mercoledì 31 dicembre 2025

Buon anno con attenzione verso gli animali

Ogni anno, la notte di San Silvestro si trasforma in un incubo per milioni di animali domestici e selvatici a causa dei botti e fuochi d'artificio. Ma qualcosa sta cambiando: comuni italiani e cittadini scelgono alternative silenziose per rispetto verso la fauna, riducendo stress, fughe e morti premature.

Scelte di alcuni Comuni per Capodanno 2026
Diversi enti locali hanno emesso ordinanze contro i petardi, priorizzando sicurezza e animali:
- Roma: Divieto totale dalle 00:01 del 31 dicembre 2025 alle 24:00 del 6 gennaio 2026, consentito solo bengala e fontane; tutela incolumità animali e patrimonio ambientale.
- Firenze: no ai botti in città con campagna sensibilizzazione specifica per animali.
- Udine: divieto esteso dal 24 dicembre al 6 gennaio.
- Napoli, Pesaro, Pescara: Restrizioni in zone sensibili come piazze, ospedali e canili; Pescara fino al 7 gennaio.
Il Comune di Vicenza ha aderito pienamente all'iniziativa contro i botti di Capodanno con un'ordinanza specifica emessa il 30 dicembre 2025 dal sindaco Giacomo Possamai vietando botti, petardi, mortaretti, fuochi d'artificio e artifici pirotecnici in luoghi pubblici (strade, piazze, parchi). Motivazioni: sicurezza, tutela animali domestici/selvatici, persone fragili e ambiente; sanzione 250 euro per violazioni.  

Il danno al benessere animale
I dati rilevano che i botti causano panico, infortuni e decessi.
- Sondaggio Doxa-LAV (2024): il 94% italiani è contrario ai botti, il 63% rinuncerebbe del tutto, il 93% chiede più impegno istituzionale per tutelare animali.
- Incidenti umani correlati: dal 2012-2025, 7 morti e 3.803 feriti gravi in Italia; Capodanno 2025: 309 feriti, 2024: 274 con 1 morto (aumento 52%).
Negli animali il terrore provoca fughe letali, aborti, attacchi cardiaci in cani/gatti; uccelli cadono esausti, fauna selvatica disorientata.

Se vuoi vedi la pagina su Santi e animali 

giovedì 25 dicembre 2025

L'augurio ecumenico delle chiese di Milano

Carissime sorelle e carissimi fratelli,
care cittadine e cari cittadini di Milano,

il Natale arriva come una luce inarrestabile di speranza che filtra attraverso le turbolenze di un tempo pieno di incertezze. Sebbene il mondo continui a misurarsi con tensioni che speravamo superate, ma che ritornano come ombre dal passato, da Betlemme giunge una grande luce che illumina l’intera umanità.

Nascosta dietro le quinte della storia si fa strada una giovinetta rivestita di Cielo; nel suo grembo custodisce una nuova vita fragile e minacciata, che i disegni malvagi e tutto il potere di Erode non possono spegnere.

Maria è il coraggio della Fede, della Speranza e dell’Amore che prende forma. Con Giuseppe condivide il coraggio di chi accoglie la vita senza avere tutte le risposte; di chi, affidandosi completamente a Dio, attraversa l’incertezza del presente e del futuro, senza pretendere di controllarli. È un coraggio che parla dei bambini e delle bambine che crescono in condizioni di disagio, di uomini e donne che, custodendo la speranza, guidano comunità e famiglie, spingendoci ad affrontare senza paura le piccole e grandi avversità che anche nella nostra bella città ci insidiano. Nelle figure di Maria e Giuseppe inginocchiati davanti al bambino, ciascuna e ciascuno di noi può trovare una testimonianza semplice di persone come noi, che hanno accolto come un seme la parola della fede che le ha rese strumenti fecondi e beati.

La contemplazione del Bambino che sta crescendo tra le macerie di un mondo tutto da ricostruire ci offre una via semplice e profonda: vedere nella sua fragilità una rivoluzione di pace. È una presenza disarmata che non impone, ma invita; non divide, ma unisce. Guardarlo insieme significa riconoscere che l’unità non è un sogno irraggiungibile, ma può nascere proprio da ciò che ascoltiamo nel silenzio del cuore, che gridiamo sui tetti, quale annuncio coraggioso di conversione al mondo nuovo secondo Dio.

«Eccoti». Possiamo dire queste parole perché Gesù nasce ed è presente. Dal Suo «Eccomi» fiorisce il nostro «Eccomi!», che diventa risposta personale e comunitaria a un Tu che ci precede. È un «Eccomi!» che trasforma la vita, perché genera fiducia, responsabilità e desiderio di costruire.

Forse i nostri doni e il nostro impegno non saranno sufficienti a portare la Pace di Cristo a Milano e al mondo intero, ma siamo chiamati e chiamate a mettere insieme piccoli frammenti di pace. Una “pace a pezzi”, ma reale: fatta di passi quotidiani, di ascolto reciproco, di scelte che custodiscano l’umanità del piccolo di Betlemme, di Sua madre e di ognuno e ognuna di noi. Un cammino possibile per chiunque.

A ciascuno e ciascuna auguriamo un buon Natale.

Chiese: Anglicana, Apostolica Armena, Avventista del Settimo Giorno, Cattolica Ambrosiana, Copta, Cristiana Protestante, Luterana-Riformata, Esercito della Salvezza, Evangeliche Battiste, Evangelica Metodista, Evangelica Valdese, Luterana Svedese, Ortodossa Bulgara, Ortodossa Eritrea, Ortodossa Etiope, Ortodossa del Patriarcato della Georgia, Ortodossa Greca, Ortodossa Romena, Ortodossa Russa, Ortodossa Serba

domenica 21 dicembre 2025

"Io sono Carlo" un chatbot con le memorie di Carlo Acutis

Un chatbot che “parla” con la voce e le parole di Carlo Acutis è una notizia forte, affascinante e un po’ spiazzante, soprattutto per chi è cresciuto tra social, IA generativa e memorie digitali. È un esperimento che unisce fede, tecnologia e psicologia, e che apre domande serie su come viviamo il rapporto con i santi, con i morti e con i dati che lasciamo online.

Che cosa è “Io sono Carlo”
“Io sono Carlo” è un chatbot creato dall’Università di Padova, in collaborazione con il supplemento “la Lettura” del Corriere della Sera, per simulare un’intervista al giovane santo Carlo Acutis. Non è un “Carlo che risorge”, ma un modello di intelligenza artificiale addestrato su una base limitata di testi: i libri scritti dalla madre Antonia Salzano e i documenti ufficiali del Dicastero delle Cause dei Santi.

- Il chatbot usa una piattaforma accademica chiamata Lucrez-IA, costruita su Claude (modello di Anthropic), che lavora in un ambiente chiuso e conforme al GDPR europeo.
- Il linguaggio è stato impostato per essere colloquiale, diretto, “da ragazzo”, in linea con l’immagine di Carlo come patrono dell’era digitale.

Non è un “Carlo 2.0”
È importante essere chiari: questo chatbot non è Carlo, ma una sua ricostruzione probabilistica a partire da ciò che altri hanno scritto di lui. Gli mancano diari personali, mail, messaggi vocali, chat con gli amici: tutto ciò che serve per un vero “griefbot”, cioè un avatar pensato per far parlare un defunto come se fosse vivo.

- Proprio per questo, durante i test ha commesso errori: per esempio ha detto che in Paradiso con lui ci sono i nonni, ma quasi tutti sono ancora in vita, e non ricordava il suo libro preferito, “Il piccolo principe”.
- Spesso ripete frasi standard, come se recitasse un copione: più la memoria di un’immagine di santità che la persona concreta con le sue sfumature.

Emozioni, fede e rischio di illusioni
Il progetto nasce dentro una ricerca su “memoria digitale e narrazione del sacro”, guidata dalla psicologa e filosofa Ines Testoni, che studia gli effetti psicologici degli avatar dei defunti. I griefbot, in generale, possono avere una funzione consolatoria, ma toccano zone molto delicate: lutto, aspettative, dipendenza emotiva.

- Nel caso di Carlo, c’è un doppio livello di intensità: la dimensione affettiva (un ragazzo morto a 15 anni, molto amato) e quella religiosa (un santo legato all’Eucaristia, chiamato “patrono di internet”).
- Un chatbot che “parla come un santo” può generare proiezioni, cioè far credere a qualcuno di entrare in contatto con una presenza reale, quando si tratta invece di un algoritmo che rielabora testi.

Cosa ci dice di noi e del nostro modo di ricordare
Questo esperimento rivela molto più su di noi che su Carlo. Il chatbot è costruito su una “narrazione della madre” e su documenti ufficiali: ciò che emergerebbe parlando con lui è lo sguardo di chi lo ha amato e della Chiesa, non la voce integrale di Carlo.

- Il progetto ci costringe a chiederci che cosa sarà, tra vent’anni, la nostra memoria: post, video, note vocali, chat, storie salvate… tutto potenzialmente materiale per futuri avatar.
- Allo stesso tempo mostra che la tecnologia non è neutra: se unisco fede e IA in una “scatola chiusa” che non capisco, rischio di attribuirle un’aura di mistero quasi mistica.

