lunedì 7 settembre 2026

Il funerale di Mladić: quando la Chiesa benedice un condannato per genocidio

Lunedì 7 settembre 2026, migliaia di persone si sono riunite a Belgrado per l'ultimo saluto a Ratko Mladić, il generale serbo-bosniaco morto all'Aia e condannato in via definitiva dal Tribunale delle Nazioni Unite per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l'umanità. La salma, esposta fin dal mattino nella chiesa ortodossa di San Luca, è stata poi accompagnata al cimitero di Košutnjak da un corteo in cui non mancavano ex commilitoni in uniforme, bandiere della Republika Srpska e persino gruppi di tifosi del calcio.

Le parole del Patriarca
A officiare le esequie è stato il Patriarca Porfirije, guida della Chiesa ortodossa serba, il cui intervento ha immediatamente attirato l'attenzione per il tono scelto in un'occasione così controversa. Nel suo omaggio, il Patriarca ha affermato che il nome di Mladić "resterà profondamente inciso nella memoria e nelle preghiere" dei fedeli ortodossi serbi, descrivendo nei loro confronti un sentimento di riconoscenza verso l'ex comandante. Parole che, pronunciate dal vertice della gerarchia ecclesiastica serba durante un rito funebre per un uomo condannato per il massacro di Srebrenica e per l'assedio di Sarajevo, hanno il peso di una vera e propria presa di posizione pubblica, più che di una semplice formula liturgica di circostanza.

Una linea sottile tra fede, memoria e politica
È qui che il caso Mladić diventa interessante al di là della cronaca giudiziaria: non si tratta soltanto della sepoltura di un criminale di guerra, ma di un evento in cui Chiesa e Stato, pur muovendosi apparentemente su binari separati, finiscono per intrecciarsi in modo ambiguo. Il governo di Belgrado aveva dichiarato, prima del funerale, che non ci sarebbero stati onori militari o statali, e che Mladić non avrebbe avuto accesso ai viali cimiteriali riservati alle personalità illustri, proprio perché con la condanna aveva perso ogni titolo e grado.
Nella pratica, però, la linea è apparsa molto più sfumata. Al funerale hanno partecipato quattro ministri del governo serbo, l'ambasciatore russo a Belgrado e il figlio del presidente Vučić, mentre una cerimonia militare si era già tenuta il giorno prima in una struttura ufficiale dell'esercito. Per Marko Milosavljević, della Youth Initiative for Human Rights, questa presenza istituzionale trasforma di fatto un funerale "privato" in un evento con tutti i tratti di un onore di Stato, in aperta contraddizione con la legge serba stessa. Ed è proprio in questo spazio grigio che la benedizione della Chiesa assume un ruolo particolare: non sostituisce la bandiera dello Stato, ma le si affianca, offrendo una legittimazione simbolica che le istituzioni civili, almeno sulla carta, non potevano concedere.

Il peso della memoria selettiva
Le parole del Patriarca si inseriscono in una narrazione più ampia che, secondo gli osservatori dei diritti umani, ha trasformato Mladić in un simbolo identitario piuttosto che in un condannato per genocidio: l'incarnazione di una resistenza contro un Occidente percepito come ostile e ipocrita. In questa chiave, la liturgia funebre non si limita ad accompagnare un defunto, ma partecipa alla costruzione di un mito, con conseguenze dirette sulla memoria delle vittime di Srebrenica e sulla percezione, da parte di altri sospettati ancora latitanti, che i crimini di guerra possano restare senza conseguenze morali, se non giudiziarie.

La reazione di Bruxelles
Non è un caso che l'Unione europea, verso cui la Serbia è candidata all'adesione, abbia reagito con durezza. La commissaria per l'Allargamento Marta Kos ha cancellato una visita ufficiale nel Paese, mentre da Bruxelles è arrivato un monito esplicito contro "la glorificazione di criminali di guerra" e "il revisionismo", definiti incompatibili con i valori europei. Il presidente Vučić, che non ha preso parte al funerale, ha derubricato l'intera vicenda a uno "sfogo emotivo" collettivo, respingendo le accuse di un coinvolgimento istituzionale.

Una domanda aperta
Il funerale di Mladić lascia sul tavolo una domanda che va oltre la cronaca dei Balcani: che ruolo deve avere un'istituzione religiosa quando le sue parole, pronunciate su una bara, rischiano di riscrivere pubblicamente il senso di una condanna internazionale per genocidio? La risposta di Porfirije, in questo caso, sembra aver scelto la memoria comunitaria e identitaria a discapito di quella delle vittime — una scelta che difficilmente resterà senza conseguenze diplomatiche per Belgrado.

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