giovedì 5 febbraio 2026

L’Insegnamento della Religione Cattolica: Laboratorio di cultura e dialogo

La Nota Pastorale del 2025 dell'Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali (CEI) illustra il valore dell'Insegnamento della Religione Cattolica (IRC) nel sistema scolastico italiano, a quarant'anni dalla revisione del Concordato. Il documento presenta la disciplina come un laboratorio di dialogo interculturale, essenziale per comprendere il patrimonio storico e affrontare le sfide di una società multietnica e digitalizzata. 

Attualità dell’IRC in un tempo di cambiamenti
Viene letto il “cambiamento d’epoca”: globalizzazione, migrazioni, pluralismo religioso, secolarizzazione, analfabetismo religioso, solitudine giovanile e sfide legate a IA, biotecnologie e digitale.
​L’IRC è descritto come spazio formativo che aiuta a comprendere il patrimonio culturale e religioso italiano, apre al confronto con altre religioni, sostiene percorsi di integrazione, dialogo e convivenza pacifica.
​Si insiste sulla centralità educativa della scuola, sulla formazione integrale e sul contributo dell’IRC a senso critico, coscienza civile, educazione alla pace, alla giustizia e alla custodia del creato.

L’IRC, scelta di libertà e di cultura
L’Accordo del 1984 è letto come innovativo perché riconosce: valore della cultura religiosa, radicamento storico del cattolicesimo nel popolo italiano, collocazione dell’IRC entro le finalità della scuola (sviluppo della persona, uguaglianza, libertà, partecipazione).
​L’IRC è oggetto di libera scelta, non è professione di fede ma richiesta di formazione su temi religiosi; è destinato a tutti, non solo ai cattolici, e registra un’alta percentuale di avvalentisi, con differenze territoriali.
​Si ribadisce la distinzione e complementarità tra IRC e catechesi e si richiama la Corte costituzionale: l’IRC non viola la laicità, ma ne è espressione, perché la laicità non è indifferenza al fatto religioso, bensì garanzia di libertà in regime di pluralismo.
​L’IRC è definito “servizio educativo”: contribuisce alla crescita integrale, combatte l’ignoranza religiosa, favorisce sintesi tra saperi, dialoga con tutte le discipline (umanistiche, scientifiche e tecnologiche) e articola i contenuti in prospettiva esistenziale, teologica, biblica e storico-sociale.
​Viene situato nel quadro del “patto educativo globale” e si richiamano alcune attenzioni specifiche: scuola cattolica, percorsi di istruzione e formazione professionale regionali, dove l’IRC ha un ruolo qualificante e va garantito secondo la normativa.
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mercoledì 4 febbraio 2026

Scoutismo americano messo sotto pressione sul tema dell'inclusione

Negli Stati Uniti è in corso uno scontro simbolico e molto concreto attorno al movimento Scout. Secondo recenti notizie, il Dipartimento della Difesa ha minacciato di interrompere il sostegno a Scouting America (la storica organizzazione un tempo nota come Boy Scouts of America) se non farà marcia indietro sulle proprie politiche di inclusione, in particolare quelle riconducibili alla cosiddetta DEI: diversity, equity and inclusion.

Un secolo di alleanza sotto esame
Da oltre cento anni, gli Scout americani hanno intrattenuto un rapporto stretto con le Forze Armate: collaborazioni logistiche, sostegno agli eventi nazionali come il Jamboree, accesso alle basi militari, programmi educativi rivolti ai giovani. Questa alleanza è stata a lungo percepita come naturale: un’organizzazione giovanile che punta su servizio, disciplina, spirito civico, accanto a un’istituzione che si presenta come presidio dei valori nazionali.

Negli ultimi anni, però, il quadro è cambiato. Per rispondere alle trasformazioni sociali e culturali del Paese, gli Scout hanno progressivamente adottato politiche più inclusive: apertura alle ragazze e possibilità per loro di diventare Eagle Scout, accoglienza esplicita di giovani LGBT, maggiore attenzione al pluralismo religioso e alla lotta contro discriminazioni e bullismo. Scelte presentate dalla dirigenza come fedeli allo spirito originario del movimento, che fin dalle origini dichiarava di voler formare “buoni cittadini” in una società in evoluzione.