L'immagine è la copertina di “Digital Disciple: Carlo Acutis and the Eucharist”, il fumetto edito da Voyage Comics e dall’Augustine Institute, che racconta la storia del giovane esperto di computer che creò un sito web per mostrare al mondo i miracoli eucaristici.

lunedì 15 dicembre 2025

Dolore per la strage di Hannukah in Australia

Durante la celebrazione di Hannukah in una comunità ebraica australiana, la gioia si è trasformata in tragedia. Un padre e figlio hanno aperto il fuoco contro i presenti, togliendo la vita a due rabbini, a un sopravvissuto alla Shoah, a una bambina e ad altri lì riuniti con le loro famiglie.
In un istante, un momento di festa e di luce si è fatto buio e silenzio, lasciando una ferita profonda non solo nella comunità colpita, ma nell’intera coscienza umana.

Sparare a caso in una celebrazione religiosa significa colpire il cuore stesso della convivenza. È un gesto abominevole, che nega il valore della vita e profana il senso del sacro. Ogni fede, ogni rito, ogni assemblea di preghiera dovrebbe poter esistere nella pace e nella fiducia reciproca, senza il terrore di una violenza cieca e insensata.

Gli episodi di odio e di antisemitismo che attraversano il mondo, dall’Europa fino all’Australia, rappresentano una sconfitta per tutti. Non è solo la comunità ebraica a soffrire: è l’umanità intera che arretra, che si smarrisce lungo la via del dialogo e della solidarietà. Ogni volta che il fanatismo si traduce in un colpo di arma, la civiltà perde una voce, un volto, una storia.

Ricordare le vittime significa difendere il diritto di ogni popolo e di ogni credo a vivere nella libertà e nel rispetto. Hannukah è la festa della luce che vince sull’oscurità: oggi più che mai, il mondo ha bisogno di quella luce per non lasciarsi travolgere dall’odio.

domenica 14 dicembre 2025

Giubileo dei detenuti

Papa Leone XIV ha tenuto oggi un discorso toccante sulla crisi delle carceri italiane, enfatizzando l'urgenza di salvare ogni vita trasformando questi istituti da luoghi di mera punizione in spazi di redenzione e speranza.

Il Pontefice ha rivolto parole profetiche agli operatori della giustizia durante il Giubileo in Piazza San Pietro, richiamando i valori evangelici di misericordia e dignità umana. Ha denunciato come il sistema penitenziario italiano stia fallendo nel suo compito rieducativo, esortando a un cambio di paradigma urgente per prevenire tragedie evitabili.

Suicidi e fragilità umane
Papa Leone XIV ha citato l'allarmante tasso di suicidi, con statistiche che indicano un caso ogni tre giorni, spesso tra detenuti prossimi alla scarcerazione o in attesa di giudizio. Molti casi derivano da disperazione legata a contesti degradati, aggravati da autolesionismo e violenza interna.

Carenze di personale
Il discorso ha evidenziato la grave mancanza di psicologi ed educatori: la legge prevede uno psichiatra ogni 300 detenuti, ma la realtà è lontana, con oltre 200 persone affette da problemi mentali senza adeguato supporto. Questa lacuna amplifica involuzioni psichiatriche nate dal degrado strutturale.

Sovraffollamento e lavoro
Con 62.355 presenze contro 51.308 posti regolamentari, il sovraffollamento umilia detenuti e operatori, sotto organico e in condizioni estreme. Papa Leone XIV ha insistito sull'inserimento in attività lavorative – come laboratori e progetti esterni – per ridare speranza, criticando come poche strutture siano accessibili nonostante le potenzialità.

sabato 13 dicembre 2025

Santa Lucia: la festa della luce che viaggia da Siracusa alla Svezia

Quando arriva dicembre e le giornate si accorciano, una piccola fiammella illumina la notte più lunga dell’anno: è Santa Lucia, la “portatrice di luce”, celebrata il 13 dicembre in molte parti d’Europa con usanze antiche e sempre vive.

A Verona, la tradizione vuole che nella notte tra il 12 e il 13 dicembre la santa, insieme al suo asinello, porti doni e dolcetti ai bambini buoni. La città si anima con il Mercatino di Santa Lucia in Piazza Bra, dove bancarelle di dolci, giocattoli e oggetti artigianali riempiono l’aria di profumi e colori. Non mancano le “pastefrolle di Lucia” e le canzoncine dedicate alla santa, simbolo di speranza nelle lunghe notti d’inverno.

Ma Santa Lucia non è solo veneta. In Svezia, la sua festa è una delle più luminose dell’anno. All’alba del 13 dicembre, giovani ragazze indossano lunghe vesti bianche e corone di candele accese nei capelli, guidando processioni e cori che celebrano il ritorno della luce nel periodo più buio. Il canto tradizionale – dedicato a Lucia di Siracusa – crea un’atmosfera magica, quasi sospesa tra fede e poesia nordica.

In Sicilia, terra d’origine della santa, il 13 dicembre è occasione di fede e tradizione popolare: a Siracusa, una grande processione accompagna la statua argentea di Lucia dalla cattedrale al mare, ricordo del suo martirio nel 304 d.C. Qui si mangia la cuccìa, un dolce di grano bollito con crema di ricotta o cioccolato, simbolo di rinascita e gratitudine.

In altre zone del Nord Italia, come Brescia e Bergamo, Santa Lucia resta la protagonista dei doni ai bambini, una sorta di “pre-anteprima” del Natale. È lei, non Babbo Natale, a portare i regali: un gesto che mette al centro la luce interiore, più che l’abbondanza materiale.

Da Verona a Stoccolma, da Siracusa alle Alpi, questa festa parla un linguaggio universale: quello della luce che vince il buio, della bontà che si rinnova, e della speranza che una candela può portare anche nella stagione più fredda.

venerdì 12 dicembre 2025

Dare un senso alle tradizioni

La Diocesi interviene con un comunicato stampa dopo il caso dell’eliminazione del riferimento a Gesù in una canzone natalizia avvenuto in una scuola reggiana

La scelta di eliminare ogni riferimento a Gesù in una nota canzone natalizia può essere classificata come un “cortocircuito”, visto che la scuola di Reggio Emilia che ha promosso l’iniziativa porta il nome di “San Giovanni Bosco”, il santo italiano educatore per eccellenza.
Siamo dispiaciuti e addolorati se questa è la strada imboccata dalla scuola pubblica del nostro Paese.

Ne aveva parlato l’Arcivescovo Giacomo Morandi nell’omelia in occasione del Patrono San Prospero il 24 novembre scorso: “L’esperienza e la vita cristiana sono una realtà essenziale della nostra identità sociale e pubblica che non si può e non si deve cancellare, quasi costituisse un potenziale impedimento all’incontro con coloro che provengono da altri contesti culturali e religiosi. L’identità non è un ostacolo al dialogo, al contrario ne è una condizione ed una premessa indispensabile.

Reggio Emilia, da questo punto di vista, ha imparato ad essere una città accogliente, attraversando periodi storici travagliati come quelli dell’immediato dopo guerra, dove le diversità sociali e politiche hanno avuto anche risvolti drammatici e dolorosi. L’accoglienza che abbiamo imparato non può ridimensionare o impoverire la nostra tradizione.

Anzi, mentre rispettiamo chi viene da altre esperienze culturali e religiose, chiediamo di potere condividere e custodire – direi con una certa e sana gelosia – i nostri doni, la nostra tradizione cristiana, i nostri simboli che tanto hanno contribuito alla costruzione della nostra città, del nostro paese Italia e dell’intero continente europeo, che ha nelle radici cristiane una delle sue componenti identitarie fondamentali.

Tra i simboli più amati dal nostro popolo c’è il Presepio, il cui iniziatore fu proprio San Francesco, patrono d’Italia e infaticabile costruttore di pace”.

Papa Leone XIV di recente ha poi affermato: “La storia dell’educazione cattolica è storia dello Spirito all’opera. Chiesa «madre e maestra» non per supremazia, ma per servizio. Gli stili educativi che si sono succeduti mostrano una visione dell’uomo come immagine di Dio, chiamata alla verità e al bene, e un pluralismo di metodi al servizio di questa chiamata. I carismi educativi non sono formule rigide: sono risposte originali ai bisogni di ogni epoca”.

E così ha proseguito: “Orienta il cammino il Patto Educativo Globale. Con gratitudine raccolgo questa eredità profetica affidataci da Papa Francesco. È un invito a fare alleanza e rete per educare alla fraternità universale.

I suoi sette percorsi restano la nostra base: porre al centro la persona; ascoltare bambini e giovani; promuovere la dignità e la piena partecipazione delle donne; riconoscere la famiglia come prima educatrice; aprirsi all’accoglienza e all’inclusione; rinnovare l’economia e la politica al servizio dell’uomo; custodire la casa comune.

Queste ‘stelle’ hanno ispirato scuole, università e comunità educanti nel mondo, generando processi concreti di umanizzazione” (Lettera Apostolica “Disegnare nuove mappe di speranza” di Papa Leone XIV in occasione del LX anniversario della Dichiarazione conciliare Gravissimum educationis, 28 ottobre 2025).

giovedì 11 dicembre 2025

Pietro e il racconto travolgente di Roberto Benigni

C’è qualcosa di unico nel vedere Roberto Benigni parlare in Vaticano: la sua parola, sempre in bilico tra poesia e sorriso, riesce a trasformare anche la teologia in un viaggio di emozioni e immagini. Questa volta, il protagonista non è un personaggio inventato — ma Pietro, l’uomo nel vento.  

