La prima lettura di questa domenica di Avvento (Is 2,1-5) è uno di quei testi che “accendono” l’immaginazione: Isaia sogna un mondo in cui le spade diventano aratri, le lance falci, e le nazioni smettono non solo di farsi la guerra, ma perfino di studiarne l’arte. È un’immagine talmente forte che ha attraversato secoli, ispirato teologi, movimenti per la pace, artisti, politici – fino ad arrivare alle nostre crisi globali di oggi.
Il sogno di Isaia
Il contesto è quello di Gerusalemme, città piccola e fragile circondata da potenze ben più forti, ma che Isaia vede trasformata in “montagna del Signore” verso cui convergono tutte le genti. Non è un sogno intimista: è politico, concreto, perché riguarda le relazioni tra popoli, la gestione dei conflitti, l’uso delle risorse. “Egli sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli”: la pace non nasce dal gioco di alleanze o di armi, ma dal riconoscere un giudice più alto dei nostri interessi, un criterio di giustizia che non si compra e non si manipola.
L’immagine della trasformazione delle armi in strumenti agricoli è radicale: non si tratta solo di “mettere via” le spade, ma di rifonderle, di cambiare destinazione alla materia stessa della violenza. Ciò che serviva a fare danno diventa strumento di fecondità: è una vera conversione storica, economica, culturale.
Dalla Bibbia alla storia
Non stupisce che questa pagina di Isaia sia risuonata in tanti momenti di crisi storica. Il motto “Swords into ploughshares” è entrato persino nel linguaggio politico internazionale: una famosa scultura con questo tema campeggia vicino al palazzo delle Nazioni Unite a New York, come monito perché la diplomazia non sia solo gestione dei conflitti, ma costruzione di un ordine nuovo. Nei secoli, predicatori, movimenti cristiani e gruppi pacifisti hanno assunto queste parole come “programma” di un cristianesimo che non si accontenta di condannare la guerra, ma lavora perché le strutture militari, economiche e culturali vengano trasformate in reti di cooperazione e di cura.
Nel Novecento, segnato da due guerre mondiali e dalla corsa agli armamenti, Isaia 2,4 ha accompagnato appelli alla pace di papi, teologi e laici impegnati. Non si tratta solo di un versetto da incorniciare, ma di un criterio per giudicare le scelte dei popoli: quante energie, quante intelligenze, quanti soldi “fusi” nelle armi potrebbero diventare scuole, ospedali, ricerca, tutela del creato?
La Pira e la profezia della pace
Tra le figure più affascinanti che si sono lasciate ispirare da Isaia c’è Giorgio La Pira, sindaco di Firenze, uomo politico e mistico insieme, che parlava spesso del “piano di Dio per la pace” nella storia. La Pira vedeva le profezie bibliche non come evasione spirituale, ma come “progetti” di Dio destinati a incarnarsi, se gli uomini accettano di collaborare: la pace, per lui, non era un’utopia ingenua ma la direzione obbligata della storia letta alla luce del Vangelo.
In più occasioni La Pira ha richiamato proprio Isaia come fondamento di un ordine internazionale diverso, basato sul dialogo tra i popoli, la riduzione degli armamenti e la centralità dei poveri. Chi lo vedeva volare da una capitale all’altra, bussando alle porte dei “grandi” della terra, coglieva come la profezia biblica si traducesse in diplomazia artigianale, in incontri, in gesti concreti: quelle spade da trasformare in aratri diventavano, nel suo sguardo, bilanci pubblici da riconvertire, fabbriche da ripensare, città da aprire alla fraternità.
Un testo che parla all’oggi
Oggi la geografia dei conflitti è drammaticamente fitta: guerre dichiarate e “guerre a pezzi”, tensioni che attraversano continenti, produzione di armi in crescita nonostante appelli e trattati. Proprio per questo Isaia 2,1-5 suona quasi scandaloso: “non impareranno più l’arte della guerra” in un tempo in cui la tecnologia bellica è una delle industrie più avanzate al mondo. Eppure la profezia insiste: “Venite, camminiamo nella luce del Signore”, come se dicesse che nessun realismo politico è davvero realistico se rinuncia al Vangelo della pace.
Che cosa pensare di politiche che aumentano la spesa militare mentre si tagliano welfare, scuola, sanità? Che cosa annunciare alle giovani generazioni, bombardate da notizie di guerra e allo stesso tempo affamate di senso e di futuro? Isaia invita a non rassegnarsi: la storia non è condannata al ciclo eterno di violenza, c’è una “montagna del Signore” verso cui mettersi in cammino.
Camminare nella luce
Il testo si chiude con un invito: “Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore”. Come?
- Rileggere le notizie alla luce di Isaia: non solo “che cosa è successo”, ma “che cosa questo dice della nostra fame di pace e di giustizia?”.
- Sostenere – anche con piccole scelte – percorsi di riconciliazione, associazioni che lavorano per il disarmo, progetti che trasformano “armi” sociali (odio, esclusione, linguaggio violento) in “aratri” (dialogo, inclusione, cura).
- Educare alla pace: nelle famiglie, nelle scuole, nelle comunità, imparare il difficile artigianato del perdono, della mediazione, della nonviolenza attiva.
In fondo, la profezia di Isaia non chiede solo di credere che un giorno le spade diventeranno aratri, ma di iniziare – qui e ora – a prendere in mano il “metallo” dei nostri conflitti e a rifonderlo in gesti nuovi. È il modo più evangelico e più concreto di vivere l’Avvento: non soltanto aspettare che la pace venga, ma lasciarsi trasformare dall’Atteso perché, attraverso di noi, il mondo impari finalmente l’arte della pace.

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