla pace Giovanni Selmo, Luisa Consolaro, presidente della commissione servizi alla popolazione e membro del comitato tecnico della rassegna e Massimo Corradi, vice presidente del Forum per la pace.

«Sarà una settimana nella quale ciascuno potrà trovare temi, angoli di mondo, strumenti, parole, spiritualità e azioni attraverso cui riconoscersi e contribuire alla costruzione della pace – spiega l’assessore Giovanni Selmo -. Un cantiere, appunto, perché la pace non è un concetto astratto, ma è una pratica quotidiana, una responsabilità condivisa, la base del nostro vivere insieme con serenità e con la speranza di un futuro possibile. La promozione di una cultura di pace e dei diritti umani è anche un preciso obiettivo dello Statuto del Comune di Vicenza. Con questo spirito e raccogliendo l’insegnamento del sindaco di Firenze Giorgio La Pira - «Bisogna unire le città per unire le nazioni» -, Vicenza si prepara a diventare un cantiere per la pace e i diritti umani».

«In un momento storico in cui gli Stati e le grandi potenze investono sulla guerra e sul riarmo, la società civile ambisce a una pace vera e investe su nonviolenza e disarmo. Durante la settimana di eventi di “Vicenza Cantiere della Pace e dei Diritti Umani” pensieri, parole e azioni concrete saranno proposti alla città per continuare a costruire la Pace a partire da noi, per un altro mondo possibile», sottolinea Massimo Corradi vice presidente del Forum per la pace.

Il programma
Giovedì 17 settembre si partirà con il tema “Vicenza, città per la pace”. 

Alle 21 in Basilica palladiana si terrà “Iliade. Il coraggio dei codardi”, spettacolo teatrale inserito nel 79° Ciclo di Spettacoli Classici del Teatro Olimpico. 

Venerdì 18 settembre il tema sarà “Pace in me, pace nel mondo”.

Alle 15 in Basilica palladiana sarà la volta di “Servizio civile: un anno da cui partire”, l’incontro di benvenuto ai volontari che iniziano il loro anno di Servizio Civile Universale con ASC Vicenza APS.

Alle 18 alla chiesa di San Vincenzo la Fondazione Monte di Pietà presenta “Riflessioni sul nemico”, un dialogo sulla genesi del concetto di nemico e sugli ostacoli alla costruzione di una cultura di pace. Interviene Michele Oldani, psicoterapeuta e sociologo. 

Alle 20.30 al Teatro C.i.m. San Bortolo ci sarà “Attualità del pensiero e dell’azione politica di pace di Alexander Langer”, una serata con la proiezione del docufilm “L’apripista” di M. Lo Cascio. 

Sabato 19 settembre il tema sarà “Costruire la pace: diritti umani, disarmo e nonviolenza”

Alle 10 all’Odeo del Teatro Olimpico si terrà “Enti locali e politiche di pace”, tavola rotonda con Giovanni Selmo, assessore del Comune di Vicenza, Francesca Benciolini, assessora del Comune di Padova, Jacopo Buffolo, assessore del Comune di Verona, Giorgia Macrelli, assessora del Comune di Cesena, Francesco Tagliaferri, sindaco di Vicchio-Barbiana, Marco Mascia, professore del Centro di Ateneo per i Diritti Umani “Antonio Papisca” dell’Università di Padova. Modera Marco Scorzato, giornalista de Il Giornale di Vicenza.

Alle 15 alla Centrale appuntamento con “L’articolo 11 della Costituzione e la crisi del diritto internazionale”, convegno con Mario Faggionato, avvocato, e Marco Pellicoro, politologo. Modera Patrizia Carella della Casa per la Pace. Promosso da ANPI, Centro Studi Ettore Luccini, CGIL Vicenza e Giuristi Democratici.

Domenica 20 settembre sarà la volta del Giro d’Italia della Pace, dalle 9 alle 22 al Parco della Pace. Durante la giornata sarà possibile visitare gli stand delle associazioni e degli enti del territorio impegnati nella promozione della pace e dei diritti umani. Sono previste attività, laboratori e momenti di incontro per conoscere esperienze e progetti dedicati alla costruzione di una cultura della pace, alla promozione dei diritti e alla ricerca di nuovi percorsi di crescita materiale e spirituale per la comunità.