Il nuovo fronte: la guerra alla DEI
Con il cambio di amministrazione alla Casa Bianca e al Pentagono, la sigla DEI è diventata un bersaglio politico. La nuova leadership considera molti programmi di diversity, equity and inclusion come espressione di “ideologia” piuttosto che come strumenti di equità. In questo clima, il movimento Scout è finito nel mirino: la sua evoluzione verso una maggiore inclusione viene letta da alcuni esponenti del governo come un tradimento della tradizionale “meritocrazia” e dei “valori dei ragazzi”.

Il Dipartimento della Difesa ha quindi messo Scouting America di fronte a un aut aut: o si “allinea” alle nuove direttive federali che limitano i programmi DEI nelle organizzazioni partner, oppure rischia di perdere l’accesso a fondi, strutture e supporto logistico militare. In documenti e dichiarazioni pubbliche, i vertici del Pentagono hanno accusato gli Scout di aver abbracciato “ideologie gender‑fluid e di giustizia sociale” ritenute incompatibili con la linea attuale del governo.

Inclusione sotto pressione
Nella pratica, ciò che viene contestato non è semplicemente “l’idea di essere gentili con tutti”, ma alcune scelte molto concrete:
- L’ammissione piena delle ragazze e la possibilità per loro di raggiungere i massimi gradi del percorso scoutistico.  
- L’apertura a ragazzi e capi apertamente LGBT, inclusi giovani transgender.  
- I programmi formativi che affrontano direttamente temi di discriminazione, equità, rispetto delle differenze culturali e religiose.  

Per la dirigenza di Scouting America queste politiche sono una risposta necessaria alla realtà dei giovani di oggi, uno sforzo per rimanere un luogo sicuro e significativo per tutti. Per i critici, invece, rappresentano una deriva “ideologica” che snatura l’identità originaria del movimento.

Cosa è in gioco davvero
La vicenda non riguarda solo un contenzioso amministrativo su fondi e infrastrutture. È il riflesso di una battaglia più ampia su che cosa significhi educare le nuove generazioni in una società polarizzata. Da un lato vi è l’idea che l’inclusione sia parte integrante della missione educativa: imparare a vivere con le differenze, riconoscere dignità e diritti a persone di generi, fedi e orientamenti diversi. Dall’altro, la convinzione che l’enfasi su DEI rappresenti un’ideologia divisiva, imposta “dall’alto”, e che vada espunta dagli spazi formativi tradizionali.

Il ricorso alla leva economica e istituzionale – “se volete il nostro sostegno, dovete cambiare rotta” – rende questa storia un caso emblematico del rapporto tra potere politico e società civile. Gli Scout, nati come organizzazione indipendente ma intrecciata con le istituzioni, si trovano ora a dover scegliere quanto sono disposti a pagare per difendere un’idea di inclusione che, per molti dei loro membri, non è una moda, ma la conseguenza logica della promessa scout di rispetto e servizio verso tutti.

Una domanda aperta
Questo episodio solleva almeno tre domande che possono guidare il dibattito:
- Chi deve decidere l’orizzonte valoriale delle associazioni educative: lo Stato che le sostiene, o le comunità che le compongono?  
- L’inclusione è davvero un’agenda “ideologica”, o è semplicemente il tentativo di applicare vecchi principi (dignità, giustizia, rispetto) in un contesto sociale nuovo?  
- Che cosa perdiamo – come società – quando l’accesso a fondi e partnership diventa uno strumento per uniformare il pensiero educativo?

Il caso di Scouting America ci riguarda anche a migliaia di chilometri di distanza, perché racconta una tensione universale: quella tra il desiderio di formare giovani liberi e capaci di accogliere l’altro, e la tentazione di usare il potere istituzionale per riportare ogni esperienza educativa dentro confini ritenuti “sicuri”. Come sempre, a fare la differenza non saranno solo le decisioni dei vertici, ma le scelte quotidiane di capi, famiglie e ragazzi, chiamati a decidere se l’inclusione è un optional o un pilastro della loro idea di cittadinanza.


domenica 1 febbraio 2026

“Prima i bambini!”: la vita guardata dal basso

“Prima i bambini!” è il tema scelto dai vescovi italiani per la 48ª Giornata Nazionale per la Vita, celebrata l’1 febbraio 2026. Non è uno slogan tenero per addolcire una ricorrenza, ma un criterio radicale per leggere il nostro tempo: dalla parte dei più piccoli, dei più fragili, di chi non ha voce e spesso non viene nemmeno visto.