Benigni lo racconta come un pescatore della Galilea che parte verso Roma, spinto solo dalla fede in un uomo che ha visto risorgere. Una figura fragile, piena di paure e contraddizioni, ma capace di trasformare la propria debolezza in missione. Il suo non è un eroe senza macchia: è uno che cade, rinnega, eppure ama fino alla croce — rovesciata, per umiltà.  

Il monologo attraversa i secoli: dalle ossa ritrovate da un’archeologa sotto il Vaticano al mare di Tiberiade, fino alle strade di Roma, dove un pugno di cristiani sfidava l’Impero con l’idea inaudita che tutti, uomini e donne, fossero uguali. Proprio questo, ricorda Benigni, faceva paura: la libertà del cuore, il ribaltamento delle gerarchie sociali e morali.  

Nel suo racconto incalzante, Pietro non è una statua ma un compagno di viaggio. È l’uomo che si lascia portare dal vento della fede, che inciampa e si rialza, che guarda Gesù e osa camminare sulle acque. È il simbolo di un’umanità che non si arrende al proprio limite, ma lo trasforma in testimonianza.  

E così, tra Roma e la Palestina, tra le lacrime e le risate, Benigni restituisce alla nostra epoca un Pietro più vivo che mai: non un santo irraggiungibile, ma un uomo che ha avuto il coraggio di credere. 

martedì 9 dicembre 2025

Dibattito riacceso dall'opera di Mancuso

Verso un “neo-cristianesimo? La sfida di Vito Mancuso e la risposta di Giuseppe Savagnone

Il recente libro di Vito Mancuso, Gesù e Cristo (Garzanti, 2025), ha riacceso un vecchio ma sempre attuale dibattito: chi è veramente Gesù di Nazareth e chi è Cristo, il Figlio di Dio della fede? Due nomi per la stessa persona o due realtà profondamente diverse?  

Giuseppe Savagnone, in un articolo su Settimana News, prende spunto dalle tesi del teologo milanese per porsi una domanda che attraversa la teologia contemporanea: è possibile un cristianesimo senza il Cristo della fede, un nuovo “neo-cristianesimo” fondato sull’etica invece che sulla redenzione?

Gesù storico e Cristo della fede
Per Mancuso, la famosa "e" del titolo — Gesù e Cristo — non unisce, ma distingue. Da un lato c’è Gesù, l’ebreo di Nazareth, profeta apocalittico e predicatore del Regno; dall’altro Cristo, figura elaborata dalla fede dei discepoli, figlio unigenito di Dio, fondamento della religione cristiana.  

La sua proposta teologica mira a riconciliare la coscienza moderna, sempre più lontana dalle categorie dogmatiche tradizionali, con un cristianesimo “accettabile”, fondato sulla “salvezza etica”: non più la croce come sacrificio redentivo, ma la vita buona come via di liberazione. In questa visione, Gesù è il testimone di una “logica eterna” dell’amore e della giustizia universale, che attraversa tutte le religioni e le culture spirituali dell’umanità.

Il rischio della dissoluzione
Savagnone, tuttavia, coglie in questa prospettiva un punto problematico. Eliminare la divinità di Gesù – e più ancora la trascendenza di Dio – significa svuotare il cristianesimo della sua novità radicale: l’annuncio che Dio stesso è entrato nella storia, si è fatto uomo, ed ha offerto la propria vita per la redenzione dell’umanità.  

Senza questa “scandalosa” incarnazione, quello di Mancuso rischia di essere un umanesimo spirituale più che un cristianesimo. Gesù finirebbe per essere accostato ai grandi maestri religiosi come Buddha o Confucio, in cui si manifesta una divinità impersonale, diffusa, “qualcosa” più che “Qualcuno”.

Il post-teismo come sfondo
A questa linea si collega anche il cosiddetto post-teismo, rappresentato da autori come Paolo Gamberini, che propongono di superare la separazione tra Dio e mondo. Se il mondo è “da Dio” ed è un’espressione della sua stessa essenza, l’incarnazione non avviene solo in Gesù ma in tutto il creato. In questa visione cosmica, Cristo non è più un evento unico, ma il simbolo dell’unità tra il divino e l’umano.  

Savagnone riconosce la generosità di queste ricerche teologiche, animate dal desiderio di rendere viva e attuale la fede nell’epoca della secolarizzazione. Ma si chiede se, una volta tolta la distanza tra Dio e il mondo, resti ancora spazio per il cristianesimo come buona notizia di un Dio che ama liberamente, sceglie di farsi uomo e dona se stesso.

La rivoluzione dell’Incarnazione
Il nodo, per Savagnone, è tutto qui: ciò che ha sempre reso il Vangelo radicale e sorprendente è l’annuncio che l’Infinito si è fatto finito, che il Figlio di Dio ha condiviso fino in fondo la sorte dell’uomo, attraversando anche la morte.  

Un “neo-cristianesimo” che rinunci a questo mistero per renderlo più accettabile ai gusti moderni otterrebbe forse un messaggio più rassicurante, ma al prezzo di perdere la forza rivoluzionaria che duemila anni fa ha sconvolto il mondo — e che continua ancora oggi a interpellare ogni coscienza.

domenica 7 dicembre 2025

L’Immacolata – una bellezza che salva

L'8 dicembre, è una delle feste più amate in Italia: l’Immacolata Concezione di Maria.
Ma cosa celebriamo davvero?

Nel 1854 Papa Pio IX dichiarò che Maria, fin dal primo istante della sua vita, è stata libera dal peccato originale. Non per magia, ma per un amore “in anticipo”: Dio, sapendo che Gesù sarebbe nato da lei, la rese pura e luminosa fin dall’inizio. 

Da allora, ogni Papa ha guardato a Maria come a una luce nel cammino dell’umanità.  
- Giovanni XXIII la chiamava “la stella del mattino” che disperde le tenebre.  
- Paolo VI la vedeva come “il mistero della perfezione”.  
- Giovanni Paolo II ricordava che Gesù stesso è stato “generoso” con sua Madre, donandole la grazia.  
- Benedetto XVI parlava di lei come del “riflesso della Bellezza che salva il mondo”.  
- E Papa Francesco ogni anno le portava un “grazie”, come fa un figlio con la madre che lo accompagna ogni giorno. 

Il gesto tradizionale del Papa che depone fiori ai piedi della statua dell’Immacolata a Piazza di Spagna non è solo una cerimonia: è un segno di affetto, di fiducia, di gratitudine.

Maria, in fondo, ci dice che ogni vita può essere piena di luce, se lasciamo spazio alla grazia e al bene.  
Non è lontana, non è una figura da museo: è una ragazza che ha detto “sì”, e che continua a camminare accanto a noi, senza rumore, ma con una forza che trasforma.

Davanti a una piccola immagine o semplicemente nel cuore, possiamo dire anche noi:  
“Grazie, Maria, per aver creduto nel sogno di Dio su di noi.”

sabato 6 dicembre 2025

Zuppi: «Alla pace servono scuole dove formare nuove coscienze»

In un tempo segnato da guerre e parole che feriscono, la Chiesa italiana rilancia l’urgenza di educare alla pace. Nella nuova Nota pastorale approvata ad Assisi, la CEI invita le comunità cristiane a diventare “case di pace”, luoghi dove si imparano il dialogo, la giustizia e il perdono.  

Il cardinale Matteo Zuppi richiama il dono e la responsabilità della pace: un cammino concreto fatto di gesti quotidiani, pazienza e coraggio. La scuola, la famiglia, la parrocchia e la società civile sono chiamate a formare coscienze disarmate e disarmanti, capaci di seminare riconciliazione.  

La Nota denuncia la “cultura della violenza” che affascina i giovani e ribadisce che sviluppo e solidarietà sono i nomi nuovi della pace. Sull’esempio di san Francesco d’Assisi, la CEI chiede di riscoprire la preghiera come sorgente di speranza e la politica come servizio al bene comune.  

«Il Signore vi dia la pace» — l’antico saluto francescano che, otto secoli dopo, resta una promessa e un impegno per tutti.  

Leggi da Avvenire 

mercoledì 3 dicembre 2025

Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità – 3 dicembre

Perché oggi conta
Il 3 dicembre è un promemoria globale: i diritti non sono teoria, si praticano ogni giorno anche tra i banchi, nei corridoi, nelle chat di classe e in palestra. In questa data molte scuole promuovono momenti di confronto, workshop o eventi per passare dall’idea di “barriera” a quella di “opportunità”, anche attraverso sport e attività cooperative.

Oltre gli stereotipi
La disabilità non definisce una persona: è una delle tante condizioni con cui le persone vivono, visibile o invisibile che sia. 
Inclusione significa accesso reale alla vita di classe, alle uscite didattiche, ai progetti e alle rappresentazioni, con strumenti e adattamenti che permettano a tutti di partecipare al massimo delle proprie possibilità.

Cose concrete da fare oggi
- Ascoltare e dare spazio: organizzare in classe 15 minuti di micro-interventi o testimonianze su cosa aiuta davvero a sentirsi parte del gruppo.  
- Rendere accessibili i materiali: condividere appunti, mappe concettuali e slide in formato leggibile per tutti, usando un linguaggio chiaro e inclusivo.
- Allenare lo sguardo: notare le “barriere invisibili” (tempi, rumore, ansia, distrazioni) e concordare regole semplici per ridurle durante lavori di gruppo e verifiche.  
- Scegliere lo sport che unisce: proporre in palestra giochi adattati dove conta la collaborazione più della performance individuale.