Alle 10. 30 e alle 17 al Giardino dei bambini ci sarà la possibilità di partecipare a “Yoga per bambini e adulti” a cura della comunità Hare Krishna.

Alle 12 appuntamento con le “Prime due tappe del sentiero Testimoni di pace: Alexander Langer e Chiara Lubich”: inaugurazione e presentazione con Clara Bassan della Fondazione Alexander Langer e Giuseppe Pellegrini del Movimento dei Focolari.

Per tutto il giorno all’aerostazione ci saranno “Sogni di pace: l’arte del maestro Sri Chinmoy”, esposizione di riproduzioni delle opere di Sri Chinmoy a cura dello Sri Chinmoy Centre di Vicenza, e “Terra di Sebastião Salgado”, esposizione di fotografie appartenenti alla mostra “Terra”, a cura del Movimento Gocce di Giustizia.

Alle 14.30 in corrispondenza della statua di Gandhi in viale Roma partirà “La Pace in cammino”, itinerario a piedi lungo percorsi ciclopedonali, con alcune tappe significative con arrivo al Parco della Pace, accompagnati dalla Lanterna della Pace di Assisi. L’ingresso al Parco dal lato di viale Ferrarin è previsto alle 16.30.

A seguire, un flash mob per la pace. I partecipanti possono portare colori e bandiere della pace. Con la partecipazione dei gruppi scout Agesci della città.

Alle 18.30 sul palco interverranno il sindaco Giacomo e amministratori della Provincia di Vicenza.

Alle 16.45 in prossimità del palco al Parco della Pace si svolgerà il “Silent Play - Passi di pace”, con racconti sulla storia del Parco, a cura de La Piccionaia. Possibile replica alle 17.45. Prenotazioni su www.piccionaia.org/evento/passi-di-pace-vicenza/

Dalle 17 alle 18.30 nel palco si terrà “Costruire la pace: quale contributo concreto offrono le religioni?”, incontro interreligioso e dialogo con rappresentanti di alcune tradizioni religiose del territorio vicentino. Coordina don Gianluca Padovan, delegato diocesano per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso della Diocesi di Vicenza.

Alle 17 ci sarà la consegna alle parrocchie della Diocesi di Vicenza di 360 alberi di leccio, a cura dell’équipe diocesana Nuovi stili di vita e dell’Associazione Alberi Felici.

Alle 19.30 in prossimità del palco e al giardino dei bambini ci sarà la “Cena comunitaria” a cura della comunità Hare Krishna.

Alle 20.30 al palco si terrà il “Concerto del Coro D’altro Canto” con Canti per la pace diretti da Sereno e Giacomo Ruaro.

Lunedì 21 settembre la giornata sarà dedicata all’educazione alla pace.

Dalle 10 alle 12.30 in sala Bernarda a Palazzo Trissino si terrà “Le guerre invisibili, lotta di popoli divisi”, attività e laboratorio a cura del gruppo PES - Parlamento Europeo degli Studenti del Liceo Lioy, insieme alle volontarie e ai volontari del Servizio Civile Universale del Comune di Vicenza. 

Alle 18 nella sala dei Chiostri di Santa Corona sarà la volta di “Nucleare: soluzione reale o ingannevole alla decarbonizzazione e alla pace?”.

I promotori

“Vicenza Cantiere della Pace e dei Diritti Umani” è promosso dall’assessorato alla pace del Comune di Vicenza e da Casa per la Pace di Vicenza con Fondazione PerugiAssisi, Coordinamento Enti Locali per la Pace, Centro di Ateneo per i Diritti Umani “Antonio Papisca” dell’Università di Padova. Collaborano Diocesi di Vicenza, La Piccionaia, CSV Vicenza, Consiglio di Quartiere 8, Cinema Odeon, Associazione Oikos, Gruppo PES Liceo Lioy, Movimento dei Focolari, Cosmo Cooperativa Sociale, Fondazione Alexander Langer, Osservatorio Vicenza città Unesco da smilitarizzare, Arciragazzi, Équipe Nuovi stili di vita. Partecipano le comunità religiose del territorio vicentino: cristiane cattoliche, ortodosse e protestanti, musulmane, Hare Krishna, buddhiste e bahá’í.

