venerdì 4 settembre 2026

A scuola di Magnifica Humanitas

143. La scuola è il luogo in cui le nuove generazioni possono imparare a cercare e amare la verità, a interrogarsi sul senso della vita e sulla dignità di ogni persona. Per questo molti genitori, che desiderano che i figli crescano capaci di relazione, di senso critico, di valori solidi, ripongono in essa grandi attese, come preziosa alleata nell’educazione dei loro figli. Ai genitori spetta, infatti, il diritto primario e inalienabile di scegliere il tipo di istruzione e di formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose. Il mondo della scuola oggi si trova davanti ad alcune sfide improrogabili.

144. La prima sfida è sociopolitica. Sia entro le singole nazioni che tra diverse aree del mondo, permangono forti disuguaglianze nell’accesso all’istruzione di base e agli studi superiori. In non pochi Paesi lo Stato non ha ancora investito le risorse necessarie per garantire a tutti un’educazione di qualità, sia sostenendo adeguatamente il sistema scolastico pubblico sia supportando le istituzioni private che offrono questo servizio fondamentale. Quando una parte rilevante dell’istruzione, a vari livelli, è affidata a istituti privati, può accadere che l’accesso alla scuola dipenda troppo dalle possibilità economiche delle famiglie, in mancanza di un adeguato sostegno pubblico. A fronte di questo rischio, va comunque riconosciuto e sostenuto il contributo di molte opere educative cattoliche che, pur essendo istituzioni private, garantiscono un’accoglienza inclusiva a bambini e giovani di ogni provenienza, anche quando le condizioni economiche delle famiglie non lo permetterebbero.

145. La seconda grande sfida è pedagogica. Molti sistemi formativi faticano ad aggiornarsi al ritmo dei cambiamenti e a sostenere una crescita integrale degli studenti. Lo sviluppo delle tecnologie informatiche e dell’IA rende rapidamente inadeguati programmi di studio pensati per un’altra epoca, mentre l’organizzazione della scuola, gli spazi, i metodi di valutazione e la stessa figura dell’insegnante chiedono di essere ripensati in vista di un’educazione realmente integrale, aperta a tutte le dimensioni della persona. È necessario sostenere la formazione continua dei docenti lungo tutto l’arco della vita professionale, perché sappiano dialogare in modo positivo con le nuove tecnologie, aiutando gli studenti a farne un uso responsabile, critico e creativo e a non subirne passivamente l’influsso.

146. La terza grande sfida è intellettuale e sapienziale. Se non siamo attenti, può prendere forma un sistema educativo senza amore per la verità, in cui il flusso incessante di informazioni sostituisce l’esercizio della ricerca, della riflessione e del discernimento. Si moltiplicano conoscenze frammentarie, ma diventa più difficile cogliere la realtà nel suo insieme, porre domande di senso, sviluppare un autentico pensiero critico e creativo. Molti educatori avvertono già i segni di una possibile disumanizzazione, in cui le persone “sanno molte cose” ma faticano a dare un orientamento alla propria vita, anche a causa dell’incapacità di connettere le informazioni e le conoscenze, e di non perderne l’orizzonte di senso. Occorre promuovere una vera igiene dell’attenzione: ritmi che prevedano silenzio, studio approfondito, lettura, confronto ponderato; senza questi elementi la libertà interiore può risultare compromessa.

147. La Dottrina sociale della Chiesa invita famiglie, scuole, comunità cristiane e istituzioni pubbliche a un’alleanza educativa rinnovata. Essa diventa concreta quando i principi fondamentali si traducono in mete educative: educare alla sobrietà e al senso del limite; educare al riconoscimento del diritto dell’altro e di chi verrà dopo di noi a godere dei beni che ci sono donati, o che l’ingegno umano rende disponibili; educare alla libertà e alla responsabilità; educare al senso della trascendenza e al bene comune. La scuola non è chiamata a inseguire la velocità del mondo digitale, ma a offrire ciò che il digitale da solo non può dare: tempo condiviso per apprendere e relazioni affidabili.

giovedì 3 settembre 2026

Oltre 1,5 °C: il nuovo rapporto ONU e l'urgenza di cambiare rotta

Il mondo si avvia a superare la soglia di 1,5 °C di aumento della temperatura media globale rispetto all’epoca preindustriale. Non è ancora il momento di parlare di una resa definitiva: il nuovo rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, intitolato "Limiting Overshoot" , sostiene che sarà ancora possibile limitare la durata e l’entità dello sforamento, ma solo attraverso una trasformazione rapida e profonda dei sistemi energetici, economici e produttivi.

La notizia, diffusa il 2 settembre 2026, segna soprattutto un cambiamento di prospettiva. Per anni la politica climatica internazionale ha avuto come obiettivo evitare in ogni modo il superamento degli 1,5 °C. Oggi l’ONU avverte che questo traguardo sarà probabilmente oltrepassato nei prossimi anni e invita i governi a concentrarsi su tre obiettivi: raggiungere un picco di riscaldamento il più basso possibile, mantenerlo per il minor tempo possibile e riportare successivamente la temperatura sotto la soglia.

