domenica 22 febbraio 2026

San Francesco e l’ostensione delle sue ossa: un segno di memoria e speranza nell’ottavo centenario dellaorte

Quest’anno, in occasione dell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi (1226–2026), uno degli eventi più significativi è l’ostensione delle sue ossa nella cripta della Basilica Inferiore di Assisi. È un gesto raro, dal profondo valore simbolico, che invita credenti e pellegrini a un rinnovato incontro con la testimonianza viva del Santo e con il suo messaggio universale di pace, fraternità e amore per il creato.  

L’ostensione non è un semplice momento di curiosità o devozione popolare, ma una occasione di introspezione spirituale: quelle ossa, conservate da otto secoli, raccontano la fragilità e la grandezza di un uomo che volle spogliarsi di tutto per appartenere solo a Dio. Vederle oggi significa contemplare la paradossale ricchezza della povertà evangelica, una via che sfida il materialismo e l’indifferenza del nostro tempo.

Il valore contemporaneo del Patrono d’Italia
San Francesco, proclamato Patrono d’Italia nel 1939, parla ancora al cuore dell’uomo postmoderno. In un’epoca segnata da crisi ambientali, tensioni sociali e perdita di riferimenti, la sua esistenza suggerisce una via di riconciliazione: con la natura, con gli altri e con se stessi.  
Le sue parole — e ancor più i suoi gesti — invitano a un uso sobrio e solidale delle risorse, a una spiritualità del quotidiano, e a un dialogo interreligioso autentico. Non a caso è ispiratore encicliche e iniziative contemporanee, da Laudato si’ al nuovo umanesimo promosso da Papa Francesco.

Reliquie: corpi che parlano di fede
L’ostensione delle ossa si inserisce in una lunga tradizione cristiana di venerazione delle reliquie. Fin dai primi secoli, i resti dei martiri e dei santi sono stati segni concreti di presenza, intercessione e comunione.  
Le reliquie, lungi dall’essere superstizione, sono memoria incarnata: ci ricordano che la santità non è un’idea, ma passa per la vita e il corpo. Toccare, vedere, sostare davanti a quelle ossa significa riscoprire la realtà della speranza cristiana, che non teme la morte perché crede nella resurrezione.

Un segno per l’Italia e per il mondo
Nell’anno dell’ottavo centenario, l’Assisi francescana torna a essere cuore pulsante della spiritualità italiana. L’ostensione delle reliquie diventa così invito a una conversione personale e collettiva: a recuperare la semplicità, la fraternità universale e il rispetto per il creato che San Francesco incarnò con radicalità disarmante.  
In un tempo dominato da disillusione e conflitto, la sua figura resta luce e bussola: un uomo che trasformò la povertà in libertà e il dolore in canto.

sabato 21 febbraio 2026

Il nuovo codice penale dei talebani legalizza la violenza domestica contro le donne

In Afghanistan essere donna oggi significa vivere in un sistema che ti considera inferiore per legge. È una realtà dura da accettare, ma importante da conoscere, soprattutto per le giovani generazioni che vogliono capire il mondo e impegnarsi per cambiarlo.

Un nuovo codice penale contro le donne
Nel gennaio 2026 i talebani hanno approvato un nuovo codice penale che peggiora ancora la situazione femminile. Questo testo di legge non serve a proteggere le donne, ma a controllarle ancora di più. Legalizza di fatto molte forme di violenza domestica, introduce pene specifiche e più dure solo per le donne in certi reati religiosi e rende quasi impossibile denunciare abusi o maltrattamenti.

Per esempio, un marito che picchia la moglie viene punito solo se usa un bastone e le provoca ferite visibili o gravi; anche in quel caso la pena massima è di 15 giorni di carcere. Tutte le altre forme di violenza, compresa la violenza psicologica o sessuale, non sono chiaramente considerate reato. Inoltre, una donna che vuole denunciare deve presentarsi in tribunale velata, accompagnata da un uomo della sua famiglia, spesso proprio la persona che l’ha maltrattata.

Scuola vietata alle ragazze
Una delle ferite più profonde riguarda il diritto allo studio. In Afghanistan, oggi, alle ragazze è vietato andare a scuola oltre la prima parte delle elementari. Le scuole medie e superiori sono chiuse per loro. Le università, che per un po’ avevano ancora ammesso le donne con forti restrizioni, sono state progressivamente chiuse alle studentesse: prima alcuni corsi, poi quasi tutti, finché non è rimasto praticamente nulla.

Questo significa che una generazione intera di ragazze sta crescendo senza la possibilità di studiare, di scegliere una professione, di costruirsi un futuro autonomo. Organismi internazionali parlano di “quasi totale esclusione” delle donne dall’educazione, con conseguenze enormi non solo per le singole persone, ma per l’intero Paese.

Lavorare è un privilegio per pochissime
Anche nel mondo del lavoro le donne sono state quasi completamente cancellate. Molte avevano professioni importanti: insegnanti, mediche, giornaliste, impiegate, lavoratrici nelle ONG. Oggi la maggior parte di questi impieghi è vietata alle donne. Possono lavorare solo in pochissimi settori, spesso in modo informale e precario.

Questo le rende dipendenti economicamente da marito, padre o fratelli. Se il rapporto familiare è violento o oppressivo, uscire da quella situazione è quasi impossibile: non hai uno stipendio, non hai tutele legali reali, non puoi facilmente spostarti da sola. La mancanza di lavoro non è solo un problema economico, ma uno strumento di controllo.

Spazio pubblico proibito
In molte zone dell’Afghanistan una donna non può semplicemente uscire di casa quando vuole. Per spostarsi tra una città e l’altra, e spesso anche solo per girare in città, ha bisogno di essere accompagnata da un parente maschio (mahram). L’accesso a parchi, palestre, centri ricreativi e persino ad alcuni bagni pubblici è limitato o vietato.

Le nuove norme arrivano a prevedere che una donna possa essere punita se va a trovare i propri parenti senza il permesso del marito. Anche i parenti che la accolgono rischiano sanzioni. Questo trasforma l’intera società in una rete di controllo sociale attorno al corpo e alla vita delle donne.

Violenza “normalizzata” dalla legge
Uno degli aspetti più inquietanti è la normalizzazione della violenza. Se la legge dice che un certo tipo di violenza non è reato, quel comportamento viene percepito come accettabile. In Afghanistan, il nuovo codice penale riduce le responsabilità dei mariti e limita drasticamente gli strumenti per proteggere le donne che subiscono abusi.

Rapporti indipendenti documentano centinaia di casi di arresti arbitrari, pestaggi, stupri in detenzione, oltre a una crescita preoccupante di suicidi e autoimmolazioni tra le donne. Quando non esiste una via d’uscita riconosciuta dalla società o dalla legge, la disperazione diventa ancora più forte.

“Apartheid di genere”: cosa significa
Diversi esperti e organismi internazionali parlano di “apartheid di genere” per descrivere la situazione in Afghanistan. Il termine richiama il sistema di segregazione razziale in Sudafrica, ma applicato al genere: un insieme di norme, pratiche e violenze che mirano a cancellare le donne dalla vita pubblica e a renderle subordinate per legge e per cultura.

Il Relatore speciale dell’ONU definisce questo attacco ai diritti delle donne come il più estremo e sistematico al mondo oggi. Non si tratta di singole violazioni, ma di un intero sistema costruito per impedire alle donne di essere persone libere e pienamente partecipi della società.

