sabato 26 settembre 2026

Il Papa all'Unesco: la vita è dono, non merce. La guerra la più terribile opera umana

Un Papa americano a Parigi, per la prima volta dopo oltre quarant'anni. Papa Leone XIV ha iniziato il 25 settembre 2026 il suo viaggio apostolico in Francia, e uno dei momenti più attesi si è consumato ieri nella sede parigina dell'UNESCO: la prima visita di un Pontefice all'Organizzazione dal memorabile discorso di Giovanni Paolo II nel 1980. Un'occasione storica, che il Papa ha scelto per consegnare alla comunità internazionale una riflessione appassionata sulla cultura, sulla dignità umana e sul futuro dell'educazione nell'era dell'intelligenza artificiale. 

La laicità non è un muro, ma una condizione di giustizia
La Francia è la nazione che più di ogni altra ha fatto della laicità un baluardo identitario. E proprio lì, accanto al presidente Emmanuel Macron, Leone XIV ha provato a disegnarne i confini più autentici: non un muro che espelle la religione dallo spazio pubblico, ma un assetto che garantisce giustizia e libertà per tutti. "La vera laicità non esclude la dimensione religiosa, ma sa al contrario trarne vantaggio come risorsa educativa", ha detto il Papa. 

È un messaggio delicato e insieme deciso: la Chiesa non chiede privilegi, chiede di poter contribuire al bene comune, nella convinzione che la fede non sia un residuo privato da tollerare, ma una forza culturale e morale di cui la società ha bisogno.

La vita come fondamento di ogni diritto
Sul piano etico, il Papa non ha usato mezze misure. Con l'occhio rivolto anche al dibattito francese sul fine vita e al clima di riarmo che attraversa l'Europa, Leone XIV ha ribadito: "La tutela del diritto alla vita costituisce il fondamento imprescindibile di ogni altro diritto umano". 

Un principio che, nel discorso all'UNESCO, si è intrecciato con l'avvertimento sui rischi di una cultura corrotta, in cui la legge viene invocata quando serve e ignorata quando limita, e persino la giustizia rischia di diventare "una merce da comprare e vendere". Di fronte alle tecnologie che promettono di tutto tranne che senso, il Papa è stato netto: "L'intelligenza artificiale non può mai rispondere al senso dell'esistenza", e senza verità il linguaggio finisce per sottostare alla logica della violenza. 

"La guerra non è inevitabile"
Nel suo arrivo all'Eliseo, Leone XIV ha scelto parole che suonano come uno schiaffo alla rassegnazione del nostro tempo: "La guerra non è inevitabile; Parigi promuova dialogo e diplomazia". È la coerenza con il messaggio per la Giornata mondiale della pace 2026, "Pace armata e disarmante", in cui il Papa invitava ad abbracciare "il sentiero disarmato della diplomazia, della mediazione e del diritto internazionale". In un'Europa che torna a parlare di spese militari e di deterrenza, la voce di Leone XIV insiste: prepararsi alla guerra non è la via della pace, ma la sua negazione.

Il segno inatteso: i francesi che tornano a battezzarsi
C'è infine un dato che ha sorpreso persino il Papa, e che rende questo viaggio simbolicamente ancor più significativo. In Francia, patria del laicismo militante, i battesimi di adulti stanno registrando una crescita esponenziale: dopo i 10.384 adulti battezzati nella Veglia pasquale 2025, numero raddoppiato in due anni, nel 2026 si è arrivati a 21.400 battesimi tra adulti e adolescenti, di cui circa 13.200 adulti. Un fenomeno che i vescovi francesi leggono come "un segno del Cielo", più che un fatto statistico. 

È forse il suggello più eloquente del viaggio: una Chiesa che non pretende di recuperare posizioni di potere, ma che scopre — persino nella Francia laica — cuori che tornano a bussare. Come ha detto mons. Olivier de Germay, arcivescovo di Lione, "è il Signore che attira le persone a sé". Il Papa se ne dice positivamente sorpreso. E forse, per una volta, la sorpresa è la notizia.

giovedì 24 settembre 2026

Terra Madre, la grande casa della biodiversità: a Torino il cibo diventa una lingua comune

C’è un luogo in cui parlare di cibo significa parlare di terra, di culture, di diritti, di ambiente e perfino di pace. È Torino, dove oggi, 24 settembre, si è aperta la sedicesima edizione di Terra Madre Salone del Gusto, con la partecipazione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

L’edizione 2026 arriva in un momento particolarmente significativo: Slow Food compie quarant’anni e Terra Madre torna a mettere al centro una parola che racchiude il senso dell’intera manifestazione: biodiversità. Il tema scelto è infatti “Biodiversity – Be Diversity”, un invito a considerare la diversità non come qualcosa da difendere soltanto, ma come una ricchezza da vivere e costruire.

Da Bra a Torino: le radici di un’idea
Per capire Terra Madre bisogna tornare indietro di quarant’anni, al 1986, quando Carlo Petrini e un gruppo di appassionati diedero vita a Slow Food a Bra, nel Cuneese. L'idea era quella di mettere in discussione un modello alimentare sempre più dominato dalla velocità, dalla standardizzazione e dalla produzione industriale, riportando al centro il rapporto fra cibo, territorio e persone.

Nel 1996 nacque il Salone del Gusto, mentre nel 2004 arrivò la svolta: a Torino si incontrarono per la prima volta circa 5.000 delegati provenienti da 130 Paesi, rappresentanti di oltre mille Comunità del Cibo. Contadini, pescatori, allevatori, artigiani, cuochi, ricercatori e custodi di sementi si ritrovarono per raccontare esperienze e confrontarsi sulle possibilità di costruire sistemi alimentari più sostenibili e rispettosi delle persone e dell'ambiente.

Nel 2012 Terra Madre e Salone del Gusto si unirono definitivamente in un unico appuntamento. Dal 2016 il nome Terra Madre Salone del Gusto sottolinea proprio la centralità delle comunità del cibo e del loro ruolo nel ripensare il nostro rapporto con ciò che mangiamo.

Che cos'è, dunque, Terra Madre?
Non è soltanto una grande fiera gastronomica.

È soprattutto una rete internazionale di comunità. Persone e territori che condividono una convinzione: il cibo non è una semplice merce, ma il risultato di relazioni fra esseri umani, natura, lavoro, cultura e territorio.

A Torino arrivano agricoltori e allevatori, pescatori e cuochi, produttori artigianali e giovani, ricercatori e attivisti. L'edizione 2026 riunisce oltre 1.500 produttori, cuochi, pescatori, allevatori, agricoltori, studiosi, giovani e attivisti da tutto il mondo; parallelamente, l'assemblea della Fondazione Slow Food ETS coinvolge delegati provenienti da oltre 120 Paesi.

È questa dimensione internazionale a rendere Terra Madre qualcosa di diverso da un tradizionale appuntamento enogastronomico: le culture alimentari diventano uno strumento per conoscersi e per affrontare problemi che nessun Paese può risolvere da solo.

La biodiversità non è soltanto una questione di specie
La parola biodiversità può sembrare astratta. A Terra Madre assume invece un significato molto concreto.

È la varietà dei semi e delle colture, delle razze animali, dei territori e degli ecosistemi. Ma è anche la varietà dei saperi: il modo in cui una comunità prepara il pane, conserva un alimento, coltiva un campo, gestisce l'acqua o tramanda una ricetta.

Slow Food ha costruito nel tempo strumenti come l'Arca del Gusto, che raccoglie migliaia di prodotti e tradizioni a rischio di scomparsa, e i Presìdi Slow Food, attraverso i quali vengono sostenuti piccoli produttori e produzioni tradizionali. L'obiettivo è contrastare l'omologazione e mantenere viva una ricchezza che non è soltanto gastronomica, ma anche ecologica e culturale.

Per questo il messaggio di Terra Madre 2026 è particolarmente significativo: “Biodiversity – Be Diversity”. Essere biodiversità significa riconoscere il valore delle differenze e costruire sistemi alimentari più giusti a partire dalla pluralità delle persone, dei territori e delle culture.

I popoli indigeni: custodi di territori e conoscenze
Fra i protagonisti di Terra Madre ci sono anche i popoli indigeni, la cui presenza permette di guardare alla crisi alimentare e ambientale da una prospettiva spesso trascurata.

La rete Slow Food Indigenous Peoples' Network riunisce comunità che difendono territori, sementi, pratiche agricole e conoscenze tradizionali. Secondo Slow Food, più di 700 prodotti indigeni sono già entrati nell'Arca del Gusto e oltre 50 Presìdi sono gestiti da comunità indigene.

All'edizione 2026 partecipano più di 150 delegati della rete dei Popoli Indigeni di Slow Food. I temi portati al confronto riguardano la sovranità alimentare, la tutela della biodiversità, la resilienza delle comunità, il cambiamento climatico e la difesa dei territori.

Il loro messaggio è importante perché mostra che, di fronte alle grandi crisi contemporanee, esistono anche risposte che partono dal basso: comunità che proteggono i propri semi, recuperano pratiche agricole, difendono l'acqua e mantengono vivo il legame fra alimentazione, identità e territorio.

Le sfide: clima, omologazione, disuguaglianze
Dietro la festa, i mercati e i sapori di Terra Madre c'è dunque una domanda tutt'altro che semplice: come produrre e distribuire il cibo in modo da non compromettere il futuro?

Le sfide sono molteplici.
C'è il cambiamento climatico, che rende più fragile l'agricoltura e mette sotto pressione acqua, suoli e produzioni.
C'è la perdita di biodiversità, favorita dalla riduzione delle varietà coltivate e dalla progressiva uniformazione dei sistemi produttivi.
C'è il problema della sostenibilità economica dei piccoli agricoltori e degli allevatori, chiamati a competere in mercati nei quali il prezzo spesso prevale sul valore reale del prodotto e del lavoro.
E c'è la questione della sovranità alimentare: chi decide che cosa coltivare? Quali semi utilizzare? Come distribuire le risorse? Chi controlla le filiere? E soprattutto, chi ha accesso a un cibo sano e adeguato?

Terra Madre prova a spostare la prospettiva: non partire soltanto da quanto costa un alimento, ma interrogarsi sul suo valore ambientale, sociale, culturale e umano.

Le proposte: dalla terra alle comunità
Le risposte che emergono dalla rete di Terra Madre non sono racchiuse in una singola ricetta politica. Sono piuttosto un insieme di esperienze concrete: agroecologia, tutela delle sementi tradizionali, Presìdi, educazione alimentare, orti comunitari e scolastici, filiere locali, sostegno ai piccoli produttori e valorizzazione delle conoscenze delle comunità.

La Slow Food Arena di questa edizione mette esplicitamente al centro temi come i popoli indigeni, il diritto al cibo, i giovani, le comunità come forma di resistenza, l'educazione alimentare e i progetti agricoli della rete.

L'idea di fondo è semplice: la trasformazione del sistema alimentare non deve essere soltanto tecnologica o economica, ma anche culturale.

