sabato 7 novembre 2026

Nel laicista Uruguay, il papa riceve le chiavi della capitale

La scena può sembrare paradossale: mentre Papa Leone XIV visita l'Uruguay, il sindaco di Montevideo gli consegna le chiavi della città. Eppure stiamo parlando di uno dei Paesi più laici del mondo, spesso citato come il caso più emblematico di separazione tra Stato e Chiesa in America Latina.
Per capire questo apparente contrasto bisogna andare oltre gli stereotipi. L'Uruguay non è un Paese antireligioso. È piuttosto un Paese che ha costruito una forma peculiare di laicità, molto rigorosa sul piano istituzionale ma capace di riconoscere il ruolo culturale, sociale e storico delle comunità religiose.

Un laboratorio del laicismo moderno
La svolta avvenne tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento, culminando nella Costituzione entrata in vigore nel 1919, che sancì formalmente la separazione tra Chiesa e Stato. L'articolo 5 della Costituzione stabilisce che lo Stato non sostiene alcuna religione, pur garantendo piena libertà di culto. 
La secolarizzazione uruguaiana andò molto oltre quanto accaduto nella maggior parte dei Paesi latinoamericani. Furono laicizzati i registri civili, i cimiteri, la scuola pubblica e numerosi ambiti della vita pubblica. Gli studiosi parlano di un processo che costruì un'identità nazionale deliberatamente svincolata da riferimenti religiosi ufficiali. 

Quando il Natale diventa “Giorno della Famiglia”
L'esempio più noto è quello delle festività.
Nel 1919 i principali giorni festivi di origine cristiana vennero mantenuti nel calendario, ma con nomi civili:
- il Natale divenne ufficialmente il Giorno della Famiglia;
- l'Epifania divenne il Giorno dei Bambini;
- la Settimana Santa divenne la celebre Settimana del Turismo. 
Ancora oggi, nei documenti ufficiali e nei calendari statali, la denominazione è quella laica. Durante la Settimana del Turismo, milioni di uruguaiani si dedicano a viaggi, eventi sportivi, manifestazioni gauchesche e attività ricreative. 
Questo aspetto ha contribuito alla fama dell'Uruguay come "eccezione latinoamericana", in una regione dove le celebrazioni religiose continuano spesso a occupare il centro della vita pubblica. 

Ma l'Uruguay non è un deserto religioso
Nonostante la forte tradizione laica, il cattolicesimo continua a rappresentare una componente importante della società uruguaiana. Secondo le statistiche diffuse dal Vaticano, nel 2024 i cattolici battezzati erano circa 2,75 milioni, pari a quasi il 77% della popolazione. 
È vero che la pratica religiosa è relativamente bassa rispetto ad altri Paesi latinoamericani e che una quota molto consistente della popolazione si dichiara senza affiliazione religiosa. 
Tuttavia il cattolicesimo continua a lasciare una traccia profonda nella cultura nazionale, nelle tradizioni familiari, nelle feste popolari e nella memoria collettiva.
In altre parole, molti uruguaiani vivono una distinzione tra appartenenza culturale e partecipazione regolare alla vita ecclesiale.

La Chiesa come attore sociale
Un altro elemento spesso ignorato riguarda la presenza concreta della Chiesa nella società.
Le statistiche ecclesiali mostrano una rete composta da centinaia di parrocchie, scuole, opere educative e istituzioni caritative. Nel Paese operano strutture cattoliche impegnate nell'istruzione, nell'assistenza sociale e nel sostegno alle fasce più vulnerabili della popolazione. 
Per questo motivo, anche uno Stato fortemente laico trova naturale dialogare con la Chiesa quando si tratta di questioni sociali, educative o assistenziali.
La laicità uruguaiana, infatti, non significa esclusione della religione dalla società, ma neutralità delle istituzioni pubbliche rispetto alle diverse confessioni.

Perché il sindaco consegna le chiavi della città al Papa?
È proprio qui che si comprende il significato del gesto di Montevideo.
La consegna delle chiavi della città non rappresenta il riconoscimento di un'autorità religiosa sul potere civile. È piuttosto un atto istituzionale e protocollare rivolto a un capo di Stato e a una figura di rilevanza mondiale.
In una società matura dal punto di vista democratico, la laicità non impone di ignorare il peso storico e sociale della religione. Al contrario, permette alle istituzioni civili di dialogare con le comunità religiose senza identificarsi con esse.

mercoledì 4 novembre 2026

"Sheep in the Box", la ridefinizione post-umana dei legami familiari

In Sheep in the Box (Hako no naka no hitsuji), Hirokazu Kore-eda sposta la sua decennale indagine sulla struttura familiare su un piano finora inesplorato: l'intersezione tra la filosofia del transumanesimo e la cultura materiale dei legami affettivi in Giappone. Se la sua filmografia — da Father and Son a Un affare di famiglia — aveva già smantellato il mito del legame di sangue per fondare la parentela sull'atto dell'accudimento, Sheep in the Box spinge questo ragionamento oltre il confine biologico della specie umana.
La presenza dell'androide-bambino all'interno del nucleo familiare non viene trattata come una dote distopica o una minaccia tecnologica, bensì come un catalizzatore filosofico che ridisegna la natura stessa dell'attaccamento.
Oltre il sangue e oltre la specie: la prospettiva relazionale di Kore-eda
Per Kore-eda, la "famiglia" non è mai stata uno stato di natura, ma un processo di costruzione deliberata. Nel momento in cui i genitori integrano nella propria vita un simulacro artificiale dotato dei ricordi del figlio scomparso, il film pone una domanda radicale: può un'interfaccia tecnologica diventare un soggetto relazionale autentico?
La risposta del regista si muove lungo tre assi concettuali:
 - Il superamento dell'essenzialismo umano: la genitorialità viene de-biologizzata del tutto. Kore-eda suggerisce che l'amore genitoriale non risiede nell'identità biologica dell'altro, ma nella continuità della cura (kizuna), nella ritualità quotidiana e nella disponibilità alla proiezione affettiva.
 - Il lutto come spazio transazionale: riprendendo il richiamo al Piccolo Principe evocato dal titolo, l'androide funziona come la scatola in cui risiede la pecora: l'oggetto è inerte finché l'essere umano non vi immette senso. La relazione non nasce dalle capacità cognitive dell'IA, ma dalla vulnerabilità di chi accoglie.
 - Il transumanesimo della quotidianità: a differenza del transumanesimo occidentale — spesso focalizzato sul potenziamento, sull'immortalità o sulla singolarità tecnologica —, la visione di Kore-eda accoglie una dimensione transumana intima, domestica e imperfetta, dove la tecnologia integra l'incompetenza emotiva dell'uomo di fronte alla morte.

Le radici culturali: Lovotics, Puppet Animism e bambole Reborn
Il film si inserisce direttamente nel solco di una precisa sensibilità sociale e sociologica giapponese. Per comprendere la naturalezza con cui i protagonisti accolgono l'entità artificiale, occorre osservare come il fenomeno si colleghi alla realtà contemporanea.
Il Giappone vanta una lunga tradizione di familiarità con i robot di compagnia (da AIBO a Pepper). La sociologia dell'interazione uomo-robot (lovotics) dimostra come la risposta emotiva non richieda una reale coscienza dall'altra parte: l'essere umano è propenso a sviluppare un attaccamento autentico verso sistemi che rispondono alla cura con una percezione di presenza.
L'impiego dell'androide richiama la diffusione delle bambole Reborn o dei simulacri utilizzati da genitori che hanno affrontato lutti perinatali o la perdita di figli in giovane età. Il film non giudica questa pratica come una regressione patologica o una sostituzione alienante, ma la analizza come una protesi emotiva legittima, uno strumento di mediazione del dolore.
Nello sfondo culturale dello scintoismo, gli oggetti inanimati possono accogliere uno spirito o diventare veicoli di memoria. Kore-eda sfrutta questo retroterra simbolico: il bambino-androide non è un "inganno", ma una custodia che permette ai ricordi del figlio estinto di continuare ad agire nel mondo fisico (animismo tecnologico o Tsukumogami).