E noi, cosa c’entriamo?
Potrebbe sembrare una storia lontana, ma non lo è. Le tecnologie che usi ogni giorno ti collegano in tempo reale a persone che vivono esattamente queste condizioni. Sapere cosa accade in Afghanistan non è solo “informazione”: è un modo per educarsi alla responsabilità globale.

Per le giovani generazioni, questo può tradursi in gesti concreti:  
- informarsi e informare, contrastando la disinformazione;  
- sostenere organizzazioni serie che lavorano per i diritti umani;  
- usare i propri spazi (scuola, università, social, associazioni) per tenere viva l’attenzione su questi temi.  

La libertà non è garantita una volta per tutte. Vedere cosa succede in Afghanistan alle donne oggi è anche un invito a non dare mai per scontati i diritti di cui godiamo e a difenderli, per noi e per chi non può farlo.

mercoledì 18 febbraio 2026

Quaresima e Ramadan: due cammini che iniziano insieme

Quest’anno Mercoledì delle Ceneri e primo giorno di Ramadan si sovrappongono, unendo idealmente oltre un miliardo di cristiani e circa due miliardi di musulmani nel segno del digiuno e della preghiera.
Per i cristiani cominciano i quaranta giorni di preparazione alla Pasqua, per i musulmani il mese sacro in cui si ricorda la prima rivelazione del Corano a Maometto.

Questa coincidenza non è frequente, perché la Quaresima segue il calendario solare legato alla data di Pasqua, mentre il Ramadan segue un calendario lunare che “si sposta” ogni anno di circa dieci giorni indietro. Proprio per questo il 18 febbraio 2026 diventa un’occasione preziosa per guardare in parallelo le due tradizioni e riconoscere differenze e punti di contatto.

Il rito delle ceneri
Nel cristianesimo la Quaresima si apre con il rito delle ceneri: il sacerdote le impone sul capo o sulla fronte dei fedeli dicendo “Polvere tu sei e in polvere ritornerai” oppure “Convertitevi e credete al Vangelo”. La cenere richiama la fragilità dell’uomo (“polvere e cenere”, dice Abramo) ma anche la decisione di cambiare vita, di intraprendere un cammino di penitenza e rinnovamento.

Il colore liturgico è il viola, segno di penitenza, sobrietà e attesa: lo si ritrova nei paramenti, nelle decorazioni essenziali delle chiese, perfino in certe scelte musicali più sobrie rispetto al resto dell’anno. Nella tradizione ambrosiana, seguita a Milano e in parte della Lombardia, la Quaresima non inizia con le Ceneri ma la domenica successiva, motivo per cui talvolta i “milanesi” vengono bonariamente descritti come “in ritardo” rispetto al resto d’Italia.

Digiuno cristiano: pochi giorni, molto simbolici
Nel Rito romano il digiuno quaresimale si concentra in due giorni obbligatori: Mercoledì delle Ceneri e Venerdì Santo. Significa ridurre significativamente il cibo, limitarsi a un pasto completo e a due piccoli rinfreschi, accompagnando tutto con l’astinenza dalla carne nei venerdì di Quaresima.

Più che uno sforzo “sportivo”, il digiuno cristiano vuole essere un segno di conversione interiore, di solidarietà con i poveri e di libertà rispetto al consumo.
Per questo la Chiesa invita a unire al digiuno la preghiera e la carità: meno spese superflue, più attenzione a chi è nel bisogno.

Digiuno islamico: un mese dall’alba al tramonto
Nel Ramadan il digiuno (sawm) è uno dei cinque pilastri dell’Islam e coinvolge tutti i musulmani adulti e in salute. Dal primo chiarore dell’alba fino al tramonto ci si astiene da cibo, bevande (anche acqua), fumo e rapporti sessuali, evitando al contempo l’ira e gli atti immorali.

La giornata è scandita da due pasti simbolici: il suhur, consumato poco prima dell’alba, e l’iftar, che rompe il digiuno al tramonto, spesso vissuto in modo comunitario e festoso. Il Ramadan è anche tempo di preghiera più intensa, lettura del Corano, offerte ai poveri e ricerca del perdono di Dio.

Risonanze e possibilità di dialogo
Entrambe le tradizioni mettono al centro il rapporto con Dio, il dominio di sé, la condivisione con i poveri, il desiderio di convertirsi. Che Quaresima e Ramadan inizino lo stesso giorno può diventare un invito concreto al dialogo: cristiani e musulmani che si riconoscono reciprocamente in un tempo di serietà, di ascolto e di ricerca, pur restando fedeli alla propria identità.

Il vescovo Jose Colin Bagaforo, presidente della Commissione per il dialogo interreligioso della Conferenza episcopale cattolica delle Filippine (CBCP), vede in questa coincidenza un’opportunità di solidarietà e riflessione dentro un panorama nazionale religioso diversificato.

“Questo inizio condiviso è una grazia. Ci invita a rallentare, a tornare a Dio e a camminare insieme nella fede”, ha affermato. Secondo il presule, la data in comune è un’occasione unica per un periodo di grazia per il dialogo interreligioso; rappresenta uno sfondo simbolico per i continui sforzi di costruzione della pace a Mindanao, come in tutte le Filippine, rimarcando i valori condivisi della dedizione della vita e della devozione al Dio misericordioso.

Leggi da AsiaNews

martedì 17 febbraio 2026

Ascolto, digiuno, insieme: le tre parole del Papa per la Quaresima

La Quaresima è il tempo per ritrovarsi e non disperdersi nelle inquietudini e le distrazioni di ogni giorno.
Ogni cammino di conversione inizia quando dalla Parola e la sua accoglienza con docilità di spirito. 
Per questo il papa propone tre linee per un percorso quaresimale trasformativo.

Ascolto
La Quaresima invita a prestare orecchio alla Parola di Dio, che educa a riconoscere il grido dei poveri e delle ingiustizie nella vita quotidiana, disponendo il cuore a una relazione autentica con Dio e gli altri.

Digiuno
Questa pratica ascetica disciplina i desideri, purifica il cuore e orienta verso la giustizia; include non solo l'astensione dal cibo, ma anche dalle parole feroci, promuovendo gentilezza nei social, lavoro e famiglia.

Insieme
L'ascolto e il digiuno si vivono in comunità, come nel libro di Neemia, per un cammino condiviso che trasformi relazioni, parrocchie e società in spazi di accoglienza per i sofferenti e di costruzione della civiltà dell'amore [1].

Inizia l'anno del cavallo di fuoco

La Cina ha accolto l'Anno del Cavallo di Fuoco il 17 febbraio 2026, secondo il calendario lunare, segnando un periodo di energia e rinnovamento.

Il Capodanno lunare, o Chunjie, celebra l'inizio del nuovo anno nel calendario lunisolare cinese, che varia tra il 21 gennaio e il 20 febbraio del calendario gregoriano. L'Anno del Cavallo, settimo segno dello zodiaco cinese, simboleggia vigore, forza, resilienza, libertà e dinamismo, amplificati dall'elemento Fuoco che porta passione, vitalità e cambiamenti imprevedibili ogni 60 anni. Questa festività radicata in millenni di tradizioni agricole enfatizza il rinnovamento, i legami familiari, la prosperità e la protezione dagli spiriti maligni, come nella leggenda del mostro Nian respinto dal rosso, dal rumore e dalla luce. 