E in questo senso i giovani hanno un ruolo fondamentale. Perché ereditano un pianeta segnato da crisi climatiche e ambientali, ma possono anche recuperare conoscenze, sperimentare nuove forme di agricoltura e costruire comunità capaci di mettere insieme innovazione e tradizione.

Il messaggio di Mattarella: la biodiversità riguarda tutti
Il Presidente ha richiamato la biodiversità come patrimonio essenziale per la salute umana, per l'ambiente e per la nostra stessa vita, sottolineando che senza responsabilità e cura questa ricchezza può essere compromessa. Ha inoltre indicato la biodiversità come una delle sfide cruciali del futuro e richiamato la necessità di politiche capaci di attribuirle il giusto valore.

Nel suo intervento ha anche collegato la tutela della biodiversità al valore delle diverse culture e ha richiamato il ruolo dell'agricoltura, del cibo e delle comunità nella costruzione di un futuro più sostenibile e pacifico. La presenza del Capo dello Stato ha assunto così un significato particolare in un'edizione che coincide con i quarant'anni di Slow Food e che rende omaggio al suo fondatore Carlo Petrini, scomparso nel maggio scorso.

Dal cibo alla pace
È forse questo il significato più ampio di Terra Madre.

Il cibo può dividere, quando diventa strumento di disuguaglianza, sfruttamento o conflitto. Ma può anche unire: intorno a un campo, a un mercato, a una tavola, a una ricetta tramandata di generazione in generazione.

Le comunità di Terra Madre arrivano da continenti e culture diverse. Parlano lingue differenti e coltivano prodotti lontanissimi tra loro. Eppure condividono problemi sorprendentemente simili: la difesa della terra, l'accesso all'acqua, la dignità del lavoro, la possibilità di continuare a produrre secondo pratiche sostenibili, la trasmissione dei saperi alle nuove generazioni.

Il cibo diventa così una lingua comune.
Non è un caso che il progetto di quest'anno insista sul rapporto fra biodiversità biologica e diversità culturale: proteggere una varietà di grano, un'antica razza animale o una tecnica agricola significa spesso proteggere anche una comunità e la sua memoria.

Una madre terra da conoscere, non soltanto da celebrare
Terra Madre nasce da una domanda sul cibo, ma nel tempo è diventata una domanda sul mondo.

Che tipo di agricoltura vogliamo?
Quali territori vogliamo lasciare alle generazioni future?
Quanto valgono un seme, un sapere antico, il lavoro di un contadino?
E soprattutto: quale rapporto vogliamo avere con la natura e con le altre comunità umane?

A Torino, dal 24 al 27 settembre, queste domande convivono con mercati, incontri, laboratori, degustazioni e momenti di festa. Ma il cuore della manifestazione resta il confronto fra persone che, in parti molto diverse del pianeta, stanno cercando risposte concrete.

È questa forse la vera eredità di Terra Madre: ricordarci che la biodiversità non è soltanto ciò che dobbiamo conservare. È anche ciò che ci permette di immaginare un futuro diverso.

E che, prima ancora di essere consumatori, siamo parte di una comunità alimentare molto più grande: quella che comincia dalla terra e arriva fino alla nostra tavola.

lunedì 21 settembre 2026

Leone XIV reciterà il Rosario con centinaia di bambini in Vaticano per la pace

Papa Leone XIV si unirà a centinaia di bambini per recitare il Rosario per la pace il prossimo 1° ottobre alle ore 17.00, presso la Grotta di Lourdes nei Giardini Vaticani. All’incontro sono attesi tra 700 e 1.000 bambini provenienti da scuole e parrocchie di Roma, che pregheranno insieme al Papa unendosi spiritualmente a bambini, famiglie, scuole e comunità cristiane di tutto il mondo. L’appuntamento segnerà l’inizio della settimana mondiale di preghiera dell’iniziativa Un milione di bambini recita il Rosario, promossa dalla fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACN) da oltre venti anni. Quest’anno, per la prima volta, la campagna si svolgerà nell’arco di un’intera settimana, dal 1° al 7 ottobre, per permettere a diocesi, parrocchie, scuole, comunità e famiglie nei diversi continenti di scegliere il giorno più adatto alle proprie realtà pastorali, rimanendo unite nella stessa intenzione di preghiera per la pace e l’unità. La settimana culminerà il 7 ottobre, festa della Madonna del Rosario.

Bambini di tutto il mondo uniti nella preghiera
Mentre a Roma i bambini pregheranno con Papa Leone XIV, iniziative analoghe sono già in preparazione in numerosi Paesi, dalle comunità indigene dell’Amazzonia boliviana alle parrocchie del Sudan, dello Zimbabwe, del Mozambico, della Sierra Leone e di molti altri luoghi segnati dalla guerra, dalla povertà o dall’instabilità. In Sudan, dove il conflitto continua a provocare enormi sofferenze, padre Franck Mandozi, della Regione Pastorale di Kosti, ha confermato la partecipazione dei bambini di diverse parrocchie e scuole. A migliaia di chilometri di distanza, in una comunità indigena T’siman dell’Amazzonia boliviana, suor Patricia Alejandra Botello López racconta che i bambini pregano già il Rosario sia in lingua T’siman sia in spagnolo. In Zimbabwe, la parrocchia di St Christopher, nell’arcidiocesi di Bulawayo, riunirà i bambini domenica 4 ottobre. Il parroco, padre Charles Mafurutu, intende inoltre raggiungere nelle settimane successive le comunità più remote e i centri di Messa disseminati sul territorio della parrocchia, alcuni a molti chilometri di distanza. Anche in Paraguay, Radio Pa’i Puku prevede di promuovere l’iniziativa attraverso le proprie trasmissioni e di diffondere in diretta il Rosario recitato dai bambini della parrocchia di San Eugenio de Mazenod, invitando famiglie, scuole, parrocchie e catechisti a unirsi alla preghiera.

Una preghiera per un mondo ferito
La campagna 2026 si ispira al messaggio di Fatima: «Alla fine, il mio Cuore Immacolato trionferà». Nell’invito rivolto quest’anno ai partecipanti, il cardinale Kurt Koch, presidente internazionale di Aiuto alla Chiesa che Soffre e prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, ricorda che il Cuore Immacolato di Maria rappresenta una vita interamente aperta allo Spirito Santo e indica la Vergine come modello di fede, di amore e di preghiera. L’iniziativa assume un significato particolare in un momento in cui milioni di persone si confrontano con la guerra, la violenza, la persecuzione, la povertà e l’incertezza. La preghiera dei bambini vuole essere, in questo contesto, un segno semplice ma universale di fiducia e di speranza: bambini di lingue, culture e Paesi diversi, uniti nella stessa preghiera per la pace.

Da un piccolo gruppo in Venezuela a una rete mondiale
L’iniziativa “Un milione di bambini recita il Rosario” è nata in Venezuela nel 2005 e si è progressivamente trasformata in un movimento mondiale di preghiera che coinvolge bambini, famiglie, parrocchie, scuole e gruppi ecclesiali in tutti i continenti. La campagna trae ispirazione dalle parole attribuite a San Pio da Pietrelcina: «Quando un milione di bambini reciterà il Rosario, il mondo cambierà». L’invito non è rivolto soltanto ai bambini. ACN incoraggia anche genitori, insegnanti, sacerdoti, religiosi, catechisti e famiglie a pregare insieme a loro. Non è necessario recitare l’intero Rosario: anche una sola decina, pregata con fede, può diventare parte di questa grande catena mondiale di preghiera. L’iniziativa internazionale si svolge in collaborazione con il Santuario di Fatima, la Rete Mondiale di Preghiera del Papa e l’Apostolato Mondiale di Fatima. Quest’anno si unisce per la prima volta anche il World Rosary Day. Aiuto alla Chiesa che soffre mette anche a disposizione dei materiali per la preghiera in diverse lingue ed invita a registare la propria adesione per rendere visibile la rete dei bambini che pregheranno in diversi Paesi del mondo.

sabato 19 settembre 2026

Oltre i muri e le onde: l'arte rivoluzionaria di di JR

Jean René, noto al mondo semplicemente come JR (Parigi, 1983), non è soltanto uno street artist, ma un vero e proprio "artivista" contemporaneo. Famoso a livello globale per la sua tecnica del paste-up — il collage fotografico su larghissima scala in rigoroso bianco e nero — JR trasforma lo spazio pubblico in un palcoscenico di riflessione collettiva. Facciate di palazzi, monumenti storici, carceri e muri di confine perdono la loro funzione originale per diventare tele enormi. Attraverso la carta e la colla, l'artista francese ridisegna l'architettura per lanciare messaggi a un impatto sociale e politico ineguagliabile.
Due opere, in particolare, raccontano la capacità di JR di stravolgere la nostra percezione del mondo: la tenerezza oltre i confini di Kikito e la potenza dirompente di Diluvium.

Kikito: L'innocenza che scavalca i confini (2017)
Nel 2017, in un periodo di accesi dibattiti sulle politiche migratorie, JR ha puntato i riflettori su Tecate, lungo il muro di separazione tra Stati Uniti e Messico. Qui ha installato il ritratto monumentale di Kikito, un bambino messicano di un anno.
L'opera è tanto semplice quanto disarmante: un bimbo gigante che, aggrappandosi con le manine alla barriera d'acciaio, si affaccia curiosamente per guardare cosa c'è dall'altra parte. Agli occhi di un bambino di un anno non esistono frontiere, dazi o divisioni politiche; c'è solo un mondo immenso da scoprire. Con questo intervento, JR è riuscito a neutralizzare la valenza oppressiva del muro, trasformando uno dei simboli di divisione più crudi del nostro tempo in un momento di pura e condivisa umanità.

Diluvium: L'onda che travolge la storia
L'ultima sfida dell'artista francese si sposta dai deserti di confine al cuore di Roma con il progetto Diluvium. Questa gigantesca installazione lunga circa 70 metri sfrutta l'anamorfosi per creare un'illusione ottica spettacolare e inquietante: una massiccia onda in bianco e nero che sembra sul punto di abbattersi con violenza contro l'antica facciata cinquecentesca della Biblioteca Apostolica Vaticana.
Il contrasto è potentissimo. Da una parte la solidità storica, la conservazione del sapere millenario e la sacralità dell'istituzione vaticana; dall'altra la forza inarrestabile, selvaggia e fluida dell'acqua. Diluvium appare come un monito visivo sui cambiamenti climatici e sulla fragilità delle nostre certezze più antiche di fronte alle ondate — reali o metaforiche — dei tempi moderni.
Le installazioni di JR sono realizzate in carta. Sono opere intrinsecamente effimere, destinate a essere lentamente cancellate dal sole, dal vento o dalle intemperie. Eppure, la loro natura temporanea è proprio ciò che le rende urgenti. Che si tratti dello sguardo di un bambino che ignora una barriera d'acciaio o di un'onda pronta a sommergere secoli di storia, l'arte di JR lascia un segno permanente nella nostra memoria collettiva, costringendoci ad alzare lo sguardo e a ridefinire i nostri orizzonti.

giovedì 17 settembre 2026

Una discorso di laurea memorabile ad Harvard

Il video mostra il discorso di laurea (Senior English Address) tenuto dallo studente Noah Eckstein in occasione della cerimonia di laurea (Commencement) dell'Università di Harvard nel 2026.

