mercoledì 13 maggio 2026

Una voce dal Mozambico

Il Mozambico vive una spirale di crisi che intreccia guerra, fame e urgenza climatica: ciò che appare come emergenza intermittente agli occhi dell’opinione pubblica è in realtà una caduta progressiva che dura da anni, come racconta il missionario don Silvano Dal Dosso. 
Don Silvano Dal Dosso, missionario fidei donum della diocesi di Verona che vive nella diocesi di Gurúè ai piedi del Monte Namuli, descrive il Mozambico come “una crisi senza fine” dovuta all’intreccio fra conflitto armato, carestia e cambiamenti climatici.

Il nord del Paese, in particolare la provincia di Cabo Delgado, è teatro di un conflitto tra gruppi jihadisti e forze governative iniziato nel 2017: la violenza ha provocato centinaia di migliaia di vittime e sfollati, mentre ricchezze naturali (gas, rubini, minerali) attirano interessi economici che complicano la situazione.
Don Dal Dosso sottolinea che lo Stato è percepito come quasi assente nelle aree più colpite, e che la repressione militare da sola non basta; servono investimenti nello sviluppo umano (scuola, lavoro, opportunità per i giovani) per ridurre il reclutamento nei gruppi armati. 

La crisi alimentare è grave: l’UNICEF lancia l’allarme per centinaia di migliaia di persone a rischio, con 100.000 bambini in pericolo per la malnutrizione, mentre l’aumento dei prezzi del carburante e altri shock esterni bloccano l’economia locale.

Il cambiamento climatico aggrava ulteriormente tutto: in un Paese che vive soprattutto di agricoltura di sussistenza, variazioni meteorologiche e cicloni distruggono raccolti, causano carestie, epidemie (come colera) e migrazioni forzate; i fondi internazionali raramente arrivano efficacemente nei territori. 
Il rischio è che si ripetano sommosse popolari simili alla “rivolta del pane” del 2010 a Maputo; le soluzioni richiederanno decenni di interventi strutturali, non misure temporanee. 

Quando c’è una crisi globale – come il rialzo dei prezzi del carburante per la guerra Usa- Israele-Iran -, se in Occidente si riesce a fare fronte alle difficoltà, in Africa tutto è insormontabile.


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lunedì 11 maggio 2026

Il Vaticano alla Biennale: un’esperienza di ascolto

Il Padiglione della Santa Sede alla Biennale di Venezia non è una semplice esposizione da vedere, ma un’esperienza da attraversare con il corpo e con l’udito. Ambientato nel Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi, uno spazio monastico nascosto e sorprendentemente quieto a due passi dalla stazione di Santa Lucia, il padiglione trasforma il rumore della città in un invito al silenzio, all’attenzione e alla contemplazione.

L’idea di partenza è potente: in un luogo già carico di spiritualità, l’arte sonora diventa una forma di ascolto profondo. Non si entra per osservare un’opera distaccata, ma per camminare dentro una composizione diffusa, fatta di voci, droni, cori, strumenti, parole recitate e suoni naturali che si intrecciano con l’ambiente. Il risultato è un padiglione che non si limita a essere “bello”, ma che chiede di rallentare e di lasciarsi coinvolgere.

La soundwalk come forma d’arte
Il cuore del progetto è la soundwalk ideata da Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers con il supporto di Soundwalk Collective. Il visitatore riceve delle cuffie e percorre il giardino seguendo una traccia sonora che cambia in relazione ai punti dello spazio. Non si tratta quindi di una semplice playlist, ma di un’opera site-specific in cui il luogo stesso diventa parte della composizione.

Questa scelta rende il padiglione particolarmente efficace, perché mette in relazione due dimensioni spesso separate: la percezione estetica e l’esperienza fisica. Il suono non resta astratto, ma si lega al vento, agli uccelli, al passaggio dei treni, al fruscio delle piante. È proprio questa compresenza tra suono artificiale e suono naturale a dare al progetto la sua forza maggiore.

Un coro di artisti
A rendere il padiglione ancora più interessante è la presenza di 21 artisti, provenienti da mondi diversi ma chiamati a dialogare dentro un unico paesaggio sonoro. Ci sono figure fondamentali della musica sperimentale come Terry Riley, Brian Eno, Laraaji, Suzanne Ciani e Meredith Monk, ma anche nomi legati a un immaginario più pop e contemporaneo, come Patti Smith, Fka Twigs, Jim Jarmusch, Devonté Hynes e Caterina Barbieri.

Il punto non è l’elenco dei nomi, ma il modo in cui queste voci convivono senza annullarsi. Ogni contributo occupa una porzione del percorso, entra in relazione con gli altri e con il giardino stesso. Ne nasce una polifonia che non punta allo spettacolo, ma alla risonanza interiore.

Il senso del luogo
Il Giardino Mistico è decisivo per capire il padiglione. Senza quello spazio, il progetto perderebbe gran parte del suo significato. Il giardino non è uno sfondo neutro, ma un ambiente vivo, con piante medicinali, vigneti, fiori, alberi e una cappella finale che chiude il percorso con un’intensità quasi meditativa.

L’uso delle cuffie non crea isolamento, ma una soglia: mentre si ascolta la composizione, il mondo esterno continua a farsi sentire. Gabbiani, campane, treni e voci entrano nella percezione e la allargano. Così il padiglione diventa un’esperienza di confine, dove dentro e fuori, arte e vita, sacro e naturale si contaminano continuamente.

Un’arte della cura
Il riferimento a Ildegarda di Bingen non è ornamentale, ma strutturale. La soundwalk si presenta come un invito alla cura, all’interiorità e alla possibilità che l’arte partecipi a una forma di guarigione. In questo senso il padiglione non propone un messaggio astratto, ma una pratica: fermarsi, camminare, ascoltare, riconoscere i legami tra corpo, spazio e suono.

domenica 10 maggio 2026

«Noi non vogliamo più uccidere». La coscienza dei soldati

Mike, un soldato statunitense è arrivato a rifiutare l’idea stessa di uccidere, trasformando un conflitto interiore in una presa di posizione politica e morale. Il suo caso si inserisce in un fenomeno più ampio: in diversi eserciti, sempre più soldati stanno mettendo in discussione il dovere di obbedire quando l’ordine militare entra in contrasto con la coscienza individuale.

L’obiezione di coscienza nei soldati russi, americani, israeliani e ucraini non è identica, ma nasce da una stessa frattura: la distanza tra disciplina militare e responsabilità morale personale. In Russia, dopo l’invasione dell’Ucraina, migliaia di giovani hanno cercato di evitare la leva o hanno rifiutato di combattere; in Ucraina, invece, la guerra ha reso l’obiezione molto più difficile da esercitare, perché lo Stato tende a considerarla incompatibile con la mobilitazione in tempo di invasione. In Israele, i refusenik e le reti come Mesarvot hanno reso visibile il rifiuto di servire in un esercito coinvolto in occupazione, guerra e repressione, pagando spesso con il carcere militare.

Negli Stati Uniti, il tema riemerge quando alcuni militari chiedono lo status di conscientious objector, soprattutto in risposta a guerre percepite come ingiuste o moralmente insostenibili. Il caso di Mike mostra che, anche in un esercito professionale, la guerra non annulla del tutto il giudizio etico del singolo: anzi, proprio quando il conflitto si intensifica, la coscienza può diventare un fattore di crisi interna.

Una tensione comune
Questi casi mostrano che l’obiezione di coscienza non è solo un gesto personale, ma un atto che mette in discussione la legittimità stessa della guerra. Ogni soldato che rifiuta di sparare rompe l’idea che l’obbedienza debba prevalere automaticamente sulla coscienza, e ricorda che l’esercito non è un blocco monolitico, ma un corpo attraversato da dubbi, paure e dissenso. In questo senso, l’obiezione di coscienza non elimina la guerra da sola, ma può incrinare la sua macchina simbolica e materiale.

Può cambiare le guerre?
Da sola, l’obiezione di coscienza non ferma un conflitto, ma può influenzarlo in tre modi. 
Primo, riduce la disponibilità di uomini e donne pronti a combattere, soprattutto quando il dissenso si diffonde in modo visibile e contagioso. 
Secondo, indebolisce la narrazione ufficiale che presenta la guerra come inevitabile e moralmente pulita, perché rende pubblica la disobbedienza di chi non accetta di parteciparvi. 
Terzo, può alimentare pressioni politiche e sociali verso negoziati, tregue o cambi di strategia, soprattutto se il rifiuto cresce dentro eserciti già stressati da guerre lunghe o controverse.