I dati più preoccupanti
Il rapporto prospetta diversi scenari, ma nessuno autorizza all’ottimismo superficiale.
- Il superamento degli 1,5 °C è considerato probabile entro pochi anni.
- Anche nello scenario più favorevole, basato sull’attuazione degli impegni climatici già annunciati dai governi, il riscaldamento potrebbe raggiungere un picco di circa 1,8 °C.
- Con le politiche attualmente in vigore, la temperatura media globale potrebbe arrivare intorno a 2,6 °C entro il 2100.
- Tornare al di sotto di 1,5 °C resta possibile, ma è definito dall’ONU un obiettivo altamente incerto e dipendente da tagli immediati alle emissioni e dalla rimozione di grandi quantità di anidride carbonica dall’atmosfera.

La differenza tra 1,5, 1,8 e 2,6 °C non è una questione puramente numerica. Ogni frazione di grado aumenta la probabilità di ondate di calore più intense, incendi, alluvioni, siccità, perdita di raccolti, scarsità d’acqua e danni alle infrastrutture. Crescono inoltre i rischi per la salute, per gli ecosistemi e per le città costiere e le isole più basse.

Un ulteriore problema riguarda i cosiddetti punti di non ritorno. Quanto più a lungo il pianeta rimane molto caldo, tanto maggiore diventa il rischio di destabilizzare grandi calotte glaciali, degradare la foresta amazzonica e innescare trasformazioni difficili o impossibili da invertire. Anche un eventuale ritorno della temperatura media sotto 1,5 °C non cancellerebbe automaticamente i danni prodotti durante lo sforamento.

Perché il trend non cambia
Il cambiamento climatico è il risultato cumulativo di comportamenti umani e di scelte politiche ed economiche sviluppatesi soprattutto dall’età industriale.

La dipendenza dai combustibili fossili
Carbone, petrolio e gas naturale continuano a sostenere una parte decisiva della produzione elettrica, dei trasporti, dell’industria e del riscaldamento. La combustione di queste fonti libera anidride carbonica, il principale gas responsabile del riscaldamento antropico.

Il problema non consiste soltanto nei comportamenti dei singoli cittadini. Anche quando una persona riduce i consumi, il sistema continua a offrire energia, trasporti e beni basati in larga misura sui combustibili fossili. Per questo il rapporto ONU insiste sulla necessità di accelerare l’abbandono del carbone, del petrolio e del gas e di sostituirli con fonti rinnovabili, efficienza energetica ed elettrificazione.

Le emissioni di metano
Il metano rimane meno a lungo nell’atmosfera rispetto all’anidride carbonica, ma ha un forte effetto riscaldante nel breve periodo. Le sue emissioni provengono soprattutto dall’estrazione e dal trasporto di petrolio e gas, dalle discariche, dall’agricoltura e dagli allevamenti.

Ridurre rapidamente il metano sarebbe una delle strategie più efficaci per rallentare il riscaldamento nei prossimi decenni. Significherebbe intervenire sulle perdite delle infrastrutture energetiche, migliorare la gestione dei rifiuti, ridurre le emissioni agricole e modificare alcuni sistemi produttivi ad alta intensità climatica.

La deforestazione e il consumo di suolo
La distruzione delle foreste produce una doppia conseguenza: libera il carbonio immagazzinato nella vegetazione e nei suoli e riduce la capacità naturale degli ecosistemi di assorbire CO₂. La perdita di foreste, zone umide, mangrovie e altri ambienti naturali indebolisce inoltre la biodiversità e rende i territori più vulnerabili a siccità, frane e alluvioni.

Proteggere le foreste non significa soltanto piantare nuovi alberi. Occorre evitare la distruzione degli ecosistemi esistenti, che svolgono funzioni ecologiche spesso impossibili da ricostruire rapidamente.

Sprechi e consumi inefficienti
Produzione industriale, trasporti, edilizia, agricoltura e sistemi alimentari richiedono grandi quantità di energia e materie prime. A ciò si aggiungono sprechi alimentari, obsolescenza dei prodotti, uso eccessivo dell’automobile privata e urbanizzazione dispersa.

Le responsabilità, però, non sono distribuite in modo uniforme. I Paesi che hanno emesso di più nel corso della storia e i gruppi sociali con consumi più elevati hanno una responsabilità maggiore. Il rapporto ONU richiama infatti la necessità di una transizione giusta, capace di proteggere le popolazioni più vulnerabili e i lavoratori dei settori destinati a cambiare.

La strategia dell’“overshoot”
La parola inglese *overshoot* indica il superamento temporaneo di una soglia. Nel nuovo scenario climatico delineato dall’ONU, la strategia più realistica è dunque quella del “superamento, picco e riduzione”: tagliare subito le emissioni, raggiungere un picco termico contenuto e poi diminuire gradualmente la temperatura attraverso emissioni nette negative.

Questa prospettiva non deve essere interpretata come un’autorizzazione a rimandare. Al contrario, ogni anno trascorso senza riduzioni significative rende più alto il picco futuro e più difficile il ritorno sotto 1,5 °C. Secondo il rapporto, la rimozione della CO₂ sarà necessaria, ma non potrà sostituire la riduzione delle emissioni alla fonte.

Rimuovere carbonio dall’atmosfera può avvenire attraverso:
- riforestazione e ripristino degli ecosistemi;
- gestione più efficace dei suoli;
- cattura diretta della CO₂ dall’aria;
- cattura e stoccaggio del carbonio in alcuni processi industriali;
- protezione di foreste, torbiere, mangrovie e oceani.