Il discorso si concentra sull'importanza dell'empatia e della comprensione reciproca in un mondo sempre più polarizzato. Utilizzando la storia della sua stessa famiglia — un intreccio di fedi cristiana, musulmana ed ebraica — Eckstein dimostra che non è necessario essere d'accordo su tutto per convivere pacificamente e rispettarsi. Critica fortemente la tendenza odierna a polarizzare ogni dibattito e a discutere solo per "vincere", anziché per ascoltare. Il suo appello finale ai neolaureati è quello di lottare per capire intimamente le persone con cui non si è d'accordo, perché solo attraverso la comprensione si può sperare di cambiare e guarire il mondo.

L'inizio come una barzelletta 
Noah inizia il suo discorso con una battuta classica: "Un cristiano, un musulmano e un ebreo entrano in un bar". Rivela subito che questa è la vera storia della sua famiglia, composta da nonni e genitori di diverse fedi che si sono uniti fino alla sua nascita.

L'antidoto alla divisione
Il concetto centrale del suo discorso è che "l'antidoto alla divisione non è necessariamente l'accordo, è la comprensione". Fa notare come oggi la società ci presenti tutto sotto forma di rigidi schieramenti (destra contro sinistra, ricchi contro poveri, ecc.) obbligandoci a scegliere da che parte stare.

L'esempio dei nonni
Racconta della dinamica tra suo nonno musulmano (cresciuto in Pakistan durante la guerra del 1947) e suo nonno ebreo (sopravvissuto all'Olocausto). Seppur in forte disaccordo su molti argomenti a causa delle loro ideologie e credenze diametralmente opposte, sedevano insieme, discutevano su tutto e si preoccupavano sinceramente l'uno dell'altro.

La perdita dell'ascolto
Noah osserva che la nostra generazione ha smesso di ascoltare. Oggi le persone parlano avendo già deciso da che parte stare; si dibatte non per comprendere o imparare, ma solo per "vincere, umiliare e avere ragione".

Come cambiare il mondo 
Rivolgendosi ai compagni di Harvard che sognano di lasciare un segno, li avverte: "non si può cambiare un mondo che ci si rifiuta di capire". Aggiunge inoltre una profonda riflessione: la pace basata sulla comprensione sopravvive al conflitto, mentre la pace basata unicamente sull'essere d'accordo crolla non appena si presenta una divergenza.

Un consiglio pratico
L'oratore lascia al pubblico una pratica da applicare nella vita: quando si incontra qualcuno con cui non si è d'accordo, bisogna difendere le proprie idee, ma al contempo farsi forza e domandare agli altri perché credano nelle loro. Li invita ad "ascoltare come se si potesse avere torto".

La conclusione
Riprende l'aneddoto iniziale. I suoi nonni sono stati sepolti secondo le loro rispettive fedi, mantenendo le proprie tradizioni fino all'ultimo. Tuttavia, si sono sempre rispettati e voluti bene, restando fieri di essere un'unica famiglia. Eckstein esorta infine i laureati a fare lo stesso e a guardare un po' più a fondo nell'animo delle persone per guarire le ferite del mondo.

martedì 15 settembre 2026

Un’altra difesa, non armata, è possibile

La campagna "Un’altra difesa è possibile" raggiunge lo storico traguardo delle firme necessarie per portare al Senato la proposta di legge di iniziativa popolare. Un'alternativa concreta al riarmo che ridefinisce il concetto di sicurezza e protezione della Patria.
In un’epoca dominata dal ritorno dei conflitti globali e dalla costante crescita della spesa militare, dall’Italia arriva un segnale in controtendenza che dà forma e sostanza all'articolo 11 e all'articolo 52 della nostra Costituzione. La proposta di legge di iniziativa popolare intitolata «Un’altra difesa è possibile» ha ufficialmente abbattuto la soglia delle 50.000 firme necessarie per l’incardinamento in Parlamento.
Promossa da Rete Italiana Pace e Disarmo, CNESC (Conferenza Nazionale degli Enti di Servizio Civile) e Sbilanciamoci!, la campagna ha vissuto un'accelerazione decisiva nei giorni conclusivi prima del deposito a Palazzo Madama, dimostrando una forte risposta popolare nonostante il ridotto spazio mediatico dedicato all'iniziativa.

Che cos'è la Difesa Civile Non Armata e Nonviolenta?
L'obiettivo primario della proposta di legge è l'istituzione di un Dipartimento della Difesa civile non armata e nonviolenta presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.
L'idea fondamentale, ribadita da Mao Valpiana (presidente del Movimento Nonviolento e coordinatore della campagna), non è quella di smantellare ciò che esiste, ma di offrire un'aggiunta complementare e costruttiva. La proposta si basa anche sulla storica sentenza della Corte Costituzionale del 1985, che ha riconosciuto la pari dignità delle forme civili di difesa della Patria rispetto a quelle militari.
L'architettura del nuovo Dipartimento si fonda su quattro pilastri operativi:
 - Potenziamento del Servizio Civile Universale: Riconosciuto stabilmente come istituto di difesa civile e liberato dalla logica di semplice misura occupazionale o giovanile.
 - Istituzione dei Corpi Civili di Pace: Contingenti formati e addestrati di professionisti ed esperti capaci di intervenire nelle aree di crisi prima dell'escalation militare o di operare a fianco delle popolazioni colpite nei teatri di tensione.
 - Rafforzamento della Protezione Civile: Valorizzata come presidio di tutela del territorio di fronte alle devastazioni ambientali e ai cambiamenti climatici.
- Istituto di Ricerca per la Pace e il Disarmo: Un centro di supporto scientifico e formativo dedicato all'analisi e allo sviluppo di strategie nonviolente.
Come verrebbe finanziato il nuovo Dipartimento?
La proposta risponde anche alla questione delle risorse finanziarie senza pesare ulteriormente sulle casse pubbliche. I promotori chiedono un riequilibrio della spesa del comparto Difesa: invece di concentrare il 100% dei fondi sugli armamenti, si propone di destinarne una quota certa alle istituzioni di pace.
A questo si affiancano due strumenti chiave:
 - Un Fondo nazionale pluriennale per la difesa civile.
 - L'introduzione del 6 per mille dell'Irpef, che permetterà ai cittadini di scegliere direttamente di destinare una quota delle proprie imposte alla difesa non armata e alla prevenzione dei conflitti.

Le voci dei promotori e la trasversalità del sostegno
L'iniziativa ha unito una vasta rete di organizzazioni del Terzo Settore, Ong, enti locali, parrocchie e rappresentanti del mondo cattolico e civile.
Pierangelo Milesi (ACLI): «Migliaia di cittadine e cittadini chiedono alla politica di investire nella prevenzione dei conflitti, nella mediazione e nella protezione nonviolenta delle comunità. Il Parlamento ora ascolti e discuta con responsabilità.»
Laura Milani (CNESC): «La pdl dà una casa istituzionale a tutte le esperienze che già esistono e le coordina sotto una visione unitaria.»
Alfio Nicotra (Rete Italiana Pace e Disarmo): «I Corpi civili di pace interagiscono direttamente con le vittime e le società civili. Non devono essere un elemento decorativo, ma parte integrante della politica estera del Paese.»
Giulio Marcon (Sbilanciamoci!): «Non è la pace a essere un’utopia, ma la guerra a essere una distopia.»
Negli ultimi giorni la campagna ha raccolto anche il sostegno di importanti personalità ecclesiastiche, come mons. Giovanni Ricchiuti (Pax Christi) e don Luigi Ciotti (Libera), oltre all'adesione di diversi leader politici dell'opposizione.

I prossimi passi: dalla piazza alle Commissioni del Senato
Il deposito formale delle firme a Palazzo Madama aprirà una nuova fase. La legge sarà affidata alle commissioni Affari costituzionali, Esteri e Difesa.
Come sottolineato da Francesco Vignarca (Rete Italiana Pace e Disarmo), il raggiungimento delle 50.000 firme è solo il punto di partenza: si aprirà ora la fase del pressuring politico sui gruppi parlamentari per richiedere la rapida calendarizzazione del testo, lo svolgimento di audizioni e il proseguimento della sensibilizzazione sui territori.

Come contribuire
Anche se la soglia legale delle 50.000 firme è stata superata, la raccolta prosegue fino alla scadenza del 18 settembre. È possibile sottoscrivere la proposta sia tramite i banchetti territoriali che online, utilizzando la propria identità digitale (SPID o CIE) sul portale ufficiale del Ministero della Giustizia. Ogni firma in più rappresenterà un segnale di forza politica al momento dell'avvio del dibattito parlamentare.

venerdì 11 settembre 2026

La ferocia del terrorismo si vince con l’Amore

Sono trascorsi esattamente 25 anni da quel drammatico 11 settembre 2001. Un giorno che ha segnato uno spartiacque nella storia moderna, lasciando un'eredità di dolore, sgomento e, per usare le parole di Giovanni Paolo II, un "indicibile orrore". Di fronte a un affronto così terribile alla dignità umana, l'istinto più primordiale è spesso quello della vendetta. Eppure, guardando lucidamente agli eventi di questo quarto di secolo, emerge una dura consapevolezza: rispondere alla violenza con altra violenza non porta a una soluzione stabile.

L'illusione della risposta armata
Sebbene la storia non si faccia con i "se" e con i "ma", il mondo post-11 settembre ci insegna che la logica del conflitto armato genera una spirale di instabilità. In questi 25 anni, abbiamo visto come le guerre nate in risposta al terrorismo abbiano spesso seminato nuove divisioni e sofferenze, invece di estirpare l'odio alla radice. Come sottolineava Papa Francesco visitando il memoriale di Ground Zero, credere che la distruzione sia il modo per risolvere i conflitti è un'illusione; la logica della vendetta causa solo ulteriori lacerazioni.

La voce del magistero: condannare l'orrore, scegliere la pace
In questi anni, i Pontefici hanno offerto una bussola morale inestimabile. Hanno affermato senza equivoci che nessuna circostanza può giustificare il terrorismo, ricordandoci che ogni vita umana è preziosa. Tuttavia, hanno indicato una strada diversa per la giustizia:
"La sopraffazione, la violenza armata, la guerra sono scelte che seminano e generano solo odio e morte. Soltanto la ragione e l'amore sono mezzi validi per superare e risolvere le contese tra le persone e i popoli." — Giovanni Paolo II

Anche Benedetto XVI, pregando nel cratere di Ground Zero dove un tempo svettavano le Torri Gemelle, invocò non la ritorsione, ma il coraggio di lavorare instancabilmente per la riconciliazione.