La gabbia della simulazione e la libertà del distacco
Il nodo critico su cui si stabilisce il messaggio del film riguarda la tensione tra consolazione e rielaborazione del lutto. Se da un lato l'algoritmo offre un rifugio al dolore intollerabile, dall'altro Kore-eda evidenzia il rischio di una paralisi emotiva: l'oggetto artificiale non invecchia, non muta imprevedibilmente e riflette soltanto ciò che vi viene programmato.
La tesi profonda di Kore-eda si manifesta nell'accettazione della finitudine. La vera relazione transumana non si realizza nell'illusione che il figlio sia ancora vivo, ma nella consapevolezza che l'IA sia un ponte temporaneo: uno specchio necessario per permettere ai genitori di attraversare il lutto, riconfigurare l'idea di famiglia e compiere, infine, l'atto più squisitamente umano — l'accettazione del distacco.

lunedì 2 novembre 2026

Commemorare i defunti: la speranza cristiana più forte della morte

Dalla commemorazione dei fedeli defunti celebrata da Papa Leone XIV al Cimitero del Verano emerge un messaggio semplice e profondo: la morte non spezza i legami dell’amore, ma li trasforma nella promessa della vita eterna.
Il 2 novembre, giorno dedicato alla commemorazione di tutti i fedeli defunti, Papa Leone XIV ha celebrato l’Eucaristia al Cimitero monumentale del Verano, uno dei luoghi simbolo della memoria e della preghiera della città di Roma. Le sue parole hanno accompagnato il dolore umano del distacco con la luce della speranza cristiana, offrendo una riflessione capace di parlare a credenti e non credenti.

Un luogo di memoria, affetto e speranza
Fin dalle prime battute dell’omelia, il Papa ha descritto il cimitero come un luogo in cui convivono sentimenti profondamente umani: la memoria di chi non c'è più, l'affetto che continua a legarci alle persone amate e la speranza che nasce dalla fede.
La commemorazione dei defunti, celebrata subito dopo la Solennità di Tutti i Santi, ricorda infatti che la Chiesa guarda alla morte non come all'ultima parola sulla vita, ma come a un passaggio verso la piena comunione con Dio. I santi sono il segno visibile di questa promessa già compiuta; i defunti che affidiamo alla misericordia del Padre sono coloro per i quali continuiamo a pregare, certi che il Signore li accoglie nelle sue mani.

Le mani di Dio che custodiscono
Uno dei passaggi più significativi dell'omelia è il richiamo al Libro della Sapienza: «Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio e nessun tormento le toccherà».
Papa Leone XIV si sofferma proprio su questa immagine delle mani di Dio. Mani paterne, salde e sicure, che custodiscono la vita oltre la soglia della morte. È una prospettiva che restituisce serenità in un tempo in cui la fine della vita spesso genera paura o smarrimento.
La fede cristiana non elimina il mistero della morte, ma invita a guardarlo alla luce della fedeltà di Dio. Chi appartiene a Lui non viene abbandonato. L'Apocalisse e il Vangelo di Giovanni, richiamati dal Pontefice, parlano infatti di una comunione definitiva nella quale Dio sarà per sempre con il suo popolo e nessuno verrà strappato dalla sua mano.

Le Beatitudini: una strada che conduce all'eternità
Al centro della riflessione papale troviamo il Vangelo delle Beatitudini. Papa Leone XIV le definisce l'“autoritratto di Gesù”: il modo in cui Cristo mostra ai discepoli la via della vera felicità.
Ascoltare le Beatitudini in un cimitero assume un significato particolare. In quel luogo, dove la fragilità dell'esistenza appare evidente, risuona la promessa del Risorto: beati coloro che vivono secondo il Vangelo, perché il Regno dei cieli appartiene già a loro.
La santità non è presentata come un ideale irraggiungibile, ma come uno stile di vita capace di attraversare il tempo e di aprire all'eternità. Le Beatitudini diventano così non soltanto un programma morale, ma una parola di consolazione per chi vive il dolore della perdita.

Le lacrime della guerra
Tra le otto Beatitudini, il Papa sceglie di soffermarsi su quella che forse, in questo giorno, tocca maggiormente il cuore di tutti: «Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati».
Da questa promessa evangelica nasce un accorato appello per le vittime delle guerre. Leone XIV invita a pregare per quanti hanno perso una persona cara e in particolare per coloro ai quali l'assurda violenza dei conflitti ha strappato figli, genitori e amici.
Le immagini evocate sono quelle delle madri, dei bambini e degli anziani che piangono i propri morti. Non si tratta soltanto di una preghiera di consolazione, ma anche di un richiamo alla responsabilità. Le lacrime degli innocenti, suggerisce il Papa, dovrebbero scuotere la coscienza di chi possiede il potere di fermare la violenza.
In una commemorazione dedicata ai defunti, il tema della pace emerge così come esigenza concreta della fede.

La lezione di san Francesco davanti alla morte
L'omelia richiama anche l'ottavo centenario della morte di san Francesco d'Assisi. Il Papa cita il celebre passaggio del *Cantico delle Creature* nel quale il Santo loda Dio per “sora nostra morte corporale”.
Francesco non glorifica la morte in sé, ma la guarda con gli occhi di chi si sente totalmente affidato alla volontà di Dio. Per questo può chiamarla “sorella” e riconoscere che non ha l'ultima parola sulla vita dell'uomo.
È una prospettiva che appare controcorrente nella cultura contemporanea, spesso segnata dal tentativo di rimuovere il pensiero della morte. Eppure proprio questa consapevolezza può aiutare a vivere con maggiore profondità il presente, riconoscendo ciò che conta davvero.

Un legame che non si spezza
Forse il passaggio più consolante dell'omelia è quello conclusivo: la fede in Cristo, afferma Leone XIV, insegna che il rapporto con i nostri defunti non viene interrotto ma trasformato.
L'amore non scompare con la morte. Continua nella comunione dei santi, nella preghiera, nella memoria e nell'Eucaristia. Ogni suffragio, ogni visita a una tomba, ogni ricordo affidato a Dio diventa parte di questo legame che attraversa il confine tra il tempo e l'eternità.
La commemorazione dei fedeli defunti non è dunque soltanto un momento di nostalgia. È un atto di speranza. È il giorno in cui la Chiesa ricorda che la morte esiste, ma che l'ultima parola appartiene alla vita.
E proprio con lo sguardo rivolto a quella promessa il Papa conclude: verrà il giorno in cui Dio asciugherà ogni lacrima e non vi saranno più morte, lutto, lamento o dolore. Una promessa che non cancella il pianto di oggi, ma gli dona un orizzonte capace di trasformarlo in attesa fiduciosa.

domenica 1 novembre 2026

La marcia di rottura verso Santiago

Sono andato a vedere "Santiago - Un cammino per ricominciare" (Compostelle), un film che porta sul grande schermo una realtà educativa straordinaria e poco conosciuta al grande pubblico: le cosiddette marce di rottura (marches de rupture).

La pellicola racconta la storia di Adam (interpretato da Julien Le Berre), un ragazzo conflittuale e pluridenunciato, e di Fred (Alexandra Lamy), un'insegnante sospesa dal servizio. Insieme intraprendono un viaggio a piedi lungo la Via Podiensis, partendo da Le Puy-en-Velay per attraversare le campagne francesi e i Pirenei, puntando verso Santiago de Compostela. Tra avversione iniziale, regole rigide, assenza di telefoni e crisi fisiche, il film mostra come il cammino diventi per il giovane una misura alternativa alla detenzione e un'occasione di rinascita.