In definitiva, la storia di Mike non riguarda solo un soldato americano, ma un problema universale: cosa succede quando chi porta un’arma decide che il prezzo morale dell’obbedienza è troppo alto. Nei conflitti attuali, l’obiezione di coscienza appare come un piccolo gesto individuale, ma anche come un segnale politico potente: la guerra non può conquistare mai del tutto la coscienza di chi la combatte.

venerdì 8 maggio 2026

Ondata di anti-cristianesimo?

 


 



Assistiamo impotenti ed attoniti ad una escalation di violenze gratuite e ingiustificabili contro la popolazione civile, giornalisti, medici, operatori umanitari, rappresentanti delle Nazioni Unite e, sempre più frequentemente, attacchi contro religiosi e simboli cristiani?

mercoledì 6 maggio 2026

Teatrocarcere Due palazzi - Da Babele alla Città Celeste

 

Origini del progetto

Dal 2005 è attivo, presso la Casa di Reclusione Due Palazzi di Padova, il progetto “Teatrocarcere Due Palazzi”, ideato e diretto artisticamente da Maria Cinzia Zanellato.

Il nucleo del progetto è il recupero della relazione come base per l'inclusione sociale: relazione tra persone detenute, relazione tra detenuti e società esterna e relazione mediata attraverso attività artistiche, culturali e di cittadinanza attiva.

Il teatro diventa così un luogo di incontro e trasformazione, dove la pratica teatrale offre un accesso concreto ai principi della giustizia riparativa, assunta come riferimento pedagogico e umano.

Nel 2026, in occasione del 40° anniversano della Legge Gozzini (1986), che ha introdotto il teatro-carcere come strumento riabilitativo, la Compagnia ha proposto uno spettacolo speciale: una produzione congiunta che vede insieme detenuti, studenti e studentesse volontarie del Gregorianum.
Lo spettacolo

Un percorso laico tra Bibbia, teatro e carcere Lo spettacolo si inserisce in un cammino laico di riflessione che intreccia il testo biblico, la pratica teatrale e l’espenenza detentiva.

Attraverso il teatro, la Parola biblica entra nel carcere non in forma dottrinale, ma come materia culturale e simbolica condivisa, capace di parlare a tutti.

Una sintesi del valore del progetto "Da Babele alla Città Celeste" rappresenta:
- un ponte tra mondi spesso lontani (carcere, università, territorio),
- un laboratorio di educazione civile e giustizia riparativa,
- un esempio concreto di come l’arte possa generare riconciliazione,
- uno spazio di umanizzazione delle relazioni,
- una pratica culturale che riporta al centro il valore della persona, al di là del reato e della condizione detentiva.

Domenica 7 Giugno ore 21:00
Teatro Pasubio di Schio
Ingresso libero 

mercoledì 29 aprile 2026

22ª edizione del Festival Biblico

Vicenza: Festival Biblico | Il potere del limite - Evento di Incontri e  cultura in Veneto

Il potere del limite

In una società che percepisce il limite come un ostacolo da superare e il potere come uso unilaterale della forza, il Festival Biblico propone uno sguardo diverso: il limite come dimensione costitutiva dell’umano, spazio di senso, relazione e libertà, e il potere come possibilità di cura, custodia e responsabilità.

Il Festival conferma il suo carattere itinerante e policentrico, coinvolgendo dieci città in un percorso culturale condiviso che intreccia religione, filosofia, scienze umane, arte e attualità.

14 – 24 maggio: Vicenza e provincia

14 maggio 2026 - Schio (VI), Palazzo Toaldi Capra
"Intelligenza artificiale" con Fabrizio Illuminati, Giuseppe Lagreca, Riccardo Zecchina, Simona Tiribelli, Stefano Quintarelli

15 maggio 2026 - Schio (VI), Palazzo Toaldi Capra
"La morte di chi amiamo come soglia e trasformazione", con Guido Savio, Ylenia D'Autilia

17 maggio 2026 - Schio (VI), Chiesa di San Francesco
"Onnipotenza del limite", con don Giovanni Luigi Pigato, fratel Lino Breda

Vedi sul sito

martedì 28 aprile 2026

Open Week, Istituto Superiore di Scienze Religiose

𝗢𝗣𝗘𝗡 𝗪𝗘𝗘𝗞!!
Da Lunedì 4 a Giovedì 14 maggio 2026 il nostro Istituto apre le porte a chiunque fosse interessato  a conoscere il nostro percorso formativo e la nostra comunità accademica; in questa occasione sarà possibile:
  • assistere alle lezioni
  • conoscere insegnanti e studenti
  • farsi un’idea in merito alle discipline affrontate
Per informazioni rivolgersi alla Segreteria chiamando al n° 0444-1497942 
dal Lunedì al Mercoledì dalle 18.00 alle 20.00 o scrivendo a issr@diocesi.vicenza.it

domenica 26 aprile 2026

Il cuore parla al cuore. L’Irc laboratorio nazionale di cultura e dialogo

In questi giorni, il Vaticano ha ospitato il Meeting nazionale degli Insegnanti di Religione Cattolica, un appuntamento che ha riunito docenti da tutta Italia attorno a un tema tanto semplice quanto profondo: “Il cuore parla al cuore. L’Irc laboratorio nazionale di cultura e dialogo”.  

Un titolo che richiama immediatamente una dimensione relazionale dell’insegnamento, andando oltre la trasmissione di contenuti per toccare ciò che rende l’educazione un’esperienza autenticamente umana: l’incontro tra persone.

L’IRC come spazio di incontro
Nel contesto scolastico contemporaneo, segnato da pluralismo culturale e religioso, l’Insegnamento della Religione Cattolica si conferma sempre più come uno spazio privilegiato di confronto. Non un’ora “a parte”, ma un laboratorio in cui si impara a leggere la realtà, a comprendere le radici culturali e a dialogare con l’altro.

Il Meeting ha messo in luce proprio questa dimensione: l’IRC come luogo dove si intrecciano domande di senso, tradizione e attualità, identità e apertura. Un ambito in cui gli studenti possono sviluppare strumenti critici e maturare una consapevolezza più profonda del mondo in cui vivono.

“Il cuore parla al cuore”: una chiave educativa
L’espressione scelta come filo conduttore richiama l’idea che l’educazione non sia mai solo trasmissione intellettuale, ma coinvolgimento personale. L’insegnante non è semplicemente un mediatore di contenuti, ma un testimone capace di instaurare relazioni significative.

In questo senso, l’IRC diventa un terreno privilegiato per educare all’ascolto, al rispetto e al dialogo autentico, qualità sempre più necessarie in una società frammentata e spesso polarizzata.

Il messaggio del Papa: educare al dialogo e alla profondità
Nel suo intervento ai partecipanti, Papa Leone XIV ha richiamato con forza il valore educativo dell’IRC come strumento di dialogo e di costruzione culturale. Senza entrare in logiche di contrapposizione, ha sottolineato l’importanza di un insegnamento capace di:
- mettere al centro la persona, nella sua integralità;
- favorire il dialogo tra culture e religioni diverse;
- aiutare i giovani a porsi domande di senso, senza offrire risposte preconfezionate;
- valorizzare la tradizione cristiana come risorsa culturale aperta e non come elemento identitario chiuso.

Particolarmente significativo è stato il richiamo alla responsabilità degli insegnanti: essere non solo competenti, ma anche credibili, capaci di “parlare al cuore” degli studenti attraverso l’ascolto, la coerenza e la passione educativa.

Una sfida per la scuola di oggi
Il Meeting ha rilanciato una visione dell’IRC come disciplina pienamente inserita nella missione educativa della scuola: contribuire alla formazione di cittadini consapevoli, aperti e capaci di dialogo.

In un tempo segnato da rapide trasformazioni e da nuove fragilità, l’educazione religiosa può offrire uno spazio prezioso per ritrovare profondità, senso e umanità. Non come risposta unica, ma come occasione di ricerca condivisa.

giovedì 23 aprile 2026

Amnesty International 2026: un mondo sotto pressione, e la difesa dei diritti come urgenza globale

Il Rapporto annuale 2026 di Amnesty International fotografa un mondo attraversato da conflitti, repressione e disuguaglianze sempre più profonde. È un documento che non si limita a elencare violazioni, ma prova a leggere il quadro generale: la fragilità del diritto internazionale, l’aumento dell’autoritarismo e la difficoltà degli Stati nel proteggere davvero i diritti fondamentali.