I pilastri per un futuro senza terrore
Come possiamo, allora, vincere concretamente la ferocia del terrorismo? Le riflessioni di questi anni ci consegnano un metodo basato su scelte precise:
 - Rifiutare la neutralità: Essere attivamente "schierati per la pace", rivendicando il diritto universale di comporre i conflitti senza l'uso delle armi.
 - Combattere l'ingiustizia: Riconoscere, come affermava padre Robert Francis Prevost nei giorni successivi agli attentati, che l'odio prolifera dove persistono estrema povertà e oppressione.
 - Privilegiare il dialogo: Sostituire il dogma del "contro gli altri" con la cultura dell'incontro tra culture e religioni diverse.
 - Scegliere la vita: Aver fede che l'unità, alla fine, trionferà sulla divisione e sui "profeti della distruzione".
Non è debolezza scegliere l'Amore di fronte all'odio; è il coraggio più grande. È l'unica via per costruire un mondo in cui le future generazioni possano vivere libere dall'incubo del terrore.

mercoledì 9 settembre 2026

PISA 2025: l'Italia finalmente sopra la media Ocse — ma cosa dicono davvero i numeri?

A sorpresa l'Italia supera la media Ocse in tutte e tre le materie del test PISA 2025. Per la prima volta il nostro punteggio medio si coloca significativamente sopra quello degli altri Paesi industrializzati . Ma leggiamo i numeri con calma per capire la portata dei dati emersi.

Cosa è successo nel 2025
PISA 2025 è stata la rilevazione più grande di sempre: 760.000 studenti in 91 Paesi. L'ambito principale di indagine erano le scienze, con lettura e matematica come ambiti secondari.

I risultati italiani:
Matematica: Italia 468; Media Ocse 463; Italia 2022 471 = -3
Lettura: Italia 474; Media Ocse 461; Italia 2022 482 = –8 
Scienze: Italia 483; Media Ocse 482; Italia 2022 477 = +6
Fonte: elaborazione su dati OCSE PISA 2025 

Il punto chiave: i nostri punteggi sono scesi leggermente, ma la media Ocse è crollata. In matematica la media Ocse ha perso 22 punti dal 2015 (l'equivalente di più di un anno di apprendimento), in lettura 28 punti. Mediamente i risultati degli studenti italiani calano molto meno, e per questo "guadagniamo" posizioni. Non è che stiamo correndo più forte: è che gli altri stanno inciampando. Anzi, si direbbe che stiamo cadendo più lentamente degli altri — che, in un certo senso, è comunque un merito.

Il sorpasso: chi stiamo superando (e di quanto)
In matematica — la materia che più preoccupa i governi, perché è il motore dell'economia digitale — la classifica parla chiaro:
Italia.          468.  –3
Germania.  464 –11 
Svezia         464 –18 
Stati Uniti.  463   –2 
Francia       458  –16 
Spagna       457  –16 

L'Italia era 30ª in matematica nel 2022; nel 2025 sale al 24º posto tra i Paesi Ocse. Per la prima volta nella storia di PISA superiamo — anche se di poco — Francia, Germania, Stati Uniti e Svezia, e perfino la Finlandia (469 contro i nostri 468 in matematica... ok, la Finlandia ci batte ancora di 1 punto, ma in lettura i finlandesi sono sprofondati a 474 mentre noi restiamo a 474 — un pareggio inaspettato con l'ex campionessa assoluta dei test).

La crisi degli altri: i punti critici dei "grandi" sistemi
Ecco la parte più interessante del quadro: perché i nostri vicini stanno andando così male?
Germania. È il crollo più discusso d'Europa. Berlino ha perso 11 punti in matematica e 15 in lettura rispetto al 2022. I punti critici del sistema tedesco sono noti da anni: carenza strutturale di insegnanti (migliaia di cattedre scoperte, supplenti non specializzati), digitalizzazione arrivata in ritardo e fatta male (i famosi computer di cartone del periodo Covid), e un sistema scolastico selettivo precoce (l'orientamento a 10 anni verso Hauptschule, Realschule o Gymnasium) che ha fatto aumentare i divari sociali. La Germania era la "locomotiva educativa" del 2000-2012; oggi si interroga apertamente sul suo modello.

Francia. Sprofonda a 458 in matematica e ha perso 18 punti in lettura. Il problema francese è antico: una quota enorme di studenti sotto il livello base e una forte correlazione tra rendimento e origine sociale, aggravata dalla ghettizzazione scolastica delle banlieue. Le riforme si susseguono (bac ripristinato dopo il fiasco del controllo continuo, riforma del collège), ma la fiducia di genitori e insegnanti nel sistema è ai minimi storici.

Spagna. Peggiore risultato storico in tutte e tre le discipline . La Spagna convive da decenni con la dispersione scolastica (abbandono precoce), che pur essendo scesa rispetto agli anni della crisi del 2008 resta tra le più alte d'Europa, e con un sistema molto decentrato dove le Comunità autonome gestiscono l'istruzione con risultati molto eterogenei.

Svezia. Il caso più eclatante. Dagli anni Duemila, quando il suo modello "progressista" era studiato da tutto il mondo, la Svezia ha perso decine di punti in modo quasi ininterrotto. Carenza di insegnanti certificati, riforme continuate e ribaltate, e una scelta curricolare che ha deprioritizzato le basi rispetto alle competenze "trasversali". Anche in scienze, ex suo fiore all'occhiello, oggi è solo appena sopra la media.

Stati Uniti. I dati PISA confermano quelli già visti nei test nazionali (NAEP): il calo è soprattutto un effetto Covid mai recuperato, concentrato tra gli studenti più poveri, con divisioni enormi tra scuole distrettuali pubbliche, charter schools e scuole private.

E noi? I nostri punti critici (che restano tali)
Attenzione: "meglio della media" non significa "a posto così". Ecco le ombre del quadro italiano:

1. Il divario Nord-Sud non è scomparso. La rilevazione 2025 attesta solo una sua riduzione . I dati INVALSI nazionali raccontano che in regioni come Calabria, Sicilia, Campania e Sardegna più della metà dei ragazzi di seconda superiore ha competenze insufficienti in lettura, e in matematica la situazione è peggiore .

2. L'origine sociale conta. Anche se l'Italia è in linea con la media Ocse (circa il 13-15% della variabilità dei punteggi dipende dal background familiare), chi parte svantaggiato parte svantaggiato.

3. Il divario di genere resta: le ragazze vincono in lettura (+19 punti nel 2022), i ragazzi in matematica (+21) .

4. Il livello base non è abbastanza. Avere "almeno il livello 2" è il minimo sindacale: vuol dire saper applicare conoscenze basilari. La quota di chi non raggiunge nemmeno quello resta altissima — ricordate che un quindicenne su cinque nell'area Ocse è un "low performer" in tutte e tre le materie, quota salita dal 16% del 2022 .

5. I nostri 468 punti in matematica sono comunque 35 punti sotto la media del 2003. Il punteggio assoluto non migliora da vent'anni. Miglioriamo *relativamente*, non assolutamente.

La domanda: perché gli altri calano?
Ecco la mia tesi, dopo aver letto i dati: i Paesi che stanno peggio sono quelli che hanno subito tre shock sovrapposti: la selezione sociale precoce (Germania), la frammentazione e la dispersione (Spagna), la crisi degli insegnanti (Svezia, Germania, e purtroppo anche noi), e la gestione disastrosa del Covid (USA in testa). L'Italia, con tutti i suoi difetti — scuola unitaria fino a 14 anni, divari territoriali giganteschi, stipendi docenti bassi — ha un sistema più resistente di quanto ci raccontassimo. La scuola pubblica italiana, quella che ci lamentiamo ogni giorno, ha tenuto.

Che cosa ne facciamo di questi numeri?
Tre cose. 
Primo: smettere di pensare che la scuola italiana sia "la peggiore d'Europa" — i dati dicono il contrario, e il pregiudizio ci ha portato per anni a sottovalutare un sistema che invece ha dei punti di forza reali (la classe docente stabile, la scuola dell'obbligo unitaria, la resistenza territoriale degli istituti). 
Secondo: i nostri punti deboli — Sud, disuguaglianza sociale, dispersione — sono problemi politici e di risorse, non di studenti. 
Terzo: il mondo sta scendendo, ma Singapore, Estonia, Giappone e Corea sono ancora 40-90 punti sopra di noi. Il verso della classifica in cui guardare non è quello dei Paesi che inciampano, ma quello dei Paesi che corrono.

martedì 8 settembre 2026

Sassonia-Anhalt, l'AfD trionfa: la voce delle Chiese tedesche tra preoccupazione e responsabilità

Il 6 settembre 2026 l'AfD (Alternative für Deutschland) ha ottenuto una vittoria netta alle elezioni regionali della Sassonia-Anhalt, fermandosi al 43,8% dei consensi — più del doppio rispetto a cinque anni fa — e mancando la maggioranza assoluta per soli tre seggi su 83. L'affluenza ha toccato il 77,8%, il dato più alto dalla riunificazione tedesca. Il partito guidato da Ulrich Siegmund non ha però i numeri per governare da solo, e la formazione del prossimo esecutivo regionale resta un rebus, dato che gli altri partiti mantengono il "cordone sanitario" verso l'estrema destra.

Un risultato che ha scosso non solo la politica tedesca ed europea, ma anche il mondo religioso del Paese.

L'appello delle Chiese: "Non resteremo in silenzio"
Il giorno dopo il voto, vescovi cattolici ed evangelici, insieme all'ACK (la principale piattaforma ecumenica tedesca), hanno diffuso un comunicato congiunto dai toni fermi. Al centro, un richiamo netto alla Costituzione: i vincitori delle elezioni sono stati esortati a rispettare senza riserve la Legge fondamentale e a tutelare la dignità di ogni persona, a prescindere da origine, religione, stile di vita o posizione sociale.

Le Chiese hanno promesso vigilanza: non distoglieranno lo sguardo né taceranno se la dignità umana verrà violata o lo Stato di diritto messo a rischio.

Il vescovo di Magdeburgo, mons. Gerhard Feige, il pastore Friedrich Kramer e il presidente della Chiesa evangelica regionale Karsten Georg Wolkenhauer hanno inoltre espresso timori concreti sulle ricadute annunciate dall'AfD su cultura e istruzione, volontariato, servizi sociali, organizzazioni caritative e sicurezza. Un passaggio della nota richiama la lunga storia di resilienza delle Chiese tedesche, sopravvissute a dittature e guerre, e ribadisce l'impegno a restare aperte a chi cerca protezione, guarigione e ascolto.