Ma quanto c'è di vero in questa storia? Praticamente tutto: il film si ispira direttamente all'esperienza reale dell'associazione francese Seuil.

Che cos'è una "marcia di rottura"?

In Francia, il termine marche de rupture indica un percorso educativo e terapeutico all'aperto rivolto a giovani minori in grave difficoltà sociale o giudiziaria. Si tratta di trekking a lunghissima distanza (circa 1.500–2.000 km percorsi in tre mesi) concepiti come vera e propria alternativa al carcere o alle strutture di contenzione giovanile.

L'associazione Seuil ("Soglia"), fondata nel 2000, ha formalizzato questo metodo, oggi accreditato e riconosciuto dal Ministero della Giustizia francese.

L'intuizione di Bernard Ollivier

L'idea nasce da Bernard Ollivier, giornalista e scrittore francese. Dopo essere andato in pensione e aver attraversato un periodo di profonda depressione, Ollivier decise di percorrere a piedi in solitaria l'intera Via della Seta (12.000 km da Istanbul a Xi'an).

Durante quel viaggio scoprì il potere terapeutico della camminata: camminare per mesi cancella il passato recente, azzera la rabbia e costringe a concentrarsi sul presente. Rientrato in Francia, e ispirandosi anche al lavoro del giudice belga Guy Optiewerbeke, fondò Seuil per offrire la stessa opportunità di riscatto ai ragazzi a rischio di esclusione sociale.

Regole rigide per un cambiamento reale

Una marcia di Seuil non è una semplice escursione, ma un dispositivo pedagogico estremamente rigoroso basato su regole chiare:

Distanza e durata 1.800 – 2.000 km percorsi a piedi in circa 3 mesi (~20-25 km al giorno).

Rapporto 1:1 Ogni ragazzo cammina affiancato da un solo accompagnatore adulto (educatore o volontario formato). Non si cammina mai in gruppo. 

Isolamento tecnologico Divieto assoluto di smartphone, social network, musica o videogiochi per l'intera durata della marcia. 

Lingua e ambiente Il viaggio si svolge prevalentemente all'estero (es. in Spagna verso Santiago, in Italia lungo la Via Francigena o in Portogallo) affinché il ragazzo dipenda totalmente dalla relazione con l'accompagnatore.

Contratto d'impegno Il percorso è volontario: il minore firma un contratto prima di partire. Se abbandona senza motivo valido, la misura alternativa decade e si torna nel circuito giudiziario o d'accoglienza.

I 4 pilastri della pedagogia del cammino

Perché mettersi in cammino per tre mesi funziona dove spesso le istituzioni tradizionali falliscono? Il metodo si fonda su quattro principi psicologici ed educativi:

La "rottura" dall'ambiente d'origine: Staccare drasticamente il giovane dal quartiere, dalle cattive compagnie, dai contesti familiari conflittuali e dalla dipendenza dagli schermi.

La fatica fisica come regolatore emotivo: Lo sforzo prolungato consuma le energie che solitamente alimentano l'aggressività. Raggiungere la tappa quotidiana nonostante la stanchezza ricostruisce l'autostima.

Il confronto con l'altro: Il rapporto uno-a-uno con l'accompagnatore costringe a comunicare. Senza la possibilità di isolarsi nelle cuffie o dietro uno schermo, il ragazzo impara a gestire la frustrazione e a costruire un legame di fiducia.

L'assenza di scorciatoie: Il cammino è democratico e meritocratico. Non si può imbrogliare: se non si cammina, non si arriva a destinazione. Questo rimette il giovane direttamente di fronte alle proprie responsabilità.

Un'alternativa che funziona

I dati raccolti da Seuil negli anni confermano la validità dell'intuizione: oltre il 40-50% dei giovani che portano a termine la marcia riprende gli studi, si inserisce in un percorso formativo o non commette più reati nei tre anni successivi.

Si tratta di un tasso di reinserimento nettamente superiore alla media dei percorsi di detenzione giovanile classica. Un dato che dimostra come, a volte, per ritrovare la strada giusta nella vita sia necessario fare prima un lunghissimo cammino a piedi.

mercoledì 28 ottobre 2026

Assisi 2026, le religioni unite per la pace: «Basta con le guerre, scegliamo il dialogo»

Nella suggestiva cornice della piazza inferiore della Basilica di San Francesco si è concluso l'Incontro internazionale «Pace disarmata e disarmante», promosso dalla Comunità di Sant'Egidio. Un evento dall'altissimo valore simbolico ed ecumenico, giunto a quarant'anni dalla storica e rivoluzionaria giornata di preghiera voluta da San Giovanni Paolo II nel 1986.
In un mondo segnato da tensioni crescenti, conflitti devastanti e reti di odio interconnesse, da Assisi si alza un grido corale e unanime: non c'è futuro nella guerra, la sola via per la sopravvivenza dell'umanità è il dialogo.

A 40 anni dallo "Spirito di Assisi" inaugurato da Papa Wojtyła, i leader religiosi si sono ritrovati per riaffermare che le religioni non devono mai servire a giustificare la violenza o il conflitto.
Il Cardinale Matteo Zuppi (presidente CEI) e il Patriarca Ecumenico Bartolomeo I hanno sottolineato la necessità urgente di abbattere i muri del pregiudizio e di disarmare prima di tutto i cuori e i linguaggi.
Il momento più toccante della cerimonia finale ha visto i rappresentanti delle grandi tradizioni mondiali consegnare l'Appello di pace nelle mani delle nuove generazioni.
Le voci del dialogo: Zuppi, Bartolomeo I e i testimoni di pace
Durante la giornata conclusiva, gli interventi dei principali leader spirituali e delle delegazioni interreligiose hanno tracciato un ponte di speranza di fronte alle tragedie globali.
«La pace non è un'illusione per ingenui, ma l'unica scelta realistica ed esigente per evitare l'abisso. Dobbiamo disarmare le parole, la mente e i cuori prima ancora che i sistemi bellici.»
 Card. Matteo Zuppi, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana

Sulla stessa lunghezza d'onda, il Patriarca Ecumenico Bartolomeo I ha ricordato come la cura del creato e la riconciliazione tra i popoli siano strettamente legate: la violenza contro l'uomo è sempre una violenza contro Dio e contro la Terra.
Insieme a loro, rappresentanti dell'Islam, dell'Ebraismo, del Buddismo, dell'Induismo e di numerose altre tradizioni spirituali hanno portato le testimonianze dirette di chi vive nei territori martoriati dalle guerre, uniti nella convinzione che la preghiera comune sia una forza viva capace di perforare il muro dell'indifferenza.

Il gesto finale: l'Appello di Pace affidato ai bambini
Il vertice si è chiuso con un gesto di profonda valenza simbolica: la lettura e la firma dell'Appello di Pace di Assisi 2026, subito dopo consegnato dai leader religiosi a un gruppo di bambini provenienti da diverse nazioni.
I bambini non sono soltanto le vittime principali di ogni conflitto, ma rappresentano il futuro a cui è doveroso restituire la speranza. Il messaggio risuonato nella piazza della Basilica è chiaro ed perentorio: «È ora di riabilitare la pace».

Un impegno che continua
Assisi 2026 non si chiude con il congedo delle delegazioni. Lo "Spirito di Assisi" torna a interpellare i governi, le diplomazie e la società civile. Di fronte alle armi, l'unica risposta possibile resta la pace disarmata e disarmante: quella fondata sull'ascolto reciproco, sul rispetto delle diversità e sulla costruzione quotidiana della fraternità universale.

domenica 18 ottobre 2026

Quando il velo diventa un caso di Stato: le proteste in Azerbaijan e la difficile convivenza tra secolarismo e libertà

Azerbaijan, ottobre 2026 — Un nuovo regolamento scolastico, un foulard, decine di ragazze respinte ai cancelli delle scuole e una rara ondata di proteste. Cosa ci dice questa crisi dello stato della libertà religiosa, politica e dei diritti delle minoranze in uno dei paesi più secolarizzati del mondo musulmano?