Queste tecnologie e pratiche presentano tuttavia limiti, costi e rischi. Le foreste possono bruciare o essere abbattute; gli impianti tecnologici richiedono energia e infrastrutture; un ricorso eccessivo alla rimozione del carbonio potrebbe diventare un alibi per continuare a bruciare combustibili fossili.

Che cosa dovrebbe cambiare
Il rapporto e le dichiarazioni delle Nazioni Unite indicano alcune priorità concrete.

Tagliare le emissioni subito
Non basta promettere la neutralità climatica nel 2050 se le emissioni continuano a crescere nel presente. Servono riduzioni immediate, verificabili e progressive, con particolare attenzione ai settori più inquinanti.

Accelerare le energie rinnovabili
La transizione deve comprendere più energia solare ed eolica, reti elettriche adeguate, accumuli, risparmio energetico e maggiore efficienza degli edifici. L’elettrificazione dei trasporti, del riscaldamento e di una parte dell’industria può ridurre l’uso diretto di carbone, petrolio e gas.

Ridurre il metano
Interventi rapidi su estrazione energetica, agricoltura e rifiuti possono produrre benefici climatici già nel breve periodo. È una delle poche leve capaci di rallentare rapidamente l’aumento delle temperature.

Proteggere natura, città e coste
Mitigazione e adattamento devono procedere insieme. Le città dovranno investire in alberature, ombra, aree verdi, materiali meno assorbenti il calore, sistemi di allerta e gestione delle acque. Gli ecosistemi marini e costieri devono essere protetti dall’urbanizzazione e dall’inquinamento.

Rafforzare la cooperazione internazionale
Nessun Paese può risolvere da solo un problema globale. Sono necessari finanziamenti per la transizione energetica, sostegno ai Paesi più poveri, trasferimento di tecnologie e maggiore coerenza tra gli impegni annunciati e le politiche effettivamente adottate.

L’ONU chiede inoltre ai Paesi maggiormente responsabili delle emissioni storiche di agire più rapidamente e con maggiore ambizione.

Una notizia grave, ma non una condanna
Il rapporto "Limiting Overshoot"  non offre una rassicurazione. Conferma che il mondo ha perso tempo e che gli effetti del riscaldamento saranno più seri di quanto sarebbe stato possibile evitare. Tuttavia, superare gli 1,5 °C non significa che ogni ulteriore aumento sia inevitabile o che tutte le conseguenze siano già decise.

La differenza tra un mondo a 1,6, 1,8 o 2,6 °C è enorme. Ridurre anche solo di pochi decimi il riscaldamento futuro può significare evitare milioni di persone esposte a calore estremo, proteggere raccolti e riserve d’acqua, contenere i danni agli ecosistemi e ridurre le perdite economiche.

La vera domanda, quindi, non è più soltanto se riusciremo a rispettare perfettamente la soglia fissata a Parigi. È quanto a lungo resteremo oltre quella soglia, quanto alto sarà il picco e quali danni riusciremo ancora a evitare. La risposta dipenderà dalle decisioni prese nei prossimi anni: non soltanto dalle scelte individuali, ma soprattutto dalla capacità dei governi e delle istituzioni di trasformare rapidamente energia, trasporti, produzione e consumi.

Gerusalemme Est, l’anno scolastico che non può iniziare

A Gerusalemme Est l’anno scolastico 2026-2027 è cominciato nel segno della protesta. Le scuole cristiane e private palestinesi hanno sospeso le lezioni per denunciare il mancato rinnovo dei permessi d’ingresso a oltre settanta docenti e dipendenti provenienti dalla Cisgiordania. La decisione ha lasciato a casa più di 8.500 studenti e ha riacceso il conflitto sull’autonomia educativa palestinese nella parte orientale della città.

La vicenda non riguarda soltanto una questione amministrativa. Dietro i permessi negati, infatti, si intrecciano tre temi decisivi: il controllo israeliano sull’accesso a Gerusalemme Est, la progressiva sostituzione dei programmi palestinesi con quelli israeliani e la difficoltà, per le scuole cristiane, di conservare la propria identità culturale e pedagogica.

Il nodo dei docenti
Molti insegnanti delle scuole cristiane di Gerusalemme Est vivono nella Cisgiordania e raggiungono quotidianamente la città attraverso i posti di controllo. Per poter lavorare hanno bisogno di autorizzazioni israeliane, che nel 2026 non sarebbero state rinnovate per oltre settanta membri del personale docente, amministrativo e ausiliario.

Il Segretariato generale delle istituzioni educative cristiane di Gerusalemme ha denunciato che il provvedimento è arrivato senza un preavviso adeguato. L’assenza di un numero così consistente di lavoratori avrebbe reso impossibile garantire non soltanto le lezioni, ma anche i servizi amministrativi, sanitari, di pulizia e di sicurezza necessari per l’apertura degli istituti.

Le autorità israeliane sostengono invece che i permessi siano subordinati all’autorizzazione degli apparati di sicurezza e che possano essere concessi ai candidati che abbiano superato le verifiche previste. La questione, tuttavia, va oltre la singola procedura: per le scuole palestinesi il rischio è di essere costrette a sostituire gradualmente il personale proveniente dalla Cisgiordania con docenti residenti a Gerusalemme e in possesso di qualifiche riconosciute dal sistema israeliano.