Il Messaggio della CEI si apre con le parole del Vangelo di Matteo: “Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli” (Mt 18,10), indicando l’infanzia come misura della civiltà e della fede di un popolo. Come trattiamo i bambini – nati e non nati, sani e malati, vicini e lontani – rivela che idea di umanità stiamo costruendo.

Quando i bambini pagano il prezzo delle scelte degli adulti
I vescovi non si limitano a un richiamo generico, ma elencano le ferite concrete che attraversano oggi l’infanzia. Pensano ai bambini coinvolti nelle guerre, alle vittime delle migrazioni forzate, al lavoro minorile, alla piaga dei bambini-soldato, fino alle manipolazioni bioetiche che “fabbricano” i piccoli in laboratorio piegandoli a desideri e interessi degli adulti.

Nel Messaggio si legge che “le vite dei bambini vengono spesso asservite agli interessi dei grandi”, denunciando una società in cui il potere degli adulti prevale sul diritto dei piccoli a essere accolti, amati e protetti. Persino il diritto fondamentale a nascere viene messo in discussione quando, dopo esami prenatali, un bambino non appare “perfetto” secondo criteri di efficienza e prestazione.

Una conversione dello sguardo
La proposta della Giornata della Vita 2026 è prima di tutto spirituale: cambiare sguardo. Mettere “prima i bambini” significa rovesciare la prospettiva, smettere di chiederci soltanto quanto i piccoli si adattino ai nostri ritmi e iniziare a domandarci quanto noi adulti siamo pronti a rallentare, ad ascoltare, a fare spazio.

Segni di speranza e responsabilità concreta
Nel quadro, certo severo, non mancano segni di speranza. Il Messaggio esprime gratitudine per tutte quelle realtà – centri di aiuto alla vita, famiglie affidatarie, educatori, volontari, operatori pastorali – che ogni giorno custodiscono l’infanzia con amore concreto.

martedì 27 gennaio 2026

I Giusti delle Nazioni: la dignità umana come bussola morale

Ogni 27 gennaio ricordiamo la Shoah e le sue vittime, ma accanto a questa memoria del dolore, è essenziale custodire anche la memoria del coraggio. È la memoria dei Giusti delle Nazioni, uomini e donne che, in tempi di disumanità, scelsero la via dell’umanità. Non erano eroi nel senso tradizionale: erano insegnanti, contadini, medici, suore, cittadini comuni che decisero di salvare e proteggere altri esseri umani, spesso a rischio della propria vita.  

Essi riconobbero, in mezzo alla barbarie, che ogni persona porta in sé una dignità che nessuna legge o ideologia può cancellare. Il loro gesto non fu solo un atto di resistenza morale, ma anche una forma di fede nella possibilità del bene, anche quando tutto intorno sembrava negarlo.

Agire per la dignità, allora e oggi
Oggi, le forme del male sono più sottili ma non meno reali. Non ci sono più delatori in ogni strada, ma esistono indifferenza, razzismo digitale, disinformazione, persecuzioni religiose o politiche, e nuove frontiere di esclusione che colpiscono migranti, minoranze e dissidenti.  
Essere “giusti” oggi può significare tante cose:  
- Denunciare la violenza o l’odio, anche quando farlo significa esporsi.  
- Difendere la verità e la giustizia nei contesti in cui prevale il cinismo.  
- Offrire solidarietà e asilo a chi fugge da guerre e persecuzioni.  
- Sostenere la libertà d’espressione e i diritti umani, anche nel mondo digitale.  

Un’eredità viva
Come ricordava Moshe Bejski, sopravvissuto di Auschwitz e promotore del titolo di Giusto tra le Nazioni, “ciò che distingue il Giusto è agire senza chiedere una ricompensa, solo perché è giusto”.  
Questo spirito vive oggi in figure come le donne iraniane che sfidano il regime per il diritto all’istruzione e alla libertà, nei giornalisti russi o belarusi che continuano a parlare nonostante le minacce, o nei volontari che soccorrono migranti in mare o nei conflitti, mossi dalla convinzione che nessuna frontiera valga più della vita umana.  