È cominciata a luglio, è esplosa a settembre. Il 7 luglio 2026 il presidente Ilham Aliyev ha firmato una legge che modifica la normativa sull'istruzione generale, introducendo requisiti sull'abbigliamento di studenti e insegnanti nelle scuole statali. Il 21 settembre il Consiglio dei ministri ha approvato la risoluzione n. 309, che vieta gli "elementi di abbigliamento aggiuntivi" che violino il modello unico di divisa o che contrastino con "il principio dell'istruzione secolare".

La parola "hijab" non compare nel testo. Ma nella pratica, da lunedì scorso, il ministero dell'Istruzione ha iniziato a impedire l'accesso alle lezioni alle studentesse che indossano il velo. Video di ragazze in lacrime, respinte dai cancelli, hanno fatto il giro dei social.

La risposta non si è fatta attendere: insegnanti in velo hanno tenuto lezioni all'aperto davanti a diverse scuole di Baku; studenti hanno boicottato le lezioni; il 13 ottobre il ministero degli Interni ha annunciato 37 fermi (gli attivisti parlano di oltre 200). Nello stesso giorno sono stati dati alle fiamme veicoli a Garadag e Masazir. Chi ha criticato la norma online — un teologo sciita, un giornalista già detenuto in sciopero della fame — è stato arrestato o punito amministrativamente.

Una rarità per un paese in cui le manifestazioni di piazza sono praticamente scomparse.

Un conflitto che non nasce oggi
La disputa sul velo scolastico in Azerbaijan ha almeno sedici anni. Nel dicembre 2010 centinaia di persone manifestarono già a Baku davanti al ministero dell'Istruzione, e negli anni successivi ci furono proteste a Ganja, Masally e Nardaran, con cariche della polizia e arresti. Anche ad aprile 2026, prima delle modifiche legislative, si erano già registrati casi di studentesse escluse dalle classi a Sumgayit.

L'idea che sta dietro alla riforma — secondo il deputato Jeyhun Mamedov — è "eliminare le differenze nel contesto scolastico legate alla religione e allo status sociale". È il classico argomento del secolarismo *alla francese*: la scuola come spazio neutro. Ma c'è un problema di coerenza e di scala. Azerbaijan è uno stato a stragrande maggioranza musulmana (oltre il 90% della popolazione), dove il velo non è un segno di contestazione politica importata ma una pratica religiosa diffusa. E soprattutto: la Costituzione, all'articolo 48, garantisce la libertà di coscienza e di religione — diritto che, come ha ricordato il giornalista Polad Aslanov, appare violato quando si impedisce a una tredicenne di studiare.

Il caso diplomatico con la Turchia
La crisi ha scatenato un contenzioso inatteso con l'alleato più stretto di Baku. I media vicini al governo turco hanno duramente criticato la riforma, evocando la repressione del velo in Turchia negli anni Novanta; il 3 ottobre si è protestato persino davanti al consigolato azerbaigiano a Istanbul. Aliyev ha replicato che "nessuno deve intromettersi nel nostro modo di vivere". Il paradosso è lampante: due paesi che si disputano il primato del "modello musulmano secolare" litigano su chi lo interpreti meglio, mentre nelle strade di Baku piangono delle bambine.

Il quadro più grande: libertà religiosa e politica
Questo episodio non si capisce senza il contesto. L'Azerbaijan è una repubblica presidenziale in cui il partito al governo domina da decenni, l'opposizione è emarginata, i giornalisti critici finiscono regolarmente in carcere. Le libertà religiose sono formalmente garantite ma praticamente contingentate: le comunità religiose devono registrarsi presso lo Stato, le espressioni di religiosità pubblica non allineate alla linea ufficiale del Caucasian Muslims Office — l'ufficio musulmano di stato vicino al potere — sono guardate con sospetto, e le correnti sciite non allineate vengono trattate come minaccia alla sicurezza nazionale. Il caso del teologo Abgula Suleymanov, arrestato per 30 giorni dopo aver criticato le restrizioni sui social, è esemplare: chi contesta lo fa a prezzo della propria libertà personale.

Ed è qui che il discorso sul secolarismo rivela la sua ambiguità. Il secolarismo di stato può essere uno strumento di neutralità, ma anche uno strumento di controllo: definire dall'alto cosa è "religioso", cosa è "politico", cosa è lecito. Quando il potere decide quale parte dell'identità di una cittadina può entrare in classe e quale no, non sta proteggendo la laicità: sta decidendo chi è un cittadino intero e chi è un cittadino dimezzato.

E le minoranze?
L'Azerbaijan ama presentarsi come patria del multiculturismo: ebrei di montagna, cristiani udi, tatari, lezghini, talysh convivono da secoli nel Caucaso. Ma la convivenza ufficiale — i festival, le foto di rappresentanza, i proclami di tolleranza — non basta. La vera prova del rispetto delle differenze non è come lo Stato tratta le minoranze quando sono invisibili, ma come tratta la maggioranza quando esprime la propria identità in modo non gradito. Una legge che esclude dalle aule la parte più visibile dell'identità religiosa di milioni di donne non rafforza l'unità nazionale: la erode, perché insegna a una generazione che i propri genitori, le proprie madri, sono "fuori norma".

Quali norme per convivere pacificamente?
Se il secolarismo è una garanzia e non una gabbia, alcuni principi non sono negoziabili:

1. La proporzionalità. Le limitazioni ai diritti fondamentali devono rispondere a un obiettivo legittimo ed essere la misura meno invasiva possibile. Un divisa scolastica può regolare colori e capi; non può cancellare l'identità. L'esperienza giurisprudenziale europea (con tutti i suoi limiti) suggerisce che divise comuni sono legittime solo se prevedono forme di ragionevole accomodamento.

2. Il diritto all'istruzione prevale. Cacciare una studentessa dall'aula per il velo è una doppia violazione: della libertà religiosa e del diritto allo studio. Nessuna norma amministrativa può sospendere un diritto costituzionale senza procedura, senza garanzie, senza giudice.

3. La partecipazione nel processo legislativo. Una riforma che tocca l'identità di milioni di famiglie non può scendere dall'alto di una risoluzione di gabinetto. Consultazione di genitori, comunità religiose, società civile: non cortesia istituzionale, ma condizione di legittimità.

4. La coerenza. Se lo Stato invoca il secolarismo per il velo ma tollera l'ingerenza del suo ufficio religioso di stato nelle nomine dei leader spirituali, non sta applicando un principio: sta usando un principio.

5. Il diritto di protesta. Trentasette fermi per una manifestazione di studentesse e insegnanti non sono ordine pubblico: sono un avvertimento. Un paese che voglia essere credibile quando parla di tolleranza deve tollerare, per cominciare, il dissenso pacifico.

Le ragazze in lacrime davanti ai cancelli delle scuole di Baku stanno ponendo una domanda più grande del velo: che tipo di società vuole costruire l'Azerbaijan? Un secolarismo imposto con i commissariati è solo un altro conformismo di stato. La laicità vale qualcosa solo se protegge anche chi non la pensa come il potere — soprattutto allora. Se la scuola è il luogo dove si impara a vivere insieme, insegnare alle nuove generazioni che la diversità si espelle dalla porta non è una lezione di unità nazionale: è la sua negazione.

venerdì 16 ottobre 2026

Il codice Jaafari e la rimozione dei diritti delle donne irachene: un passo indietro di settant'anni

Quando il diritto di famiglia diventa strumento di potere politico, sono le donne e le bambine a pagare il prezzo più alto.