La disputa sui programmi
Il secondo fronte riguarda i curricula scolastici. Per decenni molte scuole palestinesi di Gerusalemme Est hanno utilizzato prima il programma giordano e, dopo gli Accordi di Oslo, quello palestinese. Il programma scolastico non è però un semplice insieme di materie e libri di testo: stabilisce quali eventi storici insegnare, come raccontare la geografia, quali autori leggere e quale memoria collettiva trasmettere agli studenti.

Nel nuovo anno scolastico, nelle scuole municipali palestinesi di Gerusalemme Est, tutte le classi iniziali della scuola primaria e le nuove classi del settimo anno dovrebbero adottare esclusivamente il programma israeliano. Secondo le stime riportate dalla stampa, la misura coinvolgerebbe oltre 45.000 studenti, circa un terzo degli alunni palestinesi della città. Nel 2020 gli studenti inseriti nel programma israeliano erano circa 13.000.

È importante, però, formulare con precisione il problema: l’imposizione del curriculum israeliano riguarda soprattutto il sistema scolastico municipale palestinese; le scuole cristiane private hanno storicamente mantenuto una maggiore autonomia. Tuttavia, anche queste ultime subiscono pressioni indirette attraverso i requisiti per i docenti, i permessi di accesso e le condizioni per il riconoscimento dei titoli di studio.

Identità e autonomia
Per le comunità cristiane palestinesi la scuola rappresenta una delle poche istituzioni ancora in grado di garantire continuità sociale e culturale. Gli istituti cristiani accolgono spesso studenti di diverse confessioni e svolgono una funzione che va oltre l’istruzione: sono luoghi di formazione civica, incontro tra comunità e difesa della presenza cristiana nella Città santa.

La progressiva israelizzazione del sistema educativo viene quindi percepita dalle autorità palestinesi e dai responsabili delle scuole come un tentativo di modificare la memoria storica e l’identità degli abitanti di Gerusalemme Est. Il portavoce del Governatorato di Gerusalemme ha definito l’adozione forzata dei programmi israeliani un “crimine culturale ed educativo”, sostenendo che la difesa del curriculum palestinese equivalga alla difesa della memoria, della storia e del diritto a determinare la propria narrazione nazionale.

Dal punto di vista israeliano, l’integrazione nel sistema educativo statale viene invece presentata anche come una risposta alle esigenze concrete degli studenti, soprattutto in relazione all’accesso all’università e al mercato del lavoro israeliano. Alcune scuole, sottoposte a crescenti difficoltà economiche e logistiche, hanno scelto o valutato l’adozione del programma israeliano proprio per ottenere maggiori opportunità e finanziamenti.

Questa apparente alternativa — identità o opportunità — mostra quanto il sistema scolastico sia condizionato dal contesto politico. Le famiglie palestinesi non si trovano semplicemente a scegliere tra due programmi didattici: devono fare i conti con muri, permessi, posti di blocco, mercato del lavoro e controllo amministrativo.

Una crisi che riguarda i bambini
La sospensione delle lezioni è innanzitutto una protesta, ma produce conseguenze immediate sugli studenti. Ogni giorno di scuola perduto aggrava le difficoltà educative già provocate da anni di tensioni, limitazioni alla mobilità e instabilità politica.

La controversia pone anche una domanda più generale: può esistere un’autentica autonomia scolastica quando l’autorità che controlla l’ingresso in città può decidere quali insegnanti siano autorizzati a raggiungere le loro classi? E può una scuola conservare pienamente la propria identità quando programmi, certificazioni professionali e finanziamenti dipendono da un altro sistema politico?

La risposta delle scuole cristiane è stata la sospensione delle attività. Non si tratta soltanto della difesa del posto di lavoro di alcune decine di insegnanti, ma della rivendicazione del diritto delle istituzioni educative palestinesi a scegliere il proprio personale e a trasmettere la propria storia.

Il significato della protesta
La crisi di Gerusalemme Est dimostra ancora una volta che l’istruzione, nei territori contesi, non è mai neutrale. Libri, docenti e programmi diventano strumenti attraverso cui si definiscono appartenenza, memoria e potere.

La protesta delle scuole cristiane chiede che gli insegnanti della Cisgiordania possano tornare al lavoro e che l’autonomia degli istituti venga rispettata. Nel frattempo, secondo le notizie più recenti, le autorità israeliane avrebbero annunciato il via libera ai permessi, ma soltanto fino alla fine dell’anno solare: una soluzione temporanea che non elimina l’incertezza per il resto dell’anno scolastico.

Per gli oltre 8.500 studenti coinvolti, la riapertura delle aule non rappresenterebbe dunque la conclusione della vicenda, ma soltanto una tregua. La questione centrale rimane aperta: quale spazio potrà avere l’educazione palestinese — e con essa la presenza cristiana — nella Gerusalemme Est sottoposta al controllo israeliano?

mercoledì 2 settembre 2026

Corsa Contro la Fame 2027: la Nigeria al centro di un percorso tra sport, solidarietà e cittadinanza globale

Le iscrizioni alla nuova edizione della Corsa Contro la Fame sono aperte: per l’anno scolastico 2026-2027 il progetto gratuito promosso da Azione Contro la Fame porterà nelle classi italiane la Nigeria. Un’occasione per unire educazione civica, attività motoria e partecipazione concreta degli studenti.

