sabato 24 gennaio 2026

L'esempio del clero in Minnesota

Negli ultimi giorni il Minnesota è diventato un laboratorio doloroso di ciò che significa vivere sotto una politica migratoria improntata alla massima durezza. Da un lato, l’amministrazione del presidente Donald Trump rivendica la necessità di “ripristinare l’ordine” attraverso operazioni massicce dell’ICE, con migliaia di persone deportate tramite l’aeroporto di Minneapolis–St. Paul; dall’altro, una parte significativa del clero locale ha deciso di trasformare il proprio ministero in una forma di resistenza pubblica e visibile.

Venerdì mattina, circa cento leader religiosi di diverse confessioni – cattolici, luterani, battisti, metodisti, rabbini e ministri di tradizioni riformate – si sono seduti e inginocchiati davanti alle partenze del Terminal 1 dell’aeroporto di Minneapolis–St. Paul, bloccando temporaneamente il flusso dei passeggeri. Non è stata una protesta qualunque: molti indossavano stola o talare, recitavano salmi e preghiere, e accostavano il linguaggio biblico dell’esodo e dell’accoglienza dello straniero alle storie concrete di famiglie strappate alla loro casa nel cuore del Midwest.

Le autorità aeroportuali avevano rilasciato un permesso che limitava area e numero dei manifestanti, ma i religiosi hanno scelto deliberatamente di superare tali confini, assumendosi il rischio dell’arresto. Quando la polizia li ha invitati a sgomberare, molti hanno risposto restando in silenzio, con le mani alzate o unite in preghiera, finché circa cento di loro sono stati fermati, accusati di trespassing e mancato rispetto degli ordini di un agente, e poi rilasciati con una citazione per reato minore. L’immagine di sacerdoti e pastori caricati sui mezzi della polizia, dopo aver intonato canti e benedizioni sull’asfalto ghiacciato, ha fatto il giro dei social e delle redazioni internazionali.

Qual é il messaggio dietro a questo gesto?

Anzitutto, la protesta all’aeroporto non è un gesto isolato. È inserita in una più ampia mobilitazione che include uno “sciopero morale”: sindacati, organizzazioni progressiste e comunità di fede hanno chiesto ai cittadini di non andare al lavoro, a scuola, nei negozi, per denunciare il clima di paura creato dalle retate dell’ICE nelle strade del Minnesota. Nei comunicati dei leader religiosi si ritrova un filo rosso: l’accusa a un sistema che trasformerebbe aeroporti, hotel e perfino chiese in snodi di un meccanismo di espulsione di massa, nel quale la persona migrante non è più un volto ma un numero di pratica.

I fatti di queste settimane rendono particolarmente stridente la tensione tra Vangelo e politiche migratorie. Da una parte c’è il caso di Liam Conejo Ramos, un bambino ecuadoriano di cinque anni fermato dall’ICE davanti a casa, in un sobborgo di Minneapolis, e trattenuto con il padre fino a un centro di detenzione familiare in Texas: per molti ministri di culto, l’immagine di un bambino portato via da agenti armati è diventata una sorta di parabola rovesciata di ciò che una società cristiana non dovrebbe mai accettare. Dall’altra, c’è l’imbarazzo, se non lo scandalo, per il fatto che uno dei responsabili locali dell’ICE, il funzionario David Easterwood, figuri anche come pastore in una chiesa di St. Paul, il che ha spinto attivisti e fedeli a interrompere una celebrazione domenicale per denunciare quella che percepiscono come una incompatibilità tra ministero pastorale e ruolo in una macchina repressiva.

Per molti di questi leader religiosi, l’azione diretta non è una fuga dalla teologia, ma il suo sbocco concreto. Nelle loro dichiarazioni emerge il richiamo a testi biblici come Levitico 19 (“amerai lo straniero come te stesso”) o Matteo 25 (“ero straniero e mi avete accolto”), interpretati come mandato a schierarsi non solo con parole, ma mettendo in gioco la propria libertà per impedire deportazioni che giudicano moralmente inaccettabili. L’arresto viene così vissuto come una forma di “obiezione di coscienza evangelica”: se la legge permette pratiche disumanizzanti, è la coscienza plasmata dal Vangelo a imporre il limite, fino a infrangere pacificamente certe norme per ricordare che la dignità della persona viene prima.

Di fronte a questo, la risposta dell’amministrazione Trump e del Dipartimento di Giustizia è speculare: se i religiosi rivendicano la sacralità della persona migrante, il potere federale insiste sulla sacralità dell’ordine pubblico e della “sicurezza nazionale”. L’invio massiccio di agenti ICE in Minnesota viene giustificato come necessità di applicare la legge e di difendere i cittadini americani, mentre il DOJ minaccia procedimenti penali non solo contro chi ferma i voli, ma anche contro gli attivisti che interrompono funzioni religiose per contestare pastori legati all’ICE. È uno scontro di narrazioni: per alcuni, i veri “attacchi ai luoghi di culto” sono le proteste in chiesa; per altri, lo scandalo è avere in pulpito chi guida un apparato accusato di violare i diritti umani.

In questo intreccio complesso, il clero che si fa arrestare a Minneapolis–St. Paul non parla soltanto ai migranti del Minnesota, ma alla coscienza cristiana degli Stati Uniti – e, indirettamente, anche alla nostra. La loro scelta mostra che la fede può diventare un linguaggio pubblico capace di dire “no” a leggi che, pur essendo formalmente valide, risultano incompatibili con l’idea cristiana di persona, di famiglia e di ospitalità. E pone una domanda scomoda a tutte le comunità credenti: di fronte a politiche che colpiscono i più vulnerabili, è sufficiente una dichiarazione di principio, o arriva il momento in cui la sola coerenza possibile passa dal farsi mettere, pacificamente, tra i fermati di un registro di polizia? 

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