Idee per progetti
- Una settimana dell’inclusione: forum studentesco con tutoraggio tra pari, stand informativi e laboratori su comunicazione accessibile e benessere a scuola.  
- Challenge di classe: creare una guida “accessibile” della scuola (mappa, segnaletica chiara, consigli per accogliere nuovi compagni), da condividere sui canali dell’istituto.  
- Cultura e città: partecipare a eventi locali dedicati alle scuole secondarie, quando disponibili, per portare l’inclusione fuori dall’aula e dentro la comunità.

Un impegno che resta
La giornata di oggi serve a far partire conversazioni e scelte che durino tutto l’anno scolastico, non solo 24 ore. Includere non è “aiutare qualcuno”: è costruire una scuola migliore per tutti, dove ciascuno trova modi concreti per partecipare e crescere insieme.

martedì 2 dicembre 2025

PresepiAmo tra contrade, grotte e fontane a Pozzolo


L'iniziativa "PresepiAmo tra contrade, grotte e fontane a Pozzolo" è un evento che propone la visita di ben 38 presepi, espressione dell'arte popolare, allestiti lungo due percorsi naturalistici nel territorio di Pozzolo di Villaga, in provincia di Vicenza. I presepi sono collocati in diverse contrade, grotte naturali e fontane, offrendo un percorso suggestivo a piedi tra elementi naturali e culturali del luogo.

L'evento si svolge generalmente tra fine novembre e l'inizio di febbraio, con il sentiero segnalato che parte dal parcheggio davanti alle scuole in via Don Giovanni Cosaro. L'iniziativa è organizzata da volontari locali con il patrocinio del Comune di Villaga, e intende valorizzare il patrimonio artistico popolare e la tradizione del presepe nelle forme più autentiche e tipiche della zona.

Si tratta di un'occasione per camminare immersi in paesaggi caratteristici, scoprendo lungo il percorso presepi di diversa grandezza e composizione, integrati armoniosamente negli scorci storici e naturali di Pozzolo, creando un'esperienza legata alla tradizione natalizia e alla cultura locale.

Visita 

lunedì 1 dicembre 2025

L’ora di IRC è un’esperienza che rimane

L’ora di IRC è un’esperienza che rimane, non un’ora “in più” ma un tempo per crescere nella vita e nelle domande profonde, aperto a tutti, credenti e non credenti.

Perché scegliere IRC?  
Perché a scuola c’è bisogno anche di uno spazio dove parlare di senso, di domande grandi, di futuro, di giustizia, di pace, di relazioni, non solo di verifiche e voti.
Chi ha fatto IRC ricorda volti, dialoghi, momenti che l’hanno aiutato a capire meglio sé stesso, gli altri, Dio e il mondo; è un’ora che lascia tracce nella memoria e nella vita, non solo sul registro.

Nel tuo percorso scolastico l’IRC ti offre uno spazio diverso:  
- per fare domande senza paura;  
- per confrontarti su fede, valori, attualità;  
- per conoscere la tradizione cristiana che ha segnato la nostra cultura;  
- per imparare a dialogare rispettando le differenze.  

Non è catechismo, non è per ‘chi crede già’: è un laboratorio di pensiero, di umanità e di speranza, aperto a tutti.  
Se scegli IRC, scegli di prenderti sul serio.
 

“Se vuoi saperne di più, chiedi al tuo insegnante o in segreteria, oppure visita il sito della diocesi dedicato all’IRC.”

Vedi video


 

domenica 30 novembre 2025

Il sogno di Isaia: "Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri"

La prima lettura di questa domenica di Avvento (Is 2,1-5) è uno di quei testi che “accendono” l’immaginazione: Isaia sogna un mondo in cui le spade diventano aratri, le lance falci, e le nazioni smettono non solo di farsi la guerra, ma perfino di studiarne l’arte. È un’immagine talmente forte che ha attraversato secoli, ispirato teologi, movimenti per la pace, artisti, politici – fino ad arrivare alle nostre crisi globali di oggi.

Il sogno di Isaia
Il contesto è quello di Gerusalemme, città piccola e fragile circondata da potenze ben più forti, ma che Isaia vede trasformata in “montagna del Signore” verso cui convergono tutte le genti. Non è un sogno intimista: è politico, concreto, perché riguarda le relazioni tra popoli, la gestione dei conflitti, l’uso delle risorse. “Egli sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli”: la pace non nasce dal gioco di alleanze o di armi, ma dal riconoscere un giudice più alto dei nostri interessi, un criterio di giustizia che non si compra e non si manipola.
L’immagine della trasformazione delle armi in strumenti agricoli è radicale: non si tratta solo di “mettere via” le spade, ma di rifonderle, di cambiare destinazione alla materia stessa della violenza. Ciò che serviva a fare danno diventa strumento di fecondità: è una vera conversione storica, economica, culturale.

Dalla Bibbia alla storia
Non stupisce che questa pagina di Isaia sia risuonata in tanti momenti di crisi storica. Il motto “Swords into ploughshares” è entrato persino nel linguaggio politico internazionale: una famosa scultura con questo tema campeggia vicino al palazzo delle Nazioni Unite a New York, come monito perché la diplomazia non sia solo gestione dei conflitti, ma costruzione di un ordine nuovo. Nei secoli, predicatori, movimenti cristiani e gruppi pacifisti hanno assunto queste parole come “programma” di un cristianesimo che non si accontenta di condannare la guerra, ma lavora perché le strutture militari, economiche e culturali vengano trasformate in reti di cooperazione e di cura.

Nel Novecento, segnato da due guerre mondiali e dalla corsa agli armamenti, Isaia 2,4 ha accompagnato appelli alla pace di papi, teologi e laici impegnati. Non si tratta solo di un versetto da incorniciare, ma di un criterio per giudicare le scelte dei popoli: quante energie, quante intelligenze, quanti soldi “fusi” nelle armi potrebbero diventare scuole, ospedali, ricerca, tutela del creato?

La Pira e la profezia della pace
Tra le figure più affascinanti che si sono lasciate ispirare da Isaia c’è Giorgio La Pira, sindaco di Firenze, uomo politico e mistico insieme, che parlava spesso del “piano di Dio per la pace” nella storia. La Pira vedeva le profezie bibliche non come evasione spirituale, ma come “progetti” di Dio destinati a incarnarsi, se gli uomini accettano di collaborare: la pace, per lui, non era un’utopia ingenua ma la direzione obbligata della storia letta alla luce del Vangelo.
In più occasioni La Pira ha richiamato proprio Isaia come fondamento di un ordine internazionale diverso, basato sul dialogo tra i popoli, la riduzione degli armamenti e la centralità dei poveri. Chi lo vedeva volare da una capitale all’altra, bussando alle porte dei “grandi” della terra, coglieva come la profezia biblica si traducesse in diplomazia artigianale, in incontri, in gesti concreti: quelle spade da trasformare in aratri diventavano, nel suo sguardo, bilanci pubblici da riconvertire, fabbriche da ripensare, città da aprire alla fraternità.

Un testo che parla all’oggi
Oggi la geografia dei conflitti è drammaticamente fitta: guerre dichiarate e “guerre a pezzi”, tensioni che attraversano continenti, produzione di armi in crescita nonostante appelli e trattati. Proprio per questo Isaia 2,1-5 suona quasi scandaloso: “non impareranno più l’arte della guerra” in un tempo in cui la tecnologia bellica è una delle industrie più avanzate al mondo. Eppure la profezia insiste: “Venite, camminiamo nella luce del Signore”, come se dicesse che nessun realismo politico è davvero realistico se rinuncia al Vangelo della pace.
Che cosa pensare di politiche che aumentano la spesa militare mentre si tagliano welfare, scuola, sanità? Che cosa annunciare alle giovani generazioni, bombardate da notizie di guerra e allo stesso tempo affamate di senso e di futuro? Isaia invita a non rassegnarsi: la storia non è condannata al ciclo eterno di violenza, c’è una “montagna del Signore” verso cui mettersi in cammino.
 

Camminare nella luce
Il testo si chiude con un invito: “Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore”. Come?
- Rileggere le notizie alla luce di Isaia: non solo “che cosa è successo”, ma “che cosa questo dice della nostra fame di pace e di giustizia?”.
- Sostenere – anche con piccole scelte – percorsi di riconciliazione, associazioni che lavorano per il disarmo, progetti che trasformano “armi” sociali (odio, esclusione, linguaggio violento) in “aratri” (dialogo, inclusione, cura).
- Educare alla pace: nelle famiglie, nelle scuole, nelle comunità, imparare il difficile artigianato del perdono, della mediazione, della nonviolenza attiva.

In fondo, la profezia di Isaia non chiede solo di credere che un giorno le spade diventeranno aratri, ma di iniziare – qui e ora – a prendere in mano il “metallo” dei nostri conflitti e a rifonderlo in gesti nuovi. È il modo più evangelico e più concreto di vivere l’Avvento: non soltanto aspettare che la pace venga, ma lasciarsi trasformare dall’Atteso perché, attraverso di noi, il mondo impari finalmente l’arte della pace. 