Un anno difficile per i diritti umani
Secondo Amnesty, il 2025 è stato segnato da violazioni diffuse in 144 paesi, con tendenze negative che hanno toccato quasi ogni area del pianeta. Il rapporto insiste su alcuni nodi centrali: conflitti armati, repressione del dissenso, discriminazioni, ingiustizia economica e climatica, blocco degli aiuti umanitari e uso distorto della tecnologia. Il quadro complessivo è quello di un indebolimento progressivo delle regole che dovrebbero proteggere persone e comunità.

La crisi del multilateralismo
Uno dei passaggi più importanti del rapporto riguarda l’erosione dell’ordine internazionale basato su regole condivise. Amnesty denuncia la tendenza di molti governi a mettere in secondo piano il diritto internazionale, privilegiando interessi geopolitici, logiche di potenza e impunità. In questo scenario, istituzioni come la Corte penale internazionale, il sistema ONU e i meccanismi di cooperazione multilaterale risultano sotto pressione.

Conflitti, repressione, disuguaglianze
Amnesty segnala che le guerre non producono solo vittime dirette, ma anche effetti a catena: sfollamenti, distruzione dei servizi essenziali, fame, blocco degli aiuti e aumento della vulnerabilità di donne, bambini e minoranze. Accanto ai conflitti, cresce la repressione del dissenso: arresti arbitrari, limitazioni alla libertà di espressione, uso eccessivo della forza contro manifestanti e attivisti. Il rapporto mette inoltre in evidenza come discriminazioni strutturali e disuguaglianze economiche continuino a incidere in modo pesante sull’accesso ai diritti fondamentali.

Tecnologia e diritti
Un altro tema rilevante è il rapporto tra tecnologia e controllo sociale. Amnesty sottolinea il rischio che strumenti digitali, sorveglianza e manipolazione informativa vengano usati per limitare libertà civili e colpire gruppi già vulnerabili. In altre parole, l’innovazione tecnologica non è neutra: dipende da chi la controlla e da quali regole ne governano l’uso.

Perché conta anche per noi
Il rapporto non parla solo di emergenze lontane. Ricorda che la tutela dei diritti umani è un indicatore della qualità delle democrazie, anche in Europa e nei paesi occidentali. Quando il diritto internazionale si indebolisce, quando i conflitti vengono normalizzati e quando la società civile viene dipinta come un ostacolo, il rischio è che i diritti diventino sempre più selettivi e meno universali. Per questo Amnesty invita gli Stati a respingere la “predatory world order” e a difendere con decisione il sistema dei diritti.

Una chiamata alla responsabilità
Il Rapporto 2026 non è soltanto un elenco di violazioni: è una chiamata alla responsabilità politica e civile. Chiede ai governi di smettere di tollerare impunità, guerre illegali, discriminazioni e tagli agli aiuti, perché queste scelte hanno conseguenze concrete sulla vita di milioni di persone. Ma chiama in causa anche cittadini, scuole, media e associazioni: senza attenzione pubblica e pressione democratica, i diritti restano vulnerabili.

Se il mondo appare più instabile e più duro, la risposta non può essere l’indifferenza, ma una rinnovata cultura della legalità internazionale, della solidarietà e della vigilanza democratica.

domenica 19 aprile 2026

In memoria di Habermas, che proponeva il dialogo tra ragioni della fede e ragione laica

La scomparsa di Jürgen Habermas segna la fine di una delle voci più autorevoli del pensiero filosofico contemporaneo. Con lui non perdiamo solo un grande teorico della democrazia e della comunicazione, ma anche un interprete lucido delle trasformazioni profonde della società occidentale.

Tra i suoi contributi più fecondi degli ultimi decenni vi è certamente l’idea di “società post-secolare”. Habermas osservava come le previsioni di una progressiva scomparsa della religione nelle società moderne si siano rivelate, almeno in parte, errate. La religione non è svanita: ha continuato a esercitare un’influenza significativa nello spazio pubblico, nelle identità collettive e nelle motivazioni etiche dei cittadini.

In questo contesto, Habermas proponeva una prospettiva tanto esigente quanto attuale: la necessità di un dialogo autentico tra pensiero laico e pensiero religioso. Non si tratta di un compromesso superficiale, né di una semplice tolleranza reciproca, ma di un processo di apprendimento reciproco. Da un lato, i cittadini religiosi sono chiamati a tradurre le proprie convinzioni in un linguaggio accessibile a tutti, compatibile con il dibattito pubblico razionale. Dall’altro, la cultura laica deve riconoscere che le tradizioni religiose custodiscono risorse morali e simboliche che non possono essere liquidate come residui del passato.

È proprio qui che il pensiero di Habermas acquista una forza particolare nel nostro tempo. In una società segnata da frammentazione, individualismo e crisi dei riferimenti condivisi, il filosofo tedesco invita a non disperdere quel patrimonio etico sedimentato nelle tradizioni, anche religiose. Non per restaurare forme del passato, ma per rigenerare un tessuto comune di valori capace di sostenere la convivenza democratica.

La sua lezione, in fondo, è un invito alla responsabilità culturale. Nessuna visione del mondo può pretendere di bastare a se stessa. La democrazia, per vivere, ha bisogno di cittadini capaci di ascolto, di traduzione e di riconoscimento reciproco. In questo senso, la società post-secolare non è un punto di arrivo, ma un compito: costruire uno spazio pubblico in cui differenze profonde possano diventare occasione di arricchimento, e non di conflitto.

Ricordare Habermas oggi significa allora raccogliere questa sfida. In un’epoca di polarizzazioni e semplificazioni, il suo pensiero ci ricorda che il dialogo non è una debolezza, ma la forma più alta della ragione.

mercoledì 15 aprile 2026

Vicenza Capitale della Gentilezza 2026: un titolo che diventa impegno civile

La Provincia di Vicenza è stata ufficialmente nominata Capitale di Costruiamo Gentilezza 2026, un riconoscimento nazionale che non si limita a valorizzare un territorio, ma lo invita a trasformare la gentilezza in cultura pubblica, stile di vita e responsabilità condivisa. L’anno si è aperto il 1° febbraio 2026 con la cerimonia inaugurale nel Salone del Tiepolo di Villa Cordellina Lombardi, alla presenza della Rete della Gentilezza, del vescovo mons. Giuliano Brugnotto, di rappresentanti istituzionali e delle realtà associative del territorio. 

Il titolo non è simbolico: è un patto collettivo per costruire comunità più accoglienti, relazioni più umane e istituzioni più vicine alle persone.

Il significato del progetto
Il progetto nazionale “Costruiamo Gentilezza”, coordinato dall’associazione Cor et Amor, nasce dall’idea che una comunità cresce quando coltiva rispetto, ascolto e cura reciproca. La candidatura vicentina è stata presentata dalla vicepresidente provinciale Maria Cristina Franco, delegata alla Gentilezza, ed è stata approvata all’unanimità nel giugno 2025. 

Il valore del progetto sta nel rendere la gentilezza un’abitudine concreta: parole che costruiscono, gesti che includono, atteggiamenti che riducono i conflitti e migliorano la qualità della vita quotidiana.

Gli eventi del 2026
Il calendario della Capitale della Gentilezza è ricco di iniziative diffuse: scuole, Comuni, associazioni, imprese e realtà culturali sono coinvolti in un ecosistema che conta 54 Comuni aderenti. 

Tra le prime azioni simboliche e formative c’è il ritorno alla scuola: laboratori, giochi della gentilezza, concorsi e percorsi educativi che invitano bambini e ragazzi a riflettere sul valore delle buone relazioni. Il concorso per il logo ufficiale, ad esempio, è stato vinto da una classe dell’Istituto S. Ceccato di Montecchio Maggiore. 

Accanto alle attività scolastiche, il programma prevede eventi pubblici, panchine viola, iniziative solidali come il “Regalo sospeso” promosso da Tonezza del Cimone, e momenti di formazione per amministratori, insegnanti, volontari e cittadini. 

Gentilezza e attualità
In un tempo segnato da tensioni sociali, polarizzazioni e aggressività comunicativa, la gentilezza emerge come una necessità civile prima ancora che personale. Non è debolezza né formalità: è una forza sociale che disinnesca i conflitti e restituisce dignità alle relazioni.

Anche papa Leone, nelle sue recenti parole, richiama con forza la centralità di uno stile umano fondato sull’ascolto, sulla pace e sulla fraternità. Il suo messaggio invita a non lasciarsi dominare dalla durezza dei rapporti e a riscoprire una presenza cristiana e umana capace di prossimità, misericordia e attenzione all’altro.
In questo orizzonte, la gentilezza diventa una risposta culturale e spirituale al nostro presente: non un ornamento, ma una forma concreta di responsabilità verso il prossimo.