Tradizioni principali
Le celebrazioni durano 15 giorni e ruotano intorno a famiglia, armonia e fortuna.
- Pulizia profonda della casa prima della vigilia per scacciare sfortuna e rinnovare gli spazi.
- Pasti familiari con piatti simbolici come nian gao (torta di riso per prosperità) e ravioli (jiaozi), "pacchetti di fortuna".
- Decorazioni rosse (lanterne, coppie di versi augurali) per attirare buona sorte e allontanare il male.

Le celebrazioni
In Cina, la Vigilia di Capodanno prevede fuochi d'artificio e il Gala della CCTV, uno spettacolo tv globale con canti, danze e sketch culturali trasmesso in diretta. Nelle città come Pechino, parate con danze del drago e del leone animano le strade, mentre i templi si riempiono di fedeli che bruciano incenso per salute e ricchezza. 
Il 15° giorno culmina con la Festa delle Lanterne, dove migliaia di lanterne colorate illuminano i cieli, come a Washington DC nelle comunità cinesi. Infine, si donano buste rosse (hongbao) con denaro ai bambini e agli anziani per augurare benessere.

Spurkelmonat e Carnevale: come la Chiesa provò a "redimere" le tendenze umane all'impurità

I riti pagani di febbraio, tra romani e germani, erano spesso considerati "sporchi" o licenzosi dalla Chiesa altomedievale. Missionari come San Bonifacio li trasformarono, assumendone elementi per cristianizzarli e dirigerli verso la Quaresima.

Le feste pagane "impure"
- Lupercalia (15 febbraio): Romani nudi frustavano donne per fertilità, con sacrifici sanguinosi – un caos purificatorio visto come osceno.  
- Februare: Da februa (purificazioni), riti con amuleti e lotte nel fango per scacciare spiriti invernali.  
- Spurcalibus in Februario: Germani franchi-sassoni celebravano con danze volgari, mascherate animalesche e banchetti eccessivi, chiamati "spurcali" (sporchi) nei documenti carolingi come l'Indiculus superstitionum (743 d.C.).  

Queste feste precristiane culminavano in "sfoghi" prima dei digiuni stagionali, legate a fertilità e fine inverno.

Dialetti e nomi germanici
Secondo tradizioni tedesche odierne:
- Karneval (Renania, Colonia): "Sciocco", satirico contro autorità (francesi/prussiani), con baci a sconosciuti, clown e parodie – da Rose Monday (Rosenmontag) con carri e caramelle.
- Fasnacht (Sud, Foresta Nera): Più selvaggio, maschere lignee ereditarie (diavoli, Häs), vesciche di maiale e spaventi – "sinistro" eco pagano.
- Fasching (Baviera): "Ultimo bicchiere" pre-Quaresima, principe folle, parate domenicali.
Inizia l'11 novembre alle 11:11, culmina in Fat Thursday (quando le donne tagliano cravatte) e Ash Wednesday.

Il concilio germanico del 742, presieduto da Bonifacio, condannò queste "spurcalibus" imponendo digiuni quaresimali romani al posto di eccessi pagani.

La trasformazione cristiana
La Chiesa non abolì tutto, ma **redime**:  
- Lupercalia → Candelora (2 febbraio): candele purificatrici sostituiscono frustate.  
- Spurkel/Fastnacht → Carnevale: "addio carne" (pre-Quaresima) canalizza eccessi in feste controllate, con maschere che "espellono" il peccato prima del digiuno.  
- Februare → febbraio ecclesiastico: purificazione spostata su cenere e penitenza quaresimale.  

Bonifacio e i Carolingi assimilarono simboli (maschere, falò) per svuotarli di paganesimo, trasformando "immondizia" in preparazione pasquale.

Lezione per oggi
Questa cristianizzazione mostra come la fede non cancelli culture, ma le elevi: il Carnevale moderno, con sue maschere "spurkel", è eredità redenta di quei riti. In Quaresima, digiuniamo non per paura, ma per libertà – un'evoluzione da Spurkelmonat alla Pasqua.


lunedì 16 febbraio 2026

Schio, il saluto al partigiano "Teppa": dal dolore alla riconciliazione

Oggi Schio ha salutato il partigiano conosciuto come “Teppa”, figura controversa e legata a una delle pagine più dolorose della storia cittadina: l’eccidio delle carceri del luglio 1945. In quel tragico episodio, a guerra ormai finita, un gruppo di partigiani irruppe nel carcere mandamentale di Schio, uccidendo oltre cinquanta detenuti accusati di collaborazionismo fascista. Fu una vendetta brutale, figlia di un tempo sconvolto, in cui la pace non aveva ancora trovato posto nei cuori.  

“Teppa”, riconosciuto come uno dei protagonisti di quei fatti, ha portato dentro di sé il peso di quella ferita collettiva per tutta la vita. Ma negli anni successivi, lontano dal clamore, ha saputo compiere un atto raro e profondo: incontrare la figlia di una delle vittime e con lei firmare un gesto di riconciliazione. Non per cancellare il dolore, impossibile, ma per tentare di trasformarlo in occasione di comprensione e umanità.  

Nel febbraio 2017 infatti, a Schio, si è consumata una storica riconciliazione tra Valentino Bortoloso, noto come il partigiano "Teppa" (94 anni), e Anna Vescovi, figlia di Giulio Vescovi, il podestà fascista ucciso durante l'eccidio di Schio del luglio 1945. L'abbraccio tra i due e la firma di una lettera di pace ha segnato un importante gesto di riconciliazione storica, dopo oltre 70 anni dalla strage, alla presenza del vescovo di Vicenza, Beniamino Pizziol. 

Durante il funerale, celebrato oggi a Schio, don Carlo Guidolin ha ricordato proprio questo momento come il segno più autentico del percorso di “Teppa”. Nelle sue parole, la sofferenza del passato si è intrecciata con la speranza di un futuro diverso per la comunità: la speranza che la memoria non sia solo scontro e divisione, ma anche cammino di riconciliazione. Da qui è nata la sua proposta: istituire un premio cittadino dedicato a chi, oggi, sa costruire ponti di dialogo in contesti di conflitto o incomprensione.  

Un segno di civiltà, in una città che ogni anno fa memoria dell’eccidio, ma che allo stesso tempo prova ad andare oltre la logica delle opposte appartenenze. Il funerale di “Teppa” ricorda che la storia non si riscrive, ma si può ricucire, fili di dolore e fili di speranza intrecciati insieme, se c’è il coraggio di guardarsi negli occhi — come fecero quei due, un ex partigiano e la figlia di una vittima, qualche anno fa. 

Donare gli organi: quando la vita rinasce da un “sì”

In Italia ci sono oggi migliaia di persone che aspettano un trapianto per continuare a vivere o per tornare a una vita libera dalla dialisi, dal respiro corto, dalla stanchezza cronica. Dietro i numeri delle liste d’attesa ci sono volti, storie, famiglie che ogni giorno convivono con il tempo dell’incertezza.

Ogni trapianto nasce da un gesto semplice e potentissimo: un “sì” alla donazione di organi e tessuti. Un sì che può essere espresso in vita, con consapevolezza, e che dopo la morte si trasforma in opportunità di vita per altre persone. È una forma concreta di solidarietà, capace di superare il confine della propria biografia: quando tutto sembra finire, qualcosa può ricominciare.

La donazione non cancella il dolore del lutto, ma lo può trasformare. Molte famiglie di donatori raccontano che sapere di aver aiutato altri a vivere non toglie la sofferenza, ma le dà un significato nuovo. In un momento di buio, il pensiero che da quella perdita siano nate altre vite diventa una luce discreta ma tenace.