A scuola di Magnifica Humanitas

143. La scuola è il luogo in cui le nuove generazioni possono imparare a cercare e amare la verità, a interrogarsi sul senso della vita e sulla dignità di ogni persona. Per questo molti genitori, che desiderano che i figli crescano capaci di relazione, di senso critico, di valori solidi, ripongono in essa grandi attese, come preziosa alleata nell’educazione dei loro figli. Ai genitori spetta, infatti, il diritto primario e inalienabile di scegliere il tipo di istruzione e di formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose. Il mondo della scuola oggi si trova davanti ad alcune sfide improrogabili.

144. La prima sfida è sociopolitica. Sia entro le singole nazioni che tra diverse aree del mondo, permangono forti disuguaglianze nell’accesso all’istruzione di base e agli studi superiori. In non pochi Paesi lo Stato non ha ancora investito le risorse necessarie per garantire a tutti un’educazione di qualità, sia sostenendo adeguatamente il sistema scolastico pubblico sia supportando le istituzioni private che offrono questo servizio fondamentale. Quando una parte rilevante dell’istruzione, a vari livelli, è affidata a istituti privati, può accadere che l’accesso alla scuola dipenda troppo dalle possibilità economiche delle famiglie, in mancanza di un adeguato sostegno pubblico. A fronte di questo rischio, va comunque riconosciuto e sostenuto il contributo di molte opere educative cattoliche che, pur essendo istituzioni private, garantiscono un’accoglienza inclusiva a bambini e giovani di ogni provenienza, anche quando le condizioni economiche delle famiglie non lo permetterebbero.

145. La seconda grande sfida è pedagogica. Molti sistemi formativi faticano ad aggiornarsi al ritmo dei cambiamenti e a sostenere una crescita integrale degli studenti. Lo sviluppo delle tecnologie informatiche e dell’IA rende rapidamente inadeguati programmi di studio pensati per un’altra epoca, mentre l’organizzazione della scuola, gli spazi, i metodi di valutazione e la stessa figura dell’insegnante chiedono di essere ripensati in vista di un’educazione realmente integrale, aperta a tutte le dimensioni della persona. È necessario sostenere la formazione continua dei docenti lungo tutto l’arco della vita professionale, perché sappiano dialogare in modo positivo con le nuove tecnologie, aiutando gli studenti a farne un uso responsabile, critico e creativo e a non subirne passivamente l’influsso.

146. La terza grande sfida è intellettuale e sapienziale. Se non siamo attenti, può prendere forma un sistema educativo senza amore per la verità, in cui il flusso incessante di informazioni sostituisce l’esercizio della ricerca, della riflessione e del discernimento. Si moltiplicano conoscenze frammentarie, ma diventa più difficile cogliere la realtà nel suo insieme, porre domande di senso, sviluppare un autentico pensiero critico e creativo. Molti educatori avvertono già i segni di una possibile disumanizzazione, in cui le persone “sanno molte cose” ma faticano a dare un orientamento alla propria vita, anche a causa dell’incapacità di connettere le informazioni e le conoscenze, e di non perderne l’orizzonte di senso. Occorre promuovere una vera igiene dell’attenzione: ritmi che prevedano silenzio, studio approfondito, lettura, confronto ponderato; senza questi elementi la libertà interiore può risultare compromessa.

147. La Dottrina sociale della Chiesa invita famiglie, scuole, comunità cristiane e istituzioni pubbliche a un’alleanza educativa rinnovata. Essa diventa concreta quando i principi fondamentali si traducono in mete educative: educare alla sobrietà e al senso del limite; educare al riconoscimento del diritto dell’altro e di chi verrà dopo di noi a godere dei beni che ci sono donati, o che l’ingegno umano rende disponibili; educare alla libertà e alla responsabilità; educare al senso della trascendenza e al bene comune. La scuola non è chiamata a inseguire la velocità del mondo digitale, ma a offrire ciò che il digitale da solo non può dare: tempo condiviso per apprendere e relazioni affidabili.

giovedì 3 settembre 2026

Oltre 1,5 °C: il nuovo rapporto ONU e l'urgenza di cambiare rotta

Il mondo si avvia a superare la soglia di 1,5 °C di aumento della temperatura media globale rispetto all’epoca preindustriale. Non è ancora il momento di parlare di una resa definitiva: il nuovo rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, intitolato "Limiting Overshoot" , sostiene che sarà ancora possibile limitare la durata e l’entità dello sforamento, ma solo attraverso una trasformazione rapida e profonda dei sistemi energetici, economici e produttivi.