Il Masiera Day a Schio
Lo spirito della gentilezza ha trovato una risonanza significativa anche nel MasierAcademy – Masiera Day 2026, svoltosi al PalaRomare di Schio il 13 aprile 2026, davanti a oltre tremila studenti delle scuole superiori. 

L’edizione 2026, dedicata al tema “GG – Generazione Gentilezza”, ha ospitato tre figure di grande rilievo:
- Julio Velasco, allenatore e formatore, definito “l’uomo che ha cambiato il modo di fare sport”  
- Lisa Vittozzi, campionessa di biathlon  
- Paolo Ruffini, attore e divulgatore  
Tutti hanno portato testimonianze diverse ma unite da un filo comune: la gentilezza come forza rivoluzionaria, capace di incidere sulle traiettorie personali e collettive.

Una sfida per tutta la comunità
Questa scelta attraversa ogni ambito della vita pubblica: scuole, sport, cultura, volontariato, istituzioni. La rete costruita nel 2026 mostra che questo percorso è già iniziato: un territorio che si tinge di viola non per moda, ma per impegno.

La gentilezza non è un tema marginale: è una qualità decisiva per il futuro di una comunità. Vicenza prova a dimostrarlo con un anno di iniziative che non celebrano un titolo, ma costruiscono un modo nuovo di vivere insieme.

lunedì 13 aprile 2026

Il viaggio del Papa in Africa: sulle orme di Agostino e dei martiri di Tibhirine

Il viaggio del Papa in Africa non è solo un itinerario pastorale, ma un vero pellegrinaggio nel cuore della fede e della memoria. L’Africa, madre spirituale di grandi pensatori e testimoni, continua a risuonare come terra di incontro, di martirio e di speranza.  

Nella sua partenza da Roma, il Papa ha affidato il senso del viaggio a parole molto semplici e profonde, scrivendo di essere “spinto dal vivo desiderio di incontrare i fratelli e le sorelle nella fede e gli abitanti di quelle care nazioni”. È una formula che racchiude bene lo spirito della visita: un incontro umano e spirituale.

Algeria, terra di Agostino
La prima tappa, l’Algeria, porta con sé un valore simbolico particolarissimo, perché è la terra di sant’Agostino. Per Papa Leone, che si è definito “a son of St. Augustine”, questo passaggio ha anche un significato biografico ed ecclesiale: ritornare alle radici di una grande tradizione cristiana nata nel Mediterraneo africano.

Ad Annaba, l’antica Ippona, il Papa si colloca idealmente sulle orme del grande vescovo e pensatore, per ricordare che la fede non è mai separata dalla ricerca della verità e del cuore umano. In questo senso Agostino diventa una chiave per leggere non solo il passato, ma anche il presente del dialogo tra culture e religioni.

Tibhirine e la fraternità
Accanto ad Agostino, il viaggio richiama anche la memoria dei martiri di Tibhirine, testimoni di una fraternità vissuta fino in fondo in terra algerina. Il loro sacrificio continua a parlare con forza, perché mostra che la presenza cristiana in contesto musulmano può essere umile, fedele e disarmata. 

Anche se una visita diretta a Tibhirine non è prevista, la memoria dei monaci resta parte integrante del messaggio della tappa algerina. In un tempo segnato da diffidenze e conflitti, il loro esempio invita a pensare il dialogo non come tattica, ma come stile di vita fondato sulla preghiera, sul servizio e sulla prossimità. 

Dialogo islamico-cristiano
Uno dei fili conduttori più forti del viaggio è il dialogo islamico-cristiano. In Algeria, dove i cattolici sono una piccola minoranza in un Paese a maggioranza musulmana, il Papa vuole testimoniare che la convivenza è possibile e feconda, soprattutto quando si fonda sul rispetto reciproco e sulla comune ricerca della pace. 

La visita alla Great Mosque di Algeri, insieme agli incontri previsti con testimoni di fedi diverse, rende concreto questo messaggio. Il Papa sembra voler dire che le religioni, quando restano fedeli alla loro verità, possono diventare sorgenti di pace e non di contrapposizione. 

Le tappe successive
Dall’Algeria il viaggio proseguirà in Camerun, dove il Papa visiterà Yaoundé, Douala e Bamenda, toccando anche aree segnate da tensioni sociali e politiche. In Angola, le tappe previste includono Luanda, Muxima e Saurimo, in un Paese dove la Chiesa continua ad avere un ruolo importante nella vita pubblica e pastorale.

L’ultimo tratto sarà in Guinea Equatoriale, dove la visita è legata anche al 170° anniversario dell’evangelizzazione del Paese. L’insieme dell’itinerario mostra che il centro del viaggio non è solo una nazione, ma un continente intero, con le sue ferite e le sue energie spirituali. 

Questo viaggio racconta un’Africa che non è periferia, ma cuore vivo della Chiesa. Papa Leone consegna un messaggio semplice e decisivo: la pace nasce dall’incontro, e l’incontro comincia dal riconoscere l’altro come fratello. 

domenica 12 aprile 2026

“Basta guerra”: i punti chiave del discorso del Papa alla veglia per la pace

Ieri sera, nella veglia di preghiera per la pace, Papa Leone XIV ha rivolto al mondo un appello forte e diretto: fermare la guerra, smettere di affidarsi alla forza e tornare a credere nella possibilità di una pace nuova. Il suo messaggio non è stato solo spirituale, ma anche profondamente umano e concreto: la pace, ha ricordato, non nasce da slogan o da equilibri di potere, ma da un cambiamento reale nei cuori e nelle relazioni.

Uno dei passaggi più incisivi è stato il grido contro la guerra, ribadito con parole nette come “basta con la guerra” e “mai più guerra”. Il Papa ha chiesto ai responsabili delle nazioni di fermarsi e di non usare il nome di Dio per giustificare conflitti, violenza o ambizioni di potere. In questo appello c’è una chiara richiesta di responsabilità: chi governa ha il dovere di aprire strade di dialogo, non di alimentare il caos.

Il Papa ha poi sottolineato che la preghiera non è una fuga dalla realtà, ma una risposta attiva all’ingiustizia e al dolore. Pregare, secondo il suo messaggio, significa lasciarsi cambiare interiormente per diventare costruttori di pace nella vita di ogni giorno, nelle famiglie, nelle scuole, nei quartieri e nelle comunità. È un invito a sostituire la polemica con l’amicizia e la rassegnazione con la cultura dell’incontro.

Un altro punto centrale è stato l’orizzonte universale della pace. Il Papa ha ricordato che è possibile vivere insieme, tra popoli, religioni e razze diverse, in un mondo riconciliato. Non si tratta di un’utopia irrealistica, ma di una speranza concreta che chiede il contributo di tutti: credenti e non credenti, cittadini e governanti, persone semplici e istituzioni.

I passaggi più forti
- Stop alla guerra. Il Papa ha ribadito con forza che la guerra non può essere considerata una via normale o inevitabile.
- No alla forza come risposta. Ha invitato a rifiutare l’idolatria del potere, del denaro e della sopraffazione.
- La preghiera come impegno. Pregare significa assumersi una responsabilità concreta verso il dolore del mondo.
- Pace quotidiana. La pace si costruisce nelle relazioni ordinarie, passo dopo passo.
- Fratellanza universale. Popoli e religioni diverse possono vivere insieme in pace.

La pace non è un’illusione, ma una scelta possibile
L'appello del arriva come una chiamata personale e collettiva a non rassegnarsi alla violenza, ma a diventare “artigiani di pace” nella vita concreta. È un messaggio che parla ai credenti, ma anche a chiunque senta il bisogno di un linguaggio diverso per il futuro del mondo.


domenica 5 aprile 2026

"Gesù" di Alda Merini

Lenta la morte
come un lago pieno di sogni.
Ma Dio vede al di là delle pietre,
vede al di là dei sepolcri.
Per anni creatura di Dio
sono stato chiuso nell’argilla del corpo,
per anni sono stato pietra,
ma con tante voci nel cuore.
E come non conosco le pietre dell’universo?
Allungo la mano e sollevo tutto il Calvario,
in uno spasimo di luce.
Chi mi ha perseguitato?
Dove sono i miei persecutori?
Dov’è il grembo materno?
E dov’è il fiat di mia madre?
Una pietra.