Anche chi riceve un trapianto spesso parla di “seconda nascita”. Dopo anni di malattia, di ospedali e rinunce, la possibilità di respirare meglio, di lavorare, di prendersi cura dei propri figli, di tornare a progettare il futuro viene vissuta come un dono che chiede responsabilità. Non è un caso che molti trapiantati diventino a loro volta testimoni della cultura del dono, impegnandosi in associazioni e iniziative di sensibilizzazione.

Perché, allora, nonostante tutto questo, le liste d’attesa restano ancora lunghe? Perché le donazioni non sono abbastanza e in molti casi, al momento del decesso, i familiari non conoscono la volontà del proprio caro. Parlare di donazione in famiglia, a scuola, nelle comunità è fondamentale proprio per evitare che, nel momento più difficile, ci si trovi impreparati.

Costruire una cultura del dono significa:
- informarsi correttamente, senza lasciarsi guidare da paure o leggende metropolitane;
- riconoscere che il corpo non è un oggetto, ma che la sua ultima “funzione” può essere quella di generare vita per altri;
- educare le nuove generazioni a pensare la propria libertà non solo come diritto, ma anche come responsabilità verso i più fragili.

In un mondo che esalta il possesso, la donazione di organi è una controcultura silenziosa: è dire “tu” proprio quando saremmo tentati di ripiegarci sul nostro “io”. È un modo concreto per costruire una società più umana, dove nessuno sia lasciato solo con la propria malattia.

Come esprimere la propria volontà di donare
In Italia la legge permette a ogni cittadino maggiorenne di dichiarare in vita la propria volontà, favorevole o contraria, alla donazione di organi e tessuti dopo la morte. È importante sapere che l’ultima volontà espressa in ordine di tempo è sempre quella che viene considerata valida.

Le principali modalità per esprimere la propria scelta sono:
- Al rilascio o rinnovo della carta d’identità: molti Comuni chiedono se si vuole dichiarare il proprio sì o no alla donazione e registrano la scelta nel Sistema Informativo Trapianti (SIT).
- Presso la propria ASL: è possibile compilare e firmare un modulo di dichiarazione di volontà alla donazione di organi e tessuti, che viene registrato e reso consultabile ai medici in caso di necessità.
- Attraverso AIDO: ci si può iscrivere all’Associazione Italiana per la Donazione di Organi, Tessuti e Cellule compilando un atto olografo o in modalità digitale (per esempio tramite SPID o CIE), con registrazione della scelta nel SIT.[
- Con il tesserino blu o altre tessere associative: alcune persone possiedono ancora il tesserino blu del Ministero della Salute o tessere rilasciate da associazioni di donatori e pazienti, che testimoniano la volontà di donare.
- Con una dichiarazione olografa: si può scrivere una dichiarazione su un foglio, con tutti i dati personali, la data e la firma, da tenere tra i propri documenti; è una modalità valida, anche se non registrata nei sistemi informatici.

Più della metà delle dichiarazioni avviene oggi proprio in Comune al momento della carta d’identità, perché è una via semplice, vicina alla vita quotidiana di tutti. Qualunque sia la modalità scelta, ciò che conta è parlarne con i propri familiari e lasciare una traccia chiara e aggiornata della propria decisione.

sabato 14 febbraio 2026

L’escatologia premillenarista: dall’Apocalisse a Darby

L’immaginario di Armageddon e del Regno millenario di Cristo non nasce nei film o nei sermoni moderni, ma affonda le sue radici in una lunga tradizione di letture letterali dell’Apocalisse di Giovanni. Questa visione, oggi condivisa da circa 100-150 milioni di protestanti nel mondo (circa un terzo del totale), è particolarmente diffusa negli Stati Uniti, dove ha plasmato la cultura religiosa e persino la politica.

Dalle attese medievali a Gioacchino da Fiore
Già nel Medioevo, il monaco calabrese Gioacchino da Fiore (XII secolo) propose un’interpretazione “giudaizzante” della storia della salvezza: l’avvento di un “Terzo Stato” dello Spirito Santo, un’era di pace e giustizia preceduta da prove apocalittiche. I suoi seguaci, i gioachimiti, influenzarono correnti come i francescani spirituali e, più tardi, i movimenti riformatori come gli hussiti del XV secolo.

La Riforma e il “nuovo Israele” puritano
Con la Riforma protestante, l’attenzione si sposta dal futuro remoto ai segni del presente. Martin Lutero identifica il Papa come “Anticristo”, ma rifiuta di fissare date per la fine.  
I puritani britannici, invece, dall’ambiente calvinista del XVII secolo, leggono le turbolenze del loro tempo — la Guerra dei Trent’anni (1618–1648), la crisi morale dell’Europa — come segni apocalittici.  
Quando molti emigrano nel Nuovo Mondo, nascono idee di “Nuova Israele” e di missione provvidenziale: l’America come “città posta sul monte”*, secondo il sermone di John Winthrop (1630). Il Millennio sarebbe l’età d’oro post-Riforma, frutto della rigenerazione morale dei credenti.

Dal dispensazionalismo di Darby al revival americano
Nell’Ottocento, la speranza puritana si trasforma. L’irlandese John Nelson Darby, dei Plymouth Brethren, elabora (1830s) un sistema coerente: il dispensazionalismo, che divide la storia in sette “dispensazioni” o ere.  
Darby introduce dottrine nuove, come il rapimento dei credenti (pre-tribolazione), la restaurazione di Israele come evento profetico e l’Armageddon finale tratto da Ezechiele 38–39, dopo il quale Cristo regnerà sulla terra per mille anni letterali.

Il successo arriva negli Stati Uniti grazie alla Bibbia Scofield (1909), che diffonde le note dispensazionaliste nelle chiese evangeliche. Tra revival pentecostali di fine Ottocento, radio predicatori e figure come Billy Graham, il premillenarismo diventa parte del linguaggio religioso americano.

L’immaginario apocalittico tra fede e cultura
Ogni fase storica — dalla Grande Depressione alle guerre mondiali — rinnova l’interesse per le profezie: il mondo secolarizzato viene letto come “ultimo tempo”, mentre Israele e il Medio Oriente sono percepiti come chiavi della profezia.  
Ancora oggi, nella cultura evangelica americana, l’attesa del rapimento e del Regno millenario resta un potente motore di identità religiosa e geopolitica, saldamente ancorato alla lettura letterale dell’Apocalisse.

giovedì 12 febbraio 2026

Teologia della prosperità made in USA

La teologia della prosperità è una corrente del cristianesimo evangelicale che collega in modo diretto fede, obbedienza religiosa e donazioni alla Chiesa con ricchezza materiale, successo e salute fisica; Paula White è una delle sue esponenti più note e ha portato questo messaggio fino ai vertici del governo degli Stati Uniti tramite il suo ruolo accanto a Donald Trump come consigliera spirituale e responsabile degli uffici per la “Faith and Opportunity Initiative”.

