A Gerusalemme Est l’anno scolastico 2026-2027 è cominciato nel segno della protesta. Le scuole cristiane e private palestinesi hanno sospeso le lezioni per denunciare il mancato rinnovo dei permessi d’ingresso a oltre settanta docenti e dipendenti provenienti dalla Cisgiordania. La decisione ha lasciato a casa più di 8.500 studenti e ha riacceso il conflitto sull’autonomia educativa palestinese nella parte orientale della città.
La vicenda non riguarda soltanto una questione amministrativa. Dietro i permessi negati, infatti, si intrecciano tre temi decisivi: il controllo israeliano sull’accesso a Gerusalemme Est, la progressiva sostituzione dei programmi palestinesi con quelli israeliani e la difficoltà, per le scuole cristiane, di conservare la propria identità culturale e pedagogica.
Il nodo dei docenti
Molti insegnanti delle scuole cristiane di Gerusalemme Est vivono nella Cisgiordania e raggiungono quotidianamente la città attraverso i posti di controllo. Per poter lavorare hanno bisogno di autorizzazioni israeliane, che nel 2026 non sarebbero state rinnovate per oltre settanta membri del personale docente, amministrativo e ausiliario.
Il Segretariato generale delle istituzioni educative cristiane di Gerusalemme ha denunciato che il provvedimento è arrivato senza un preavviso adeguato. L’assenza di un numero così consistente di lavoratori avrebbe reso impossibile garantire non soltanto le lezioni, ma anche i servizi amministrativi, sanitari, di pulizia e di sicurezza necessari per l’apertura degli istituti.
Le autorità israeliane sostengono invece che i permessi siano subordinati all’autorizzazione degli apparati di sicurezza e che possano essere concessi ai candidati che abbiano superato le verifiche previste. La questione, tuttavia, va oltre la singola procedura: per le scuole palestinesi il rischio è di essere costrette a sostituire gradualmente il personale proveniente dalla Cisgiordania con docenti residenti a Gerusalemme e in possesso di qualifiche riconosciute dal sistema israeliano.
La disputa sui programmi
Il secondo fronte riguarda i curricula scolastici. Per decenni molte scuole palestinesi di Gerusalemme Est hanno utilizzato prima il programma giordano e, dopo gli Accordi di Oslo, quello palestinese. Il programma scolastico non è però un semplice insieme di materie e libri di testo: stabilisce quali eventi storici insegnare, come raccontare la geografia, quali autori leggere e quale memoria collettiva trasmettere agli studenti.
Nel nuovo anno scolastico, nelle scuole municipali palestinesi di Gerusalemme Est, tutte le classi iniziali della scuola primaria e le nuove classi del settimo anno dovrebbero adottare esclusivamente il programma israeliano. Secondo le stime riportate dalla stampa, la misura coinvolgerebbe oltre 45.000 studenti, circa un terzo degli alunni palestinesi della città. Nel 2020 gli studenti inseriti nel programma israeliano erano circa 13.000.
È importante, però, formulare con precisione il problema: l’imposizione del curriculum israeliano riguarda soprattutto il sistema scolastico municipale palestinese; le scuole cristiane private hanno storicamente mantenuto una maggiore autonomia. Tuttavia, anche queste ultime subiscono pressioni indirette attraverso i requisiti per i docenti, i permessi di accesso e le condizioni per il riconoscimento dei titoli di studio.
Identità e autonomia
Per le comunità cristiane palestinesi la scuola rappresenta una delle poche istituzioni ancora in grado di garantire continuità sociale e culturale. Gli istituti cristiani accolgono spesso studenti di diverse confessioni e svolgono una funzione che va oltre l’istruzione: sono luoghi di formazione civica, incontro tra comunità e difesa della presenza cristiana nella Città santa.
La progressiva israelizzazione del sistema educativo viene quindi percepita dalle autorità palestinesi e dai responsabili delle scuole come un tentativo di modificare la memoria storica e l’identità degli abitanti di Gerusalemme Est. Il portavoce del Governatorato di Gerusalemme ha definito l’adozione forzata dei programmi israeliani un “crimine culturale ed educativo”, sostenendo che la difesa del curriculum palestinese equivalga alla difesa della memoria, della storia e del diritto a determinare la propria narrazione nazionale.
Dal punto di vista israeliano, l’integrazione nel sistema educativo statale viene invece presentata anche come una risposta alle esigenze concrete degli studenti, soprattutto in relazione all’accesso all’università e al mercato del lavoro israeliano. Alcune scuole, sottoposte a crescenti difficoltà economiche e logistiche, hanno scelto o valutato l’adozione del programma israeliano proprio per ottenere maggiori opportunità e finanziamenti.
Questa apparente alternativa — identità o opportunità — mostra quanto il sistema scolastico sia condizionato dal contesto politico. Le famiglie palestinesi non si trovano semplicemente a scegliere tra due programmi didattici: devono fare i conti con muri, permessi, posti di blocco, mercato del lavoro e controllo amministrativo.
Una crisi che riguarda i bambini
La sospensione delle lezioni è innanzitutto una protesta, ma produce conseguenze immediate sugli studenti. Ogni giorno di scuola perduto aggrava le difficoltà educative già provocate da anni di tensioni, limitazioni alla mobilità e instabilità politica.
La controversia pone anche una domanda più generale: può esistere un’autentica autonomia scolastica quando l’autorità che controlla l’ingresso in città può decidere quali insegnanti siano autorizzati a raggiungere le loro classi? E può una scuola conservare pienamente la propria identità quando programmi, certificazioni professionali e finanziamenti dipendono da un altro sistema politico?
La risposta delle scuole cristiane è stata la sospensione delle attività. Non si tratta soltanto della difesa del posto di lavoro di alcune decine di insegnanti, ma della rivendicazione del diritto delle istituzioni educative palestinesi a scegliere il proprio personale e a trasmettere la propria storia.
Il significato della protesta
La crisi di Gerusalemme Est dimostra ancora una volta che l’istruzione, nei territori contesi, non è mai neutrale. Libri, docenti e programmi diventano strumenti attraverso cui si definiscono appartenenza, memoria e potere.
La protesta delle scuole cristiane chiede che gli insegnanti della Cisgiordania possano tornare al lavoro e che l’autonomia degli istituti venga rispettata. Nel frattempo, secondo le notizie più recenti, le autorità israeliane avrebbero annunciato il via libera ai permessi, ma soltanto fino alla fine dell’anno solare: una soluzione temporanea che non elimina l’incertezza per il resto dell’anno scolastico.
Per gli oltre 8.500 studenti coinvolti, la riapertura delle aule non rappresenterebbe dunque la conclusione della vicenda, ma soltanto una tregua. La questione centrale rimane aperta: quale spazio potrà avere l’educazione palestinese — e con essa la presenza cristiana — nella Gerusalemme Est sottoposta al controllo israeliano?
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