giovedì 3 settembre 2026

Oltre 1,5 °C: il nuovo rapporto ONU e l'urgenza di cambiare rotta

Il mondo si avvia a superare la soglia di 1,5 °C di aumento della temperatura media globale rispetto all’epoca preindustriale. Non è ancora il momento di parlare di una resa definitiva: il nuovo rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, intitolato "Limiting Overshoot" , sostiene che sarà ancora possibile limitare la durata e l’entità dello sforamento, ma solo attraverso una trasformazione rapida e profonda dei sistemi energetici, economici e produttivi.

La notizia, diffusa il 2 settembre 2026, segna soprattutto un cambiamento di prospettiva. Per anni la politica climatica internazionale ha avuto come obiettivo evitare in ogni modo il superamento degli 1,5 °C. Oggi l’ONU avverte che questo traguardo sarà probabilmente oltrepassato nei prossimi anni e invita i governi a concentrarsi su tre obiettivi: raggiungere un picco di riscaldamento il più basso possibile, mantenerlo per il minor tempo possibile e riportare successivamente la temperatura sotto la soglia.

I dati più preoccupanti
Il rapporto prospetta diversi scenari, ma nessuno autorizza all’ottimismo superficiale.
- Il superamento degli 1,5 °C è considerato probabile entro pochi anni.
- Anche nello scenario più favorevole, basato sull’attuazione degli impegni climatici già annunciati dai governi, il riscaldamento potrebbe raggiungere un picco di circa 1,8 °C.
- Con le politiche attualmente in vigore, la temperatura media globale potrebbe arrivare intorno a 2,6 °C entro il 2100.
- Tornare al di sotto di 1,5 °C resta possibile, ma è definito dall’ONU un obiettivo altamente incerto e dipendente da tagli immediati alle emissioni e dalla rimozione di grandi quantità di anidride carbonica dall’atmosfera.

La differenza tra 1,5, 1,8 e 2,6 °C non è una questione puramente numerica. Ogni frazione di grado aumenta la probabilità di ondate di calore più intense, incendi, alluvioni, siccità, perdita di raccolti, scarsità d’acqua e danni alle infrastrutture. Crescono inoltre i rischi per la salute, per gli ecosistemi e per le città costiere e le isole più basse.

Un ulteriore problema riguarda i cosiddetti punti di non ritorno. Quanto più a lungo il pianeta rimane molto caldo, tanto maggiore diventa il rischio di destabilizzare grandi calotte glaciali, degradare la foresta amazzonica e innescare trasformazioni difficili o impossibili da invertire. Anche un eventuale ritorno della temperatura media sotto 1,5 °C non cancellerebbe automaticamente i danni prodotti durante lo sforamento.

Perché il trend non cambia
Il cambiamento climatico è il risultato cumulativo di comportamenti umani e di scelte politiche ed economiche sviluppatesi soprattutto dall’età industriale.

La dipendenza dai combustibili fossili
Carbone, petrolio e gas naturale continuano a sostenere una parte decisiva della produzione elettrica, dei trasporti, dell’industria e del riscaldamento. La combustione di queste fonti libera anidride carbonica, il principale gas responsabile del riscaldamento antropico.

Il problema non consiste soltanto nei comportamenti dei singoli cittadini. Anche quando una persona riduce i consumi, il sistema continua a offrire energia, trasporti e beni basati in larga misura sui combustibili fossili. Per questo il rapporto ONU insiste sulla necessità di accelerare l’abbandono del carbone, del petrolio e del gas e di sostituirli con fonti rinnovabili, efficienza energetica ed elettrificazione.

Le emissioni di metano
Il metano rimane meno a lungo nell’atmosfera rispetto all’anidride carbonica, ma ha un forte effetto riscaldante nel breve periodo. Le sue emissioni provengono soprattutto dall’estrazione e dal trasporto di petrolio e gas, dalle discariche, dall’agricoltura e dagli allevamenti.

Ridurre rapidamente il metano sarebbe una delle strategie più efficaci per rallentare il riscaldamento nei prossimi decenni. Significherebbe intervenire sulle perdite delle infrastrutture energetiche, migliorare la gestione dei rifiuti, ridurre le emissioni agricole e modificare alcuni sistemi produttivi ad alta intensità climatica.

La deforestazione e il consumo di suolo
La distruzione delle foreste produce una doppia conseguenza: libera il carbonio immagazzinato nella vegetazione e nei suoli e riduce la capacità naturale degli ecosistemi di assorbire CO₂. La perdita di foreste, zone umide, mangrovie e altri ambienti naturali indebolisce inoltre la biodiversità e rende i territori più vulnerabili a siccità, frane e alluvioni.

Proteggere le foreste non significa soltanto piantare nuovi alberi. Occorre evitare la distruzione degli ecosistemi esistenti, che svolgono funzioni ecologiche spesso impossibili da ricostruire rapidamente.