Un progetto coinvolgente
Dopo l’edizione 2026, dedicata alla Repubblica Centrafricana, la Corsa Contro la Fame rinnova la propria proposta per scuole primarie e secondarie di primo e secondo grado. Il Paese focus del nuovo anno scolastico sarà la Nigeria, scelta per approfondire con ragazze e ragazzi le cause e le conseguenze della fame e della malnutrizione, anche in relazione a guerre, povertà, crisi climatiche, siccità e disuguaglianze.

Il progetto è promosso da Azione Contro la Fame, organizzazione umanitaria internazionale attiva da oltre quarant’anni. L’obiettivo non è soltanto raccogliere fondi, ma soprattutto rendere gli studenti protagonisti di un percorso di consapevolezza: comprendere problemi globali, collegarli alle discipline studiate e riflettere su come ciascuno possa assumere comportamenti responsabili nella propria comunità.

Dalla classe alla corsa
La proposta segue diverse tappe durante l’anno. Le iscrizioni degli istituti sono previste tra giugno e dicembre; fra febbraio e aprile, ogni classe iscritta può partecipare a un’attività didattica interattiva condotta da un esperto dell’associazione. Attraverso video, testimonianze ed esempi concreti, gli alunni e gli studenti scoprono il Paese focus, i suoi paesaggi, le abitudini delle persone e le sfide legate alla sicurezza alimentare.

Tra aprile e maggio entra in gioco il cosiddetto passaporto solidale. Ogni partecipante può spiegare a familiari, amici e conoscenti ciò che ha appreso e raccogliere promesse di donazione legate ai giri che percorrerà nell’evento finale.

Il meccanismo è semplice. Per esempio, un nonno può promettere 1 euro per ogni giro; se lo studente completa quattro giri, la donazione sarà di 4 euro. In questo modo la corsa diventa il punto di arrivo di un lavoro educativo, di sensibilizzazione e di responsabilità personale.

Non una gara, ma una comunità
La Corsa Contro la Fame non è pensata come una competizione sportiva. Possono correre, camminare o adattare l’attività alle proprie possibilità tutti gli studenti: il valore centrale è l’inclusione, non la prestazione cronometro alla mano.

L’evento può inoltre essere organizzato in modo flessibile. Una scuola può utilizzare il cortile, la palestra, un campo sportivo o persino proporre una camminata nelle vie della città. Anche la data è adattabile alle esigenze dell’istituto, pur all’interno del periodo indicato dall’organizzazione.

Questa dimensione rende il progetto particolarmente interessante per l’educazione alla cittadinanza: l’attività fisica non resta un momento isolato, ma si trasforma in un’azione condivisa, capace di coinvolgere classe, docenti, famiglie e territorio.

Un kit didattico per l’educazione civica
Le scuole aderenti ricevono gratuitamente i materiali organizzativi necessari: passaporti solidali, pettorali, buste per la raccolta, poster, adesivi, nastri e altri strumenti personalizzabili. È previsto inoltre un manuale didattico, disponibile in formato cartaceo e digitale, con attività trasversali dedicate al Paese focus e all’educazione civica.

Il materiale può essere utilizzato in modo interdisciplinare. Geografia e storia aiutano a collocare e comprendere la Nigeria; scienze consentono di affrontare i rapporti tra nutrizione, salute, ambiente e cambiamento climatico; italiano e lingue possono lavorare sulla comunicazione e sulle testimonianze; matematica può essere coinvolta nella lettura di dati e statistiche; scienze motorie trovano naturalmente spazio nella preparazione dell’evento conclusivo.


martedì 1 settembre 2026

Addio a Enzo Bianchi: il monaco che ha insegnato a leggere la Bibbia e a dialogare

Oggi, 1° settembre 2026, è morto all’ospedale Molinette di Torino Enzo Bianchi, il fondatore della Comunità monastica di Bose. Aveva 83 anni.

La notizia è stata confermata nelle prime ore della mattina: Bianchi era ricoverato da alcuni giorni per un grave scompenso renale che lo aveva portato al coma metabolico.

Con la sua scomparsa se ne va una delle figure più importanti del cattolicesimo italiano contemporaneo: monaco laico, biblista, scrittore, fondatore di una comunità monastica ecumenica e voce libera nel dibattito pubblico sulla fede, sulla Chiesa e sul dialogo tra cristiani.

Chi era Enzo Bianchi
Enzo Bianchi nasce il 3 marzo 1943 a Castel Boglione, in provincia di Asti. Dopo il diploma in ragioneria, inizia gli studi di Economia all’Università di Torino, ma li interrompe per seguire una chiamata diversa.

Alla fine del 1965, a soli 22 anni, si trasferisce a Bose, una frazione abbandonata del comune di Magnano, sulla Serra di Ivrea (Biella), con l’idea di fondare una comunità monastica. 

L’8 dicembre 1965, giorno di chiusura del Concilio Vaticano II, nasce ufficialmente la Comunità monastica di Bose, che diventerà un’esperienza unica in Italia: una comunità mista, formata da uomini e donne di diverse Chiese cristiane (cattolici, protestanti, ortodossi), uniti dalla preghiera, dal lavoro e dallo studio.

Bianchi ne sarà il priore fino al 2017, quando lascia la guida della comunità. Nel 2020, dopo una visita apostolica, la Santa Sede dispone il suo allontanamento da Bose insieme ad altri membri.

Negli ultimi anni si era trasferito a Torino e aveva dato vita alla Fraternità della Madia ad Albiano d’Ivrea, proseguendo la sua attività di studio, scrittura e riflessione spirituale.