Un "Giro per Gaza"

Oggi, domenica 30 novembre 2025 a Vicenza si tiene il "Giro per Gaza," una staffetta ciclistica che simbolicamente disegnerà il perimetro della Striscia di Gaza sul territorio locale. La partenza è alle 8:30 da Piazza Matteotti a Vicenza, con i partecipanti divisi in due gruppi: uno si dirigerà verso nord (Alto Vicentino) e l'altro verso sud (Camisano e dintorni). Alle 12:30 è prevista anche una partenza per un giro più breve che arriva fino a Longare e ritorno. Durante il percorso ci saranno tappe con incontri di comunità locali, e il rientro è previsto alle 15:00 sempre in Piazza Matteotti, seguito da momenti di condivisione, testimonianze e musica.

L'iniziativa prevede una raccolta fondi a favore dei Gaza Sunbirds, un team di ciclismo paralimpico di Gaza, con possibilità di donazioni tramite conto bancario di Cicletica. 

sabato 29 novembre 2025

A Nicea: “Superiamo lo scandalo delle divisioni e alimentiamo l’unità”

Memoria di Nicea e fede comune
La scelta di pregare insieme proprio a Nicea richiama il Concilio del 325, da cui nacque il Credo che ancora oggi unisce la grande maggioranza dei cristiani nella stessa professione di fede trinitaria e cristologica. La proclamazione del Credo niceno-costantinopolitano, recitato insieme e persino senza il Filioque, mostra che il punto di partenza del cammino verso l’unità è una fede condivisa in Cristo, più profonda delle divisioni storiche. 

Gesti simbolici di riconciliazione
La celebrazione sul sito della basilica sommersa di San Neofito, riemersa dopo secoli, diventa un segno eloquente: dalle rovine della storia e dalle ferite del passato può riemergere una Chiesa più riconciliata. Il cammino fianco a fianco di Papa Leone XIV e del patriarca Bartolomeo, come “Pietro e Andrea” che avanzano insieme, rende visibile il desiderio di superare secoli di separazione tra Oriente e Occidente.

Dal conflitto alla croce come vera vittoria
Nel suo intervento, Bartolomeo ricorda che “Nicea” significa “vittoria”, ma per i cristiani la vera vittoria non è dominio o supremazia, bensì la croce di Cristo, segno di amore che vince il peccato e la divisione. In questo senso, l’evento non celebra un trionfo di una Chiesa sull’altra, ma la vittoria della fede che libera dalla logica di contrapposizione e apre alla comunione. 

Cammino ecumenico verso la piena comunione
Papa Leone XIV collega il 1700° anniversario alla domanda decisiva: chi è Gesù Cristo per le donne e gli uomini di oggi, e per i cristiani stessi. Proprio l’adesione comune alla fede in Cristo vero Dio e vero uomo è indicata come fondamento del cammino verso la “piena comunione”, che richiede ascolto della Parola di Dio, docilità allo Spirito Santo, amore reciproco e dialogo teologico serio. 
Superare lo scandalo delle divisioni
Il Papa parla esplicitamente di “scandalo delle divisioni” tra cristiani e invita ad alimentare un desiderio concreto di unità, legato alla preghiera di Gesù “che tutti siano una cosa sola”. 
Più le Chiese si lasciano riconciliare, più la loro testimonianza diventa credibile davanti a un’umanità ferita da guerre e violenze, che ha bisogno di un Vangelo di pace, fraternità universale e rifiuto di ogni uso religioso della violenza, del fondamentalismo e del fanatismo.

Un’unica preghiera in molte lingue
La recita comune del Credo, le invocazioni elevate da diversi capi di Chiese, il Padre Nostro sussurrato insieme e le benedizioni in varie lingue esprimono un’unità già reale, seppur non ancora pienamente realizzata. 
Il fatto che le differenze liturgiche e linguistiche non vengano cancellate ma armonizzate in una sola preghiera indica un modello di unità come comunione nella diversità, non come uniformità. 

venerdì 28 novembre 2025

Ripartiamo dall'economia che dà vita

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Papa Leone XIV ha rivolto un messaggio toccante ai giovani riuniti al Centro Mariapoli di Castel Gandolfo per l'incontro globale di The Economy of Francesco (28-30 novembre 2025). Rivolgendosi a loro come a chi è più vicino alle "cose nuove" che decidono il futuro dell'umanità, il Pontefice ha lodato il loro cammino ispirato al Vangelo di San Francesco d'Assisi, che trasforma il lavoro e l'economia in vie per una vita abbondante.

Un omaggio a Papa Francesco e un invito al coraggio
Il Papa ha ricordato con gratitudine Papa Francesco, morto nel giorno della Pasqua, citando le sue parole: "In mezzo a voi possa nascere un nuovo modo di stare insieme e di fare economia che non produca scarti ma benessere materiale e spirituale". Ha incoraggiato i giovani a custodirne l'eredità, uscendo dall'indifferenza per accogliere il Regno di Dio attraverso nuovi modi di amare il bene comune, riaccendendo sogni con preghiera, studio e lavoro condiviso.​

"Restarting the Economy": dalla periferia al bene comune
Il tema dell'incontro, "Restarting the Economy", è stato al centro del messaggio: un'economia che riparte libera dalle ingiustanze, restaura i feriti e crea dignità per tutti. Leone XIV ha ripreso il suo discorso ai Movimenti popolari, proponendo uno sguardo sulle "cose nuove" dalla periferia, come il lebbroso di Francesco. Ha citato il "principio di piccolezza" del teologo Ghislain Lafont: il motore della storia è la povertà, non la potenza, e il cambiamento nasce dagli elementi deboli.​

Sfide al sistema e radici nella Bibbia
I giovani sono chiamati a denunciare un sistema che accresce disuguaglianze e ignora i deboli, accogliendo i sogni di Dio per un'avventura di pace. Il Papa li esorta a nutrire lo spirito con i Vangeli, fonte di "economia divina", per essere veri imprenditori e economisti. "Andate avanti insieme!", conclude con la sua Benedizione, dal Vaticano il 26 novembre 2025.

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martedì 25 novembre 2025

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne

La violenza contro le donne rimane un dramma profondo in Italia. Secondo i dati Istat del 2025, il 31,9% delle donne tra i 16 e i 75 anni ha subito almeno una volta nella vita violenze fisiche o sessuali, coinvolgendo circa 6,4 milioni di vittime. Nei primi dieci mesi del 2025 sono state 85 le donne uccise, un dato che resta preoccupante nonostante una leggera diminuzione rispetto all’anno precedente.​

Il presidente Sergio Mattarella, nel suo discorso per questa giornata, ha sottolineato che la violenza contro le donne è un fenomeno radicato in disuguaglianze e stereotipi di genere. Ha invitato a non giustificare mai questi comportamenti e a rafforzare la cultura del rispetto e dell’uguaglianza, soprattutto intervenendo nelle famiglie e nelle scuole per educare a relazioni basate sulla dignità reciproca.​

In Italia è in discussione un Disegno di Legge che introduce la clausola del consenso informato della donna in materia di violenza e tutela, assicurando che ogni decisione legata alla propria persona e al proprio corpo venga presa liberamente e con piena consapevolezza, senza pressioni o coercizioni.​

Papa Francesco, nel suo messaggio per questa giornata, ha definito la violenza sulle donne una "gramigna velenosa" che va estirpata dalle radici culturali e mentali della società. Ha espresso solidarietà alle donne vittime di abusi e ha chiamato tutti ad un impegno urgente e coraggioso per combattere questa piaga sociale, promuovendo relazioni giuste, basate sul rispetto e la dignità.​

Per le donne che vivono situazioni di sofferenza o minaccia, è fondamentale sapere che esistono reti di supporto gratuite e accessibili in tutta Italia, tra cui i Centri Antiviolenza, che offrono ascolto, assistenza psicologica e legale, e accoglienza in case rifugio. Le forze dell’ordine sono preparate a intervenire nei casi di violenza domestica. In ogni momento, è possibile chiamare il numero verde 1522 per ricevere aiuto immediato e informazioni sui servizi più vicini.​

Violenza contro le donne 2025

sabato 22 novembre 2025

Il dono di una strada per costruire comunità

L’81ª Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana, tenutasi ad Assisi dal 17 al 20 novembre 2025, ha rappresentato un punto di svolta per la Chiesa italiana, chiamata a confrontarsi con le sfide della modernità e della sinodalità. In uno scenario suggestivo, ricco di memoria spirituale e impegno sociale, oltre 220 rappresentanti tra vescovi, religiosi e laici si sono riuniti sotto la guida del Cardinale Presidente Matteo Zuppi, con la presenza del Papa Leone XIV, per tracciare nuove prospettive pastorali e riaffermare il ruolo della Chiesa quale “lievito” di pace e speranza nel cuore di un mondo segnato da crisi e trasformazioni.

1. Sinodalità, collegialità e rinnovamento pastorale
I vescovi, in sintonia con papa Leone XIV, hanno ribadito che la sinodalità è la forma ordinaria della vita della Chiesa, segno di comunione e corresponsabilità. È stato accolto il Documento di sintesi “Lievito di pace e di speranza”, che conclude la fase 2021-2025 del Cammino sinodale, e sono stati sciolti gli organismi sinodali precedenti per avviare una nuova fase operativa.  
Tra le priorità: 
- rinnovare la dimensione missionaria, 
- sostenere il protagonismo dei laici, 
- favorire comunità accoglienti e vivaci, 
- non temere il cambiamento,
- custodire la comunione tra le diocesi.  