Il Figlio di Dio ha creato con la resurrezione
il cammino degli angeli.
Addio,
addio terra infingarda,
le radici di Dio sono nel mio volto:
lo scaveranno
e diventerà radioso.
Fuggirò da questo sepolcro
come un angelo calpestato a morte dal sogno,
ma io troverò la frontiera della mia parola.
Addio crocifissione,
in me non c’è mai stato niente:
sono soltanto un uomo risorto.

Pasqua 2026: quando cade e perché non è sempre la stessa data

Nel 2026 la Pasqua cristiana cade oggi, il 5 aprile per i cattolici e i protestanti, mentre per le Chiese ortodosse sarà celebrata una settimana dopo, il 12 aprile. Questa differenza, che si ripete in molte annate, deriva dall’uso distinto dei calendari: gregoriano per i cattolici e giuliano per gli ortodossi.  

La Pasqua ebraica, o Pesach, invece, si é aperta la sera di mercoledì 1 aprile e durerà fino al 9 aprile (in Israele fino all’8). Questo significa che, quell’anno, le tre grandi celebrazioni delle tradizioni abramitiche si troveranno straordinariamente vicine nel calendario: una coincidenza che sottolinea le radici comuni nelle vicende dell’Esodo e nell’idea di liberazione e rinascita.

La data mobile: il legame tra cielo e liturgia
La Pasqua cristiana è una “festa mobile”, fissata la domenica successiva al primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera. Questa regola, stabilita nel Concilio di Nicea (325 d.C.), fa sì che la data possa cadere tra il 22 marzo e il 25 aprile. Nel 2026, il plenilunio di primavera é stato il 31 marzo, rendendo automaticamente la domenica seguente (5 aprile) la data pasquale per l’occidente.

Questo legame con i cicli lunari e l’equinozio testimonia un’armonia antichissima tra fede e cosmo, quasi a dire che la Resurrezione di Cristo rinnova il mondo intero, in sintonia con la natura che rinasce dopo l’inverno.

Tradizioni e simboli di rinascita
Ogni Paese conserva usanze che mescolano fede, cultura e stagionalità:
- In Italia, le colombe pasquali e le uova di cioccolato rappresentano pace e vita nuova.  
- Nella Pasqua ortodossa, le uova vengono tinte di rosso per simboleggiare il sangue di Cristo e la vittoria sulla morte.  
- Durante il Seder di Pesach, gli ebrei ricordano la liberazione dall’Egitto con cibi simbolici come il pane azzimo (matzah) e le erbe amare, ma anche un uovo sodo, simbolo di vita che nasce.  

Tutti questi rituali, pur diversi, parlano di liberazione, rinnovamento e speranza — temi che accomunano l’umanità intera.

Curiosità
Ogni anno, la Pasqua mobilita il pianeta: milioni di pellegrini attraversano Gerusalemme, la Veglia Pasquale viene trasmessa in oltre 100 lingue, e persino astronauti a bordo della ISS hanno celebrato piccole liturgie nello spazio.  

Un fatto curioso: nel 2026 il plenilunio pasquale sarà visibile in condizioni quasi perfette in gran parte dell’emisfero nord, rendendo la luna piena di inizio aprile un evento osservato anche dagli appassionati di astronomia come “Paschal Moon”.  

È uno dei rari momenti in cui scienza e spiritualità sembrano guardare nello stesso cielo: il cosmo partecipa al rinnovamento della Pasqua.

Una Pasqua sotto lo stesso cielo
In definitiva, la Pasqua offre un’occasione preziosa per ricordare come, al di là delle differenze di calendario e rito, le grandi religioni del mondo condividano un’unica speranza di vita nuova. Che si celebri con una colomba, con uova rosse o con il pane azzimo, il messaggio è lo stesso: la libertà e la rinascita non sono un privilegio, ma una promessa universale.  

Buona Pasqua!

sabato 4 aprile 2026

Addio a Vittorio Messori, il giornalista che osò indagare su Gesù

È scomparso, in questi giorni che ci conducono alla Pasqua, Vittorio Messori — giornalista, saggista e scrittore cattolico tra i più originali e influenti del Novecento italiano. La notizia della sua morte ci invita non solo a ricordare un autore, ma a ripercorrere il cammino intellettuale di un uomo che ha scelto di porre la fede al centro della ricerca e del dubbio.

Convertitosi in età giovanile dopo un periodo di agnosticismo, Messori ha fatto della domanda sull’esistenza e sull’identità di Gesù Cristo il fulcro del suo lavoro giornalistico. Lo fece con lo strumento a lui più congeniale: l’inchiesta. Non l’invettiva o l’omelia, ma il metodo del cronista, applicato con rigore e curiosità al mistero del Cristo.

“Ipotesi su Gesù”: un’inchiesta che divenne testimonianza
Pubblicato nel 1976, Ipotesi su Gesù resta il libro simbolo della sua opera e della sua conversione. Nelle sue pagine — tra indagine storica, riflessione teologica e stupore umano — Messori affrontava la figura di Gesù con il coraggio di chi vuole verificare fino in fondo le affermazioni del Vangelo.  
Il sottotitolo, “inchiesta su un uomo”, racchiude tutta la novità del suo approccio: Gesù non come mito, ma come fatto. Analizzando fonti storiche, testimonianze, e soprattutto lo scandalo dell’incarnazione, Messori ci conduceva a una conclusione sorprendente per un giornalista formato alla laicità: l’unica “ipotesi” davvero ragionevole è che Gesù sia ciò che ha detto di essere.

Negli anni successivi, la sua penna ha continuato a suscitare dialoghi e riflessioni con testi come Scommessa sulla morte, Pensare la storia e soprattutto i celebri colloqui con Giovanni Paolo II (Varcare la soglia della speranza) e con Joseph Ratzinger (Rapporto sulla fede). In tutti, emerge la stessa tensione: cercare la verità partendo dal dubbio, parlare di fede usando la lingua del giornalismo.

Un’eredità pasquale
La Pasqua, che celebra la vittoria della vita sulla morte, offre il contesto più naturale per ricordare Messori. Il suo lavoro non fu mai apologetico nel senso superficiale del termine: fu un tentativo onesto di cercare ragioni per credere.  
Oggi, nel saluto a un uomo che mise l’intelligenza al servizio del Vangelo, le sue Ipotesi su Gesù tornano a parlarci con forza: ogni ricerca sincera sulla verità, se vissuta fino in fondo, conduce al volto di Cristo.

venerdì 3 aprile 2026

Il coraggio della pace: il monito del Papa nel Venerdì Santo

Nel silenzio intenso della Veglia del Venerdì Santo, Papa Francesco ha levato ancora una volta la sua voce, non per condannare, ma per supplicare. “Basta con le guerre,” ha detto, rinnovando l’appello affinché chi detiene il potere e le armi si lasci toccare dal mistero di Cristo crocifisso, “che non si difese ma consegnò sé stesso per amore”. In piena Settimana Santa, le sue parole risuonano come un atto d’accusa contro l’indifferenza e un invito pressante alla responsabilità morale di chi ha in mano il destino di popoli interi.

Il Papa ha insistito sulla necessità di un cessate il fuoco, ma non solo come tregua strategica: come atto di fede nell’umanità, come scelta che spezza la catena del male. Nel volto di Cristo senza difesa, Francesco ci invita a riconoscere il vero volto del potere: non dominio, ma servizio; non imposizione, ma offerta. “Chi ha autorità nel mondo,” ha ricordato, “non dimentichi che Dio ascolta il grido degli innocenti.”

Quest’anno, la Via Crucis al Colosseo ha aggiunto una dimensione ancora più concreta a queste parole. Le meditazioni sono state affidate a padre Francesco Patton, Custode di Terra Santa, che ha portato con sé il dolore e la speranza dei luoghi dove la Passione di Cristo non è solo memoria, ma cronaca quotidiana. Le sue parole hanno unito le stazioni della croce con le ferite del nostro tempo: Gerusalemme, Gaza, l’Ucraina, il Sahel — tutti luoghi dove si rinnova la sofferenza di un’umanità divisa e sanguinante.

Nel silenzio del Colosseo, luogo di antichi martirî, il grido del Papa è diventato una preghiera globale: che chi comanda le guerre trovi il coraggio di disarmare sé stesso, e che l’autorità si lasci giudicare dal Crocifisso che non rispose alla violenza con altra violenza. In questo Venerdì Santo, la fede diventa un appello alla coscienza del mondo: non si può servire Dio e la guerra.

domenica 29 marzo 2026

Gerusalemme, il blocco a Pizzaballa e il rischio di un nuovo salto di tensione

L’episodio avvenuto a Gerusalemme, con il blocco imposto dalla polizia israeliana al cardinale Pierbattista Pizzaballa e a padre Francesco Ielpo, va oltre il singolo fatto di cronaca. Tocca infatti un punto molto delicato: la libertà di culto in uno dei luoghi più simbolici del cristianesimo e, più in generale, il rispetto di regole condivise che da secoli cercano di preservare un fragile equilibrio.