Un monaco “diverso”: biblista, scrittore, uomo di dialogo
Enzo Bianchi non è stato un monaco “chiuso” in convento, ma una figura aperta al mondo: ha scritto oltre cinquanta libri, molti dei quali tradotti in diverse lingue, e ha collaborato con quotidiani e riviste come La Stampa, la Repubblica, Avvenire, Famiglia Cristiana, La Croix e La Vie.

Nel 1983 fonda Edizioni Qiqajon, la casa editrice della comunità, specializzata in testi di spiritualità biblica, liturgica e monastica, contribuendo a far conoscere in Italia autori e temi spesso poco presenti nei circuiti editoriali tradizionali.

Tra i suoi libri più noti:
- Il pane di ieri (2009, Premio Cesare Pavese)  
- Fede e fiducia (2013)  
- Gesù e le donne (2016)  
- Cosa c’è di là (2022)  
- Fraternità (2024, con prefazione di Papa Francesco)  
- Rinascere (2024) 

Enzo Bianchi è stato:
- un monaco laico: non un prete, ma religioso a tutti gli effetti, testimone di una forma di vita cristiana alternativa e radicale;
- un biblista: ha insegnato a leggere la Bibbia non come un libro antico, ma come una parola viva che interroga la vita di ogni giorno.  
- un uomo di dialogo: ha creduto nell’ecumenismo concreto, cioè nel camminare insieme con cristiani di altre Chiese, oltre le divisioni storiche.  
- una voce pubblica: ha portato temi spirituali e biblici sui grandi media, senza aver paura di porre domande scomode alla Chiesa e alla società.

La sua vita offre spunti per riflettere su:
- il Concilio Vaticano II e il rinnovamento della Chiesa;  
- il significato del monachesimo oggi;
- il dialogo tra le religioni e tra i cristiani;
- il ruolo dei laici nella Chiesa cattolica;
- il rapporto tra fede, cultura e impegno nel mondo.

Una frase per ricordarlo
In uno dei suoi ultimi scritti, Bianchi ha raccontato che per lui “imparare a morire è stato il cammino dell’imparare a vivere".

Una frase che riassume il suo approccio alla fede: non fuga dal mondo, ma allenamento a vivere con profondità, libertà e responsabilità.

venerdì 28 agosto 2026

La moschea di Mestre: tra Costituzione, integrazione e diritti di chi lavora e vive tra noi

Negli ultimi giorni, il caso della moschea di Mestre ha riacceso il dibattito pubblico su integrazione, libertà religiosa e convivenza civile. Da una parte, l’amministrazione comunale di Venezia, guidata dal sindaco Simone Venturini, blocca il progetto per la costruzione di un grande centro di culto islamico, sostenendo che «non ci siano le condizioni» per autorizzarlo e chiedendo «passi concreti di integrazione» alla comunità bengalese. Dall’altra, i rappresentanti della comunità musulmana, in larga parte originaria del Bangladesh, ribattono che il diritto di culto è garantito dalla Costituzione italiana e minacciano scioperi e manifestazioni, ricordando il proprio ruolo essenziale nell’economia locale, dalla cantieristica al turismo.

I fatti: un progetto fermo da anni, uno stop improvviso
Il progetto riguarda un’area dismessa in via Giustizia, a Mestre, acquistata dalla comunità bengalese per circa 1,5 milioni di euro dopo anni di trattative con il Comune. Per realizzare la moschea è necessario un cambio di destinazione d’uso, da commerciale a luogo di culto, passaggio che spetta all’amministrazione comunale. Il sindaco Venturini ha però bloccato l’iter, subordinando il via libera a una serie di condizioni: rispetto delle leggi italiane, apprendimento della lingua, scolarizzazione dei minori, decoro urbano e persino la riduzione dell’uso del velo integrale.

La comunità bengalese, forte di circa 20.000 presenze a Venezia e Mestre, ha risposto con durezza: «Se non ci consentiranno di costruire la moschea, scenderemo in piazza. Se scioperiamo noi bengalesi, a Venezia, Mestre e Marghera si ferma la Fincantieri e tutto il comparto turistico». Le minacce di blocco della città non incontrano tuttavia unanime consenso all’interno della stessa comunità bengalese, segno di una situazione complessa e articolata.

La Costituzione parla chiaro: libertà di culto per tutti
Al centro della questione c’è l’articolo 19 della Costituzione italiana, che recita: «Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume». La norma è chiara: la libertà religiosa è un diritto inviolabile, riconosciuto a tutti, indipendentemente dalla cittadinanza o dalla provenienza. Come ha ricordato anche l’ex sindaco di Venezia Massimo Cacciari, «la regola fondamentale è il rispetto della Carta Costituzionale. La Costituzione parla di tolleranza, dell’assoluta uguaglianza dei diversi credo religiosi».

“Loro non costruirebbero una chiesa nel loro paese”: un argomento da smontare
Tra i cittadini intervistati, non manca chi obietta: «Io non acconsentirei a costruire una chiesa nel mio paese». È un argomento che ricorre spesso nel dibattito pubblico, ma che merita una riflessione più profonda. In primo luogo, la Costituzione italiana non stabilisce reciprocità nei diritti: la libertà di culto è garantita a tutti, indipendentemente da come vengono trattati i cristiani in Bangladesh o in altri paesi. In secondo luogo, la tradizione cristiana ha sempre difeso la libertà di coscienza e di religione, anche quando questo significava riconoscere spazi di culto a fedi diverse. Infine, chi vive, lavora e paga le tasse in Italia ha diritto a essere considerato parte della comunità civile, con dignità e rispetto.