Che cos’è la teologia della prosperità  
È una dottrina diffusa in ambienti pentecostali e carismatici, spesso legata alle megachurch e al televangelismo, che sostiene che la volontà ordinaria di Dio per il credente sia benessere economico e salute.
Interpreta la Bibbia quasi come un “contratto”: se la persona mostra fede (preghiera, confessioni positive, obbedienza) e dà generosamente alla chiesa o al ministero, Dio “risponde” con prosperità finanziaria, guarigione e successo personale.
Le tecniche tipiche sono il “positive confession” (dichiarare a voce promesse di benedizione, evitando parole negative) e il “seed-faith” (offerte di denaro viste come “semi” che garantiranno un ritorno moltiplicato).
Molte chiese storiche e teologi protestanti e cattolici criticano questa visione come riduttiva, perché trasforma la fede in un meccanismo quasi magico e tende a leggere povertà e malattia come segni di scarsa fede, con evidenti problemi etici e pastorali.

Chi è Paula White  
Paula White (oggi Paula White‑Cain) è una predicatrice e televangelista carismatica statunitense, pastora di megachurch e nota predicatrice della teologia della prosperità.
Ha costruito la propria carriera dagli anni 2000 con ministeri televisivi, conferenze e libri centrati su promesse di avanzamento finanziario, successo personale e “rottura delle maledizioni” attraverso fede e donazioni.
Il suo stile unisce retorica motivazionale (realizzazione personale, empowerment) con linguaggio carismatico (visione, battaglia spirituale, miracoli) dentro il paradigma della prosperità.

Rapporti con il governo americano  
Paula White è stata per anni “spiritual advisor” personale di Donald Trump, che la notò in TV circa vent’anni fa mentre predicava il vangelo della prosperità, e iniziò a consultarla ben prima della sua candidatura presidenziale.
Durante la prima amministrazione Trump è stata figura chiave nel consiglio evangelico informale della Casa Bianca, partecipando a eventi ufficiali, preghiere pubbliche e momenti simbolici come la cerimonia per il trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme.
Nel 2019 è stata nominata formalmente a capo della “Faith and Opportunity Initiative”, struttura interna collegata all’Office of Public Liaison e al Domestic Policy Council, con il compito di fungere da punto di contatto con leader religiosi e raccogliere le loro istanze rispetto alle politiche federali.
Con questa posizione, la teologia della prosperità ha raggiunto un livello inedito di visibilità politica, perché una sua esponente di punta ha avuto accesso diretto al presidente e all’apparato politico, organizzando incontri con migliaia di pastori e leader evangelici alla Casa Bianca.

Effetti e critiche nel rapporto fede–politica  
Il legame tra White, il mondo della prosperità e la Casa Bianca ha contribuito a consolidare un blocco evangelicale pro‑Trump, sensibile a temi come Israele, aborto, diritti LGBTQ+ e libertà religiosa, presentati come ambiti in cui la “benedizione” o la “maledizione” di Dio sull’America dipenderebbero dalle scelte politiche.
Studiosi e organizzazioni per la separazione tra Chiesa e Stato hanno criticato il suo ruolo, sia per l’assenza di esperienza nel dialogo interreligioso, sia per l’uso di una teologia contestata come base di legittimazione religiosa di politiche pubbliche e nomine giudiziarie.
Nel dibattito americano, il caso Paula White viene spesso citato come esempio di come certo evangelicalismo prosperità‑oriented possa fondersi con un’agenda politica nazionalista, trasformando il successo politico e nazionale in “prova” della benedizione divina e intrecciando fede, potere e identità nazionale.

mercoledì 11 febbraio 2026

Restare umani: il cuore della Giornata del Malato

La Giornata Mondiale del Malato ci riporta ogni anno davanti a una verità essenziale: la misura di una società si vede da come guarda e si prende cura dei suoi membri più fragili. Il messaggio della Conferenza Episcopale Italiana di quest’anno invita a riscoprire proprio questo sguardo — uno sguardo “umano”, capace di compassione, ascolto e prossimità.

In un tempo segnato da tecnologie sempre più sofisticate e da un ritmo di vita che tende a mettere da parte chi non tiene il passo, la tentazione è quella di anestetizzare la sofferenza, di renderla invisibile. Eppure è proprio lì, dove il dolore e la fragilità si fanno più evidenti, che si misura la nostra umanità. “Restare umani” – sottolineano i vescovi – significa non lasciarsi indurire, non ridurre la persona malata a un “caso clinico” o a un numero in un reparto, ma ricordare che in ogni volto sofferente abita un mistero di dignità e di vita.

Questo appello non riguarda solo chi opera nel mondo della sanità o della cura, ma ciascuno di noi. Restare umani è un impegno quotidiano: in famiglia, di fronte a un anziano solo; nella comunità, accanto a chi vive un dolore invisibile; nella professione, evitando di trasformare l’efficienza in indifferenza. La malattia, con la sua carica di limite, ci ricorda che non siamo autosufficienti. Nella fragilità possiamo riscoprire la solidarietà e la gratitudine, la capacità di prenderci a cuore gli uni degli altri.

In questa Giornata del Malato, il messaggio della Chiesa italiana ci invita dunque a non “perdere il senso dell’umanità”. È un’esortazione che vale per credenti e non credenti: restare umani significa custodire il valore inalienabile di ogni vita, riconoscere che la cura non è solo un gesto medico, ma un atto d’amore che restituisce dignità e speranza.

martedì 10 febbraio 2026

Giornata del Ricordo: il dolore dimenticato degli esuli giuliano-dalmati e istriani

Il 10 febbraio celebriamo la Giornata del Ricordo, istituita nel 2004 per commemorare le vittime delle foibe, le deportazioni e le sofferenze del popolo italiano in Istria, Dalmazia e Venezia Giulia durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale. Non si tratta solo di un atto di memoria storica, ma di un riconoscimento del dramma umano di decine di migliaia di italiani – civili, militari e religiosi – perseguitati dal regime del maresciallo Tito e dai suoi partigiani titini.

Tra il 1943 e il 1947, circa 20.000 italiani furono infoibati o eliminati in campi di concentramento come quelli di Goli Otok e Vis. Uomini e donne, spesso accusati di "fascismo" senza prove, venivano gettati vivi nelle voragini carsiche delle foibe, legati con filo spinato e talora seviziati barbaramente. Tra le vittime spiccano sacerdoti e religiosi: suore francescane crocifisse a rovescio, preti come don Francesco Bonifacio torturati e infoibati con il collo stretto da filo spinato, o don Giovanni Missio seviziato prima di essere precipitato in una foiba. Questa persecuzione religiosa colpì oltre 700 chierici italiani, simbolo di un odio ideologico che non risparmiava la fede.

Le popolazioni giuliano-dalmate e istriane subirono una pulizia etnica sistematica: case requisite, beni confiscati, famiglie spezzate. Circa 350.000 italiani furono costretti all'esilio, abbandonando tutto per rifugiarsi in Italia. Eppure, in patria, trovarono scarsa solidarietà. Gli esuli furono accolti con diffidenza, spesso bollati come "fascisti" dalla propaganda comunista dominante, emarginati nei campi profughi di Bologna, Cisterna o Padriciano. Mancò un abbraccio collettivo: la storiografia ufficiale oscurò questi eventi per decenni, preferendo il mito della Resistenza.

Oggi, ricordare non è revanscismo, ma giustizia. Onoriamo le vittime – come i 6.000-10.000 delle foibe, secondo stime storiche attendibili – per non ripetere gli orrori del totalitarismo. La solidarietà negata ieri deve diventare empatica memoria oggi. 