2. Pace e educazione
Due testi approvati segnano questa sezione:  
- “Educare ad una pace disarmata e disarmante”, che propone un percorso per formare coscienze orientate alla pace, al disarmo e alla democrazia, secondo il metodo “vedere-giudicare-agire”.  
- “L’insegnamento della religione cattolica: laboratorio di cultura e dialogo”, che valorizza i 40 anni dell’Intesa CEI–MIUR sull’IRC, rilanciando tale disciplina come strumento di dialogo culturale e di convivenza.  
Si riconosce la sua piena appartenenza alle finalità della scuola e il suo essere luogo accogliente, aperto a tutti, a prescindere dalle personali scelte di fede, e dunque palestra di conoscenza e comprensione reciproca, per una convivenza fraterna e costruttiva

L’appello dei vescovi è a far sì che ogni comunità diventi “casa della pace” e luogo educativo per la fraternità.  

3. Tutela dei minori e delle persone vulnerabili
Prosegue con decisione l’impegno per la prevenzione e il contrasto degli abusi. È stato ricordato il cammino di collaborazione con la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, che ha generato una rete nazionale, regionale e diocesana di ascolto e formazione. I vescovi hanno ribadito l’assoluta necessità di trasparenza, responsabilità e rispetto per le vittime, con una cultura ecclesiale di vigilanza e protezione.  

4. Carità come cuore della missione
La carità è stata definita nucleo ardente della vita ecclesiale e segno del Vangelo vissuto. Essa richiede professionalità, formazione e creatività pastorale, per rispondere alle nuove povertà e solitudini. È stato sottolineato che la carità non è filantropia, ma nasce da preghiera ed Eucaristia, sfociando in impegno sociale e politico.
La Caritas deve restare ponte di comunione e laboratorio di sinodalità, mentre il servizio civile va riscoperto come strumento di pace.

5. Riforma interna e comunicazione ecclesiale
Il Consiglio Episcopale Permanente ha approvato ad experimentum (dal gennaio 2026) una riforma della Segreteria Generale fondata su tre principi: sinodalità, missionarietà e diaconia, con due nuove aree pastorali (“Annuncio e celebrazione della fede” e “Testimonianza della vita cristiana”).
Sono stati inoltre presentati dati sulla Giornata per la Carità del Papa e sul contributo dei media cattolici (Avvenire, Tv2000, Sir, FISC) al servizio dell’evangelizzazione e dell’informazione di qualità.

venerdì 21 novembre 2025

Nigeria, oltre duecento studenti rapiti in una scuola cattolica

Nella notte tra giovedì e venerdì, la Nigeria è sprofondata ancora una volta nell’incubo. Un commando armato ha fatto irruzione alla St. Mary School di Papiri, nello Stato del Niger, portando via più di duecento studenti e membri del personale. Una scena che, purtroppo, si ripete con angosciante regolarità: nel mirino, ancora una scuola, ancora dei bambini.Secondo la diocesi di Kontagora, gli assalitori – arrivati su decine di auto e motociclette – hanno invaso il complesso scolastico fra le due e le tre del mattino, seminando il panico e lasciando a terra un uomo della sicurezza, gravemente ferito. Dopo il blitz, il gruppo si è dileguato nelle aree forestali circostanti, dove operano bande armate dedite ai sequestri a scopo di riscatto.Il bilancio, per ora, è incerto: alcune fonti parlano di 52 studenti, altre di oltre 200 persone rapite. Ma il dato è chiaro: la violenza si sta diffondendo in modo incontrollato. Solo negli ultimi giorni si contano altri attacchi in diverse regioni del Paese: 25 studentesse musulmane rapite in Kebbi, 64 civili prelevati dalle loro case in Zamfara, e l’assalto a una chiesa pentecostale nello Stato di Kwara, con due fedeli uccisi e 38 sequestrati.Dietro questi eventi non si intravede soltanto il fanatismo religioso, ma anche una forma di criminalità organizzata che sfrutta il caos per ottenere denaro. In molte zone rurali della Nigeria, le scuole e i luoghi di culto rappresentano obiettivi vulnerabili, facili prede per bande armate che operano al confine tra jihadismo e opportunismo economico.La portata della crisi è enorme: secondo il centro di ricerca Acled, dall’inizio del 2025 si sono registrati quasi duemila attacchi contro civili, con più di tremila vittime. Le autorità locali e l’esercito faticano a contenere una spirale che intreccia violenza settaria, corruzione, povertà e fragilità statali.Il presidente Bola Tinubu ha annullato la sua visita al vertice del G20 a Johannesburg per affrontare l’emergenza. Dall’Italia, la premier Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri Antonio Tajani hanno espresso condanna e solidarietà, chiedendo al governo nigeriano maggiore protezione per le comunità cristiane e per tutte le minoranze religiose vittime di persecuzioni e rapimenti.La Nigeria conta 230 milioni di abitanti e oltre 200 gruppi etnici: un mosaico fragile, in cui la convivenza tra nord musulmano e sud cristiano è continuamente messa alla prova. Mentre le famiglie dei bambini di Papiri attendono notizie, il mondo resta a guardare con crescente angoscia. Per molti, la domanda più dura è sempre la stessa: quanto ancora durerà questo silenzioso martirio?

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martedì 18 novembre 2025

Quando la fede diventa azione: le comunità cristiane in prima linea nella lotta al cambiamento climatico

Mentre la COP 30 riunisce leader politici e negoziatori in Brasile, il mondo sembra ancora in bilico tra promesse e rinvii. Le decisioni politiche tardano, le emissioni aumentano, e la crisi climatica continua a colpire con una violenza che non risparmia nessun continente. 
Eppure, in questo clima di incertezza, arriva un segnale forte e sorprendentemente concreto da parte delle comunità di fede: 62 istituzioni religiose di tutto il mondo hanno annunciato il disinvestimento dai combustibili fossili.

Si tratta di uno dei più grandi gesti collettivi di questo tipo compiuti finora, e rappresenta ben più di una scelta economica. È un atto morale e profetico, un modo con cui le comunità credenti affermano che la custodia del creato e la giustizia climatica appartengono al cuore della fede.

Le Chiese si muovono: dall’Italia al Canada, dall’Europa al Sud del mondo
Tra i protagonisti di questa iniziativa ci sono cinque diocesi cattoliche — quattro in Italia e una in Canada — insieme a ordini religiosi, banche etiche e reti di investitori cristiani di più Paesi europei. Il gesto della diocesi canadese di Gatineau segna una svolta storica: è la prima nel suo Paese ad abbandonare completamente i combustibili fossili, in un contesto dove l’industria dell’estrazione continua a espandersi.In Italia, il segnale è altrettanto chiaro. Il cardinale Augusto Paolo Lojudice, annunciando il disinvestimento per le diocesi di Siena, Colle Val d’Elsa, Montalcino, Montepulciano, Chiusi e Pienza, ha definito la decarbonizzazione “un atto di giustizia e di amore per i poveri”. Parole che si intrecciano con l’impegno di molti vescovi e comunità locali, come quella di Lucca, dove monsignor Paolo Giulietti collega il disinvestimento alla nascita di Comunità Energetiche Rinnovabili; o come Cremona, che ha già avviato sei comunità energetiche in collaborazione con Comuni, imprese e cittadini, unendo ecologia e partecipazione democratica.
Sono esempi che mostrano come la transizione ecologica non debba essere solo un tema tecnico o politico, ma una conversione comunitaria e spirituale, come più volte richiesto anche da Papa Francesco e da Papa Leone XIV nei loro appelli a una “conversione ecologica integrale”.

Un segnale di responsabilità 
Quando la fede diventa azione: le comunità cristiane in prima linea nella lotta al cambiamento climatico
Oltre ai cattolici, anche le Chiese protestanti tedesche, coordinate dal network Arbeitskreis Kirchlicher Investoren (AKI), hanno dato un esempio concreto: escludere dalle proprie politiche di investimento tutte le aziende che traggono oltre il 5% dei ricavi da carbone, petrolio o gas non convenzionali. Un modo per dire, come ha spiegato il presidente dell’AKI Jörg Mayer, che investire non significa “abdicare alle proprie responsabilità”, ma esercitarle secondo fede e giustizia.In Germania, Austria e Svizzera, anche i gesuiti annunciano la decisione di disinvestire sistematicamente dai combustibili fossili, destinando le proprie risorse solo a progetti sostenibili: “È un contributo concreto per un futuro degno di essere vissuto”, ha affermato il provinciale padre Thomas Hollweck SJ.Per Lorna Gold, direttrice del Movimento Laudato Si’, questo movimento religioso mondiale verso il disinvestimento è “un imperativo morale” in un tempo in cui i governi continuano a esitare: un modo per mostrare che la speranza non è un sentimento, ma una scelta concreta.