Sprechi e consumi inefficienti
Produzione industriale, trasporti, edilizia, agricoltura e sistemi alimentari richiedono grandi quantità di energia e materie prime. A ciò si aggiungono sprechi alimentari, obsolescenza dei prodotti, uso eccessivo dell’automobile privata e urbanizzazione dispersa.

Le responsabilità, però, non sono distribuite in modo uniforme. I Paesi che hanno emesso di più nel corso della storia e i gruppi sociali con consumi più elevati hanno una responsabilità maggiore. Il rapporto ONU richiama infatti la necessità di una transizione giusta, capace di proteggere le popolazioni più vulnerabili e i lavoratori dei settori destinati a cambiare.

La strategia dell’“overshoot”
La parola inglese *overshoot* indica il superamento temporaneo di una soglia. Nel nuovo scenario climatico delineato dall’ONU, la strategia più realistica è dunque quella del “superamento, picco e riduzione”: tagliare subito le emissioni, raggiungere un picco termico contenuto e poi diminuire gradualmente la temperatura attraverso emissioni nette negative.

Questa prospettiva non deve essere interpretata come un’autorizzazione a rimandare. Al contrario, ogni anno trascorso senza riduzioni significative rende più alto il picco futuro e più difficile il ritorno sotto 1,5 °C. Secondo il rapporto, la rimozione della CO₂ sarà necessaria, ma non potrà sostituire la riduzione delle emissioni alla fonte.

Rimuovere carbonio dall’atmosfera può avvenire attraverso:
- riforestazione e ripristino degli ecosistemi;
- gestione più efficace dei suoli;
- cattura diretta della CO₂ dall’aria;
- cattura e stoccaggio del carbonio in alcuni processi industriali;
- protezione di foreste, torbiere, mangrovie e oceani.

Queste tecnologie e pratiche presentano tuttavia limiti, costi e rischi. Le foreste possono bruciare o essere abbattute; gli impianti tecnologici richiedono energia e infrastrutture; un ricorso eccessivo alla rimozione del carbonio potrebbe diventare un alibi per continuare a bruciare combustibili fossili.

Che cosa dovrebbe cambiare
Il rapporto e le dichiarazioni delle Nazioni Unite indicano alcune priorità concrete.

Tagliare le emissioni subito
Non basta promettere la neutralità climatica nel 2050 se le emissioni continuano a crescere nel presente. Servono riduzioni immediate, verificabili e progressive, con particolare attenzione ai settori più inquinanti.

Accelerare le energie rinnovabili
La transizione deve comprendere più energia solare ed eolica, reti elettriche adeguate, accumuli, risparmio energetico e maggiore efficienza degli edifici. L’elettrificazione dei trasporti, del riscaldamento e di una parte dell’industria può ridurre l’uso diretto di carbone, petrolio e gas.

Ridurre il metano
Interventi rapidi su estrazione energetica, agricoltura e rifiuti possono produrre benefici climatici già nel breve periodo. È una delle poche leve capaci di rallentare rapidamente l’aumento delle temperature.

Proteggere natura, città e coste
Mitigazione e adattamento devono procedere insieme. Le città dovranno investire in alberature, ombra, aree verdi, materiali meno assorbenti il calore, sistemi di allerta e gestione delle acque. Gli ecosistemi marini e costieri devono essere protetti dall’urbanizzazione e dall’inquinamento.

Rafforzare la cooperazione internazionale
Nessun Paese può risolvere da solo un problema globale. Sono necessari finanziamenti per la transizione energetica, sostegno ai Paesi più poveri, trasferimento di tecnologie e maggiore coerenza tra gli impegni annunciati e le politiche effettivamente adottate.

L’ONU chiede inoltre ai Paesi maggiormente responsabili delle emissioni storiche di agire più rapidamente e con maggiore ambizione.

Una notizia grave, ma non una condanna
Il rapporto "Limiting Overshoot"  non offre una rassicurazione. Conferma che il mondo ha perso tempo e che gli effetti del riscaldamento saranno più seri di quanto sarebbe stato possibile evitare. Tuttavia, superare gli 1,5 °C non significa che ogni ulteriore aumento sia inevitabile o che tutte le conseguenze siano già decise.

La differenza tra un mondo a 1,6, 1,8 o 2,6 °C è enorme. Ridurre anche solo di pochi decimi il riscaldamento futuro può significare evitare milioni di persone esposte a calore estremo, proteggere raccolti e riserve d’acqua, contenere i danni agli ecosistemi e ridurre le perdite economiche.

La vera domanda, quindi, non è più soltanto se riusciremo a rispettare perfettamente la soglia fissata a Parigi. È quanto a lungo resteremo oltre quella soglia, quanto alto sarà il picco e quali danni riusciremo ancora a evitare. La risposta dipenderà dalle decisioni prese nei prossimi anni: non soltanto dalle scelte individuali, ma soprattutto dalla capacità dei governi e delle istituzioni di trasformare rapidamente energia, trasporti, produzione e consumi.

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