Mark Carney, primo ministro canadese, a Davos ha descritto un mondo in “rottura, non in transizione”, ma ha proposto una via d’uscita fondata su realismo dei valori, rafforzamento interno e alleanze tra “poteri medi” per costruire un ordine più giusto e cooperativo. Nel caos geopolitico ed economico, il suo messaggio è che non ha senso rimpiangere il vecchio ordine: occorre avere il coraggio di riconoscere la frattura e organizzarvisi dentro, trasformandola in occasione di rinnovamento.
La diagnosi: una rottura dell’ordine globale
Carney sostiene che non viviamo una semplice fase di aggiustamento, ma una vera “rottura” dell’ordine globale emerso negli ultimi decenni. Le grandi potenze usano ora l’integrazione economica come arma: dazi come leva, sistemi finanziari come strumento di coercizione, catene del valore trasformate in vulnerabilità.
Questa diagnosi implica che le vecchie certezze non valgono più: né la geografia, né le alleanze garantiscono automaticamente sicurezza e prosperità. L’“accordo” implicito che molti Paesi avevano accettato – beneficiare della globalizzazione chiudendo un occhio sulle sue contraddizioni – “non funziona più”.
Realismo basato sui valori
La risposta che Carney propone è ciò che, citando il presidente finlandese Alexander Stubb, chiama “realismo basato sui valori”. Non si tratta di scegliere tra cinismo e idealismo, ma di calibrare le relazioni esterne in modo che la loro profondità rifletta davvero i valori che si dichiarano, evitando ipocrisie e dipendenze paralizzanti.
Questo approccio chiede onestà sul mondo “così com’è” e rifiuta la nostalgia di un ordine passato: “Nostalgia non è una strategia”. Allo stesso tempo, rifiuta anche il fatalismo: dalla frattura è possibile costruire qualcosa di più grande, più forte e più giusto, se si ha il coraggio di creare istituzioni e accordi che funzionano davvero come vengono descritti.
Rafforzarsi in casa per essere liberi fuori
Un pilastro della sua visione è la costruzione di una base interna resiliente, condizione per una politica estera realmente autonoma. Nel caso canadese questo significa, ad esempio, tagli mirati alle imposte, rimozione delle barriere interne al commercio, accelerazione di enormi investimenti in energia, intelligenza artificiale, minerali critici, infrastrutture e difesa, con l’obiettivo di ridurre le vulnerabilità e aumentare la capacità negoziale.
La diversificazione internazionale non è solo prudenza economica, ma la premessa materiale per una politica estera sincera: i Paesi “si guadagnano il diritto” a posizioni di principio riducendo la propria esposizione alle ritorsioni. In questo senso, rafforzare l’economia domestica e le filiere strategiche diventa un atto di libertà politica, non solo di crescita.
Il ruolo dei poteri medi
Il cuore più originale dell’intervento è la centralità attribuita ai “poteri medi” – Paesi come Canada ed europei che non sono superpotenze ma nemmeno attori marginali. Carney avverte che, se ciascuno di essi si limita a negoziare bilateralmente con l’egemone di turno, lo farà da posizione di debolezza, competendo per essere il più accomodante.
Per uscire da questa logica, i poteri medi devono agire insieme: creare “club di acquirenti” per materie prime e tecnologie strategiche, condividere standard, coordinare investimenti in resilienza piuttosto che alzare solo “mura” nazionali. Gli investimenti collettivi in resilienza, insiste, costano meno che se ogni Paese si costruisse la propria fortezza isolata, e possono ridurre la frammentazione e le tentazioni coercitive delle grandi potenze.
Un motivo di speranza
In un contesto che spesso viene raccontato solo in chiave apocalittica, Carney rovescia il frame: la frattura dell’ordine precedente non è solo perdita, ma anche spazio di possibilità. Il vecchio ordine non tornerà e non merita di essere idealizzato; ma proprio perché non si può più tornare indietro, diventa urgente e possibile costruire un sistema più coerente con i valori che molti dicono di condividere.
La speranza che il suo discorso offre non è una rassicurazione emotiva, ma una chiamata alla responsabilità: riconoscere il mondo com’è, rafforzare le società dall’interno, tessere alleanze tra poteri medi e investire nella resilienza condivisa. In questa prospettiva, l’incertezza non è solo minaccia, ma occasione perché nuovi protagonisti – non solo le grandi potenze – contribuiscano a dare forma a un ordine più giusto e meno ricattabile.
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