La lettura di don Dirk Birgener: un popolo che si sente abbandonato
Sul portale della Chiesa cattolica tedesca, don Dirk Birgener, presidente di Missio-Aachen, ha proposto una chiave di lettura più strutturale: una parte della popolazione percepisce come assenti lo Stato, i partiti tradizionali, i servizi pubblici essenziali e l'impegno civico. Una sensazione di abbandono che, secondo Birgener, pone alla Chiesa in Germania una domanda di fondo sul proprio ruolo in contesti simili.

Birgener riconosce che gli sforzi della diocesi di Magdeburgo — una campagna incentrata su carità, solidarietà e dignità umana — non sono bastati a fermare l'ascesa dell'AfD, anche per la posizione di minoranza che la Chiesa cattolica occupa nella Germania dell'Est. Nonostante questo, ha voluto riconoscere il lavoro di chi si è esposto durante la campagna, citando in particolare la guida offerta da mons. Feige.

Il monito più incisivo riguarda però il metodo: i processi decisi dall'alto rischiano di perdere di vista la realtà. Sono le persone sul campo, ha sottolineato Birgener, a sapere se le riforme funzionano davvero — un'indicazione che assume ancora più peso in una fase segnata da chiusure di chiese, tagli di bilancio e allontanamento dei fedeli.

Una sfida aperta
Al di là dell'esito immediato del voto, resta la domanda che le stesse Chiese si pongono: come riavvicinarsi a chi si sente escluso dalle istituzioni, prima che quel vuoto venga colmato da altre risposte. Una sfida che riguarda la Germania, ma che parla — non troppo velatamente — anche al resto d'Europa.

lunedì 7 settembre 2026

Il funerale di Mladić: quando la Chiesa benedice un condannato per genocidio

Lunedì 7 settembre 2026, migliaia di persone si sono riunite a Belgrado per l'ultimo saluto a Ratko Mladić, il generale serbo-bosniaco morto all'Aia e condannato in via definitiva dal Tribunale delle Nazioni Unite per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l'umanità. La salma, esposta fin dal mattino nella chiesa ortodossa di San Luca, è stata poi accompagnata al cimitero di Košutnjak da un corteo in cui non mancavano ex commilitoni in uniforme, bandiere della Republika Srpska e persino gruppi di tifosi del calcio.

Le parole del Patriarca
A officiare le esequie è stato il Patriarca Porfirije, guida della Chiesa ortodossa serba, il cui intervento ha immediatamente attirato l'attenzione per il tono scelto in un'occasione così controversa. Nel suo omaggio, il Patriarca ha affermato che il nome di Mladić "resterà profondamente inciso nella memoria e nelle preghiere" dei fedeli ortodossi serbi, descrivendo nei loro confronti un sentimento di riconoscenza verso l'ex comandante. Parole che, pronunciate dal vertice della gerarchia ecclesiastica serba durante un rito funebre per un uomo condannato per il massacro di Srebrenica e per l'assedio di Sarajevo, hanno il peso di una vera e propria presa di posizione pubblica, più che di una semplice formula liturgica di circostanza.

Una linea sottile tra fede, memoria e politica
È qui che il caso Mladić diventa interessante al di là della cronaca giudiziaria: non si tratta soltanto della sepoltura di un criminale di guerra, ma di un evento in cui Chiesa e Stato, pur muovendosi apparentemente su binari separati, finiscono per intrecciarsi in modo ambiguo. Il governo di Belgrado aveva dichiarato, prima del funerale, che non ci sarebbero stati onori militari o statali, e che Mladić non avrebbe avuto accesso ai viali cimiteriali riservati alle personalità illustri, proprio perché con la condanna aveva perso ogni titolo e grado.
Nella pratica, però, la linea è apparsa molto più sfumata. Al funerale hanno partecipato quattro ministri del governo serbo, l'ambasciatore russo a Belgrado e il figlio del presidente Vučić, mentre una cerimonia militare si era già tenuta il giorno prima in una struttura ufficiale dell'esercito. Per Marko Milosavljević, della Youth Initiative for Human Rights, questa presenza istituzionale trasforma di fatto un funerale "privato" in un evento con tutti i tratti di un onore di Stato, in aperta contraddizione con la legge serba stessa. Ed è proprio in questo spazio grigio che la benedizione della Chiesa assume un ruolo particolare: non sostituisce la bandiera dello Stato, ma le si affianca, offrendo una legittimazione simbolica che le istituzioni civili, almeno sulla carta, non potevano concedere.

Il peso della memoria selettiva
Le parole del Patriarca si inseriscono in una narrazione più ampia che, secondo gli osservatori dei diritti umani, ha trasformato Mladić in un simbolo identitario piuttosto che in un condannato per genocidio: l'incarnazione di una resistenza contro un Occidente percepito come ostile e ipocrita. In questa chiave, la liturgia funebre non si limita ad accompagnare un defunto, ma partecipa alla costruzione di un mito, con conseguenze dirette sulla memoria delle vittime di Srebrenica e sulla percezione, da parte di altri sospettati ancora latitanti, che i crimini di guerra possano restare senza conseguenze morali, se non giudiziarie.

La reazione di Bruxelles
Non è un caso che l'Unione europea, verso cui la Serbia è candidata all'adesione, abbia reagito con durezza. La commissaria per l'Allargamento Marta Kos ha cancellato una visita ufficiale nel Paese, mentre da Bruxelles è arrivato un monito esplicito contro "la glorificazione di criminali di guerra" e "il revisionismo", definiti incompatibili con i valori europei. Il presidente Vučić, che non ha preso parte al funerale, ha derubricato l'intera vicenda a uno "sfogo emotivo" collettivo, respingendo le accuse di un coinvolgimento istituzionale.

Una domanda aperta
Il funerale di Mladić lascia sul tavolo una domanda che va oltre la cronaca dei Balcani: che ruolo deve avere un'istituzione religiosa quando le sue parole, pronunciate su una bara, rischiano di riscrivere pubblicamente il senso di una condanna internazionale per genocidio? La risposta di Porfirije, in questo caso, sembra aver scelto la memoria comunitaria e identitaria a discapito di quella delle vittime — una scelta che difficilmente resterà senza conseguenze diplomatiche per Belgrado.

venerdì 4 settembre 2026

Vicenza Cantiere della Pace e dei Diritti Umani

Dal 17 al 23 settembre si svolgerà per la prima volta in città il festival “Vicenza Cantiere della Pace e dei Diritti Umani”: un’intera settimana con musica, spettacoli, incontri e attività per costruire insieme una cultura della pace.

Il Festival, che ospiterà anche il Giro d’Italia della Pace, con l’arrivo della Lanterna di Assisi il 20 settembre al Parco della Pace, e celebrerà il 21 settembre la Giornata Internazionale della Pace, è promosso dall’assessorato alla pace del Comune di Vicenza e da Casa per la Pace di Vicenza. L’evento è stato presentato a Palazzo Trissinpo dall’assessore alla pace Giovanni Selmo, Luisa Consolaro, presidente della commissione servizi alla popolazione e membro del comitato tecnico della rassegna e Massimo Corradi, vice presidente del Forum per la pace.

«Sarà una settimana nella quale ciascuno potrà trovare temi, angoli di mondo, strumenti, parole, spiritualità e azioni attraverso cui riconoscersi e contribuire alla costruzione della pace – spiega l’assessore Giovanni Selmo -. Un cantiere, appunto, perché la pace non è un concetto astratto, ma è una pratica quotidiana, una responsabilità condivisa, la base del nostro vivere insieme con serenità e con la speranza di un futuro possibile. La promozione di una cultura di pace e dei diritti umani è anche un preciso obiettivo dello Statuto del Comune di Vicenza. Con questo spirito e raccogliendo l’insegnamento del sindaco di Firenze Giorgio La Pira - «Bisogna unire le città per unire le nazioni» -, Vicenza si prepara a diventare un cantiere per la pace e i diritti umani».

«In un momento storico in cui gli Stati e le grandi potenze investono sulla guerra e sul riarmo, la società civile ambisce a una pace vera e investe su nonviolenza e disarmo. Durante la settimana di eventi di “Vicenza Cantiere della Pace e dei Diritti Umani” pensieri, parole e azioni concrete saranno proposti alla città per continuare a costruire la Pace a partire da noi, per un altro mondo possibile», sottolinea Massimo Corradi vice presidente del Forum per la pace.

Il programma
Giovedì 17 settembre si partirà con il tema “Vicenza, città per la pace”. 

Alle 21 in Basilica palladiana si terrà “Iliade. Il coraggio dei codardi”, spettacolo teatrale inserito nel 79° Ciclo di Spettacoli Classici del Teatro Olimpico. 

Venerdì 18 settembre il tema sarà “Pace in me, pace nel mondo”.

Alle 15 in Basilica palladiana sarà la volta di “Servizio civile: un anno da cui partire”, l’incontro di benvenuto ai volontari che iniziano il loro anno di Servizio Civile Universale con ASC Vicenza APS.

Alle 18 alla chiesa di San Vincenzo la Fondazione Monte di Pietà presenta “Riflessioni sul nemico”, un dialogo sulla genesi del concetto di nemico e sugli ostacoli alla costruzione di una cultura di pace. Interviene Michele Oldani, psicoterapeuta e sociologo. 

Alle 20.30 al Teatro C.i.m. San Bortolo ci sarà “Attualità del pensiero e dell’azione politica di pace di Alexander Langer”, una serata con la proiezione del docufilm “L’apripista” di M. Lo Cascio. 

Sabato 19 settembre il tema sarà “Costruire la pace: diritti umani, disarmo e nonviolenza”

Alle 10 all’Odeo del Teatro Olimpico si terrà “Enti locali e politiche di pace”, tavola rotonda con Giovanni Selmo, assessore del Comune di Vicenza, Francesca Benciolini, assessora del Comune di Padova, Jacopo Buffolo, assessore del Comune di Verona, Giorgia Macrelli, assessora del Comune di Cesena, Francesco Tagliaferri, sindaco di Vicchio-Barbiana, Marco Mascia, professore del Centro di Ateneo per i Diritti Umani “Antonio Papisca” dell’Università di Padova. Modera Marco Scorzato, giornalista de Il Giornale di Vicenza.

Alle 15 alla Centrale appuntamento con “L’articolo 11 della Costituzione e la crisi del diritto internazionale”, convegno con Mario Faggionato, avvocato, e Marco Pellicoro, politologo. Modera Patrizia Carella della Casa per la Pace. Promosso da ANPI, Centro Studi Ettore Luccini, CGIL Vicenza e Giuristi Democratici.

Domenica 20 settembre sarà la volta del Giro d’Italia della Pace, dalle 9 alle 22 al Parco della Pace. Durante la giornata sarà possibile visitare gli stand delle associazioni e degli enti del territorio impegnati nella promozione della pace e dei diritti umani. Sono previste attività, laboratori e momenti di incontro per conoscere esperienze e progetti dedicati alla costruzione di una cultura della pace, alla promozione dei diritti e alla ricerca di nuovi percorsi di crescita materiale e spirituale per la comunità.