Fonti di riferimento: Istituto di Studi Istriani e Dalmati, Archivio storico della Memoria Giuliana e Dalmata, legge 92/2004.

lunedì 9 febbraio 2026

Antonino Zichichi: lo scienziato che unì fede e scienza

Antonino Zichichi, fisico italiano di fama mondiale scomparso oggi all'età di 96 anni, ha dedicato la vita a dimostrare che scienza e fede cattolica non sono in contrasto, ma complementari nella ricerca della verità. Ispirato da Giovanni Paolo II, ha promosso un dialogo armonioso tra ragione sperimentale e trascendenza.

Vita e Contributi Scientifici

Nato a Trapani nel 1929, Zichichi è stato un pioniere della fisica delle particelle, autore di oltre mille pubblicazioni, sei scoperte e fondatore del laboratorio sotterraneo del Gran Sasso. Presidente della Federazione Mondiale degli Scienziati, ha portato la scienza italiana ai vertici internazionali con esperimenti sulle alte energie e la Grande Unificazione.

La sua passione divulgativa lo ha reso noto al grande pubblico attraverso libri e apparizioni TV, dove spiegava concetti complessi con semplicità galileiana.

Il dialogo tra fede e scienza

Zichichi sosteneva che la scienza nasce da un "atto di fede" nel metodo galileiano, che rivela l'"impronta del Creatore" nelle leggi della natura. Nessuna scoperta scientifica nega Dio; al contrario, fenomeni come le equazioni di Maxwell rimandano a un "Supermondo" logico e unificato.

Professo cattolico convinto, affermava: "Se ha il dono della Scienza e della Fede, sarà uno scienziato credente". Critico del pensiero illuminista che separa ragione e religione, vedeva nel cattolicesimo la via per indagare sia l'immanente che il trascendente.

L'ispirazione di Giovanni Paolo II

Fondamentale fu l'influenza di Karol Wojtyła, che Zichichi lodava per aver posto le basi della "Grande Alleanza tra Fede e Scienza". Nel libro Tra fede e scienza: da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI, elogia l'azione del Papa in difesa della vera scienza, contro riduzionismi atei.

sabato 7 febbraio 2026

Le Olimpiadi Invernali iniziano: un richiamo alla tregua e alla fraternità

 
Ieri sera si é alzato il sipario sulle Olimpiadi Invernali 2026, e con la cerimonia inaugurale si accende non solo la fiamma del grande sport, ma anche – almeno idealmente – quella dello spirito olimpico. È un momento che, come ogni quattro anni, invita il mondo a fermarsi, a guardarsi nello specchio dei valori più autentici dell’umanità: pace, rispetto e unità.

Da secoli, fin dall’antica Grecia, le Olimpiadi sono state precedute da un periodo di “ekecheiria” (trattenere la mano), la tregua sacra durante la quale le guerre si sospendevano per permettere agli atleti e agli spettatori di viaggiare in sicurezza verso Olimpia. Oggi questa tradizione sopravvive come tregua olimpica: un appello simbolico, ma potentissimo, affinché i popoli sospendano conflitti e rivalità almeno mentre gli atleti, in pista o sulla neve, incarnano la possibilità di un mondo diverso.

In un contesto globale carico di tensioni – dai conflitti armati in diverse aree del pianeta alle fratture politiche e culturali che attraversano anche le società più stabili – il messaggio del CIO e delle Nazioni Unite appare più urgente che mai. Non a caso, nelle ultime ore, diversi leader politici e religiosi hanno rilanciato parole di pace, ricordando come lo sport possa essere un linguaggio universale capace di unire oltre le differenze di lingua, fede o bandiera.

L’olimpismo autentico non è soltanto competizione o spettacolo: è una pedagogia della pace, un’educazione alla lealtà, al riconoscimento dell’altro come avversario, mai come nemico. Ogni stretta di mano al termine di una gara, ogni abbraccio tra atleti di paesi lontani o divisi, riafferma la fiducia che l’umanità può convivere nella diversità.

Mentre gli occhi del mondo guardano alla neve e alle medaglie, ricordiamo dunque ciò che il fondatore del movimento olimpico moderno, Pierre de Coubertin, sognava: “il trionfo del coraggio, della perseveranza e della fratellanza sull’odio e sull’indifferenza”. Un sogno che oggi, più che mai, abbiamo bisogno di rinnovare.
 
Stefania Costantini (curling) e Dominik Fischnaller (slittino) hanno letto il giuramento degli atleti durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 a Cortina d'Ampezzo: "Promettiamo di partecipare a questi Giochi Olimpici rispettando e osservando le regole e nello spirito della sportività, dell'inclusione e dell'uguaglianza. Siamo uniti in solidarietà e ci impegniamo a praticare lo sport senza doping, senza inganni, senza alcuna forma di discriminazione. Lo facciamo per l'onore delle nostre squadre, nel rispetto dei Principi Fondamentali dell’Olimpismo e per rendere il mondo un posto migliore attraverso lo sport". 
 
«Ci sono cose da non fare mai, per esempio la guerra». Sono i versi, del poeta Gianni Rodari dalla poesia Promemoria recitati dal rapper Ghali allo stadio di San Siro durante la cerimonia di inaugurazione di Milano Cortina.
La coreografia che ha accompagnato il testo è stata interpretata da un cast interamente under 20: da una montagna umana in cui i corpi si sostengono e si abbracciano, ha preso forma una colomba, simbolo universale di pace. 



venerdì 6 febbraio 2026

Quando lo scandalo non scandalizza più

Il recente video razzista postato sull’account Truth Social di Donald Trump – con Barack e Michelle Obama raffigurati come scimmie in un montaggio ispirato al Re Leone – è stato rimosso dopo poche ore tra critiche bipartisan. Eppure, Trump non si scusa, lo staff parla di “errore”, e la sua base resta salda. Perché?

Che video era, esattamente?
Il post su Truth Social conteneva un video di circa un minuto con teorie del complotto sulle elezioni 2020, a cui alla fine veniva aggiunto un breve spezzone in cui Barack e Michelle Obama venivano sovrapposti a corpi di scimmie, con in sottofondo “The Lion Sleeps Tonight”, richiamo al “mighty jungle” del Re Leone. 

Quel clip finale era stato preso da un video più lungo, creato da un “meme creator” pro‑Trump, che raffigurava Trump come “King of the Jungle” e altri democratici come animali; nella versione estesa anche Biden compariva come primate che mangia una banana. 
Lo staff della Casa Bianca ha difeso inizialmente il contenuto dicendo che si trattava di un “meme” sul “Re della giungla” e personaggi del Re Leone, invitando i critici a smettere con la “finta indignazione”; il video è stato poi rimosso dopo un’ondata di critiche, anche repubblicane. 
Trump ha dichiarato pubblicamente: “non ho commesso un errore” e non si è scusato, limitandosi a dire che il video è stato tolto. 

Siamo o no responsabili di ciò che appare sui nostri profili?
Bisogna distinguere tra:
a. Responsabilità personale/politica:  
  - Se un contenuto compare sul tuo profilo, in genere l’opinione pubblica e i media ti considerano politicamente e moralmente responsabile, anche se tecnicamente è stato “solo condiviso” o pubblicato da uno staffer. Questo vale tanto più quanto più il profilo è ufficiale (presidente, ministro, leader di partito).
b. Responsabilità giuridica del singolo utente:  
  - Negli USA, la famosa Section 230 protegge le piattaforme dal essere trattate come “editori” dei contenuti degli utenti, ma non protegge gli utenti stessi se diffamano, minacciano, incitano all’odio, ecc.: in linea di principio l’utente può essere ritenuto responsabile come in qualunque altro contesto (testo, volantino, comizio). 
  - Nell’UE, con il Digital Services Act e norme nazionali, le piattaforme hanno obblighi più forti di rimozione e moderazione di contenuti illegali, ma resta il fatto che chi pubblica contenuti diffamatori o razzisti può risponderne civilmente o penalmente. 
In sintesi: l’idea “non sono responsabile di quel che appare sul mio profilo” non regge né sul piano politico né, spesso, su quello giuridico; al massimo si può discutere di dolo/colpa e di chi materialmente ha cliccato “pubblica”, ma la responsabilità pubblica rimane. 

