«La storia dimostra che, purtroppo e con grande rammarico, Gesù Cristo non ha alcun vantaggio su Gengis Khan», afferma il primo ministro nella sua prima conferenza stampa in inglese dall’inizio della guerra, sostenendo che gli Stati Uniti e Israele devono «agire subito» contro il regime iraniano
Le parole attribuite a Benjamin Netanyahu durante una conferenza stampa sul fronte iraniano hanno suscitato scandalo perché sembrano riassumere una visione drammatica della politica: nella storia, il più forte vince, il più misericordioso perde, e il bene avrebbe bisogno della durezza per sopravvivere. Se questa è la logica che guida la guerra e la gestione dei conflitti, il rischio è enorme: trasformare la sicurezza in una spirale di paura, rappresaglia e dominio, proprio mentre il diritto internazionale e la dignità dei popoli chiedono limiti, proporzione e tutela dei civili.
Il cristianesimo dice quasi l’opposto. Papa Francesco ha definito la nonviolenza “uno stile di politica per la pace” e ha ricordato che l’amore per il nemico è il nucleo della rivoluzione cristiana; la violenza, invece, non è mai una via evangelica ma una sconfitta dell’umano. Non si tratta di passività, ma di una forza diversa: la forza della verità, della misericordia, del perdono, del dialogo, della resistenza creativa al male.
Gesù e la logica del Regno
Gesù non ha costruito il suo messaggio sulla supremazia militare, ma sulla conversione del cuore, sull’amore dei nemici e sulla beatitudine di chi opera per la pace. Per questo la tradizione cristiana più profonda non considera la violenza preventiva una “soluzione realista”, bensì una tentazione che promette sicurezza e produce nuove ferite. Il Vangelo non nega il conflitto, ma lo attraversa senza adorare il potere.
Esempi storici
La storia mostra che la nonviolenza non è solo un ideale spirituale, ma spesso anche una strategia più efficace della forza armata. Le campagne del movimento per i diritti civili negli Stati Uniti, come i Freedom Rides, dimostrarono che la resistenza nonviolenta poteva ottenere risultati concreti migliori della contrapposizione armata. Anche gli studi di Erica Chenoweth hanno mostrato che, in media, le campagne nonviolente hanno avuto maggiori probabilità di successo rispetto a quelle violente.
Si potrebbero ricordare anche altri esempi: il crollo del comunismo in Europa centrale, la riconciliazione sudafricana, la diplomazia del perdono in contesti lacerati dalla guerra. In tutti questi casi, la lezione è simile: la forza non costruisce da sola una pace duratura; al massimo impone una tregua, spesso destinata a rompersi.
Israele, palestinesi e vicini
Se una leadership si affida in modo prevalente alla rappresaglia e alla deterrenza assoluta, finisce facilmente per moltiplicare il risentimento, radicalizzare gli avversari e isolare il Paese sul piano morale e politico. Questo vale per Israele, per i palestinesi e per l’intera regione: la sicurezza ottenuta a prezzo della disumanizzazione dell’altro è fragile, perché genera nuove generazioni di paura e vendetta. Per un popolo che ha conosciuto la storia della persecuzione, questo dovrebbe essere ancora più evidente: la memoria del dolore non giustifica il dolore inflitto ad altri.
Misericordia e responsabilità
Il punto decisivo non è scegliere tra ingenuità e cinismo. Il cristiano non chiede di ignorare il male, ma di affrontarlo senza diventare simile a esso. La misericordia non è debolezza: è la scelta di non consegnare l’ultima parola alla violenza.
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