Integrazione sì, ma non come pretesto per negare diritti
L’amministrazione comunale parla di integrazione come condizione necessaria per autorizzare la moschea. Ma l’integrazione non può diventare un pretesto per negare diritti fondamentali. Come ha osservato Cacciari, «è pazzesco che si parli di integrazione in questi termini». L’integrazione è un processo bidirezionale, che richiede impegno da entrambe le parti: da chi arriva, certo, ma anche da chi accoglie. Negare un luogo di culto a una comunità che chiede solo di poter pregare liberamente non favorisce l’integrazione, anzi, rischia di alimentare risentimento e chiusura.

Una riflessione per l’accoglienza: chi lavora e paga le tasse merita rispetto
La comunità bengalese di Mestre non è un corpo estraneo: è parte integrante del tessuto economico e sociale della città. I suoi membri lavorano nei cantieri navali, nei ristoranti, negli alberghi, contribuiscono al welfare con le tasse e partecipano alla vita quotidiana. Meritano, come tutti, una considerazione umana diversa, basata sul riconoscimento dei diritti e sulla reciprocità del rispetto. La Costituzione italiana, del resto, non fa distinzioni: la libertà di culto è un diritto di tutti, a prescindere dalla provenienza o dalla fede.

Un invito al dialogo e alla responsabilità
Il caso della moschea di Mestre è un’occasione per riflettere su cosa significhi davvero integrazione, accoglienza e rispetto dei diritti. Non si tratta di abbassare la guardia sulle regole o sul decoro urbano, ma di riconoscere che la libertà religiosa è un pilastro della nostra democrazia. E che chi vive e lavora tra noi, contribuendo alla prosperità comune, ha diritto a essere trattato con dignità. Il dialogo è possibile, ma richiede responsabilità da entrambe le parti: da chi amministra, chiamato a rispettare la Costituzione, e da chi vive in Italia, chiamato a partecipare attivamente alla vita civile. Solo così si costruisce una comunità davvero integrata.

martedì 25 agosto 2026

Il messaggio del Papa per la XI Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato

«Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci» (Is 2, 4): è il titolo del messaggio di Leone XIV per la prossima Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato che, giunta all’undicesima edizione, sarà celebrata martedì 1° settembre. Ecco il testo pontificio diffuso oggi, giovedì 20 agosto.


Cari fratelli e sorelle,

nostro Signore Gesù Cristo è venuto nel mondo perché abbiamo la vita e l’abbiamo in abbondanza (cfr. Gv 10, 10). Tale dono è al centro stesso della nostra missione di discepoli e della nostra vocazione comune a costruire una civiltà dell’amore. Mentre celebriamo questa Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato, siamo invitati ancora una volta a contemplare il dono della vita e ad avere a cuore la terra che la sostiene, rendendo così concretamente lode al nostro Creatore.

Siamo testimoni, oggi, di varie crisi e di tanta sofferenza umana. Al tempo stesso, sembra che si stia accelerando la distruzione dell’equilibrio armonioso della creazione. Questi fenomeni non sono slegati; costituiscono un’unica invocazione di guarigione e di pace che sale da un mondo ferito.

Il Dio della vita, che si è rivelato in Gesù Cristo, offre una pace che il mondo non può dare: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace» (Gv 14, 27). Essa non è né superficiale né fugace; scaturisce dall’amore perenne di Cristo e dalla sua cura per ogni persona umana.

Eppure questa promessa di pace è in netto contrasto con le realtà che vediamo in varie parti del mondo. Il profeta Isaia ha parlato di un tempo in cui le nazioni «spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri» (Is 2, 4), trasformando ciò che distrugge la vita in qualcosa che la sostiene. Oggi, però, vediamo troppo spesso accadere l’esatto contrario, mentre gli sforzi continuano a essere orientati alla violenza e alla guerra.

La guerra produce ferite che vanno ben oltre il campo di battaglia. Miete vittime, lacera famiglie e costringe milioni di persone a lasciare le proprie case, alimentando paura, ingiustizia e divisione (cfr. Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 77-82); lascia dietro di sé una distruzione sociale ed ecologica che dura per generazioni. L’interazione tra conflitti armati e degrado ambientale, inoltre, crea spesso un circolo vizioso che distrugge gli ecosistemi, contamina risorse essenziali come l’aria e l’acqua e mina la sicurezza alimentare. Il che alimenta povertà, disuguaglianza e nuove tensioni sociali, che possono contribuire, a loro volta, all’insorgere di ulteriori conflitti.

Per di più, la guerra infligge ferite che danneggiano l’intero tessuto vitale, colpendo non solo le singole persone e le comunità, ma anche la loro più ampia rete di relazioni con l’intera famiglia umana, e la loro armonia con il creato. Essa rivela un fallimento profondo nel vivere a immagine e somiglianza di Dio, nel rispettare la vita e nel prendersi cura della terra che ci è affidata. Non è solo un fallimento politico, ma anche morale e spirituale. Radicata in desideri distorti e in un uso sbagliato della libertà e del potere umani, la guerra si erge a contro-testimonianza del Vangelo della pace.