Alle 10. 30 e alle 17 al Giardino dei bambini ci sarà la possibilità di partecipare a “Yoga per bambini e adulti” a cura della comunità Hare Krishna.

Alle 12 appuntamento con le “Prime due tappe del sentiero Testimoni di pace: Alexander Langer e Chiara Lubich”: inaugurazione e presentazione con Clara Bassan della Fondazione Alexander Langer e Giuseppe Pellegrini del Movimento dei Focolari.

Per tutto il giorno all’aerostazione ci saranno “Sogni di pace: l’arte del maestro Sri Chinmoy”, esposizione di riproduzioni delle opere di Sri Chinmoy a cura dello Sri Chinmoy Centre di Vicenza, e “Terra di Sebastião Salgado”, esposizione di fotografie appartenenti alla mostra “Terra”, a cura del Movimento Gocce di Giustizia.

Alle 14.30 in corrispondenza della statua di Gandhi in viale Roma partirà “La Pace in cammino”, itinerario a piedi lungo percorsi ciclopedonali, con alcune tappe significative con arrivo al Parco della Pace, accompagnati dalla Lanterna della Pace di Assisi. L’ingresso al Parco dal lato di viale Ferrarin è previsto alle 16.30.

A seguire, un flash mob per la pace. I partecipanti possono portare colori e bandiere della pace. Con la partecipazione dei gruppi scout Agesci della città.

Alle 18.30 sul palco interverranno il sindaco Giacomo e amministratori della Provincia di Vicenza.

Alle 16.45 in prossimità del palco al Parco della Pace si svolgerà il “Silent Play - Passi di pace”, con racconti sulla storia del Parco, a cura de La Piccionaia. Possibile replica alle 17.45. Prenotazioni su www.piccionaia.org/evento/passi-di-pace-vicenza/

Dalle 17 alle 18.30 nel palco si terrà “Costruire la pace: quale contributo concreto offrono le religioni?”, incontro interreligioso e dialogo con rappresentanti di alcune tradizioni religiose del territorio vicentino. Coordina don Gianluca Padovan, delegato diocesano per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso della Diocesi di Vicenza.

Alle 17 ci sarà la consegna alle parrocchie della Diocesi di Vicenza di 360 alberi di leccio, a cura dell’équipe diocesana Nuovi stili di vita e dell’Associazione Alberi Felici.

Alle 19.30 in prossimità del palco e al giardino dei bambini ci sarà la “Cena comunitaria” a cura della comunità Hare Krishna.

Alle 20.30 al palco si terrà il “Concerto del Coro D’altro Canto” con Canti per la pace diretti da Sereno e Giacomo Ruaro.

Lunedì 21 settembre la giornata sarà dedicata all’educazione alla pace.

Dalle 10 alle 12.30 in sala Bernarda a Palazzo Trissino si terrà “Le guerre invisibili, lotta di popoli divisi”, attività e laboratorio a cura del gruppo PES - Parlamento Europeo degli Studenti del Liceo Lioy, insieme alle volontarie e ai volontari del Servizio Civile Universale del Comune di Vicenza. 

Alle 18 nella sala dei Chiostri di Santa Corona sarà la volta di “Nucleare: soluzione reale o ingannevole alla decarbonizzazione e alla pace?”.

I promotori

“Vicenza Cantiere della Pace e dei Diritti Umani” è promosso dall’assessorato alla pace del Comune di Vicenza e da Casa per la Pace di Vicenza con Fondazione PerugiAssisi, Coordinamento Enti Locali per la Pace, Centro di Ateneo per i Diritti Umani “Antonio Papisca” dell’Università di Padova. Collaborano Diocesi di Vicenza, La Piccionaia, CSV Vicenza, Consiglio di Quartiere 8, Cinema Odeon, Associazione Oikos, Gruppo PES Liceo Lioy, Movimento dei Focolari, Cosmo Cooperativa Sociale, Fondazione Alexander Langer, Osservatorio Vicenza città Unesco da smilitarizzare, Arciragazzi, Équipe Nuovi stili di vita. Partecipano le comunità religiose del territorio vicentino: cristiane cattoliche, ortodosse e protestanti, musulmane, Hare Krishna, buddhiste e bahá’í.

A scuola di Magnifica Humanitas

143. La scuola è il luogo in cui le nuove generazioni possono imparare a cercare e amare la verità, a interrogarsi sul senso della vita e sulla dignità di ogni persona. Per questo molti genitori, che desiderano che i figli crescano capaci di relazione, di senso critico, di valori solidi, ripongono in essa grandi attese, come preziosa alleata nell’educazione dei loro figli. Ai genitori spetta, infatti, il diritto primario e inalienabile di scegliere il tipo di istruzione e di formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose. Il mondo della scuola oggi si trova davanti ad alcune sfide improrogabili.

144. La prima sfida è sociopolitica. Sia entro le singole nazioni che tra diverse aree del mondo, permangono forti disuguaglianze nell’accesso all’istruzione di base e agli studi superiori. In non pochi Paesi lo Stato non ha ancora investito le risorse necessarie per garantire a tutti un’educazione di qualità, sia sostenendo adeguatamente il sistema scolastico pubblico sia supportando le istituzioni private che offrono questo servizio fondamentale. Quando una parte rilevante dell’istruzione, a vari livelli, è affidata a istituti privati, può accadere che l’accesso alla scuola dipenda troppo dalle possibilità economiche delle famiglie, in mancanza di un adeguato sostegno pubblico. A fronte di questo rischio, va comunque riconosciuto e sostenuto il contributo di molte opere educative cattoliche che, pur essendo istituzioni private, garantiscono un’accoglienza inclusiva a bambini e giovani di ogni provenienza, anche quando le condizioni economiche delle famiglie non lo permetterebbero.

145. La seconda grande sfida è pedagogica. Molti sistemi formativi faticano ad aggiornarsi al ritmo dei cambiamenti e a sostenere una crescita integrale degli studenti. Lo sviluppo delle tecnologie informatiche e dell’IA rende rapidamente inadeguati programmi di studio pensati per un’altra epoca, mentre l’organizzazione della scuola, gli spazi, i metodi di valutazione e la stessa figura dell’insegnante chiedono di essere ripensati in vista di un’educazione realmente integrale, aperta a tutte le dimensioni della persona. È necessario sostenere la formazione continua dei docenti lungo tutto l’arco della vita professionale, perché sappiano dialogare in modo positivo con le nuove tecnologie, aiutando gli studenti a farne un uso responsabile, critico e creativo e a non subirne passivamente l’influsso.

146. La terza grande sfida è intellettuale e sapienziale. Se non siamo attenti, può prendere forma un sistema educativo senza amore per la verità, in cui il flusso incessante di informazioni sostituisce l’esercizio della ricerca, della riflessione e del discernimento. Si moltiplicano conoscenze frammentarie, ma diventa più difficile cogliere la realtà nel suo insieme, porre domande di senso, sviluppare un autentico pensiero critico e creativo. Molti educatori avvertono già i segni di una possibile disumanizzazione, in cui le persone “sanno molte cose” ma faticano a dare un orientamento alla propria vita, anche a causa dell’incapacità di connettere le informazioni e le conoscenze, e di non perderne l’orizzonte di senso. Occorre promuovere una vera igiene dell’attenzione: ritmi che prevedano silenzio, studio approfondito, lettura, confronto ponderato; senza questi elementi la libertà interiore può risultare compromessa.

147. La Dottrina sociale della Chiesa invita famiglie, scuole, comunità cristiane e istituzioni pubbliche a un’alleanza educativa rinnovata. Essa diventa concreta quando i principi fondamentali si traducono in mete educative: educare alla sobrietà e al senso del limite; educare al riconoscimento del diritto dell’altro e di chi verrà dopo di noi a godere dei beni che ci sono donati, o che l’ingegno umano rende disponibili; educare alla libertà e alla responsabilità; educare al senso della trascendenza e al bene comune. La scuola non è chiamata a inseguire la velocità del mondo digitale, ma a offrire ciò che il digitale da solo non può dare: tempo condiviso per apprendere e relazioni affidabili.

giovedì 3 settembre 2026

Oltre 1,5 °C: il nuovo rapporto ONU e l'urgenza di cambiare rotta

Il mondo si avvia a superare la soglia di 1,5 °C di aumento della temperatura media globale rispetto all’epoca preindustriale. Non è ancora il momento di parlare di una resa definitiva: il nuovo rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, intitolato "Limiting Overshoot" , sostiene che sarà ancora possibile limitare la durata e l’entità dello sforamento, ma solo attraverso una trasformazione rapida e profonda dei sistemi energetici, economici e produttivi.

La notizia, diffusa il 2 settembre 2026, segna soprattutto un cambiamento di prospettiva. Per anni la politica climatica internazionale ha avuto come obiettivo evitare in ogni modo il superamento degli 1,5 °C. Oggi l’ONU avverte che questo traguardo sarà probabilmente oltrepassato nei prossimi anni e invita i governi a concentrarsi su tre obiettivi: raggiungere un picco di riscaldamento il più basso possibile, mantenerlo per il minor tempo possibile e riportare successivamente la temperatura sotto la soglia.

I dati più preoccupanti
Il rapporto prospetta diversi scenari, ma nessuno autorizza all’ottimismo superficiale.
- Il superamento degli 1,5 °C è considerato probabile entro pochi anni.
- Anche nello scenario più favorevole, basato sull’attuazione degli impegni climatici già annunciati dai governi, il riscaldamento potrebbe raggiungere un picco di circa 1,8 °C.
- Con le politiche attualmente in vigore, la temperatura media globale potrebbe arrivare intorno a 2,6 °C entro il 2100.
- Tornare al di sotto di 1,5 °C resta possibile, ma è definito dall’ONU un obiettivo altamente incerto e dipendente da tagli immediati alle emissioni e dalla rimozione di grandi quantità di anidride carbonica dall’atmosfera.

La differenza tra 1,5, 1,8 e 2,6 °C non è una questione puramente numerica. Ogni frazione di grado aumenta la probabilità di ondate di calore più intense, incendi, alluvioni, siccità, perdita di raccolti, scarsità d’acqua e danni alle infrastrutture. Crescono inoltre i rischi per la salute, per gli ecosistemi e per le città costiere e le isole più basse.

Un ulteriore problema riguarda i cosiddetti punti di non ritorno. Quanto più a lungo il pianeta rimane molto caldo, tanto maggiore diventa il rischio di destabilizzare grandi calotte glaciali, degradare la foresta amazzonica e innescare trasformazioni difficili o impossibili da invertire. Anche un eventuale ritorno della temperatura media sotto 1,5 °C non cancellerebbe automaticamente i danni prodotti durante lo sforamento.

Perché il trend non cambia
Il cambiamento climatico è il risultato cumulativo di comportamenti umani e di scelte politiche ed economiche sviluppatesi soprattutto dall’età industriale.