La Giornata della Memoria è doverosa per ricordare tutte le vittime del nazi-fascismo e la follia antisemita, ma è sempre occasione per aprire gli occhi sui rischi contemporanei di perdere il senso di umanità e di cadere nell'indifferenza verso l'ingiustizia, la violenza e le discriminazioni che colpisce popolazioni e categorie di persone in ogni parte del mondo.

lunedì 26 gennaio 2026

Il silenzio della croce


Oltre 30 anni fa Natalia Ginzburg, ebrea atea, scrisse per L’Unità un articolo sul crocefisso che merita, oggi, di essere riletto

“Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. 
Tace. 

È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea di uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente. 

La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. 

Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo?

Sono quasi duemila anni che diciamo “prima di Cristo” e “dopo Cristo”. 

O vogliamo smettere di dire così?

Il crocifisso è simbolo del dolore umano. 

La corona di spine, i chiodi evocano le sue sofferenze. La croce che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte. 

Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino.
Il crocifisso fa parte della storia del mondo.

Per i cattolici, Gesù Cristo è il Figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l’immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e del prossimo. 

Chi è ateo cancella l’idea di Dio, ma conserva l’idea del prossimo.

Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per la propria fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c’è immagine. 

È vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti. 

Come mai li rappresenta tutti? 

Perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei, neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà tra gli uomini.

Gesù Cristo ha portato la croce. A tutti noi è accaduto di portare sulle spalle il peso di una grande sventura. 

A questa sventura diamo il nome di croce, anche se non siamo cattolici, perché troppo forte e da troppi secoli è impressa l’idea della croce nel nostro pensiero. 

Alcune parole di Cristo le pensiamo sempre, e possiamo essere laici, atei o quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente.

Ha detto “ama il prossimo come te stesso”. 

Erano parole già scritte nell’Antico Testamento, ma sono diventate il fondamento della rivoluzione cristiana. 

Sono la chiave di tutto

Il crocifisso fa parte della storia del mondo”.

Pubblicato su L’Unità del 22 marzo 1988

domenica 25 gennaio 2026

Musk: “Presto più umanoidi che esseri umani ed entro il 2030 l’IA sarà più intelligente dell’uomo”

L’idea che robot umanoidi e intelligenza artificiale possano sostituire l’uomo nel lavoro affascina e inquieta allo stesso tempo. Elon Musk e papa Leone XIV rappresentano due modi opposti di guardare allo stesso fenomeno.

Musk e la seduzione della sostituzione
Nelle sue recenti dichiarazioni, Musk immagina un futuro prossimo in cui i robot umanoidi saranno più numerosi degli esseri umani e saranno in grado di svolgere “tutti i lavori” oggi affidati alle persone. Il lavoro umano, in questa visione, diventa una funzione sostituibile: ciò che conta è che un compito venga svolto nel modo più efficiente possibile, indipendentemente da chi – o da che cosa – lo svolge. L’obiettivo è un mondo di abbondanza materiale, in cui l’IA e la robotica garantiscono produzione, servizi, cura, logistica, e l’uomo è liberato dalla necessità di lavorare per vivere.

È una prospettiva essenzialmente funzionale: il lavoro è mezzo per ottenere un risultato (un prodotto, un servizio, un comfort). Se una macchina può farlo meglio, più velocemente e a minor costo, allora è “razionale” lasciarglielo fare. L’orizzonte è quello dell’automazione integrale, in cui l’elemento umano è opzionale, eventualmente “romantico”, ma non più necessario.

Papa Leone e l’irriducibilità dei volti e delle voci
All’estremo opposto, l’ultimo intervento di papa Leone XIV sull’intelligenza artificiale insiste sulla dignità dei volti e delle voci come luogo in cui si manifesta l’unicità della persona. L’IA, dice il Papa, è ambivalente: può essere un grande aiuto, ma non può diventare né “amica” né “oracolo” e, soprattutto, non può sostituire la responsabilità, la libertà e la relazione che definiscono l’umano.

Qui il punto non è se una macchina “sappia fare” un compito, ma che cosa accade alla persona quando delega a una tecnologia parti sempre più grandi della propria esperienza: pensare, giudicare, ricordare, comunicare, prendersi cura. Il Papa vede nella sfida dell’IA non un problema tecnico, ma antropologico: che cosa resta dell’uomo se le sue relazioni, la sua memoria, la sua voce, il suo volto vengono simulati, filtrati, governati da sistemi che rispondono a logiche di profitto, di efficienza, di controllo?