Oltre la COP 30: la fede come forza politica del cambiamento
È significativo che tutto questo accada mentre i negoziati della COP 30 rischiano di impantanarsi su compromessi al ribasso. Le comunità religiose, intanto, hanno scelto una via diversa: le People’s Determined Contributions (PDC), l’impegno diretto dei cittadini e delle istituzioni di fede per ridurre l’impatto climatico con azioni proprie, anche in assenza di direttive efficaci da parte dei governi.Con oltre 600 istituzioni religiose nel mondo già impegnate nel disinvestimento e nella creazione di alternative sostenibili, il messaggio che arriva dalla fede è chiaro: non servono solo partenariati tecnologici, ma una conversione etica collettiva. Per molti cristiani, salvare il clima significa riscoprire il senso della custodia, della sobrietà e della solidarietà globale.Come ha ricordato il Consiglio Mondiale delle Chiese, questo è un kairos, un tempo decisivo, in cui “le persone di fede devono verificare che le proprie risorse non finanzino ciò che distrugge il creato”. Una frase che riassume perfettamente il senso profondo di questi gesti: trasformare la fede in una forza concreta di rinnovamento del mondo.

sabato 15 novembre 2025

Il cinema laboratorio di speranza e linguaggio universale

https://www.vaticannews.va/content/dam/vaticannews/agenzie/images/srv/2025/11/15/2025-11-15-incontro-con-il-mondo-del-cinema/1763203611554.JPG/_jcr_content/renditions/cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg 

Il 15 novembre 2025, nella suggestiva Sala Clementina, Papa Leone XIV ha accolto il mondo del cinema con parole cariche di stima, spiritualità e futuro. Il Pontefice ha ricordato la magia intrinseca di questa “arte giovane, sognatrice e un po’ irrequieta”, nata per tutti e capace di parlare a ciascuno. In 130 anni, il cinema è passato dal gioco di luci e ombre alla narrazione profonda dell’avventura umana, diventando palestra di emozioni e speranze.

Papa Leone ha sottolineato il ruolo del cinema come arte che aiuta a riscoprire la complessità della vita e invita lo spettatore a tornare in sé stesso, educando lo sguardo e la sensibilità. La sala cinematografica per lui è una soglia che si attraversa per “accendere lo sguardo dell’anima”, dove anche il dolore può trovare un senso.

Parole forti anche sul valore sociale dei cinema e dei teatri, “cuori pulsanti dei nostri territori” minacciati da crisi e cambiamenti tecnologici. Papa Leone invita istituzioni e artisti a non scoraggiarsi: difendere la lentezza, il silenzio, la differenza, senza piegarsi alle logiche degli algoritmi che ripetono ciò che “funziona”, perché il cinema autentico non consola soltanto, ma interpella e chiama per nome le grandi domande di senso.

Nel clima del Giubileo, il cinema diventa un pellegrinaggio dell’immaginazione, un viaggio che misura la strada in immagini, parole, emozioni e memorie condivise. I registi e gli artisti, “artigiani della speranza”, sono incoraggiati a raccogliere il mistero e la bellezza anche nelle pieghe del dolore e a essere testimoni di verità con coraggio, affrontando le ferite del mondo senza paura di indagare la fragilità umana.

Papa Leone ricorda che l’opera cinematografica è corale: ogni film nasce dalla collaborazione, dalla passione e dai talenti di tanti professionisti spesso invisibili al grande pubblico. Solo insieme, in spirito di fraternità e scambio, si costruisce “una casa per chi cerca senso, un linguaggio di pace”.

Il suo augurio: il cinema continui a stupire e a illuminare la speranza, testimoniando la bellezza che salva e il mistero di Dio anche negli angoli bui dell’esistenza, in un pellegrinaggio creativo che è, oggi più che mai, anche cammino spirituale.

«Che il vostro cinema resti sempre un luogo d’incontro, una casa per chi cerca senso, un linguaggio di pace… possiate essere artigiani della speranza» 

giovedì 13 novembre 2025

COP 30 in Brasile: la voce potente delle popolazioni tribali

 

Quest’anno la Conferenza ONU sul clima in Brasile ha segnato un vero spartiacque: mai prima d’ora la partecipazione delle popolazioni indigene è stata così numerosa e visibile! Oltre 3.000 rappresentanti da più di cento popoli hanno animato Belém, danzando, cantando, manifestando e portando nei corridoi della COP la forza della foresta, delle culture ancestrali e una richiesta chiara: ascoltate la nostra saggezza, proteggete la Terra che è la nostra casa comune.

Messaggi chiave delle tribù in prima linea:

 “La nostra terra non è in vendita” gridavano i Munduruku, mentre il grande capo Raoni Kaiapó ricordava: “Le foreste devono restare vive: senza ombra e aria non possiamo respirare!”.

Sônia Guajajara, ministra per i Popoli Indigeni, ha ribadito come la difesa dell’Amazzonia e della biodiversità sia una missione che riguarda tutti: “Le popolazioni indigene sono le prime a preservare la foresta. La giustizia climatica nasce dalla loro saggezza e resistenza”.

Txai Surui, giovane leader amazzonica, ha lanciato un appello: “Non vogliamo più promesse, ma cambiamenti concreti. Basta passi indietro: la COP in Amazzonia deve essere il momento in cui la voce dei guardiani della foresta diventa azione”.

Non sono mancati momenti di tensione, con proteste, sit-in e vere e proprie marce da parte degli indigeni, che hanno ottenuto finalmente spazi di dialogo con i leader internazionali – seppur non senza polemiche sull’effettiva inclusione nei negoziati ufficiali.

Perché questa partecipazione è storica?

Per la prima volta, oltre 1.000 indigeni hanno avuto accesso diretto ai negoziati ufficiali (zona blu) della COP. I loro messaggi sono diventati il volto della conferenza, chiedendo la fine dei combustibili fossili, l’implementazione reale degli impegni climatici e il rispetto dei diritti dei popoli originari. Le maracas, i canti e le danze tribali hanno reso la COP non solo un vertice politico, ma una festa di identità, memoria e richieste di giustizia climatica.

Le comunità tribali e indigene hanno dimostrato che difendere la Terra è difendere la vita e che la loro presenza non è folkloristica, ma fa la differenza tra promesse e cambiamenti veri. Il futuro del pianeta passa da chi lo vive, lo custodisce e lo difende ogni giorno, con la forza della tradizione e la voce della foresta.

Ascoltare gli indigeni è ascoltare il futuro. Il loro messaggio è chiarissimo: non possiamo mangiare i soldi, possiamo solo vivere se la Terra resta viva!

mercoledì 12 novembre 2025

Monasteri: luoghi di spiritualità sempre più solitari

C’è un’Italia silenziosa che si sta spegnendo: è quella dei monasteri. Luoghi di preghiera, di studio e di lavoro che per secoli hanno alimentato la civiltà europea, oggi lottano per sopravvivere tra crisi di vocazioni, spese insostenibili e edifici troppo grandi per comunità sempre più esigue.

Secondo il rapporto “Vincoli in rete” del Ministero della Cultura, in Italia ci sono 861 monasteri, ma la maggioranza rischia l’abbandono. Un’analisi dell’Università di Bologna stimava già nel 2019 che il 60% delle comunità monastiche femminili sarebbe scomparso entro dieci anni. I numeri più recenti dell’Annuario statistico della Chiesa confermano il trend: solo nel 2025 l’Europa ha perso oltre settemila religiose, e quelle rimaste hanno un’età media così alta da rendere difficile la gestione ordinaria dei conventi.

Il declino ha molte cause: l’individualismo crescente, la perdita di senso comunitario e di fiducia nella fede, l’isolamento culturale in cui talvolta i monasteri sono caduti. Tuttavia, la posta in gioco va ben oltre l’aspetto religioso. Come ricordano gli storici, i monasteri furono culle di arte, agricoltura, architettura e cultura. Nelle loro biblioteche si salvarono i testi classici, nei loro campi nacquero sistemi agricoli avanzati, nei loro chiostri si formarono artisti e scienziati. Attorno ai centri monastici sorsero città, ospedali, scuole e persino università.

Oggi, però, molti di quei luoghi vengono riconvertiti in hotel o location per matrimoni. La Certosa di Pavia, capolavoro rinascimentale, è ormai solo un sito turistico; altri monasteri vengono comprati da privati o trasformati in centri eventi. Papa Francesco già nel 2013 aveva denunciato questa deriva, auspicando che i monasteri vuoti diventassero “luoghi di solidarietà, non alberghi di lusso”. In altri paesi europei, invece, si sperimentano vie più creative: in Svizzera e nei Paesi Bassi alcuni complessi monastici ospitano biblioteche, campus universitari o residenze per giovani, mantenendo viva la loro vocazione di custodi della conoscenza e della comunità.

Non mancano progetti simili anche in Italia: a Sant’Angelo in Pontano, nelle Marche, e a Lucca, dove il monastero di Vicopelago sarà destinato all’housing sociale. Ma sono ancora eccezioni. Secondo la Carta del Rischio del Ministero della Cultura, oltre duemila edifici religiosi necessitano di urgenti interventi di conservazione.

Il rischio è che, con la scomparsa delle comunità monastiche, si estingua anche un modo di vivere e pensare l’uomo: quello che lega fede e lavoro, silenzio e studio, preghiera e bellezza. La povertà monastica non fu mai miseria, ma libertà da ciò che distrae dall’essenziale; il chiostro non era chiusura, ma apertura al mistero e al tempo. Recuperare questo spirito – anche in forme nuove, laiche o condivise – potrebbe rappresentare una risposta preziosa alla crisi spirituale e sociale del presente.

