La nuova legge cinese sulla “Promozione dell’unità e del progresso etnico” istituzionalizza la linea dell’assimilazione forzata, rafforzando gli strumenti per uniformare lingue, culture e religioni delle minoranze al modello han e al progetto politico del PCC.
Cosa prevede la nuova legge
La legge è stata approvata il 12 marzo 2026 dall’Assemblea nazionale del popolo con 2.756 voti favorevoli, 3 contrari e 3 astensioni, e entrerà in vigore il 1° luglio 2026. Ufficialmente mira a “promuovere l’unità etnica”, a rafforzare “la coesione della nazione cinese” e a garantire “prosperità comune” dei 56 gruppi etnici riconosciuti.
Punti chiave che emergono dalle fonti ufficiali e dalle analisi:
- Centralità dell’identità nazionale: l’obiettivo è “forgiare un forte senso di comunità della nazione cinese”, con il PCC riconosciuto esplicitamente come guida di questo processo.
- Priorità al mandarino e all’integrazione: la legge valorizza l’uso del mandarino e l’integrazione dei gruppi etnici in un unico spazio politico‑culturale, riducendo gli spazi per lingue e culture minoritarie autonome.
- Cornice legale per politiche già in corso: codifica pratiche già sperimentate in Xinjiang, Tibet e in altre regioni (assimilazione culturale, spostamenti di popolazione, riforma dei curricula scolastici, controllo religioso) offrendo una legittimazione giuridica centrale.
Sotto il linguaggio della “unità” e della “modernizzazione entro il 2035”, la legge consolida un modello di Stato‑nazione monoculturale, in cui la differenza è tollerata solo se non mette in discussione il racconto unitario voluto dal partito.
Impatto su minoranze etniche, linguistiche, religiose
Dal punto di vista delle minoranze, la legge accentua tre direzioni: assimilazione, omologazione linguistica, controllo religioso.
- Minoranze etniche: si passa da un modello, almeno teorico, di “autonomia regionale etnica” a un modello in cui le identità specifiche devono fondersi in una “comunità nazionale unificata”, con minor spazio per strutture autonome uigure, tibetane, mongole interne, ecc.
- Lingue e culture: la priorità al mandarino nella scuola e negli spazi pubblici indebolisce lingua tibetana, uigura e altre, riducendo l’uso pubblico delle lingue minoritarie a folklore o ambiti strettamente controllati.
- Religione: la legge si intreccia con il processo di “sinizzazione” delle religioni, cioè l’obbligo per tutte le comunità religiose di conformarsi all’ideologia del PCC e alla narrativa nazionale, riducendo l’autonomia dottrinale e organizzativa delle fedi.
Il lessico dei “diritti” e della “prosperità comune” convive con una pratica che restringe gli spazi di autodeterminazione collettiva: il pluralismo è ammesso solo se non entra in collisione con il paradigma nazionale unico.
La situazione degli Uiguri
Gli uiguri, popolazione turcofona e in maggioranza musulmana della regione dello Xinjiang, sono da anni al centro di una campagna di controllo capillare che molti osservatori definiscono come una forma di genocidio culturale.
Elementi principali:
- Sorveglianza totale: Xinjiang è una delle regioni più sorvegliate al mondo, con raccolta sistematica di dati biometrici, riconoscimento facciale, checkpoint e “stazioni di polizia della comodità” (in inglese Convenience Police Stations, in cinese biànmín jǐngwù zhàn) che monitorano movimenti, contatti, pratiche religiose.
- Campi di rieducazione e detenzioni: dal 2017 tra 800.000 e 2 milioni di uiguri sono passati per campi di detenzione dove subiscono indottrinamento politico, abusi e pressioni per abbandonare l’Islam e la lingua uigura; molte strutture sono state parzialmente chiuse o riconvertite, ma centinaia di migliaia di persone restano in carcere o in lavori forzati.
- Assimilazione culturale e lavoro forzato: demolizione e chiusura di moschee, restrizioni severe su pratiche religiose, trasferimenti di popolazione e inserimento degli uiguri in programmi di lavoro forzato in fabbriche e campi, spesso collegati a filiere globali (come nel settore del cotone).
La nuova legge, pur non citando apertamente Xinjiang, fornisce una copertura politica e giuridica a questo tipo di politiche, presentandole come misure legittime per “promuovere l’unità e il progresso” e per “prevenire conflitti etnici” e “separatismi”.
La situazione in Tibet
Il Tibet è un altro laboratorio storico delle politiche di integrazione e controllo del PCC.
Alcuni aspetti chiave:
- Demografia e migrazioni: negli ultimi decenni sono stati favoriti insediamenti di popolazione han, cambiando gradualmente l’equilibrio demografico e rendendo i tibetani più dipendenti dall’amministrazione centrale per lavoro e servizi.
- Lingua e istruzione: la scuola privilegia il mandarino come lingua veicolare; il tibetano viene relegato a disciplina secondaria, riducendo la trasmissione intergenerazionale della lingua, soprattutto nelle aree urbane.
- Controllo del buddhismo tibetano: le autorità statali intervengono nella gestione dei monasteri, selezionano i quadri religiosi considerati affidabili e rifiutano il riconoscimento di figure come il Dalai Lama o i tulku individuati senza approvazione governativa.
Con la nuova legge, questo modello viene elevato a riferimento nazionale: il Tibet diventa un precedente che mostra fino a che punto lo Stato è disposto ad arrivare per uniformare identità locali al racconto di una “grande nazione cinese unita”.
Il controllo sulle religioni
Il controllo sulle religioni in Cina passa da una miscela di registrazione obbligatoria, gestione tramite organismi patriottici controllati dal partito e “sinizzazione” dottrinale, che la nuova legge rafforza sul piano ideologico.
- Nomina statale dei leader religiosi: per cattolici, protestanti, buddisti, taoisti e musulmani esistono organismi “patriottici” che interfacciano Stato e comunità e che, di fatto, condizionano o determinano la nomina di vescovi, pastori, monaci e imam; nel caso cattolico, anche dopo l’accordo segreto con il Vaticano del 2018, il governo ha comunque nominato unilateralmente vescovi allineati al PCC e perseguitato il clero “sotterraneo”.
- Controllo dei luoghi di culto e degli accessi: le comunità devono registrarsi, le chiese e moschee autorizzate sono dotate di telecamere, è possibile la registrazione dei fedeli che partecipano alle celebrazioni, e l’accesso dei minori è spesso limitato o vietato.
- Interferenza sui testi sacri e liturgici: il processo di sinizzazione prevede la revisione di Bibbia, Corano e testi buddisti in modo che riflettano “valori socialisti fondamentali” e che non contraddicano l’autorità del partito; questo include modifiche a traduzioni, liturgie e catechesi.
La religione è ammessa solo se funzionale alla costruzione di una identità nazionale armonizzata e le figure guida sono legittimate non solo dalla tradizione religiosa, ma dal riconoscimento dello Stato, che può rimuoverle o perseguitarle se considerate “non affidabili”.
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