Oggi Schio ha salutato il partigiano conosciuto come “Teppa”, figura controversa e legata a una delle pagine più dolorose della storia cittadina: l’eccidio delle carceri del luglio 1945. In quel tragico episodio, a guerra ormai finita, un gruppo di partigiani irruppe nel carcere mandamentale di Schio, uccidendo oltre cinquanta detenuti accusati di collaborazionismo fascista. Fu una vendetta brutale, figlia di un tempo sconvolto, in cui la pace non aveva ancora trovato posto nei cuori.
“Teppa”, riconosciuto come uno dei protagonisti di quei fatti, ha portato dentro di sé il peso di quella ferita collettiva per tutta la vita. Ma negli anni successivi, lontano dal clamore, ha saputo compiere un atto raro e profondo: incontrare la figlia di una delle vittime e con lei firmare un gesto di riconciliazione. Non per cancellare il dolore, impossibile, ma per tentare di trasformarlo in occasione di comprensione e umanità.
Nel febbraio 2017 infatti, a Schio, si è consumata una storica riconciliazione tra Valentino Bortoloso, noto come il partigiano "Teppa" (94 anni), e Anna Vescovi, figlia di Giulio Vescovi, il podestà fascista ucciso durante l'eccidio di Schio del luglio 1945. L'abbraccio tra i due e la firma di una lettera di pace ha segnato un importante gesto di riconciliazione storica, dopo oltre 70 anni dalla strage, alla presenza del vescovo di Vicenza, Beniamino Pizziol.
Durante il funerale, celebrato oggi a Schio, don Carlo Guidolin ha ricordato proprio questo momento come il segno più autentico del percorso di “Teppa”. Nelle sue parole, la sofferenza del passato si è intrecciata con la speranza di un futuro diverso per la comunità: la speranza che la memoria non sia solo scontro e divisione, ma anche cammino di riconciliazione. Da qui è nata la sua proposta: istituire un premio cittadino dedicato a chi, oggi, sa costruire ponti di dialogo in contesti di conflitto o incomprensione.
Un segno di civiltà, in una città che ogni anno fa memoria dell’eccidio, ma che allo stesso tempo prova ad andare oltre la logica delle opposte appartenenze. Il funerale di “Teppa” ricorda che la storia non si riscrive, ma si può ricucire, fili di dolore e fili di speranza intrecciati insieme, se c’è il coraggio di guardarsi negli occhi — come fecero quei due, un ex partigiano e la figlia di una vittima, qualche anno fa.
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