La notizia, diffusa il 2 settembre 2026, segna soprattutto un cambiamento di prospettiva. Per anni la politica climatica internazionale ha avuto come obiettivo evitare in ogni modo il superamento degli 1,5 °C. Oggi l’ONU avverte che questo traguardo sarà probabilmente oltrepassato nei prossimi anni e invita i governi a concentrarsi su tre obiettivi: raggiungere un picco di riscaldamento il più basso possibile, mantenerlo per il minor tempo possibile e riportare successivamente la temperatura sotto la soglia.

I dati più preoccupanti
Il rapporto prospetta diversi scenari, ma nessuno autorizza all’ottimismo superficiale.
- Il superamento degli 1,5 °C è considerato probabile entro pochi anni.
- Anche nello scenario più favorevole, basato sull’attuazione degli impegni climatici già annunciati dai governi, il riscaldamento potrebbe raggiungere un picco di circa 1,8 °C.
- Con le politiche attualmente in vigore, la temperatura media globale potrebbe arrivare intorno a 2,6 °C entro il 2100.
- Tornare al di sotto di 1,5 °C resta possibile, ma è definito dall’ONU un obiettivo altamente incerto e dipendente da tagli immediati alle emissioni e dalla rimozione di grandi quantità di anidride carbonica dall’atmosfera.

La differenza tra 1,5, 1,8 e 2,6 °C non è una questione puramente numerica. Ogni frazione di grado aumenta la probabilità di ondate di calore più intense, incendi, alluvioni, siccità, perdita di raccolti, scarsità d’acqua e danni alle infrastrutture. Crescono inoltre i rischi per la salute, per gli ecosistemi e per le città costiere e le isole più basse.

Un ulteriore problema riguarda i cosiddetti punti di non ritorno. Quanto più a lungo il pianeta rimane molto caldo, tanto maggiore diventa il rischio di destabilizzare grandi calotte glaciali, degradare la foresta amazzonica e innescare trasformazioni difficili o impossibili da invertire. Anche un eventuale ritorno della temperatura media sotto 1,5 °C non cancellerebbe automaticamente i danni prodotti durante lo sforamento.

Perché il trend non cambia
Il cambiamento climatico è il risultato cumulativo di comportamenti umani e di scelte politiche ed economiche sviluppatesi soprattutto dall’età industriale.

La dipendenza dai combustibili fossili
Carbone, petrolio e gas naturale continuano a sostenere una parte decisiva della produzione elettrica, dei trasporti, dell’industria e del riscaldamento. La combustione di queste fonti libera anidride carbonica, il principale gas responsabile del riscaldamento antropico.

Il problema non consiste soltanto nei comportamenti dei singoli cittadini. Anche quando una persona riduce i consumi, il sistema continua a offrire energia, trasporti e beni basati in larga misura sui combustibili fossili. Per questo il rapporto ONU insiste sulla necessità di accelerare l’abbandono del carbone, del petrolio e del gas e di sostituirli con fonti rinnovabili, efficienza energetica ed elettrificazione.

Le emissioni di metano
Il metano rimane meno a lungo nell’atmosfera rispetto all’anidride carbonica, ma ha un forte effetto riscaldante nel breve periodo. Le sue emissioni provengono soprattutto dall’estrazione e dal trasporto di petrolio e gas, dalle discariche, dall’agricoltura e dagli allevamenti.

Ridurre rapidamente il metano sarebbe una delle strategie più efficaci per rallentare il riscaldamento nei prossimi decenni. Significherebbe intervenire sulle perdite delle infrastrutture energetiche, migliorare la gestione dei rifiuti, ridurre le emissioni agricole e modificare alcuni sistemi produttivi ad alta intensità climatica.