Le crisi menzionate richiedono, oltre che responsabilità, anche una conversione del cuore, che fruttifichi in una più profonda fedeltà a Dio, in amore reciproco e in rispetto per il dono del creato. Di fatto, le disarmonie che vediamo nel mondo, come la violenza, l’ingiustizia e il degrado ecologico, non sono semplicemente il risultato di sistemi o strutture imperfetti; essi «si collegano con quel più profondo squilibrio che è radicato nel cuore dell’uomo» (ibid., 10). In realtà, è il cuore umano il luogo in cui si svolgono le lotte più profonde e in cui si rivela la nostra condizione decaduta. Esso, oltre che la sede delle emozioni, è il centro della persona, in cui convergono ragione, desiderio, volontà e coscienza. È lì che combattiamo con le voglie contraddittorie che ci abitano, amore e indifferenza, verità e illusione, giustizia e ingiustizia (cfr. Gc 1, 14-15). Le ferite della guerra e il degrado della terra, perciò, sono profondamente legati alla condizione del cuore umano. I conflitti che tormentano l’umanità sono per molti versi espressione esteriore di contrasti e divisioni interiori. Quando il cuore è traviato, le relazioni ne soffrono e le strutture che costruiamo cominciano a riflettere tale disordine.

Papa Benedetto XVI ci ha ricordato che «i deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventati così ampi» (Omelia per l’Inizio del Ministero Petrino, 24 aprile 2005). Il che ci invita a riconoscere che, in qualche maniera, ciò che è spezzato attorno a noi lo è anche dentro di noi. Per questo motivo, per costruire una società pacifica, non dobbiamo solo riformare le strutture, ma anche rinnovare i nostri cuori. Le cause più radicali di conflitto e lo sfruttamento del creato sono conseguenze di una crisi etica e culturale che include la perdita del senso del limite, il desiderio di dominio, la ricerca di profitto immediato e l’incapacità di riconoscere la dignità che Dio ha donato a ogni persona umana.

La chiamata profetica a “forgiare le spade in vomeri” (cfr. Is 2, 4) non è quindi solo un sogno per le nazioni, ma un appello rivolto a ogni persona. Ci invita a trasformare ciò che è male in vita. Tuttavia questa trasformazione non può essere realizzata soltanto attraverso un cambiamento esteriore. Essa richiede, in cooperazione con la grazia di Dio, una conversione più profonda, sia personale che collettiva: un ritorno al Signore, che riporterà ordine nei nostri desideri, guarirà le nostre ferite e ci aiuterà a crescere nella virtù.

Senza questa trasformazione interiore, la pace rimane fragile e di breve durata. Ma dove i cuori si rinnovano, si cominciano ad aprire nuove possibilità. Ciò che è stato usato per la distruzione può essere reindirizzato verso la vita, per la cura dei poveri, il nutrimento degli affamati e la salvaguardia del creato. Questo è il cammino di un’autentica conversione ecologica, in cui gli effetti dell’incontro con Gesù Cristo si manifestano con evidenza nel rapporto con il mondo che ci circonda (cfr. Francesco, Lett. enc. Laudato si’, 217). La pace, quindi, comincia nel cuore e si riflette all’esterno nelle nostre relazioni, nelle comunità e più ampiamente nel mondo.

Sebbene le sfide che ci attendono siano enormi, il Signore non ci lascia privi dei mezzi di guarigione e di trasformazione. Al posto delle armi da guerra, il Dio della pace ci dona la forza di guarire, riconciliare e costruire una civiltà dell’amore. In questo modo siamo chiamati a tutelare i molti “ecosistemi” che ci sono stati affidati: del creato, delle relazioni umane e del cuore stesso dell’uomo.

Immaginiamo un mondo in cui le energie attualmente impiegate nella guerra siano destinate allo sviluppo umano integrale, al superamento della povertà, alla difesa della dignità umana e alla riconciliazione tra i popoli divisi. Una visione del genere riflette la fede nell’avvento del Regno di Dio.

I veri strumenti per costruire la pace non sono le armi di distruzione, ma piuttosto la verità, il dialogo, la pazienza, la bontà, la giustizia, la misericordia, la comprensione, la cura e l’amore. Questi scaturiscono da cuori plasmati dal Vangelo e sostenuti dalla grazia di Dio. Solo queste qualità hanno il potere di trasformare gli individui, rinnovare le comunità e guarire le ferite del nostro mondo.

Cari fratelli e sorelle, il cammino che abbiamo davanti è chiaro, seppure non facile. Siamo chiamati a lasciare che i nostri cuori siano rinnovati, perché possiamo cercare la pace e prenderci cura del creato. La Scrittura ci raccomanda di custodire i nostri cuori, poiché è da essi che sgorga tutto ciò che facciamo (cfr. Pr 4, 23).

Se ci assumiamo questo compito con umiltà e fede, diventeremo collaboratori nell’opera di rinnovamento di Dio. Passeremo, lentamente ma inesorabilmente, dal deserto al giardino, dalla divisione alla comunione e dalla violenza alla pace.

Il Signore ci dia il coraggio di percorrere questa via, perché in questo nostro tempo le “spade” siano realmente “forgiate in vomeri”, la promessa del Vangelo si radichi più profondamente nel nostro mondo e la pace di Cristo regni su tutto il creato.

Dal Vaticano, 15 agosto 2026,
Assunzione della B.V. Maria.