Due modi di intendere il lavoro
Qui si apre la dicotomia che proponi: sostituzione del lavoro umano vs originalità di voci e volti.

Nella prospettiva utilitaristica di Musk:
- Il lavoro è principalmente produzione di un bene o erogazione di un servizio.  
- Il valore del lavoro è misurato in termini di risultato e performance.  
- Se la tecnologia garantisce lo stesso risultato (o migliore), il lavoro umano è superfluo.  

Nella prospettiva personalistica che emerge dalle parole del Papa:
- Il lavoro è prima di tutto azione tramite cui l’uomo si mette in relazione con gli altri e con il mondo.  
- Lavorare significa partecipare alla costruzione di una realtà condivisa, contribuire al bene comune, esprimere talenti e responsabilità.  
- Il valore del lavoro non si esaurisce nel prodotto, ma nel processo: nelle relazioni che genera, nel senso che offre alla vita di chi lo svolge, nella cura che imprime alle cose e alle persone.

In questo secondo sguardo, anche quando una macchina “sa fare” un compito tecnico, non può sostituire la dimensione relazionale, simbolica, spirituale che quel compito ha quando è svolto da una persona. Un robot può assistere un anziano, ma non può “farsi prossimo” nel senso pieno. Può insegnare contenuti, ma non educare nel rapporto vivo tra maestro e allievo. Può produrre immagini, testi e musica, ma non prendere su di sé il rischio di una scelta, di una responsabilità, di un sacrificio.

Funzione o vocazione?
La contrapposizione, in fondo, è tra due parole: funzione e vocazione.
- Nel paradigma funzionale, il lavoro è un insieme di task descrivibili, misurabili, ottimizzabili. È il regno dell’automazione: ciò che è descrivibile può, prima o poi, essere delegato a una macchina.  
- Nel paradigma personalistico, il lavoro è risposta a una chiamata: non solo “fare qualcosa”, ma diventare qualcuno attraverso ciò che si fa, entrando in una trama di relazioni, di doni e di responsabilità che nessun algoritmo può sostituire.

L’IA può, e probabilmente potrà sempre più, sostituire l’uomo in molte funzioni. Ma non può sostituirlo nella vocazione: nel modo unico e irripetibile in cui ciascuno abita il mondo, si prende cura degli altri, interpreta il proprio tempo, cerca il senso della propria esistenza.

Forse la via più feconda è tenere insieme le due tensioni:
- usare l’IA e i robot per liberare l’uomo dalle forme di lavoro più disumane, alienanti, usuranti;  
- custodire e rilanciare tutte quelle forme di lavoro in cui si giocano la relazione, la cura, la responsabilità, la creatività, il contatto diretto con la realtà naturale e sociale.

Che cosa non vogliamo delegare, perché sappiamo che, se lo delegassimo, perderemmo qualcosa di essenzialmente nostro?


sabato 24 gennaio 2026

L'esempio del clero in Minnesota

Negli ultimi giorni il Minnesota è diventato un laboratorio doloroso di ciò che significa vivere sotto una politica migratoria improntata alla massima durezza. Da un lato, l’amministrazione del presidente Donald Trump rivendica la necessità di “ripristinare l’ordine” attraverso operazioni massicce dell’ICE, con migliaia di persone deportate tramite l’aeroporto di Minneapolis–St. Paul; dall’altro, una parte significativa del clero locale ha deciso di trasformare il proprio ministero in una forma di resistenza pubblica e visibile.

Venerdì mattina, circa cento leader religiosi di diverse confessioni – cattolici, luterani, battisti, metodisti, rabbini e ministri di tradizioni riformate – si sono seduti e inginocchiati davanti alle partenze del Terminal 1 dell’aeroporto di Minneapolis–St. Paul, bloccando temporaneamente il flusso dei passeggeri. Non è stata una protesta qualunque: molti indossavano stola o talare, recitavano salmi e preghiere, e accostavano il linguaggio biblico dell’esodo e dell’accoglienza dello straniero alle storie concrete di famiglie strappate alla loro casa nel cuore del Midwest.