La deforestazione e il consumo di suolo
La distruzione delle foreste produce una doppia conseguenza: libera il carbonio immagazzinato nella vegetazione e nei suoli e riduce la capacità naturale degli ecosistemi di assorbire CO₂. La perdita di foreste, zone umide, mangrovie e altri ambienti naturali indebolisce inoltre la biodiversità e rende i territori più vulnerabili a siccità, frane e alluvioni.

Proteggere le foreste non significa soltanto piantare nuovi alberi. Occorre evitare la distruzione degli ecosistemi esistenti, che svolgono funzioni ecologiche spesso impossibili da ricostruire rapidamente.

Sprechi e consumi inefficienti
Produzione industriale, trasporti, edilizia, agricoltura e sistemi alimentari richiedono grandi quantità di energia e materie prime. A ciò si aggiungono sprechi alimentari, obsolescenza dei prodotti, uso eccessivo dell’automobile privata e urbanizzazione dispersa.

Le responsabilità, però, non sono distribuite in modo uniforme. I Paesi che hanno emesso di più nel corso della storia e i gruppi sociali con consumi più elevati hanno una responsabilità maggiore. Il rapporto ONU richiama infatti la necessità di una transizione giusta, capace di proteggere le popolazioni più vulnerabili e i lavoratori dei settori destinati a cambiare.

La strategia dell’“overshoot”
La parola inglese *overshoot* indica il superamento temporaneo di una soglia. Nel nuovo scenario climatico delineato dall’ONU, la strategia più realistica è dunque quella del “superamento, picco e riduzione”: tagliare subito le emissioni, raggiungere un picco termico contenuto e poi diminuire gradualmente la temperatura attraverso emissioni nette negative.

Questa prospettiva non deve essere interpretata come un’autorizzazione a rimandare. Al contrario, ogni anno trascorso senza riduzioni significative rende più alto il picco futuro e più difficile il ritorno sotto 1,5 °C. Secondo il rapporto, la rimozione della CO₂ sarà necessaria, ma non potrà sostituire la riduzione delle emissioni alla fonte.

Rimuovere carbonio dall’atmosfera può avvenire attraverso:
- riforestazione e ripristino degli ecosistemi;
- gestione più efficace dei suoli;
- cattura diretta della CO₂ dall’aria;
- cattura e stoccaggio del carbonio in alcuni processi industriali;
- protezione di foreste, torbiere, mangrovie e oceani.

Queste tecnologie e pratiche presentano tuttavia limiti, costi e rischi. Le foreste possono bruciare o essere abbattute; gli impianti tecnologici richiedono energia e infrastrutture; un ricorso eccessivo alla rimozione del carbonio potrebbe diventare un alibi per continuare a bruciare combustibili fossili.

Che cosa dovrebbe cambiare
Il rapporto e le dichiarazioni delle Nazioni Unite indicano alcune priorità concrete.

Tagliare le emissioni subito
Non basta promettere la neutralità climatica nel 2050 se le emissioni continuano a crescere nel presente. Servono riduzioni immediate, verificabili e progressive, con particolare attenzione ai settori più inquinanti.

Accelerare le energie rinnovabili
La transizione deve comprendere più energia solare ed eolica, reti elettriche adeguate, accumuli, risparmio energetico e maggiore efficienza degli edifici. L’elettrificazione dei trasporti, del riscaldamento e di una parte dell’industria può ridurre l’uso diretto di carbone, petrolio e gas.

Ridurre il metano
Interventi rapidi su estrazione energetica, agricoltura e rifiuti possono produrre benefici climatici già nel breve periodo. È una delle poche leve capaci di rallentare rapidamente l’aumento delle temperature.

Proteggere natura, città e coste
Mitigazione e adattamento devono procedere insieme. Le città dovranno investire in alberature, ombra, aree verdi, materiali meno assorbenti il calore, sistemi di allerta e gestione delle acque. Gli ecosistemi marini e costieri devono essere protetti dall’urbanizzazione e dall’inquinamento.

Rafforzare la cooperazione internazionale
Nessun Paese può risolvere da solo un problema globale. Sono necessari finanziamenti per la transizione energetica, sostegno ai Paesi più poveri, trasferimento di tecnologie e maggiore coerenza tra gli impegni annunciati e le politiche effettivamente adottate.