I monasteri sono ancora lì, con i loro cortili di pietra e le cupole sprofondate nel cielo. Chiedono di essere abitati non solo da chi rinuncia al mondo, ma da chi vuole continuare a cercare senso dentro di esso.

venerdì 7 novembre 2025

Domenica 9 novembre la Giornata del Ringraziamento

Si terrà domenica 9 novembre la 75ª Giornata Nazionale del Ringraziamento che quest’anno ha per tema “Giubileo, rigenerazione della terra e speranza per l’umanità”. 
In occasione di questo tradizionale appuntamento, la Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro ha preparato un Messaggio che mette in relazione il riposo dell’uomo con quello della terra. Il Giubileo è la ripresa di un tempo sabbatico per vivere in pienezza le relazioni e rimanda al riposo della terra come gesto di fede, a testimoniare la provvidenziale presenza di Dio nella storia, e all’istanza di giustizia sociale, che non può condannare il povero alla schiavitù e allo sfruttamento. Il riposo della terra rappresenta un gesto di speranza contro le logiche usuraie. È un tempo ‘altro’, dedicato alle relazioni e al recupero del progetto di Dio sulle creature.

Un passo storico verso l’unità dei cristiani in Europa

Con “un passo storico verso l’unità dei Cristiani”, la versione aggiornata della Charta Œcumenica è stata presentata il 5 novembre a Roma nella Chiesa del martirio di San Paolo presso l’Abbazia delle Tre Fontane a Roma, dal Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee) e dalla Conferenza delle Chiese europee (Cec). Frutto di “un lungo e meticoloso processo di revisione iniziato nel 2022”, “questo documento congiunto – scrivono i due organismi europei in un comunicato – segna una tappa fondamentale nel cammino ecumenico delle Chiese europee, rinnovando il loro impegno a camminare insieme nel dialogo, nella comprensione reciproca e nella testimonianza condivisa in risposta alle sfide del nostro tempo”. La Charta aggiornata è stata firmata dall’Arcivescovo Nikitas di Thyateira e Gran Bretagna, presidente del Cec, e da mons. Gintaras Grušas, Arcivescovo di Vilnius e presidente del Ccee. Insieme, hanno rinnovato “il loro impegno a costruire ponti tra le Chiese in Europa”.

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mercoledì 5 novembre 2025

Appello per la pace in Myammar

Il Myanmar, con una popolazione di circa 57 milioni di abitanti nel 2025, è un paese segnato da una profonda crisi politica e umanitaria conseguente al colpo di Stato militare del febbraio 2021. La crescita naturale della popolazione è ancora positiva, anche se negli ultimi anni la migrazione netta è negativa, con un esodo di persone che cerca rifugio altrove.

La crisi nasce dal rovesciamento del governo democraticamente eletto della Lega Nazionale per la Democrazia (NLD), guidata da Aung San Suu Kyi, con l'imposizione di una dura giunta militare (Tatmadaw) che ha giustificato il golpe con accuse di frodi elettorali, mai dimostrate. Da allora, il paese è scivolato in una guerra civile senza sosta, con scontri tra l'esercito e vari gruppi di resistenza armata, provocando almeno 1,5 milioni di sfollati interni e un numero crescente di rifugiati nei paesi vicini.

Negli ultimi mesi, la violenza si è intensificata, con battaglie decisive in zone strategiche come lo Shan e il Nord del paese. La situazione umanitaria è disperata: milioni di persone necessitano di assistenza, scuole, ospedali e infrastrutture sono distrutti, la sicurezza è precaria e la popolazione soffre per fame, malattie e repressione.

In questo contesto, il Papa Leone XIV ha lanciato un accorato appello per un cessate il fuoco immediato e un dialogo inclusivo che ponga fine alle ostilità. La sua vicinanza spirituale è rivolta alle vittime della guerra, agli sfollati e a tutti coloro che subiscono la violenza e la precarietà. Già nel 2017, Papa Francesco aveva visitato il Myanmar, esprimendo solidarietà soprattutto alla minoranza Rohingya, vittima di pulizia etnica.

La Chiesa cattolica in Myanmar, presente soprattutto nelle zone del nord a maggioranza cristiana come il Kachin, svolge un ruolo fondamentale nell’aiuto umanitario. Le comunità cattoliche, insieme a quelle battiste, sono tra i principali fornitori di supporto alle persone sfollate internamente, offrendo rifugi sicuri, assistenza medica e servizi di base laddove lo Stato non arriva. Grazie alla loro posizione di neutralità e alla fiducia guadagnata in decenni di presenza, la Chiesa riesce a operare anche nelle aree controllate da forze ribelli, senza distinzione religiosa o etnica.

Infine, la rete ecclesiale si impegna anche nei paesi limitrofi, aiutando i profughi provenienti dal Myanmar con programmi di accoglienza e assistenza, lavorando in sinergia con organizzazioni internazionali e ONG per alleviare la sofferenza di chi è costretto a fuggire dalla dittatura militare.

sabato 1 novembre 2025

Giubileo degli educatori: Disegnare nuove mappe di speranza

Durante il Giubileo del mondo educativo svolto in questi giorni a Roma, Papa Leone XIV ha voluto richiamare tutti gli educatori al cuore umano dell’insegnamento, proprio mentre la trasformazione tecnologica avanza rapidamente anche nel campo dell’istruzione. Nella sua lettera apostolica “Disegnare nuove mappe di speranza”, pubblicata nella Basilica di San Pietro, il Pontefice ha scritto: “Il progresso tecnologico fa parte del piano di Dio per la creazione, ma nessun algoritmo potrà sostituire ciò che rende umana l’educazione: poesia, ironia, amore, arte, immaginazione, la gioia della scoperta e perfino l’educazione all’errore come occasione di crescita”.

Educazione, tecnologia e nuove responsabilità
Papa Leone XIV sottolinea come l’intelligenza artificiale e gli ambienti digitali siano strumenti preziosi, ma che devono essere governati con criteri di etica pubblica, partecipazione e orientati sempre alla tutela della dignità umana. La tecnologia, nel suo pensiero, deve arricchire e non impoverire le relazioni, la creatività e la capacità di ascolto degli educatori. L’insegnamento rimane una “missione di custodia del cuore e dello sguardo”, capace di costruire fiducia e comunità attraverso la presenza, l’empatia, la passione e la responsabilità condivisa.

Centralità della persona e alleanza educativa
Il Papa ricorda che educare non è solo trasmettere competenze digitali, ma promuovere la “trama stessa dell’evangelizzazione”, mettendo la persona — con la sua storia e vocazione — al centro di ogni processo formativo. Viene ribadito il ruolo fondamentale della famiglia come “prima scuola di umanità”, così come il compito delle scuole e università di favorire una cittadinanza responsabile e critica, senza mai sostituire l’umanità con il solo tecnicismo.

Uno sguardo per il futuro
Il Giubileo degli educatori 2025 invita a riflettere sulle sfide del nostro tempo con creatività pastorale, rinnovando la formazione dei docenti anche sul piano digitale, ma evitando tecnofobia e efficientismo senza anima[7][3]. Il mondo educativo è chiamato, secondo Papa Leone XIV, a essere fucina di speranza, luogo dove fede e ragione dialogano, e in cui trovare “sapienze che nascano dalla vita dei popoli”.

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venerdì 31 ottobre 2025

IL GIORNO DEI MORTI

di Andrea Camilleri 

"Nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti. 
Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina...
Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca...Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo...
I dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele e altre delizie come viscotti regina...
A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti. Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: «Che ti portarono quest’anno i morti?». 
Poi, lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli. Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e “stampato”, come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati. 
Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo attraverso un microscopio fantascientifico. E così diventiamo più poveri: Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire.".

giovedì 30 ottobre 2025

Global Peace Index 2025: più conflitti, meno pace nel mondo

Secondo l’ultimo rapporto dell’Institute for Economics and Peace, il numero di decessi per conflitti è ai massimi da 25 anni, mentre ben 106 paesi hanno aumentato la loro militarizzazione dal 2023, invertendo la tendenza degli ultimi decenni. La capacità di risolvere i conflitti è oggi al livello più basso degli ultimi cinquant’anni.

Il Global Peace Index valuta 163 paesi – pari al 99,7% della popolazione mondiale – con 23 indicatori tra sicurezza sociale, entità dei conflitti e grado di militarizzazione. La ricerca non si limita ai numeri: analizza le crisi attuali, i rischi geopolitici, l’impatto economico della violenza e il ruolo della pace a livello globale.

Dallo studio emerge una crescente frammentazione geopolitica, con peggioramento dei rapporti tra Stati confinanti: dal 2008, 59 paesi sono diventati meno collaborativi con i vicini. Si registra anche una significativa riduzione delle interazioni globali in campo economico, commerciale, diplomatico e militare. Dal 2022, ogni Stato con armi nucleari ha mantenuto o aumentato il proprio arsenale. La rivalità tra grandi potenze alimenta una corsa agli armamenti high-tech, dai droni AI ai sistemi anti-spaziali.

Nella classifica, l’Islanda si conferma lo Stato più pacifico al mondo per il diciassettesimo anno consecutivo, seguita da Irlanda e Nuova Zelanda. In fondo troviamo Sudan, Ucraina, Russia, Congo, Yemen, Afghanistan e Siria.

L’Italia è al 33esimo posto (in salita di una posizione), ma viene citata perché tra i maggiori esportatori di armi pro-capite al mondo insieme ad altri paesi occidentali.

Emerge che il mondo è oggi meno pacifico, con più conflitti e divisioni, militarizzazione crescente e difficoltà a risolvere le crisi.

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