La dipendenza dai combustibili fossili
Carbone, petrolio e gas naturale continuano a sostenere una parte decisiva della produzione elettrica, dei trasporti, dell’industria e del riscaldamento. La combustione di queste fonti libera anidride carbonica, il principale gas responsabile del riscaldamento antropico.

Il problema non consiste soltanto nei comportamenti dei singoli cittadini. Anche quando una persona riduce i consumi, il sistema continua a offrire energia, trasporti e beni basati in larga misura sui combustibili fossili. Per questo il rapporto ONU insiste sulla necessità di accelerare l’abbandono del carbone, del petrolio e del gas e di sostituirli con fonti rinnovabili, efficienza energetica ed elettrificazione.

Le emissioni di metano
Il metano rimane meno a lungo nell’atmosfera rispetto all’anidride carbonica, ma ha un forte effetto riscaldante nel breve periodo. Le sue emissioni provengono soprattutto dall’estrazione e dal trasporto di petrolio e gas, dalle discariche, dall’agricoltura e dagli allevamenti.

Ridurre rapidamente il metano sarebbe una delle strategie più efficaci per rallentare il riscaldamento nei prossimi decenni. Significherebbe intervenire sulle perdite delle infrastrutture energetiche, migliorare la gestione dei rifiuti, ridurre le emissioni agricole e modificare alcuni sistemi produttivi ad alta intensità climatica.

La deforestazione e il consumo di suolo
La distruzione delle foreste produce una doppia conseguenza: libera il carbonio immagazzinato nella vegetazione e nei suoli e riduce la capacità naturale degli ecosistemi di assorbire CO₂. La perdita di foreste, zone umide, mangrovie e altri ambienti naturali indebolisce inoltre la biodiversità e rende i territori più vulnerabili a siccità, frane e alluvioni.

Proteggere le foreste non significa soltanto piantare nuovi alberi. Occorre evitare la distruzione degli ecosistemi esistenti, che svolgono funzioni ecologiche spesso impossibili da ricostruire rapidamente.

Sprechi e consumi inefficienti
Produzione industriale, trasporti, edilizia, agricoltura e sistemi alimentari richiedono grandi quantità di energia e materie prime. A ciò si aggiungono sprechi alimentari, obsolescenza dei prodotti, uso eccessivo dell’automobile privata e urbanizzazione dispersa.

Le responsabilità, però, non sono distribuite in modo uniforme. I Paesi che hanno emesso di più nel corso della storia e i gruppi sociali con consumi più elevati hanno una responsabilità maggiore. Il rapporto ONU richiama infatti la necessità di una transizione giusta, capace di proteggere le popolazioni più vulnerabili e i lavoratori dei settori destinati a cambiare.

La strategia dell’“overshoot”
La parola inglese *overshoot* indica il superamento temporaneo di una soglia. Nel nuovo scenario climatico delineato dall’ONU, la strategia più realistica è dunque quella del “superamento, picco e riduzione”: tagliare subito le emissioni, raggiungere un picco termico contenuto e poi diminuire gradualmente la temperatura attraverso emissioni nette negative.

Questa prospettiva non deve essere interpretata come un’autorizzazione a rimandare. Al contrario, ogni anno trascorso senza riduzioni significative rende più alto il picco futuro e più difficile il ritorno sotto 1,5 °C. Secondo il rapporto, la rimozione della CO₂ sarà necessaria, ma non potrà sostituire la riduzione delle emissioni alla fonte.

Rimuovere carbonio dall’atmosfera può avvenire attraverso:
- riforestazione e ripristino degli ecosistemi;
- gestione più efficace dei suoli;
- cattura diretta della CO₂ dall’aria;
- cattura e stoccaggio del carbonio in alcuni processi industriali;
- protezione di foreste, torbiere, mangrovie e oceani.

Queste tecnologie e pratiche presentano tuttavia limiti, costi e rischi. Le foreste possono bruciare o essere abbattute; gli impianti tecnologici richiedono energia e infrastrutture; un ricorso eccessivo alla rimozione del carbonio potrebbe diventare un alibi per continuare a bruciare combustibili fossili.

Che cosa dovrebbe cambiare
Il rapporto e le dichiarazioni delle Nazioni Unite indicano alcune priorità concrete.

Tagliare le emissioni subito
Non basta promettere la neutralità climatica nel 2050 se le emissioni continuano a crescere nel presente. Servono riduzioni immediate, verificabili e progressive, con particolare attenzione ai settori più inquinanti.

Accelerare le energie rinnovabili
La transizione deve comprendere più energia solare ed eolica, reti elettriche adeguate, accumuli, risparmio energetico e maggiore efficienza degli edifici. L’elettrificazione dei trasporti, del riscaldamento e di una parte dell’industria può ridurre l’uso diretto di carbone, petrolio e gas.

Ridurre il metano
Interventi rapidi su estrazione energetica, agricoltura e rifiuti possono produrre benefici climatici già nel breve periodo. È una delle poche leve capaci di rallentare rapidamente l’aumento delle temperature.

Proteggere natura, città e coste
Mitigazione e adattamento devono procedere insieme. Le città dovranno investire in alberature, ombra, aree verdi, materiali meno assorbenti il calore, sistemi di allerta e gestione delle acque. Gli ecosistemi marini e costieri devono essere protetti dall’urbanizzazione e dall’inquinamento.

Rafforzare la cooperazione internazionale
Nessun Paese può risolvere da solo un problema globale. Sono necessari finanziamenti per la transizione energetica, sostegno ai Paesi più poveri, trasferimento di tecnologie e maggiore coerenza tra gli impegni annunciati e le politiche effettivamente adottate.

L’ONU chiede inoltre ai Paesi maggiormente responsabili delle emissioni storiche di agire più rapidamente e con maggiore ambizione.

Una notizia grave, ma non una condanna
Il rapporto "Limiting Overshoot"  non offre una rassicurazione. Conferma che il mondo ha perso tempo e che gli effetti del riscaldamento saranno più seri di quanto sarebbe stato possibile evitare. Tuttavia, superare gli 1,5 °C non significa che ogni ulteriore aumento sia inevitabile o che tutte le conseguenze siano già decise.

La differenza tra un mondo a 1,6, 1,8 o 2,6 °C è enorme. Ridurre anche solo di pochi decimi il riscaldamento futuro può significare evitare milioni di persone esposte a calore estremo, proteggere raccolti e riserve d’acqua, contenere i danni agli ecosistemi e ridurre le perdite economiche.

La vera domanda, quindi, non è più soltanto se riusciremo a rispettare perfettamente la soglia fissata a Parigi. È quanto a lungo resteremo oltre quella soglia, quanto alto sarà il picco e quali danni riusciremo ancora a evitare. La risposta dipenderà dalle decisioni prese nei prossimi anni: non soltanto dalle scelte individuali, ma soprattutto dalla capacità dei governi e delle istituzioni di trasformare rapidamente energia, trasporti, produzione e consumi.

Gerusalemme Est, l’anno scolastico che non può iniziare

A Gerusalemme Est l’anno scolastico 2026-2027 è cominciato nel segno della protesta. Le scuole cristiane e private palestinesi hanno sospeso le lezioni per denunciare il mancato rinnovo dei permessi d’ingresso a oltre settanta docenti e dipendenti provenienti dalla Cisgiordania. La decisione ha lasciato a casa più di 8.500 studenti e ha riacceso il conflitto sull’autonomia educativa palestinese nella parte orientale della città.

La vicenda non riguarda soltanto una questione amministrativa. Dietro i permessi negati, infatti, si intrecciano tre temi decisivi: il controllo israeliano sull’accesso a Gerusalemme Est, la progressiva sostituzione dei programmi palestinesi con quelli israeliani e la difficoltà, per le scuole cristiane, di conservare la propria identità culturale e pedagogica.

Il nodo dei docenti
Molti insegnanti delle scuole cristiane di Gerusalemme Est vivono nella Cisgiordania e raggiungono quotidianamente la città attraverso i posti di controllo. Per poter lavorare hanno bisogno di autorizzazioni israeliane, che nel 2026 non sarebbero state rinnovate per oltre settanta membri del personale docente, amministrativo e ausiliario.

Il Segretariato generale delle istituzioni educative cristiane di Gerusalemme ha denunciato che il provvedimento è arrivato senza un preavviso adeguato. L’assenza di un numero così consistente di lavoratori avrebbe reso impossibile garantire non soltanto le lezioni, ma anche i servizi amministrativi, sanitari, di pulizia e di sicurezza necessari per l’apertura degli istituti.

Le autorità israeliane sostengono invece che i permessi siano subordinati all’autorizzazione degli apparati di sicurezza e che possano essere concessi ai candidati che abbiano superato le verifiche previste. La questione, tuttavia, va oltre la singola procedura: per le scuole palestinesi il rischio è di essere costrette a sostituire gradualmente il personale proveniente dalla Cisgiordania con docenti residenti a Gerusalemme e in possesso di qualifiche riconosciute dal sistema israeliano.

La disputa sui programmi
Il secondo fronte riguarda i curricula scolastici. Per decenni molte scuole palestinesi di Gerusalemme Est hanno utilizzato prima il programma giordano e, dopo gli Accordi di Oslo, quello palestinese. Il programma scolastico non è però un semplice insieme di materie e libri di testo: stabilisce quali eventi storici insegnare, come raccontare la geografia, quali autori leggere e quale memoria collettiva trasmettere agli studenti.

Nel nuovo anno scolastico, nelle scuole municipali palestinesi di Gerusalemme Est, tutte le classi iniziali della scuola primaria e le nuove classi del settimo anno dovrebbero adottare esclusivamente il programma israeliano. Secondo le stime riportate dalla stampa, la misura coinvolgerebbe oltre 45.000 studenti, circa un terzo degli alunni palestinesi della città. Nel 2020 gli studenti inseriti nel programma israeliano erano circa 13.000.

È importante, però, formulare con precisione il problema: l’imposizione del curriculum israeliano riguarda soprattutto il sistema scolastico municipale palestinese; le scuole cristiane private hanno storicamente mantenuto una maggiore autonomia. Tuttavia, anche queste ultime subiscono pressioni indirette attraverso i requisiti per i docenti, i permessi di accesso e le condizioni per il riconoscimento dei titoli di studio.

Identità e autonomia
Per le comunità cristiane palestinesi la scuola rappresenta una delle poche istituzioni ancora in grado di garantire continuità sociale e culturale. Gli istituti cristiani accolgono spesso studenti di diverse confessioni e svolgono una funzione che va oltre l’istruzione: sono luoghi di formazione civica, incontro tra comunità e difesa della presenza cristiana nella Città santa.

La progressiva israelizzazione del sistema educativo viene quindi percepita dalle autorità palestinesi e dai responsabili delle scuole come un tentativo di modificare la memoria storica e l’identità degli abitanti di Gerusalemme Est. Il portavoce del Governatorato di Gerusalemme ha definito l’adozione forzata dei programmi israeliani un “crimine culturale ed educativo”, sostenendo che la difesa del curriculum palestinese equivalga alla difesa della memoria, della storia e del diritto a determinare la propria narrazione nazionale.