Secondo quanto ricostruito, i due religiosi stavano andando in forma privata al Santo Sepolcro per la Messa della Domenica delle Palme, ma sono stati fermati e costretti a tornare indietro. Il Patriarcato latino ha parlato di “grave precedente” e di misura sproporzionata, ricordando che, dall’inizio della guerra a Gaza, le celebrazioni pubbliche sono state già ridotte o annullate per ragioni di sicurezza.

Perché l’episodio preoccupa

Il primo rischio è l’escalation simbolica. Quando una restrizione colpisce figure religiose di primo piano, il messaggio percepito non è solo amministrativo o di ordine pubblico: diventa politico, identitario e religioso. In una città come Gerusalemme, ogni gesto può amplificare tensioni già altissime e alimentare ulteriori sospetti tra comunità diverse.

Il secondo rischio riguarda la libertà personale e religiosa. Se il diritto di accedere a un luogo sacro viene limitato senza una motivazione chiara e proporzionata, si crea un precedente inquietante. Oggi riguarda un rito cristiano; domani potrebbe toccare altri momenti di preghiera, altre confessioni, altre categorie di persone. 

C’è poi un terzo elemento, spesso sottovalutato: la normalizzazione dell’eccezione. In contesti di conflitto, misure straordinarie tendono facilmente a diventare ordinarie. Ma quando l’eccezione si stabilizza, la vita civile si impoverisce, i diritti si restringono e il dialogo si indebolisce. 

Un precedente pesante
Il punto più grave non è solo l’episodio in sé, ma il suo valore di precedente. Il Patriarcato latino ha parlato apertamente di violazione della libertà di culto e di allontanamento dai principi di ragionevolezza, libertà religiosa e rispetto dello status quo. In una città dove lo status quo dei Luoghi Santi è sempre stato un equilibrio delicatissimo, ogni forzatura rischia di accendere nuove fratture. 

Anche le reazioni politiche mostrano quanto la vicenda sia sensibile. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato di offesa alla libertà religiosa, mentre il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha definito l’episodio inaccettabile e ha convocato l’ambasciatore israeliano per chiarimenti. Questo segnala che la questione non viene letta come un semplice incidente locale, ma come un fatto capace di incidere sui rapporti diplomatici e sulla percezione internazionale di Gerusalemme.

Il nodo della sicurezza
Naturalmente, nessun contesto di guerra può essere valutato ignorando le esigenze di sicurezza. Ma la sicurezza non può trasformarsi in un criterio assoluto, altrimenti finisce per giustificare qualunque compressione di diritti fondamentali. La vera sfida è conciliare la protezione dell’ordine pubblico con il rispetto della dignità delle persone, specie quando si tratta di gesti religiosi non violenti e pienamente privati.

Quando questo equilibrio si rompe, il danno non è solo per i fedeli coinvolti. Si indebolisce la fiducia nelle istituzioni, si alimentano narrazioni di persecuzione e si offre nuovo carburante ai settori più radicali, che vivono del conflitto e ne traggono legittimazione. 

Una lezione più ampia
La vicenda di Gerusalemme ricorda che la libertà religiosa non è un tema secondario, ma un indicatore della salute democratica di una società. Dove si limita il culto, spesso si limita anche la possibilità di convivere. Dove cresce la paura, si restringe lo spazio del dialogo. Dove prevale l’arbitrio, la pace diventa più lontana. 

Per questo l’episodio non dovrebbe essere letto solo come una polemica passeggera, ma come un segnale d’allarme. In tempi di guerra e polarizzazione, proteggere i diritti più elementari non è un gesto accessorio: è una delle poche strade per evitare che la spirale degli scontri travolga anche gli spazi residui di convivenza. 

sabato 28 marzo 2026

Apertura del Festival Biblico 2026 all'insegna della fragilità

“La fragile forza dell’amore”: con queste parole Sammy Basso ha inaugurato il Festival Biblico 2026, dando ufficialmente il via a un percorso di incontri, dialoghi e riflessioni che accompagneranno le diocesi del Veneto per tutto il mese di maggio.  

La serata di apertura, ospitata sabato 28 marzo al Teatro Comunale di Vicenza, è stata un momento denso di emozione e significato. Davanti a un pubblico attento e partecipe, Sammy — affetto da progeria, ma da anni testimone luminoso di speranza e resilienza — ha condiviso la sua personale lettura del tema scelto per questa edizione: “Fragili”, un invito a scoprire nella vulnerabilità umana non un limite, ma una possibilità di incontro autentico con Dio e con gli altri.  

Attraverso il suo racconto, ricco di ironia e profondità, Basso ha mostrato come la fragilità possa diventare **energia che unisce, apre e salva**, proprio come nel messaggio evangelico. Le sue parole hanno risuonato come una chiamata a superare la paura del limite, ricordando che ogni storia umana, anche la più segnata, custodisce una forza capace di generare bene.  

Il Festival Biblico, giunto alla sua ventunesima edizione, conferma così il suo ruolo di spazio privilegiato di dialogo tra fede, cultura e società. Nelle prossime settimane, il programma proporrà **oltre cento eventi in diverse città del Veneto e del Friuli Venezia Giulia**, tra conferenze, spettacoli, laboratori, percorsi spirituali e momenti musicali, tutti legati da un filo conduttore: leggere la Parola di Dio dentro le fragilità del nostro tempo.  

L’apertura con Sammy Basso è stata un segno chiaro: la fragilità non è la fine di qualcosa, ma il punto di partenza per una forza nuova, quella che nasce dal coraggio di vivere e amare comunque.

venerdì 27 marzo 2026

Lettera della professoressa colpita da un alunno

A tutti voi, adorati alunni, colleghi, genitori, soccorritori, personale sanitario, autorità, forze dell’ordine, familiari, giornalisti, e persone che mi avete circondato da subito di affetto e solidarietà. Sto dettando queste poche righe con la voce ancora flebile, al mio legale, ma con il cuore colmo di gratitudine.  

Non avrei mai pensato che un giorno avrei dovuto raccontare un dolore così grande, né che avrei attraversato una prova così profonda. Eppure eccomi qui, ancora viva. E questo lo devo a molti di voi. In un attimo, un gesto improvviso e incomprensibile ha spezzato la quotidianità della scuola, trasformando una mattina come tante in un incubo. Quelle coltellate sul mio collo e sul mio torace avrebbero potuto fermare il mio cammino per sempre. So che addirittura la scena è stata ripresa via cellulare, è stata drammatica quanto irreale. Io stessa fatico a ricordarla senza tremare.
Ma subito, attorno a me, si è mosso un mondo di coraggio e di umanità.

Ai colleghi che sono intervenuti senza alcuna esitazione, rischiando personalmente per mettermi in salvo: il vostro sangue freddo e la vostra forza hanno creato una barriera tra me e la morte. Agli studenti che hanno gridato aiuto, che hanno pianto, che si sono spaventati e hanno visto qualcosa che nessuno dovrebbe vedere a tredici anni: sappiate che non porto rabbia né paura nel cuore, ma solo desiderio di rivedervi crescere sereni e protetti.

Al personale dell’elisoccorso, che ha bloccato un’emorragia devastante, che ha lottato contro il tempo, che mi ha restituito un battito stabile con un a lunga trasfusione, mentre la linfa della vita usciva dalle mie ferite: non dimenticherò mai le vostre mani ferme e la vostra calma. Ai medici, agli infermieri, agli operatori sanitari che mi hanno accolto, curato e operato con una delicatezza che va oltre il dovere: siete stati famiglia. Alle forze dell’ordine e alle autorità, presenti subito, attente, rispettose, che hanno messo ordine nel caos e garantito sicurezza a tutti. A mio fratello Giampaolo, che ha tremato, pregato, vegliato accanto a me senza mai perdere la speranza. All’avvocato Angelo Lino Murtas, che mi sta accompagnando con sensibilità e competenza in un percorso che non avrei mai immaginato di dover affrontare.

Ai genitori, che mi scrivono, che mi abbracciano anche se solo da lontano, che hanno raccontato ai propri figli il valore dell’empatia e della vita.