Cosa sarebbe successo a un altro politico?
In molti paesi occidentali un episodio simile avrebbe potuto avere effetti molto più pesanti:
- Dimissioni o sospensione: ministri o parlamentari europei sono spesso costretti a dimettersi per tweet razzisti o video offensivi, anche se si difendono dicendo di non averli creati loro direttamente. 
- Sanzioni interne al partito: in contesti meno polarizzati, il partito tende a prendere le distanze per non compromettere la propria immagine, arrivando a espulsioni o ritiro del sostegno.
- Condanne pubbliche trasversali: normalmente ci si aspetta una condanna forte almeno su base bipartisan per contenuti che richiamano stereotipi razzisti ottocenteschi (neri = scimmie), considerati tabù nella comunicazione pubblica. 

Nel caso Trump, invece, la reazione del partito è stata più ambigua: forte imbarazzo e critiche da alcuni esponenti, ma niente di paragonabile a una rottura organizzata con la leadership.

Perché Trump sembra “immunizzato” dalle gaffe?
La politologia e la sociologia della comunicazione hanno individuato vari fattori che spiegano perché scandali e “cadute di stile” incidono poco sulla sua base:
a. Polarizzazione estrema:  
  - In un contesto dove lo scontro è percepito come “esistenziale”, la priorità per molti elettori è che il proprio campione “non perda mai”, anche se sbaglia; scandali e gaffe diventano subito armi di guerra fra tifoserie, non occasioni di riflessione etica. 
b. Shamelessness come strategia:  
  - Analisi su Trump parlano di “shameless politics”: rompere continuamente le norme, non scusarsi mai, rilanciare, spiazza le aspettative tradizionali (dove l’imbarazzo costringeva il politico a fare un passo indietro). Se non ti vergogni, lo scandalo perde potere. 
c. Desensibilizzazione:  
  - Studi sperimentali mostrano che l’esposizione ripetuta a messaggi norm‑violating (per esempio i tweet che delegittimano le elezioni) abbassa, nel tempo, la sensibilità a quel tipo di violazioni, almeno tra i sostenitori: cose che all’inizio sarebbero sembrate inaccettabili diventano “normali”.
d. Identità di gruppo:  
  - Per molti sostenitori, Trump non è solo un politico ma un simbolo identitario: attaccare lui è percepito come attaccare “noi”. In questo quadro, anche un video razzista viene riletto come “provocazione” o “umorismo politicamente scorretto”, non come segnale di razzismo strutturale. 
e. Ecosistema mediatico parallelo:  
  - Una parte dei media e dei commentatori a lui vicini minimizza o giustifica ogni episodio, spostando l’attenzione sull’“ipocrisia della sinistra” o sulle “vere priorità” del paese; così, l’episodio viene rapidamente riassorbito nel ciclo di notizie. 

Un esempio: ricerche sperimentali mostrano che i messaggi di Trump contro la legittimità delle elezioni 2020 hanno ridotto la fiducia nel processo elettorale tra i suoi sostenitori, senza però generare una rottura con lui; la norma democratica (accettare il risultato) è stata erosa, non lui delegittimato.

Perché non c’è una risposta forte unanime?
In parte, i “guardrail” informali della democrazia (vergogna pubblica, pressione morale bipartisan, forza dei media tradizionali) si sono indeboliti:
- I costi reputazionali delle violazioni di norma sono scesi, specie in contesti iper‑polarizzati.
- I partiti temono la propria base più di quanto temano la condanna generale, quindi evitano rotture nette anche davanti a episodi gravissimi.
- La produzione continua di scandali crea saturazione: l’opinione pubblica si abitua e perde la capacità di reagire con forza a ciascun nuovo episodio.

Vedi 
Shameless Politics: How Scandal Lost Its Power in America 

giovedì 5 febbraio 2026

L’Insegnamento della Religione Cattolica: Laboratorio di cultura e dialogo

La Nota Pastorale del 2025 dell'Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali (CEI) illustra il valore dell'Insegnamento della Religione Cattolica (IRC) nel sistema scolastico italiano, a quarant'anni dalla revisione del Concordato. Il documento presenta la disciplina come un laboratorio di dialogo interculturale, essenziale per comprendere il patrimonio storico e affrontare le sfide di una società multietnica e digitalizzata. 

Attualità dell’IRC in un tempo di cambiamenti
Viene letto il “cambiamento d’epoca”: globalizzazione, migrazioni, pluralismo religioso, secolarizzazione, analfabetismo religioso, solitudine giovanile e sfide legate a IA, biotecnologie e digitale.
​L’IRC è descritto come spazio formativo che aiuta a comprendere il patrimonio culturale e religioso italiano, apre al confronto con altre religioni, sostiene percorsi di integrazione, dialogo e convivenza pacifica.
​Si insiste sulla centralità educativa della scuola, sulla formazione integrale e sul contributo dell’IRC a senso critico, coscienza civile, educazione alla pace, alla giustizia e alla custodia del creato.

L’IRC, scelta di libertà e di cultura
L’Accordo del 1984 è letto come innovativo perché riconosce: valore della cultura religiosa, radicamento storico del cattolicesimo nel popolo italiano, collocazione dell’IRC entro le finalità della scuola (sviluppo della persona, uguaglianza, libertà, partecipazione).
​L’IRC è oggetto di libera scelta, non è professione di fede ma richiesta di formazione su temi religiosi; è destinato a tutti, non solo ai cattolici, e registra un’alta percentuale di avvalentisi, con differenze territoriali.
​Si ribadisce la distinzione e complementarità tra IRC e catechesi e si richiama la Corte costituzionale: l’IRC non viola la laicità, ma ne è espressione, perché la laicità non è indifferenza al fatto religioso, bensì garanzia di libertà in regime di pluralismo.
​L’IRC è definito “servizio educativo”: contribuisce alla crescita integrale, combatte l’ignoranza religiosa, favorisce sintesi tra saperi, dialoga con tutte le discipline (umanistiche, scientifiche e tecnologiche) e articola i contenuti in prospettiva esistenziale, teologica, biblica e storico-sociale.
​Viene situato nel quadro del “patto educativo globale” e si richiamano alcune attenzioni specifiche: scuola cattolica, percorsi di istruzione e formazione professionale regionali, dove l’IRC ha un ruolo qualificante e va garantito secondo la normativa.
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Vedi presentazione 

mercoledì 4 febbraio 2026

Scoutismo americano messo sotto pressione sul tema dell'inclusione

Negli Stati Uniti è in corso uno scontro simbolico e molto concreto attorno al movimento Scout. Secondo recenti notizie, il Dipartimento della Difesa ha minacciato di interrompere il sostegno a Scouting America (la storica organizzazione un tempo nota come Boy Scouts of America) se non farà marcia indietro sulle proprie politiche di inclusione, in particolare quelle riconducibili alla cosiddetta DEI: diversity, equity and inclusion.