Le autorità aeroportuali avevano rilasciato un permesso che limitava area e numero dei manifestanti, ma i religiosi hanno scelto deliberatamente di superare tali confini, assumendosi il rischio dell’arresto. Quando la polizia li ha invitati a sgomberare, molti hanno risposto restando in silenzio, con le mani alzate o unite in preghiera, finché circa cento di loro sono stati fermati, accusati di trespassing e mancato rispetto degli ordini di un agente, e poi rilasciati con una citazione per reato minore. L’immagine di sacerdoti e pastori caricati sui mezzi della polizia, dopo aver intonato canti e benedizioni sull’asfalto ghiacciato, ha fatto il giro dei social e delle redazioni internazionali.

Qual é il messaggio dietro a questo gesto?

Anzitutto, la protesta all’aeroporto non è un gesto isolato. È inserita in una più ampia mobilitazione che include uno “sciopero morale”: sindacati, organizzazioni progressiste e comunità di fede hanno chiesto ai cittadini di non andare al lavoro, a scuola, nei negozi, per denunciare il clima di paura creato dalle retate dell’ICE nelle strade del Minnesota. Nei comunicati dei leader religiosi si ritrova un filo rosso: l’accusa a un sistema che trasformerebbe aeroporti, hotel e perfino chiese in snodi di un meccanismo di espulsione di massa, nel quale la persona migrante non è più un volto ma un numero di pratica.

I fatti di queste settimane rendono particolarmente stridente la tensione tra Vangelo e politiche migratorie. Da una parte c’è il caso di Liam Conejo Ramos, un bambino ecuadoriano di cinque anni fermato dall’ICE davanti a casa, in un sobborgo di Minneapolis, e trattenuto con il padre fino a un centro di detenzione familiare in Texas: per molti ministri di culto, l’immagine di un bambino portato via da agenti armati è diventata una sorta di parabola rovesciata di ciò che una società cristiana non dovrebbe mai accettare. Dall’altra, c’è l’imbarazzo, se non lo scandalo, per il fatto che uno dei responsabili locali dell’ICE, il funzionario David Easterwood, figuri anche come pastore in una chiesa di St. Paul, il che ha spinto attivisti e fedeli a interrompere una celebrazione domenicale per denunciare quella che percepiscono come una incompatibilità tra ministero pastorale e ruolo in una macchina repressiva.

Per molti di questi leader religiosi, l’azione diretta non è una fuga dalla teologia, ma il suo sbocco concreto. Nelle loro dichiarazioni emerge il richiamo a testi biblici come Levitico 19 (“amerai lo straniero come te stesso”) o Matteo 25 (“ero straniero e mi avete accolto”), interpretati come mandato a schierarsi non solo con parole, ma mettendo in gioco la propria libertà per impedire deportazioni che giudicano moralmente inaccettabili. L’arresto viene così vissuto come una forma di “obiezione di coscienza evangelica”: se la legge permette pratiche disumanizzanti, è la coscienza plasmata dal Vangelo a imporre il limite, fino a infrangere pacificamente certe norme per ricordare che la dignità della persona viene prima.

Di fronte a questo, la risposta dell’amministrazione Trump e del Dipartimento di Giustizia è speculare: se i religiosi rivendicano la sacralità della persona migrante, il potere federale insiste sulla sacralità dell’ordine pubblico e della “sicurezza nazionale”. L’invio massiccio di agenti ICE in Minnesota viene giustificato come necessità di applicare la legge e di difendere i cittadini americani, mentre il DOJ minaccia procedimenti penali non solo contro chi ferma i voli, ma anche contro gli attivisti che interrompono funzioni religiose per contestare pastori legati all’ICE. È uno scontro di narrazioni: per alcuni, i veri “attacchi ai luoghi di culto” sono le proteste in chiesa; per altri, lo scandalo è avere in pulpito chi guida un apparato accusato di violare i diritti umani.

In questo intreccio complesso, il clero che si fa arrestare a Minneapolis–St. Paul non parla soltanto ai migranti del Minnesota, ma alla coscienza cristiana degli Stati Uniti – e, indirettamente, anche alla nostra. La loro scelta mostra che la fede può diventare un linguaggio pubblico capace di dire “no” a leggi che, pur essendo formalmente valide, risultano incompatibili con l’idea cristiana di persona, di famiglia e di ospitalità. E pone una domanda scomoda a tutte le comunità credenti: di fronte a politiche che colpiscono i più vulnerabili, è sufficiente una dichiarazione di principio, o arriva il momento in cui la sola coerenza possibile passa dal farsi mettere, pacificamente, tra i fermati di un registro di polizia?