Cosa è successo in Iraq
Nell'agosto 2024 il Parlamento iracheno ha iniziato a discutere una serie di emendamenti alla Legge sullo stato personale n. 188 del 1959, la normativa che da oltre sessant'anni regola matrimoni, divorzi, custodia dei figli ed eredità in Iraq. La proposta, sostenuta dal Framework di Coordinamento Sciita, la coalizione di partiti islamici sciiti che sostiene il governo, prevedeva di consentire ai musulmani di scegliere di essere regolati dalla giurisprudenza religiosa anziché dalla legge civile.

Le prime bozze facevano tremare: il matrimonio delle bambine fin dai 9 anni, la custodia ridotta, l'eredità ulteriormente penalizzata, il mantenimento condizionato al "piacere" del marito. Dopo mesi di mobilitazione femminile, alcune delle peggiori clausole sono state ammorbidite nella versione finale: il 21 gennaio 2025 il Parlamento ha approvato l'emendamento con un voto unico, accorpato ad altre due leggi controversie — sui beni sottratti sotto Saddam Hussein e sull'amnistia generale — in una procedura contestata come irregolare. La Corte Suprema Federale ha sospeso temporaneamente i provvedimenti, poi il 13 febbraio 2025 il presidente Rashid li ha ratificati e il 17 febbraio sono entrati in vigore.

Infine, il 27 agosto 2025, il Parlamento ha approvato il Codice di Stato Personale già'afari (scuola giuridica sciita), dando piena attuazione al disegno. La Corte Suprema Federale ha confermato la costituzionalità delle riforme l'11 settembre 2025.

Cosa cambia per le donne
Contrariamente a quanto temuto nella bozza iniziale, l'età minima per il matrimonio resta fissata a 18 anni, oppure 15 con autorizzazione di un giudice in base alla "maturità e capacità fisica" della minore. Una soglia che viola comunque lo standard internazionale dei 18 anni e che, nella pratica, lascia ampi margini: secondo UNICEF il 28% delle ragazze irachene si sposa prima dei 18 anni. Gli attivisti temono inoltre che i matrimoni non registrati — legalizzati dalla riforma — diventino la scappatoia per nozze precoci: secondo la missione ONU in Iraq, il 22% dei matrimoni non registrati coinvolgeva ragazze sotto i 14 anni.

Il vero cuore del problema è però altrove, nelle norme che entrano in vigore con il codice jaafari:

- Due donne, due diritti diversi. Le coppie musulmane sciite devono dichiarare la propria setta al momento del matrimonio e scegliere se essere regolate dalla legge del 1959 o dal codice già'afari; la scelta è definitiva. In caso di disaccordo, a decidere è la scelta del marito. Le donne sunnite restano sotto la legge civile: i diritti dipendono dunque dall'appartenenza religiosa, violando l'articolo 14 della Costituzione sull'uguaglianza davanti alla legge.
- Custodia dei figli. Sotto il codice jaafari la madre perde generalmente la custodia quando il figlio compie 7 anni, con passaggio automatico al padre; il precedente diritto civile garantiva la custodia materna fino a 10 anni, estendibile a 15. Il principio del "superiore interesse del minore" scompare: il padre conserva l'affidamento esclusivo, e la madre non può decidere su scuola, salute o viaggi dei figli. Se la madre risposa, perde immediatamente la custodia, anche se il secondo matrimonio finisce. Nel già'afari classico, una donna divorziata non ha diritto alla casa coniugale, al mantenimento né alla dote, e i figli restano con lei solo due anni.
- Obbedienza coniugale e violenza. La moglie può perdere il diritto al mantenimento se lascia la casa senza permesso, viaggia da sola o rifiuta rapporti sessuali — anche in caso di coercizione. Chi resiste alle violenze rischia di essere dichiarata "disobbediente" e privata dei propri diritti economici. Il codice non criminalizza la violenza domestica né lo stupro maritale.
- Divorzio ed eredità. Il divorzio resta in sostanza un diritto unilaterale maschile; la donna che chiede la separazione giudiziale deve spesso ottenere l'approvazione dell'autorità religiosa suprema. Scompaiono il risarcimento per divorzio arbitrario, l'alloggio post-matrimoniale e l'indicizzazione della dote. Le mogli non possono ereditare immobili dai mariti, nemmeno se non hanno una casa propria.
- Matrimoni temporanei e poligamia. Ai religiosi è consentito celebrare matrimoni, aprendo la porta ai cosiddetti "matrimoni di piacere" (mut'a), contratti a tempo con dote e durata da un'ora a pochi mesi, senza eredità né mantenimento: le organizzazioni femminili li denunciano come veicolo di sfruttamento sessuale. La poligamia resta formalmente subordinata all'autorizzazione del giudice, ma chi viola la promessa di non risposarsi non subisce alcuna conseguenza: il secondo matrimonio resta valido.

A rendere il quadro ancora più grave si aggiungono la retroattività — le nuove regole applicate anche ai matrimoni già conclusi, a volte senza il consenso della moglie — e la Decisione n. 93, che consente ai ragazzi di 13 anni di scegliere con quale genitore vivere.

La reazione della società civile
La risposta è stata immediata e prolungata. Già nell'agosto 2024 le deputate e le attiviste irachene avevano lanciato la mobilitazione contro la prima bozza. A gennaio 2025, davanti al Parlamento, si sono avute le prime grandi proteste. Ma è nel 2026 che la contestazione è esplosa in piazza: il 6 giugno le madri hanno occupato Firdos Square a Baghdad raccontando di figli trascurati e maltrattati dopo il passaggio della custodia ai padri; il 18 luglio la protesta si è spostata davanti al Consiglio Giudiziario Supremo contro la retroattività.

Il 16 ottobre 2026 la mobilitazione è diventata nazionale: donne e bambini hanno marciato a Bassora, sul lungomare di Ashar, e a Baghdad, da Firdos Square verso Kahramana Square, con cartelli contro la retroattività e l'applicazione obbligatoria del codice, chiedendo il ripristino dell'età minima di matrimonio, l'abrogazione della Decisione 93 e che i giudici facciano del superiore interesse del minore il criterio principale. Le organizzatrici hanno minacciato nuove proteste se il Parlamento non interverrà. In piazza, le testimonianze sono state durissime: "ogni donna irachena qui è stata messa sotto pressione dal marito per rinunciare ai propri diritti, firmare cambiali o vivere con lui e l'altra moglie nella stessa stanza", ha raccontato l'attivista Manar al-Aqabi. E anche i sostenitori della riforma hanno tenuto contro-manifestazioni.

Sul piano internazionale, Human Rights Watch ha definito il codice uno strumento che "rende le donne cittadine di seconda classe"; Amnesty International, nel rapporto di agosto 2026, ha chiesto al governo di "intraprendere una nuova rotta" ponendo fine all'impunità e tutelando i diritti umani. A gennaio 2026, Equality Now, la Coalizione Hurra e la Campagna globale per l'uguaglianza nel diritto di famiglia hanno presentato una denuncia congiunta al Comitato ONU CEDAW, evidenziando come la riforma approfondisca la disuguaglianza di genere e la discriminazione settaria. Le violazioni riguardano convenzioni che l'Iraq ha ratificato nel 1986 (CEDAW) e nel 1994 (Convenzione sui diritti dell'infanzia).