A chiunque mi sta mandando messaggi, preghiere, pensieri, anche senza conoscermi: li ho sentiti arrivare tutti, uno per uno, come fili che mi hanno ricucito l’anima. Oggi sono ancora debole, la voce è un soffio, il corpo ha ferite profonde ancora fresche. Ma il mio spirito è vivo. E questa vita è un dono che non sprecherò.

So che quanto accaduto ha sconvolto molti di voi. Ha generato paure, domande, forse persino scoramento. Per questo vi dico: non lasciamoci vincere dal buio. Ai miei amati alunni, non fermatevi, non arrendetevi, studiate e preparatevi per il vostro futuro senza nessuna paura, ma solo e unicamente con coraggio. 

Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte: verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica, come magari quello che mi ha colpito che forse nel profondo non saprà neanche perché. Come non lo sapranno i suoi genitori.
Se il Signore vorrà concedermelo, io tornerò. Tornerò in classe, tra i banchi, dove ho sempre sentito di appartenere. Tornerò a insegnare, a credere nei giovani, ad accompagnarli nei loro passi difficili. Perché nonostante tutto, insegnare resta il mio sogno, la mia vocazione, la mia gioia più grande.

A tutti voi, dal profondo del cuore: grazie.
Grazie per avermi salvata, sorretta, pensata, custodita.

Grazie per darmi la forza di guardare avanti, non indietro, e soprattutto il sogno di potercela fare ancora.
Con commossa gratitudine.

Prof. Chiara Mocchi

giovedì 26 marzo 2026

Si insedia la nuova arcivescova di Canterbury

Sarah Mullally è stata insediata come prima donna arcivescovo di Canterbury, un passaggio storico per la Comunione anglicana e un segno ecumenico di grande rilievo.

Un evento storico
Per la prima volta in 1.400 anni di storia, la sede di Canterbury è affidata a una donna: Sarah Mullally è il 106° arcivescovo di Canterbury e la prima a rompere una tradizione secolare che, dai tempi di sant’Agostino inviato da Roma nel 597, aveva visto solo uomini in questo ruolo. Il suo insediamento, avvenuto il 25 marzo 2026 nella cattedrale di Canterbury, segna un cambio di passo simbolico e sostanziale nella leadership della Chiesa d’Inghilterra e dell’intera Comunione anglicana. Non è solo una novità interna: l’evento parla alle Chiese cristiane di tutto il mondo, che osservano come le comunità anglicane interpretano oggi il tema del ministero e della corresponsabilità tra uomini e donne.

Il profilo di Sarah Mullally
Prima di diventare pastora, Sarah Mullally è stata infermiera e poi capoinfermiera a livello nazionale nel servizio sanitario britannico, un percorso che segna profondamente il suo stile pastorale, attento alle fragilità e alla cura. Nelle sue prime parole a Canterbury ha parlato di un mondo attraversato da “profonda incertezza globale”, indicando proprio negli atti di gentilezza, di amore e di vicinanza concreta la via cristiana alla guarigione personale e sociale. La sua nomina arriva dopo le dimissioni di Justin Welby e in un contesto di tensioni interne alla Comunione anglicana sui temi delle donne nel ministero e delle persone LGBTQ+, che rendono il suo compito ancora più esigente.

Dimensione ecumenica
La scelta di una donna alla guida di Canterbury si colloca dentro un cammino ecumenico ormai sessantennale tra cattolici e anglicani, fatto di dialoghi teologici e, soprattutto, di rapporti personali tra i pastori delle due Chiese.
Nella lettera di augurio inviata alla vescova Mullally, il responsabile vaticano per l’unità dei cristiani ha sottolineato come il nuovo ministero sia chiamato a essere un servizio di comunione e di unità, pur riconoscendo che la stessa ordinazione delle donne resta uno dei punti sensibili nel confronto teologico tra Roma e Canterbury. Proprio per questo l’insediamento della nuova arcivescova rappresenta, agli occhi delle altre Chiese, un banco di prova: riuscire a tenere insieme fedeltà alla propria tradizione, apertura alle donne e volontà sincera di camminare verso l’unità visibile.

Le parole del Papa Leone
Papa Leone ha voluto inviare un messaggio di saluto e di incoraggiamento alla nuova arcivescova e all’intera Comunione anglicana. Il Pontefice ha espresso gratitudine per il cammino comune compiuto da cattolici e anglicani, invitando a leggere l’insediamento di Sarah Mullally non come una minaccia ma come un’occasione per rinnovare la reciproca stima, intensificare la preghiera e cercare insieme vie concrete di testimonianza condivisa del Vangelo nel continente europeo secolarizzato. Nelle sue parole è emersa una duplice sottolineatura: da un lato il rispetto per le scelte interne della Chiesa d’Inghilterra, dall’altro il richiamo a non perdere di vista la meta dell’unità, che domanda pazienza, ascolto reciproco e una carità capace di andare oltre le differenze su ministero e disciplina.

Uno sguardo per la vita della Chiesa
L’insediamento della prima arcivescovo donna a Canterbury interpella tutte le Chiese sul ruolo delle donne, sul modo di esercitare l’autorità e sul linguaggio con cui si annuncia il Vangelo in un tempo segnato da crisi, guerre e sfiducia. La storia personale di Sarah Mullally, fatta di cura dei malati e di responsabilità pubblica, offre un’immagine di guida ecclesiale meno centrata sul potere e più sulla prossimità, che può parlare tanto ai fedeli anglicani quanto ai cattolici. In questa prospettiva, le parole di papa Leone rilanciano il desiderio di un ecumenismo concreto: non solo documenti e dichiarazioni, ma gesti e volti che, come in questa giornata a Canterbury, ricordano al mondo che i cristiani, pur divisi, sono chiamati a raccontare insieme la buona notizia del Vangelo.

sabato 21 marzo 2026

"Dio lo vuole": il volto oscuro della fede strumentalizzata

 
La storia sembra ripetersi. Ogni volta che un conflitto divampa, risuonano — in lingue diverse e con retoriche differenti — parole antiche come «Dio lo vuole». Una formula che, dal Medioevo delle crociate alle guerre del nostro tempo, tende a trasformare la fede in un’arma di legittimazione politica. Ma cosa accade quando il nome di Dio viene piegato a interessi terreni, economici o strategici?

Oggi, nel discorso pubblico globale, la religione continua a essere evocata come strumento di mobilitazione. Da un lato, il richiamo del segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth a una “guerra giusta” voluta da Dio; dall’altro, l’invettiva del presidente turco Erdoğan, che invoca la maledizione divina contro Israele. Diversi contesti, ma stesso meccanismo: usare il linguaggio della fede per celare decisioni di natura geopolitica e per consolidare consenso interno, spesso in momenti di crisi o isolamento diplomatico.

Eppure, tanto la teologia cristiana quanto l’Islam, nelle loro tradizioni più autentiche, rifiutano questa manipolazione. Dio non può essere il garante delle ambizioni di potere né il vessillo per giustificare la violenza. Come ricordava Leone XIII e, oggi, Papa Leone IX, la vera fede spinge alla pace, non alla conquista; alla giustizia, non alla rappresaglia.

Dal punto di vista del diritto internazionale, ogni guerra vestita di religione è doppiamente ingannevole: maschera violazioni politiche ed economiche dietro un’aura morale e spirituale. In realtà, la chiamata a Dio diventa una copertura per manovre tutt’altro che divine — il controllo di risorse, territori strategici, flussi migratori o ideologici. Il costo è sempre lo stesso: le popolazioni civili, che pagano con la povertà, la fuga e la perdita di speranza.

Per questo, la domanda lanciata in una recente puntata di "LeoPop" resta cruciale: chi ha responsabilità nella guerra è disposto a fare un vero esame di coscienza? La fede, se è autentica, dovrebbe essere una forza di discernimento, non di manipolazione.  

In fondo, invocare Dio nelle proprie battaglie non è segno di fede, ma di paura. La fede vera non cerca giustificazioni per la violenza: cerca vie di riconciliazione, anche quando sembrano impossibili.

Il capodanno persiano in tempo di guerra

Nowruz è il capodanno persiano e, allo stesso tempo, una festa di primavera che parla di luce, rinascita e ostinata speranza nel futuro.

Nowruz oggi in Iran
Quest’anno in Iran Nowruz arriva in un clima segnato da tensioni internazionali, crisi economica e un forte senso di precarietà nella vita quotidiana. Molti iraniani vivono tra inflazione, difficoltà lavorative e il peso delle restrizioni politiche, ma continuano a preparare la festa come un gesto di resistenza culturale e di cura reciproca. Proprio per questo, il momento dell’equinozio di primavera – quando il nuovo anno inizia ufficialmente – viene atteso come un “nuovo giorno” in cui, almeno simbolicamente, il ciclo della natura promette un riscatto che la politica non garantisce.

