domenica 25 gennaio 2026

Musk: “Presto più umanoidi che esseri umani ed entro il 2030 l’IA sarà più intelligente dell’uomo”

L’idea che robot umanoidi e intelligenza artificiale possano sostituire l’uomo nel lavoro affascina e inquieta allo stesso tempo. Elon Musk e papa Leone XIV rappresentano due modi opposti di guardare allo stesso fenomeno.

Musk e la seduzione della sostituzione
Nelle sue recenti dichiarazioni, Musk immagina un futuro prossimo in cui i robot umanoidi saranno più numerosi degli esseri umani e saranno in grado di svolgere “tutti i lavori” oggi affidati alle persone. Il lavoro umano, in questa visione, diventa una funzione sostituibile: ciò che conta è che un compito venga svolto nel modo più efficiente possibile, indipendentemente da chi – o da che cosa – lo svolge. L’obiettivo è un mondo di abbondanza materiale, in cui l’IA e la robotica garantiscono produzione, servizi, cura, logistica, e l’uomo è liberato dalla necessità di lavorare per vivere.

È una prospettiva essenzialmente funzionale: il lavoro è mezzo per ottenere un risultato (un prodotto, un servizio, un comfort). Se una macchina può farlo meglio, più velocemente e a minor costo, allora è “razionale” lasciarglielo fare. L’orizzonte è quello dell’automazione integrale, in cui l’elemento umano è opzionale, eventualmente “romantico”, ma non più necessario.

Papa Leone e l’irriducibilità dei volti e delle voci
All’estremo opposto, l’ultimo intervento di papa Leone XIV sull’intelligenza artificiale insiste sulla dignità dei volti e delle voci come luogo in cui si manifesta l’unicità della persona. L’IA, dice il Papa, è ambivalente: può essere un grande aiuto, ma non può diventare né “amica” né “oracolo” e, soprattutto, non può sostituire la responsabilità, la libertà e la relazione che definiscono l’umano.

Qui il punto non è se una macchina “sappia fare” un compito, ma che cosa accade alla persona quando delega a una tecnologia parti sempre più grandi della propria esperienza: pensare, giudicare, ricordare, comunicare, prendersi cura. Il Papa vede nella sfida dell’IA non un problema tecnico, ma antropologico: che cosa resta dell’uomo se le sue relazioni, la sua memoria, la sua voce, il suo volto vengono simulati, filtrati, governati da sistemi che rispondono a logiche di profitto, di efficienza, di controllo?

Due modi di intendere il lavoro
Qui si apre la dicotomia che proponi: sostituzione del lavoro umano vs originalità di voci e volti.

Nella prospettiva utilitaristica di Musk:
- Il lavoro è principalmente produzione di un bene o erogazione di un servizio.  
- Il valore del lavoro è misurato in termini di risultato e performance.  
- Se la tecnologia garantisce lo stesso risultato (o migliore), il lavoro umano è superfluo.  

Nella prospettiva personalistica che emerge dalle parole del Papa:
- Il lavoro è prima di tutto azione tramite cui l’uomo si mette in relazione con gli altri e con il mondo.  
- Lavorare significa partecipare alla costruzione di una realtà condivisa, contribuire al bene comune, esprimere talenti e responsabilità.  
- Il valore del lavoro non si esaurisce nel prodotto, ma nel processo: nelle relazioni che genera, nel senso che offre alla vita di chi lo svolge, nella cura che imprime alle cose e alle persone.

In questo secondo sguardo, anche quando una macchina “sa fare” un compito tecnico, non può sostituire la dimensione relazionale, simbolica, spirituale che quel compito ha quando è svolto da una persona. Un robot può assistere un anziano, ma non può “farsi prossimo” nel senso pieno. Può insegnare contenuti, ma non educare nel rapporto vivo tra maestro e allievo. Può produrre immagini, testi e musica, ma non prendere su di sé il rischio di una scelta, di una responsabilità, di un sacrificio.

Funzione o vocazione?
La contrapposizione, in fondo, è tra due parole: funzione e vocazione.
- Nel paradigma funzionale, il lavoro è un insieme di task descrivibili, misurabili, ottimizzabili. È il regno dell’automazione: ciò che è descrivibile può, prima o poi, essere delegato a una macchina.  
- Nel paradigma personalistico, il lavoro è risposta a una chiamata: non solo “fare qualcosa”, ma diventare qualcuno attraverso ciò che si fa, entrando in una trama di relazioni, di doni e di responsabilità che nessun algoritmo può sostituire.

L’IA può, e probabilmente potrà sempre più, sostituire l’uomo in molte funzioni. Ma non può sostituirlo nella vocazione: nel modo unico e irripetibile in cui ciascuno abita il mondo, si prende cura degli altri, interpreta il proprio tempo, cerca il senso della propria esistenza.

Forse la via più feconda è tenere insieme le due tensioni:
- usare l’IA e i robot per liberare l’uomo dalle forme di lavoro più disumane, alienanti, usuranti;  
- custodire e rilanciare tutte quelle forme di lavoro in cui si giocano la relazione, la cura, la responsabilità, la creatività, il contatto diretto con la realtà naturale e sociale.

Che cosa non vogliamo delegare, perché sappiamo che, se lo delegassimo, perderemmo qualcosa di essenzialmente nostro?


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