Casi analoghi nel mondo
Il modello iracheno non è un unicum. 
In Afghanistan, i talebani hanno progressivamente cancellato i diritti femminili dal 2021: divieto di scuola oltre i 12 anni — l'unico Paese al mondo con un divieto formale all'istruzione femminile —, divieto di lavorare, di viaggiare oltre i 72 chilometri senza un uomo di famiglia, obbligo di copertura integrale; e nel giugno 2026 un nuovo decreto ha legittimato i matrimoni precoci, "l'ennesimo attacco ai diritti delle donne e delle ragazze". 
In Iran, dopo le proteste del 2022-2023, la repressione si è accompagnata a un rafforzamento della discriminazione di genere nel diritto di famiglia: testimonianza femminile vale la metà di quella maschile in tribunale, la custodia è subordinata alla "maturità" maschile, e la moglie che lavora senza permesso può essere considerata "nushuz" (disobbediente) con perdita del mantenimento.

C'è però anche la strada opposta. 
Il Marocco ha riformato nel 2004 la propria mudawana alzando l'età del matrimonio a 18 anni, introducendo la custodia condivisa e limitando la poligamia a condizioni durissime. 
La Tunisia, con il Codice dello stato personale del 1956, ha abolito la poligamia e instaurato il divorzio per reciproco consenso, diventando un riferimento per la riforma della legislazione familiare araba. 
La Giordania ha abrogato nel 2001 l'articolo che permetteva a un uomo violento di sfuggire alla pena sposando la vittima. 
Persino in Arabia Saudita, il sistema della tutela maschile (male guardianship) è stato formalmente ammorbidito dal 2019, anche se nella pratica le donne restano largamente subordinate a padri e mariti.

La legge jaafari irachena rappresenta qualcosa di più profondo di un'ordinaria riforma: è la frammentazione dello Stato di diritto in sistemi normativi paralleli, delegati ad autorità religiose sottratte a qualsiasi controllo democratico — il codice, infatti, doveva essere approvato dal Parlamento entro 30 giorni dalla presentazione, senza possibilità di dibattito. Le donne irachene che oggi scendono in piazza a Baghdad e Bassora stanno difendendo non solo i propri diritti, ma il principio che tutte le cittadine di uno Stato debbano essere uguali davanti alla legge. La risposta della comunità internazionale — CEDAW, Nazioni Unite, organizzazioni per i diritti umani — sarà misurata soprattutto su un punto: se la pressione diplomatica potrà sostenere una mobilitazione che, finora, il potere non ha saputo spegnere.

domenica 11 ottobre 2026

Chi era Fratel Biagio Conte: la vera storia del "San Francesco moderno" in onda stasera su Rai 1

Questa sera Rai 1 trasmette in prima serata Sul cammino di Francesco – La vita di Biagio Conte (interpretato da Alessio Vassallo e diretto da Costanza Quatriglio). È l'occasione per riscoprire la parabola umana e spirituale straordinaria di Fratel Biagio Conte (1963–2023), il missionario laico palermitano che ha fatto della propria vita un inno agli ultimi e agli emarginati.

Dalla "Palermo bene" alla rottura radicale
Nato nel 1963 in una famiglia di agiati imprenditori edili, il giovane Biagio conosceva il benessere della borghesia cittadina. Eppure, come raccontò in seguito, quell'abbondanza materiale gli appariva svuotata di senso.
Il 5 maggio 1990, a ventisei anni, decise di spogliarsi di ogni sicurezza: lasciò a casa una lettera ai genitori e svanì nel nulla, spinto dal desiderio profondo di ritrovare se stesso e Dio lontano dal superfluo. Iniziò così un periodo di eremitaggio sui monti della Sicilia, seguito da un lungo cammino a piedi verso Assisi.
La figura di San Francesco divenne per lui la bussola e l'ispirazione costante. Capì presto che non doveva cercare Dio solo nella solitudine dei boschi, ma incontrarlo nel volto dei bisognosi.

La nascita della Missione di Speranza e Carità
Rientrato nella sua Palermo, si stabilì presso la Stazione Centrale per portare conforto ai senzatetto e ai tossicodipendenti. Attraverso battaglie pacifiche, digiuni e proteste per garantire dignità agli ultimi, nel 1993 ottenne gli spazi dell'ex disinfettatoio comunale di via Archirafi.
Nacque così la Missione di Speranza e Carità, un faro di accoglienza per emarginati, immigrati e famiglie in difficoltà. Negli anni la struttura si è ampliata arrivando a dare rifugio quotidiano a centinaia di persone e assistendone oltre un migliaio tra pasti e cure, ricevendo anche la visita di Papa Francesco nel 2018.

Il legame speciale con Santa Bakhita e la terra di Schio
La testimonianza di Fratel Biagio non è rimasta confinata in Sicilia. Negli anni ha attraversato l'Italia e l'Europa a piedi, con l'immancabile croce sulle spalle, per risvegliare le coscienze sull'importanza dell'amore per i poveri.
Pochi sanno dell'intensa affinità spirituale che lo legava a Santa Giuseppina Bakhita e alla città di Schio:
 - I viaggi e le testimonianze agli studenti: Incontrò più volte i ragazzi e la cittadinanza di Schio, portando la sua testimonianza di fede concreta.
 - La sintonia tra Bakhita e Biagio: Fratel Biagio nutriva una venerazione profonda per Santa Bakhita, schiava affrancata diventata icona di speranza. Alle suore Canossiane di Schio chiese persino una reliquia della Santa da collocare a Palermo, dove fece realizzare un celebre mosaico che la raffigura nella Casa di Preghiera della Missione.
 - I due miracoli del cammino: Arrivato a Schio nel 2011 in sedia a rotelle per seri problemi alle vertebre, tornò nel 2017 a piedi, dopo la miracolosa guarigione vissuta nelle acque di Lourdes.

La storia di Fratel Biagio, scomparso il 12 gennaio 2023, ci ricorda che cambiare il mondo non richiede grandi mezzi, ma il coraggio di posare uno sguardo d'amore su chi ci sta accanto.

venerdì 9 ottobre 2026

Navi Pillay, "solida bussola morale" vince il Nobel per la Pace 2026

L'assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2026 a Navanethem "Navi" Pillay rappresenta un segnale politico ed etico di straordinaria rilevanza. In un'epoca segnata da crescenti tensioni geopolitiche e dal progressivo indebolimento delle istituzioni sovranazionali, il Comitato di Oslo ha voluto riaffermare un principio fondamentale: la pace non può esistere senza il rispetto e la tutela del diritto internazionale.

Un profilo biografico ed etico nato nella lotta all'apartheid
Nata a Durban nel 1941 in una famiglia sudafricana di origine indiana Tamil, Navi Pillay ha vissuto sulla propria pelle la violenza e le discriminazioni del regime dell'apartheid. Nonostante i profondi ostacoli sociali e normativi dell'epoca, nel 1967 è diventata la prima donna a fondare uno studio legale nella provincia di Natal e la prima giurista non bianca ad accedere alle professioni legali superiori.
La sua carriera è stata guidata fin dagli esordi da un'inflessibile bussola morale:
 - In difesa dei diritti umani: Ha difeso storici attivisti anti-apartheid e prigionieri politici, tra cui membri del movimento di liberazione condotti a Robben Island.
 - Traguardi istituzionali: Dopo la fine dell'apartheid, è stata la prima donna di colore a essere nominata giudice presso la Corte Suprema del Sudafrica.
Le grandi battaglie per la giustizia internazionale
Il percorso di Navi Pillay coincide con le pietre miliari della giustizia penale internazionale moderna:
- Il contrasto ai crimini di massa (TPIR): In qualità di giudice e poi presidente del Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda (TPIR), Pillay ha firmato una sentenza storica che ha riconosciuto per la prima volta lo stupro di guerra e la violenza sessuale sistematica come atti di genocidio.
 - Corte Penale Internazionale (CPI): Ha prestato servizio come giudice presso la CPI nei suoi anni formativi, contribuendo a consolidare i meccanismi di responsabilità per crimini contro l'umanità.
 - Alto Commissario ONU per i Diritti Umani: Tra il 2008 e il 2014 ha guidato l'UNHCR con un approccio indipendente, denunciando violazioni dei diritti senza distinzioni di blocchi o alleanze geopolitiche.
 - Trasparenza e inchieste indipendenti: Più di recente, ha presieduto la Commissione d'inchiesta indipendente delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati, conducendo indagini rigorose sulle violazioni delle norme internazionali e del diritto umanitario.