Dal punto di vista israeliano, l’integrazione nel sistema educativo statale viene invece presentata anche come una risposta alle esigenze concrete degli studenti, soprattutto in relazione all’accesso all’università e al mercato del lavoro israeliano. Alcune scuole, sottoposte a crescenti difficoltà economiche e logistiche, hanno scelto o valutato l’adozione del programma israeliano proprio per ottenere maggiori opportunità e finanziamenti.

Questa apparente alternativa — identità o opportunità — mostra quanto il sistema scolastico sia condizionato dal contesto politico. Le famiglie palestinesi non si trovano semplicemente a scegliere tra due programmi didattici: devono fare i conti con muri, permessi, posti di blocco, mercato del lavoro e controllo amministrativo.

Una crisi che riguarda i bambini
La sospensione delle lezioni è innanzitutto una protesta, ma produce conseguenze immediate sugli studenti. Ogni giorno di scuola perduto aggrava le difficoltà educative già provocate da anni di tensioni, limitazioni alla mobilità e instabilità politica.

La controversia pone anche una domanda più generale: può esistere un’autentica autonomia scolastica quando l’autorità che controlla l’ingresso in città può decidere quali insegnanti siano autorizzati a raggiungere le loro classi? E può una scuola conservare pienamente la propria identità quando programmi, certificazioni professionali e finanziamenti dipendono da un altro sistema politico?

La risposta delle scuole cristiane è stata la sospensione delle attività. Non si tratta soltanto della difesa del posto di lavoro di alcune decine di insegnanti, ma della rivendicazione del diritto delle istituzioni educative palestinesi a scegliere il proprio personale e a trasmettere la propria storia.

Il significato della protesta
La crisi di Gerusalemme Est dimostra ancora una volta che l’istruzione, nei territori contesi, non è mai neutrale. Libri, docenti e programmi diventano strumenti attraverso cui si definiscono appartenenza, memoria e potere.

La protesta delle scuole cristiane chiede che gli insegnanti della Cisgiordania possano tornare al lavoro e che l’autonomia degli istituti venga rispettata. Nel frattempo, secondo le notizie più recenti, le autorità israeliane avrebbero annunciato il via libera ai permessi, ma soltanto fino alla fine dell’anno solare: una soluzione temporanea che non elimina l’incertezza per il resto dell’anno scolastico.

Per gli oltre 8.500 studenti coinvolti, la riapertura delle aule non rappresenterebbe dunque la conclusione della vicenda, ma soltanto una tregua. La questione centrale rimane aperta: quale spazio potrà avere l’educazione palestinese — e con essa la presenza cristiana — nella Gerusalemme Est sottoposta al controllo israeliano?

mercoledì 2 settembre 2026

Corsa Contro la Fame 2027: la Nigeria al centro di un percorso tra sport, solidarietà e cittadinanza globale

Le iscrizioni alla nuova edizione della Corsa Contro la Fame sono aperte: per l’anno scolastico 2026-2027 il progetto gratuito promosso da Azione Contro la Fame porterà nelle classi italiane la Nigeria. Un’occasione per unire educazione civica, attività motoria e partecipazione concreta degli studenti.

Un progetto coinvolgente
Dopo l’edizione 2026, dedicata alla Repubblica Centrafricana, la Corsa Contro la Fame rinnova la propria proposta per scuole primarie e secondarie di primo e secondo grado. Il Paese focus del nuovo anno scolastico sarà la Nigeria, scelta per approfondire con ragazze e ragazzi le cause e le conseguenze della fame e della malnutrizione, anche in relazione a guerre, povertà, crisi climatiche, siccità e disuguaglianze.

Il progetto è promosso da Azione Contro la Fame, organizzazione umanitaria internazionale attiva da oltre quarant’anni. L’obiettivo non è soltanto raccogliere fondi, ma soprattutto rendere gli studenti protagonisti di un percorso di consapevolezza: comprendere problemi globali, collegarli alle discipline studiate e riflettere su come ciascuno possa assumere comportamenti responsabili nella propria comunità.

Dalla classe alla corsa
La proposta segue diverse tappe durante l’anno. Le iscrizioni degli istituti sono previste tra giugno e dicembre; fra febbraio e aprile, ogni classe iscritta può partecipare a un’attività didattica interattiva condotta da un esperto dell’associazione. Attraverso video, testimonianze ed esempi concreti, gli alunni e gli studenti scoprono il Paese focus, i suoi paesaggi, le abitudini delle persone e le sfide legate alla sicurezza alimentare.

Tra aprile e maggio entra in gioco il cosiddetto passaporto solidale. Ogni partecipante può spiegare a familiari, amici e conoscenti ciò che ha appreso e raccogliere promesse di donazione legate ai giri che percorrerà nell’evento finale.

Il meccanismo è semplice. Per esempio, un nonno può promettere 1 euro per ogni giro; se lo studente completa quattro giri, la donazione sarà di 4 euro. In questo modo la corsa diventa il punto di arrivo di un lavoro educativo, di sensibilizzazione e di responsabilità personale.

Non una gara, ma una comunità
La Corsa Contro la Fame non è pensata come una competizione sportiva. Possono correre, camminare o adattare l’attività alle proprie possibilità tutti gli studenti: il valore centrale è l’inclusione, non la prestazione cronometro alla mano.

L’evento può inoltre essere organizzato in modo flessibile. Una scuola può utilizzare il cortile, la palestra, un campo sportivo o persino proporre una camminata nelle vie della città. Anche la data è adattabile alle esigenze dell’istituto, pur all’interno del periodo indicato dall’organizzazione.

Questa dimensione rende il progetto particolarmente interessante per l’educazione alla cittadinanza: l’attività fisica non resta un momento isolato, ma si trasforma in un’azione condivisa, capace di coinvolgere classe, docenti, famiglie e territorio.

Un kit didattico per l’educazione civica
Le scuole aderenti ricevono gratuitamente i materiali organizzativi necessari: passaporti solidali, pettorali, buste per la raccolta, poster, adesivi, nastri e altri strumenti personalizzabili. È previsto inoltre un manuale didattico, disponibile in formato cartaceo e digitale, con attività trasversali dedicate al Paese focus e all’educazione civica.

Il materiale può essere utilizzato in modo interdisciplinare. Geografia e storia aiutano a collocare e comprendere la Nigeria; scienze consentono di affrontare i rapporti tra nutrizione, salute, ambiente e cambiamento climatico; italiano e lingue possono lavorare sulla comunicazione e sulle testimonianze; matematica può essere coinvolta nella lettura di dati e statistiche; scienze motorie trovano naturalmente spazio nella preparazione dell’evento conclusivo.


martedì 1 settembre 2026

Addio a Enzo Bianchi: il monaco che ha insegnato a leggere la Bibbia e a dialogare

Oggi, 1° settembre 2026, è morto all’ospedale Molinette di Torino Enzo Bianchi, il fondatore della Comunità monastica di Bose. Aveva 83 anni.

La notizia è stata confermata nelle prime ore della mattina: Bianchi era ricoverato da alcuni giorni per un grave scompenso renale che lo aveva portato al coma metabolico.

Con la sua scomparsa se ne va una delle figure più importanti del cattolicesimo italiano contemporaneo: monaco laico, biblista, scrittore, fondatore di una comunità monastica ecumenica e voce libera nel dibattito pubblico sulla fede, sulla Chiesa e sul dialogo tra cristiani.

Chi era Enzo Bianchi
Enzo Bianchi nasce il 3 marzo 1943 a Castel Boglione, in provincia di Asti. Dopo il diploma in ragioneria, inizia gli studi di Economia all’Università di Torino, ma li interrompe per seguire una chiamata diversa.

Alla fine del 1965, a soli 22 anni, si trasferisce a Bose, una frazione abbandonata del comune di Magnano, sulla Serra di Ivrea (Biella), con l’idea di fondare una comunità monastica. 

L’8 dicembre 1965, giorno di chiusura del Concilio Vaticano II, nasce ufficialmente la Comunità monastica di Bose, che diventerà un’esperienza unica in Italia: una comunità mista, formata da uomini e donne di diverse Chiese cristiane (cattolici, protestanti, ortodossi), uniti dalla preghiera, dal lavoro e dallo studio.

Bianchi ne sarà il priore fino al 2017, quando lascia la guida della comunità. Nel 2020, dopo una visita apostolica, la Santa Sede dispone il suo allontanamento da Bose insieme ad altri membri.

Negli ultimi anni si era trasferito a Torino e aveva dato vita alla Fraternità della Madia ad Albiano d’Ivrea, proseguendo la sua attività di studio, scrittura e riflessione spirituale.

Un monaco “diverso”: biblista, scrittore, uomo di dialogo
Enzo Bianchi non è stato un monaco “chiuso” in convento, ma una figura aperta al mondo: ha scritto oltre cinquanta libri, molti dei quali tradotti in diverse lingue, e ha collaborato con quotidiani e riviste come La Stampa, la Repubblica, Avvenire, Famiglia Cristiana, La Croix e La Vie.

Nel 1983 fonda Edizioni Qiqajon, la casa editrice della comunità, specializzata in testi di spiritualità biblica, liturgica e monastica, contribuendo a far conoscere in Italia autori e temi spesso poco presenti nei circuiti editoriali tradizionali.

Tra i suoi libri più noti:
- Il pane di ieri (2009, Premio Cesare Pavese)  
- Fede e fiducia (2013)  
- Gesù e le donne (2016)  
- Cosa c’è di là (2022)  
- Fraternità (2024, con prefazione di Papa Francesco)  
- Rinascere (2024) 

Enzo Bianchi è stato:
- un monaco laico: non un prete, ma religioso a tutti gli effetti, testimone di una forma di vita cristiana alternativa e radicale;
- un biblista: ha insegnato a leggere la Bibbia non come un libro antico, ma come una parola viva che interroga la vita di ogni giorno.  
- un uomo di dialogo: ha creduto nell’ecumenismo concreto, cioè nel camminare insieme con cristiani di altre Chiese, oltre le divisioni storiche.  
- una voce pubblica: ha portato temi spirituali e biblici sui grandi media, senza aver paura di porre domande scomode alla Chiesa e alla società.

La sua vita offre spunti per riflettere su:
- il Concilio Vaticano II e il rinnovamento della Chiesa;  
- il significato del monachesimo oggi;
- il dialogo tra le religioni e tra i cristiani;
- il ruolo dei laici nella Chiesa cattolica;
- il rapporto tra fede, cultura e impegno nel mondo.

Una frase per ricordarlo
In uno dei suoi ultimi scritti, Bianchi ha raccontato che per lui “imparare a morire è stato il cammino dell’imparare a vivere".

Una frase che riassume il suo approccio alla fede: non fuga dal mondo, ma allenamento a vivere con profondità, libertà e responsabilità.