L’ONU chiede inoltre ai Paesi maggiormente responsabili delle emissioni storiche di agire più rapidamente e con maggiore ambizione.

Una notizia grave, ma non una condanna
Il rapporto "Limiting Overshoot"  non offre una rassicurazione. Conferma che il mondo ha perso tempo e che gli effetti del riscaldamento saranno più seri di quanto sarebbe stato possibile evitare. Tuttavia, superare gli 1,5 °C non significa che ogni ulteriore aumento sia inevitabile o che tutte le conseguenze siano già decise.

La differenza tra un mondo a 1,6, 1,8 o 2,6 °C è enorme. Ridurre anche solo di pochi decimi il riscaldamento futuro può significare evitare milioni di persone esposte a calore estremo, proteggere raccolti e riserve d’acqua, contenere i danni agli ecosistemi e ridurre le perdite economiche.

La vera domanda, quindi, non è più soltanto se riusciremo a rispettare perfettamente la soglia fissata a Parigi. È quanto a lungo resteremo oltre quella soglia, quanto alto sarà il picco e quali danni riusciremo ancora a evitare. La risposta dipenderà dalle decisioni prese nei prossimi anni: non soltanto dalle scelte individuali, ma soprattutto dalla capacità dei governi e delle istituzioni di trasformare rapidamente energia, trasporti, produzione e consumi.

Gerusalemme Est, l’anno scolastico che non può iniziare

A Gerusalemme Est l’anno scolastico 2026-2027 è cominciato nel segno della protesta. Le scuole cristiane e private palestinesi hanno sospeso le lezioni per denunciare il mancato rinnovo dei permessi d’ingresso a oltre settanta docenti e dipendenti provenienti dalla Cisgiordania. La decisione ha lasciato a casa più di 8.500 studenti e ha riacceso il conflitto sull’autonomia educativa palestinese nella parte orientale della città.

La vicenda non riguarda soltanto una questione amministrativa. Dietro i permessi negati, infatti, si intrecciano tre temi decisivi: il controllo israeliano sull’accesso a Gerusalemme Est, la progressiva sostituzione dei programmi palestinesi con quelli israeliani e la difficoltà, per le scuole cristiane, di conservare la propria identità culturale e pedagogica.

Il nodo dei docenti
Molti insegnanti delle scuole cristiane di Gerusalemme Est vivono nella Cisgiordania e raggiungono quotidianamente la città attraverso i posti di controllo. Per poter lavorare hanno bisogno di autorizzazioni israeliane, che nel 2026 non sarebbero state rinnovate per oltre settanta membri del personale docente, amministrativo e ausiliario.

Il Segretariato generale delle istituzioni educative cristiane di Gerusalemme ha denunciato che il provvedimento è arrivato senza un preavviso adeguato. L’assenza di un numero così consistente di lavoratori avrebbe reso impossibile garantire non soltanto le lezioni, ma anche i servizi amministrativi, sanitari, di pulizia e di sicurezza necessari per l’apertura degli istituti.

Le autorità israeliane sostengono invece che i permessi siano subordinati all’autorizzazione degli apparati di sicurezza e che possano essere concessi ai candidati che abbiano superato le verifiche previste. La questione, tuttavia, va oltre la singola procedura: per le scuole palestinesi il rischio è di essere costrette a sostituire gradualmente il personale proveniente dalla Cisgiordania con docenti residenti a Gerusalemme e in possesso di qualifiche riconosciute dal sistema israeliano.

La disputa sui programmi
Il secondo fronte riguarda i curricula scolastici. Per decenni molte scuole palestinesi di Gerusalemme Est hanno utilizzato prima il programma giordano e, dopo gli Accordi di Oslo, quello palestinese. Il programma scolastico non è però un semplice insieme di materie e libri di testo: stabilisce quali eventi storici insegnare, come raccontare la geografia, quali autori leggere e quale memoria collettiva trasmettere agli studenti.