Le ragioni della scelta della Commissione Nobel
Il Comitato Nobel ha motivato l'assegnazione sottolineando gli sforzi di Pillay nel «promuovere la pace e il diritto internazionale, garantendo che i crimini di guerra, i crimini contro l'umanità e i genocidi vengano perseguiti dalla giustizia».
Attraverso questa scelta, la Commissione intende inviare un messaggio chiaro: l'ordine giuridico globale è sotto un attacco senza precedenti. Si assiste a una pericolosa transizione dalla prevalenza delle regole alla prevalenza del potere e della forza ("might overtakes right").
La minaccia della delegittimazione delle istituzioni sovranazionali
Il riconoscimento a Navi Pillay porta al centro del dibattito la grave crisi di fiducia e di rispetto che colpisce gli organi sovranazionali. Sempre più spesso, sentenze della Corte Internazionale di Giustizia, mandati d'arresto della Corte Penale Internazionale o risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell'ONU vengono ignorati, sanzionati politicizzati o attivamente delegittimati.
Erodere la credibilità degli strumenti nati dopo il secondo conflitto mondiale per tutelare i diritti umani universali significa indebolire la sola barriera che separa la convivenza pacifica dalla sopraffazione e dall'anarchia globale. Il Premio Nobel 2026 richiama dunque tutti gli Stati e la società civile a ritrovare la responsabilità collettiva nella difesa del diritto internazionale come pilastro imprescindibile di pace e giustizia.


giovedì 8 ottobre 2026

Shari’a e giustizia italiana: il caso di Padova tra fede e legge

La religione può ispirare le nostre scelte, ma può anche diventare una regola per risolvere controversie giuridiche? È la domanda al centro del dibattito suscitato dalla Camera Arbitrale Islamica Italiana, costituita a Padova con l'obiettivo dichiarato di offrire strumenti di risoluzione delle controversie ispirati alla Shari’a, la tradizione normativa islamica.

La vicenda ha attirato l'attenzione pubblica e, secondo le notizie dell'8 ottobre 2026, la Procura di Padova ha aperto un fascicolo per svolgere accertamenti, senza indagati né ipotesi di reato formulate. È quindi importante non confondere gli interrogativi giuridici con eventuali responsabilità, che dovranno essere accertate.

Che cos'è la Shari’a?
La Shari’a non è un codice unico, identico per tutti i musulmani. È un insieme di principi religiosi, morali e giuridici interpretati in modi differenti nel corso della storia. Alcuni riguardano anche i rapporti economici, i contratti e la correttezza nelle relazioni tra le persone.

Questi principi possono ispirare comportamenti etici e favorire il dialogo. Tuttavia, un principio religioso non diventa automaticamente una norma giuridica applicabile in Italia.

L'arbitrato è consentito in Italia?
Sì. Il nostro ordinamento riconosce l'arbitrato, uno strumento con cui le parti possono affidare a uno o più arbitri la soluzione di determinate controversie, soprattutto in materia civile e commerciale.

Il Codice di procedura civile, agli articoli 806 e 822, stabilisce le condizioni per ricorrere all'arbitrato e permette, nei limiti previsti dalla legge, di scegliere le norme applicabili alla controversia, comprese leggi straniere.

In alcuni contesti possono inoltre assumere rilievo regole non statali, come quelle del commercio internazionale. Anche principi di origine religiosa possono essere richiamati dalle parti, ma la loro applicazione dipende dalla controversia concreta e dai limiti imposti dall'ordinamento.

Non tutto, però, può essere deciso da un arbitro. Le controversie devono riguardare diritti per i quali la legge ammette l'arbitrato, e le decisioni non possono violare i principi fondamentali dell'ordinamento italiano, le norme inderogabili e i diritti fondamentali della persona.

Un'associazione privata, dunque, non può creare un sistema giudiziario parallelo né attribuire automaticamente alle proprie decisioni gli effetti di una sentenza.

La prudenza dell'UCOII
Nel dibattito è significativa la posizione dell'UCOII, l'Unione delle Comunità Islamiche d'Italia, che ha preso le distanze dall'iniziativa di Padova, sottolineandone l'autonomia rispetto alle comunità rappresentate e invitando alla prudenza.

La sua posizione richiama un principio importante: la giustizia in Italia è amministrata secondo le leggi della Repubblica e nel rispetto della Costituzione.

Questo non significa che Islam e diritto italiano siano necessariamente in conflitto. Significa, piuttosto, che la libertà religiosa deve convivere con le regole comuni e con le garanzie riconosciute a tutti i cittadini.

È altrettanto importante evitare generalizzazioni: una singola iniziativa privata non rappresenta automaticamente l'intera comunità musulmana, al cui interno esistono sensibilità e orientamenti diversi.

Religione e legge: un equilibrio possibile
Il caso di Padova ci invita a riflettere sul rapporto tra fede e cittadinanza. Le religioni possono offrire valori, principi morali e strumenti per comprendere la giustizia. Possono anche contribuire alla mediazione e alla ricerca di accordi tra le persone.

In uno Stato laico, tuttavia, nessuna tradizione religiosa può sostituirsi alle leggi dello Stato o giustificare violazioni dei diritti fondamentali.

La libertà religiosa, tutelata dall'articolo 19 della Costituzione, non esclude il rispetto delle regole comuni. Allo stesso modo, la laicità non richiede di cancellare la religione dalla vita sociale.

La vera sfida di una società pluralista è permettere a persone con convinzioni diverse di convivere senza rinunciare all'uguaglianza davanti alla legge.

La fede può ispirare le nostre scelte; il diritto stabilisce le garanzie comuni che proteggono tutti. Non si tratta necessariamente di mettere religione e legge una contro l'altra, ma di trovare un equilibrio nel quale la libertà di credere non diventi il potere di imporre le proprie regole agli altri.

Per approfondire: 
Costituzione italiana, articoli 3, 8 e 19;
Codice di procedura civile, articoli 806 e 822

domenica 4 ottobre 2026

San Francesco ci ricorda che la guerra non è un destino

Laudato si’! Noi, che spesso non sappiamo ringraziare e che ci sentiamo vittime, scambiando il dono per un diritto e come avviene sempre agli egocentrici, ci uniamo alla dolce e forte voce di San Francesco e dei suoi tanti, incalcolabili, figli per dire sempre, anche nelle avversità, tanto più al termine di questo centenario: Laudato si’. Laudato si’, mi Signore per frate Francesco, immagine viva di Cristo, tuo Figlio, che continua a mostrarci il volto dell’eterno Padre, che ci aiuta a vedere la sua presenza e a fare la sua volontà, quella che niente della nostra povera vita vada perduto e che nessuno sia perduto, neppure il nemico, nostro fratello lupo che ha bisogno di pace e di pane. E noi possiamo darglieli e, se diamo, troviamo la pace, per lui e per noi.

Laudato si’, perché frate Francesco è pieno di gioia e tutti noi la cerchiamo. L’ha trovata e ci insegna a trovarla, la rende possibile, facile per tutti. Frate Francesco continua a parlarci al cuore, non con dotta lezione o precisi e impietosi giudizi, ma con la sua vita, i suoi gesti e le sue tante parole. Laudato si’ perché frate Francesco continua a donarci pace e a insegnarci a essere operatori di pace, per portarla dove c’è violenza, odio, incomprensione. Si è spogliato di tutto per essere disarmato. Non significa affatto cedevole, accomodante, irrilevante. Il contrario!