Origini e significato di primavera e rinnovamento
La parola Nowruz significa letteralmente “nuovo giorno” e affonda le sue radici in tradizioni iraniche che precedono di millenni l’Islam, con legami al mondo zoroastriano e ai culti della luce che celebravano la vittoria della primavera sulle tenebre dell’inverno. Da oltre 3.000 anni, in Iran e in un’ampia area che va dall’Asia Centrale al Caucaso, Nowruz segna l’inizio dell’anno secondo un calendario solare che parte dall’equinozio: è la natura, con il suo equilibrio di luce e buio, a dettare l’inizio del tempo nuovo. Oggi la festa è stata riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale dell’umanità, proprio perché custodisce un’idea universale di rinnovamento: ogni primavera è una possibilità di ricominciare, di riallacciare i legami familiari e sociali, di purificare il passato per aprirsi al futuro.

Riti preparatori: pulizia, attesa, incontro
Nei giorni che precedono Nowruz le case vengono sottoposte a una grande pulizia, il khaneh tekani, che significa letteralmente “scuotere la casa”. Non è solo igiene domestica, ma un gesto spirituale: eliminare la polvere del passato per fare spazio a pensieri, relazioni ed energie nuove. La famiglia si prepara acquistando vestiti nuovi, sistemando la casa, cucinando dolci e piatti tradizionali; ogni dettaglio suggerisce l’idea di una vita che si rinnova, proprio come la natura che rinasce dopo l’inverno. Al momento esatto dell’equinozio tutti si riuniscono, spesso seguendo l’annuncio in radio o in televisione, e il passaggio all’anno nuovo viene segnato da abbracci, auguri e piccoli doni, soprattutto ai più giovani.

La tavola di Haft Sin e i simboli del rinnovamento
Cuore simbolico di Nowruz è la tavola di Haft Sin, “le sette S”, sulla quale vengono disposti sette elementi il cui nome, in persiano, inizia con la lettera “s”, ciascuno portatore di un significato legato alla vita che rinasce.

Alcuni elementi principali:
- Sabzeh (germogli di grano, orzo o lenticchie): simboleggiano la rinascita, il ciclo vegetale che riparte, la promessa che, nonostante il freddo e la morte apparente, la vita torna a crescere.
- Samanu (dolce di germe di grano): richiama dolcezza, forza e abbondanza, la capacità della terra di nutrire ancora una volta.
- Sib (mela): esprime bellezza, salute e fecondità, come un invito a custodire il corpo e le relazioni che ci fanno vivere.
- Senjed (frutto di oleastro o biancospino): è simbolo di amore e saggezza, memoria dei legami affettivi che sostengono nell’incertezza.
- Sir (aglio): rappresenta protezione e salute, quasi un antidoto contro le malattie e le negatività dell’anno passato.
- Serkeh / aceto: rimanda alla pazienza, alla maturazione attraverso il tempo, alla capacità di trasformare anche ciò che è aspro in sapienza.
- Monete (seke) o samanù e altre vivande: evocano prosperità materiale e desiderio di un futuro meno gravato da povertà e precarietà.

Accanto alle “sette S”, sulla tavola compaiono spesso un libro sacro (per molti il Corano, per altri testi di poesia come Hafez), uno specchio, candele, uova colorate, dolci, frutta secca e i tradizionali pesci rossi. Lo specchio e le candele richiamano la luce che illumina il nuovo anno, le uova rimandano alla fertilità e alla possibilità di nuova vita, i pesci rossi simboleggiano movimento, coraggio e libertà, mentre il libro aperto collega il tempo che ricomincia a una parola di sapienza, che può essere religiosa o poetica.

Una festa antica per una speranza fragile ma tenace
Per la popolazione iraniana, provata da guerre, sanzioni, disuguaglianze e repressione, Nowruz resta un caposaldo identitario, un “ponte tra passato e futuro” che nessun potere è riuscito davvero a cancellare. Anche quando il contesto politico e sociale è cupo, la celebrazione di Nowruz mantiene viva l’idea che ogni anno, come ogni primavera, la storia possa prendere una direzione diversa: la festa diventa così un atto collettivo di fiducia nel rinnovamento, non solo della natura, ma anche della vita civile e della dignità delle persone. In questo senso, la tavola di Haft Sin nelle case iraniane di oggi racconta insieme un rito millenario e un desiderio molto contemporaneo: che il nuovo giorno non sia solo una data sul calendario, ma la possibilità concreta di un futuro più giusto e vivibile.

venerdì 20 marzo 2026

Netanyahu a ruota libera su Gesù e Gengis Khan: la nonviolenza evangelica e la logica della forza.

Trascrizione delle dichiarazioni di Netanyahu: «Dobbiamo essere più forti dei barbari, altrimenti abbatteranno le nostre porte e distruggeranno le nostre società»
«La storia dimostra che, purtroppo e con grande rammarico, Gesù Cristo non ha alcun vantaggio su Gengis Khan», afferma il primo ministro nella sua prima conferenza stampa in inglese dall’inizio della guerra, sostenendo che gli Stati Uniti e Israele devono «agire subito» contro il regime iraniano

Le parole attribuite a Benjamin Netanyahu durante una conferenza stampa sul fronte iraniano hanno suscitato scandalo perché sembrano riassumere una visione drammatica della politica: nella storia, il più forte vince, il più misericordioso perde, e il bene avrebbe bisogno della durezza per sopravvivere. Se questa è la logica che guida la guerra e la gestione dei conflitti, il rischio è enorme: trasformare la sicurezza in una spirale di paura, rappresaglia e dominio, proprio mentre il diritto internazionale e la dignità dei popoli chiedono limiti, proporzione e tutela dei civili.

Il cristianesimo dice quasi l’opposto. Papa Francesco ha definito la nonviolenza “uno stile di politica per la pace” e ha ricordato che l’amore per il nemico è il nucleo della rivoluzione cristiana; la violenza, invece, non è mai una via evangelica ma una sconfitta dell’umano. Non si tratta di passività, ma di una forza diversa: la forza della verità, della misericordia, del perdono, del dialogo, della resistenza creativa al male.

Gesù e la logica del Regno
Gesù non ha costruito il suo messaggio sulla supremazia militare, ma sulla conversione del cuore, sull’amore dei nemici e sulla beatitudine di chi opera per la pace. Per questo la tradizione cristiana più profonda non considera la violenza preventiva una “soluzione realista”, bensì una tentazione che promette sicurezza e produce nuove ferite. Il Vangelo non nega il conflitto, ma lo attraversa senza adorare il potere.

Esempi storici
La storia mostra che la nonviolenza non è solo un ideale spirituale, ma spesso anche una strategia più efficace della forza armata. Le campagne del movimento per i diritti civili negli Stati Uniti, come i Freedom Rides, dimostrarono che la resistenza nonviolenta poteva ottenere risultati concreti migliori della contrapposizione armata. Anche gli studi di Erica Chenoweth hanno mostrato che, in media, le campagne nonviolente hanno avuto maggiori probabilità di successo rispetto a quelle violente.

Si potrebbero ricordare anche altri esempi: il crollo del comunismo in Europa centrale, la riconciliazione sudafricana, la diplomazia del perdono in contesti lacerati dalla guerra. In tutti questi casi, la lezione è simile: la forza non costruisce da sola una pace duratura; al massimo impone una tregua, spesso destinata a rompersi.

Israele, palestinesi e vicini
Se una leadership si affida in modo prevalente alla rappresaglia e alla deterrenza assoluta, finisce facilmente per moltiplicare il risentimento, radicalizzare gli avversari e isolare il Paese sul piano morale e politico. Questo vale per Israele, per i palestinesi e per l’intera regione: la sicurezza ottenuta a prezzo della disumanizzazione dell’altro è fragile, perché genera nuove generazioni di paura e vendetta. Per un popolo che ha conosciuto la storia della persecuzione, questo dovrebbe essere ancora più evidente: la memoria del dolore non giustifica il dolore inflitto ad altri.

Misericordia e responsabilità
Il punto decisivo non è scegliere tra ingenuità e cinismo. Il cristiano non chiede di ignorare il male, ma di affrontarlo senza diventare simile a esso. La misericordia non è debolezza: è la scelta di non consegnare l’ultima parola alla violenza.