Un secolo di alleanza sotto esame
Da oltre cento anni, gli Scout americani hanno intrattenuto un rapporto stretto con le Forze Armate: collaborazioni logistiche, sostegno agli eventi nazionali come il Jamboree, accesso alle basi militari, programmi educativi rivolti ai giovani. Questa alleanza è stata a lungo percepita come naturale: un’organizzazione giovanile che punta su servizio, disciplina, spirito civico, accanto a un’istituzione che si presenta come presidio dei valori nazionali.

Negli ultimi anni, però, il quadro è cambiato. Per rispondere alle trasformazioni sociali e culturali del Paese, gli Scout hanno progressivamente adottato politiche più inclusive: apertura alle ragazze e possibilità per loro di diventare Eagle Scout, accoglienza esplicita di giovani LGBT, maggiore attenzione al pluralismo religioso e alla lotta contro discriminazioni e bullismo. Scelte presentate dalla dirigenza come fedeli allo spirito originario del movimento, che fin dalle origini dichiarava di voler formare “buoni cittadini” in una società in evoluzione.

Il nuovo fronte: la guerra alla DEI
Con il cambio di amministrazione alla Casa Bianca e al Pentagono, la sigla DEI è diventata un bersaglio politico. La nuova leadership considera molti programmi di diversity, equity and inclusion come espressione di “ideologia” piuttosto che come strumenti di equità. In questo clima, il movimento Scout è finito nel mirino: la sua evoluzione verso una maggiore inclusione viene letta da alcuni esponenti del governo come un tradimento della tradizionale “meritocrazia” e dei “valori dei ragazzi”.

Il Dipartimento della Difesa ha quindi messo Scouting America di fronte a un aut aut: o si “allinea” alle nuove direttive federali che limitano i programmi DEI nelle organizzazioni partner, oppure rischia di perdere l’accesso a fondi, strutture e supporto logistico militare. In documenti e dichiarazioni pubbliche, i vertici del Pentagono hanno accusato gli Scout di aver abbracciato “ideologie gender‑fluid e di giustizia sociale” ritenute incompatibili con la linea attuale del governo.

Inclusione sotto pressione
Nella pratica, ciò che viene contestato non è semplicemente “l’idea di essere gentili con tutti”, ma alcune scelte molto concrete:
- L’ammissione piena delle ragazze e la possibilità per loro di raggiungere i massimi gradi del percorso scoutistico.  
- L’apertura a ragazzi e capi apertamente LGBT, inclusi giovani transgender.  
- I programmi formativi che affrontano direttamente temi di discriminazione, equità, rispetto delle differenze culturali e religiose.  

Per la dirigenza di Scouting America queste politiche sono una risposta necessaria alla realtà dei giovani di oggi, uno sforzo per rimanere un luogo sicuro e significativo per tutti. Per i critici, invece, rappresentano una deriva “ideologica” che snatura l’identità originaria del movimento.

Cosa è in gioco davvero
La vicenda non riguarda solo un contenzioso amministrativo su fondi e infrastrutture. È il riflesso di una battaglia più ampia su che cosa significhi educare le nuove generazioni in una società polarizzata. Da un lato vi è l’idea che l’inclusione sia parte integrante della missione educativa: imparare a vivere con le differenze, riconoscere dignità e diritti a persone di generi, fedi e orientamenti diversi. Dall’altro, la convinzione che l’enfasi su DEI rappresenti un’ideologia divisiva, imposta “dall’alto”, e che vada espunta dagli spazi formativi tradizionali.

Il ricorso alla leva economica e istituzionale – “se volete il nostro sostegno, dovete cambiare rotta” – rende questa storia un caso emblematico del rapporto tra potere politico e società civile. Gli Scout, nati come organizzazione indipendente ma intrecciata con le istituzioni, si trovano ora a dover scegliere quanto sono disposti a pagare per difendere un’idea di inclusione che, per molti dei loro membri, non è una moda, ma la conseguenza logica della promessa scout di rispetto e servizio verso tutti.

Una domanda aperta
Questo episodio solleva almeno tre domande che possono guidare il dibattito:
- Chi deve decidere l’orizzonte valoriale delle associazioni educative: lo Stato che le sostiene, o le comunità che le compongono?  
- L’inclusione è davvero un’agenda “ideologica”, o è semplicemente il tentativo di applicare vecchi principi (dignità, giustizia, rispetto) in un contesto sociale nuovo?  
- Che cosa perdiamo – come società – quando l’accesso a fondi e partnership diventa uno strumento per uniformare il pensiero educativo?

Il caso di Scouting America ci riguarda anche a migliaia di chilometri di distanza, perché racconta una tensione universale: quella tra il desiderio di formare giovani liberi e capaci di accogliere l’altro, e la tentazione di usare il potere istituzionale per riportare ogni esperienza educativa dentro confini ritenuti “sicuri”. Come sempre, a fare la differenza non saranno solo le decisioni dei vertici, ma le scelte quotidiane di capi, famiglie e ragazzi, chiamati a decidere se l’inclusione è un optional o un pilastro della loro idea di cittadinanza.


domenica 1 febbraio 2026

“Prima i bambini!”: la vita guardata dal basso

“Prima i bambini!” è il tema scelto dai vescovi italiani per la 48ª Giornata Nazionale per la Vita, celebrata l’1 febbraio 2026. Non è uno slogan tenero per addolcire una ricorrenza, ma un criterio radicale per leggere il nostro tempo: dalla parte dei più piccoli, dei più fragili, di chi non ha voce e spesso non viene nemmeno visto.

Il Messaggio della CEI si apre con le parole del Vangelo di Matteo: “Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli” (Mt 18,10), indicando l’infanzia come misura della civiltà e della fede di un popolo. Come trattiamo i bambini – nati e non nati, sani e malati, vicini e lontani – rivela che idea di umanità stiamo costruendo.

Quando i bambini pagano il prezzo delle scelte degli adulti
I vescovi non si limitano a un richiamo generico, ma elencano le ferite concrete che attraversano oggi l’infanzia. Pensano ai bambini coinvolti nelle guerre, alle vittime delle migrazioni forzate, al lavoro minorile, alla piaga dei bambini-soldato, fino alle manipolazioni bioetiche che “fabbricano” i piccoli in laboratorio piegandoli a desideri e interessi degli adulti.

Nel Messaggio si legge che “le vite dei bambini vengono spesso asservite agli interessi dei grandi”, denunciando una società in cui il potere degli adulti prevale sul diritto dei piccoli a essere accolti, amati e protetti. Persino il diritto fondamentale a nascere viene messo in discussione quando, dopo esami prenatali, un bambino non appare “perfetto” secondo criteri di efficienza e prestazione.

Una conversione dello sguardo
La proposta della Giornata della Vita 2026 è prima di tutto spirituale: cambiare sguardo. Mettere “prima i bambini” significa rovesciare la prospettiva, smettere di chiederci soltanto quanto i piccoli si adattino ai nostri ritmi e iniziare a domandarci quanto noi adulti siamo pronti a rallentare, ad ascoltare, a fare spazio.

Segni di speranza e responsabilità concreta
Nel quadro, certo severo, non mancano segni di speranza. Il Messaggio esprime gratitudine per tutte quelle realtà – centri di aiuto alla vita, famiglie affidatarie, educatori, volontari, operatori pastorali – che ogni giorno custodiscono l’infanzia con amore concreto.