Nel nuovo anno scolastico, nelle scuole municipali palestinesi di Gerusalemme Est, tutte le classi iniziali della scuola primaria e le nuove classi del settimo anno dovrebbero adottare esclusivamente il programma israeliano. Secondo le stime riportate dalla stampa, la misura coinvolgerebbe oltre 45.000 studenti, circa un terzo degli alunni palestinesi della città. Nel 2020 gli studenti inseriti nel programma israeliano erano circa 13.000.

È importante, però, formulare con precisione il problema: l’imposizione del curriculum israeliano riguarda soprattutto il sistema scolastico municipale palestinese; le scuole cristiane private hanno storicamente mantenuto una maggiore autonomia. Tuttavia, anche queste ultime subiscono pressioni indirette attraverso i requisiti per i docenti, i permessi di accesso e le condizioni per il riconoscimento dei titoli di studio.

Identità e autonomia
Per le comunità cristiane palestinesi la scuola rappresenta una delle poche istituzioni ancora in grado di garantire continuità sociale e culturale. Gli istituti cristiani accolgono spesso studenti di diverse confessioni e svolgono una funzione che va oltre l’istruzione: sono luoghi di formazione civica, incontro tra comunità e difesa della presenza cristiana nella Città santa.

La progressiva israelizzazione del sistema educativo viene quindi percepita dalle autorità palestinesi e dai responsabili delle scuole come un tentativo di modificare la memoria storica e l’identità degli abitanti di Gerusalemme Est. Il portavoce del Governatorato di Gerusalemme ha definito l’adozione forzata dei programmi israeliani un “crimine culturale ed educativo”, sostenendo che la difesa del curriculum palestinese equivalga alla difesa della memoria, della storia e del diritto a determinare la propria narrazione nazionale.

Dal punto di vista israeliano, l’integrazione nel sistema educativo statale viene invece presentata anche come una risposta alle esigenze concrete degli studenti, soprattutto in relazione all’accesso all’università e al mercato del lavoro israeliano. Alcune scuole, sottoposte a crescenti difficoltà economiche e logistiche, hanno scelto o valutato l’adozione del programma israeliano proprio per ottenere maggiori opportunità e finanziamenti.

Questa apparente alternativa — identità o opportunità — mostra quanto il sistema scolastico sia condizionato dal contesto politico. Le famiglie palestinesi non si trovano semplicemente a scegliere tra due programmi didattici: devono fare i conti con muri, permessi, posti di blocco, mercato del lavoro e controllo amministrativo.

Una crisi che riguarda i bambini
La sospensione delle lezioni è innanzitutto una protesta, ma produce conseguenze immediate sugli studenti. Ogni giorno di scuola perduto aggrava le difficoltà educative già provocate da anni di tensioni, limitazioni alla mobilità e instabilità politica.

La controversia pone anche una domanda più generale: può esistere un’autentica autonomia scolastica quando l’autorità che controlla l’ingresso in città può decidere quali insegnanti siano autorizzati a raggiungere le loro classi? E può una scuola conservare pienamente la propria identità quando programmi, certificazioni professionali e finanziamenti dipendono da un altro sistema politico?

La risposta delle scuole cristiane è stata la sospensione delle attività. Non si tratta soltanto della difesa del posto di lavoro di alcune decine di insegnanti, ma della rivendicazione del diritto delle istituzioni educative palestinesi a scegliere il proprio personale e a trasmettere la propria storia.

Il significato della protesta
La crisi di Gerusalemme Est dimostra ancora una volta che l’istruzione, nei territori contesi, non è mai neutrale. Libri, docenti e programmi diventano strumenti attraverso cui si definiscono appartenenza, memoria e potere.

La protesta delle scuole cristiane chiede che gli insegnanti della Cisgiordania possano tornare al lavoro e che l’autonomia degli istituti venga rispettata. Nel frattempo, secondo le notizie più recenti, le autorità israeliane avrebbero annunciato il via libera ai permessi, ma soltanto fino alla fine dell’anno solare: una soluzione temporanea che non elimina l’incertezza per il resto dell’anno scolastico.

Per gli oltre 8.500 studenti coinvolti, la riapertura delle aule non rappresenterebbe dunque la conclusione della vicenda, ma soltanto una tregua. La questione centrale rimane aperta: quale spazio potrà avere l’educazione palestinese — e con essa la presenza cristiana — nella Gerusalemme Est sottoposta al controllo israeliano?