Frate Francesco disarma il lupo chiamandolo frate e, essendo per lui frate, negozia con lui, per Gubbio e anche per il lupo, lo restituisce a sé stesso e alla comunità perché si prenda cura di lui. In questa stagione siamo tentati e sedotti dalla cultura della potenza, volgare e invadente, ingannevole, frutto anche di enfasi mal riposte e di sfacciati ed enormi interessi economici, di nazionalismi che rovinano le nazioni, di campagne che creano il nemico invece di cercare quello che unisce. Laudato si’ perché proprio lui, l’umile, sgonfia, sempre con tanta cortesia e senza nessuna supponenza, l’arroganza dei forti, parla con tutti perché la sua fede non è contro qualcuno ma amore per tutti, perché vede tutto con gli occhi di Dio, quelli che fanno cantare la vita. Laudato si’ per la sua semplicità, che è tutt’altro che superficialità o schiavitù dell’apparenza, perché è piuttosto trovare l’essenziale, che è invisibile agli occhi ma che tutto rende visibile, vero, prezioso, luminoso, anche nella malattia e il buio sconfortante e terribile della morte. Frate Francesco è davvero poeta della vita e insegna a tutti a cantarla.

Non gioca con le parole, non enfatizza i toni pensando così di essere profondo e convincente, non rincorre la retorica vuota o la convenienza personale. Frate Francesco canta in ogni condizione la bellezza tutta umana e tutta divina del creato, come del mondo che è ogni persona, ogni creatura, tutte, senza qualifiche o etichette. Il suo e il nostro è un mondo segnato da guerre, terribili, follia che rende folli, dove l’unica ragione da cercare è la pace e la giustizia, perché solo queste fanno trovare e difendere tutte le ragioni. Laudato si’ frate Francesco perché ci ricorda che la guerra non è un destino e la pace inizia da noi ed è l’unico futuro possibile. Scrive ai reggitori delle nazioni perché scelgano la pace. Non c’è tempo da perdere, perché la sofferenza è enorme, il divisore complica le soluzioni, imbroglia le menti, fa credere – che imbroglione! – che la pace la troviamo con le armi e non con il dialogo e il diritto.

Laudato si’ perché frate Francesco, povero, rende ricchi gli altri, non possiede nulla perché ama tutto: non staremo mai bene se possediamo, ma solo se regaliamo perché tutto è nostro se amiamo, amare è donare e non c’è gioia senza rendere contento il prossimo, a cominciare dal povero che amiamo per com’è, non come noi pensiamo debba essere. Legarsi al povero non come oggetto di interesse, ma come nostro fratello non è un sacrificio, ma una esperienza di amore, che dona e fa trovare dolcezza e amicizia. Solo così viviamo quello che non si compra e non si vende, l’amore. Ecco, frate Francesco ci fa scoprire e riscoprire le radici più profonde e comuni del nostro Paese, che ci rendono umani e pieni di cultura che viene da Cristo e porta a Cristo, che dobbiamo nutrire con la preghiera e il servizio, possibile a tutti. Frate Francesco, piccolo fratello universale, andava ovunque, voleva raggiungere tutti e si sentiva a casa ovunque e tutti con lui si sentivano a casa, anche gli uomini simili a fiere selvatiche, che lui ammansiva con l’amore dell’inizio, quello di Adamo che è quello di Gesù.

Non riduciamo San Francesco a noi, ma seguiamolo per sentire nostro il mondo e ogni popolo. A frate Francesco, al termine di questo straordinario ottavo centenario, accendiamo la lampada del nostro cuore e quella di tutto il nostro Paese con quella votiva dei Comuni d’Italia. San Francesco, insieme a Santa Caterina da Siena, è il nostro Patrono. Permettetemi uno speciale ricordo per i comuni delle aree interne che tante radici conservano e desiderano solo che queste possano dare nuovi germogli, cioè vita e futuro. San Francesco, proprio perché aveva chiaro chi era e in che cosa credeva, non aveva paura di incontrare tutti e di essere vicino a chiunque, non con la spada, ma con il dialogo, fratello senza supponenza e distanza.

Ci aiuta in questo tempo minaccioso a capire che solo insieme troviamo la risposta e solo se la pace è con tutti è davvero pace. Chiede solo operatori umili e architetti umili di pace che, con coraggio, aiutino a vivere insieme, forti del diritto e non imponendo il diritto della forza. San Francesco non indica un amore ridotto a idea vaga, ineffabile, che non chiede nulla, falsamente rassicurante per chi cerca di salvare sé stesso, ma un amore come è l’amore vero, totale, per tutti, radicato nella vera sicurezza che è Cristo.

Prendiamo, al termine di questo anno di giubileo francescano, anzi di questi anni, il giogo liberante e sicuro di Gesù, che libera perché ama, costruendo la casa di Dio e la città degli uomini, amando l’unità intorno a messer Papa che presiede la comunione. Così, come disse Papa Leone, l’Europa e il mondo intero troveranno nuovi santi, che credono nella parola del Vangelo, umani con la libertà di Cristo, gioiosi per l’amore ricevuto e donato. “Non un mondo da difendere, ma da abbracciare”. Laudato si’, mi Signore, sempre sii lodato.

Assisi, basilica superiore di San Francesco
S.Em. Cardinale Matteo Maria Zuppi

sabato 26 settembre 2026

Il Papa all'Unesco: la vita è dono, non merce. La guerra la più terribile opera umana

Un Papa americano a Parigi, per la prima volta dopo oltre quarant'anni. Papa Leone XIV ha iniziato il 25 settembre 2026 il suo viaggio apostolico in Francia, e uno dei momenti più attesi si è consumato ieri nella sede parigina dell'UNESCO: la prima visita di un Pontefice all'Organizzazione dal memorabile discorso di Giovanni Paolo II nel 1980. Un'occasione storica, che il Papa ha scelto per consegnare alla comunità internazionale una riflessione appassionata sulla cultura, sulla dignità umana e sul futuro dell'educazione nell'era dell'intelligenza artificiale. 

La laicità non è un muro, ma una condizione di giustizia
La Francia è la nazione che più di ogni altra ha fatto della laicità un baluardo identitario. E proprio lì, accanto al presidente Emmanuel Macron, Leone XIV ha provato a disegnarne i confini più autentici: non un muro che espelle la religione dallo spazio pubblico, ma un assetto che garantisce giustizia e libertà per tutti. "La vera laicità non esclude la dimensione religiosa, ma sa al contrario trarne vantaggio come risorsa educativa", ha detto il Papa. 

È un messaggio delicato e insieme deciso: la Chiesa non chiede privilegi, chiede di poter contribuire al bene comune, nella convinzione che la fede non sia un residuo privato da tollerare, ma una forza culturale e morale di cui la società ha bisogno.

La vita come fondamento di ogni diritto
Sul piano etico, il Papa non ha usato mezze misure. Con l'occhio rivolto anche al dibattito francese sul fine vita e al clima di riarmo che attraversa l'Europa, Leone XIV ha ribadito: "La tutela del diritto alla vita costituisce il fondamento imprescindibile di ogni altro diritto umano". 

Un principio che, nel discorso all'UNESCO, si è intrecciato con l'avvertimento sui rischi di una cultura corrotta, in cui la legge viene invocata quando serve e ignorata quando limita, e persino la giustizia rischia di diventare "una merce da comprare e vendere". Di fronte alle tecnologie che promettono di tutto tranne che senso, il Papa è stato netto: "L'intelligenza artificiale non può mai rispondere al senso dell'esistenza", e senza verità il linguaggio finisce per sottostare alla logica della violenza. 

"La guerra non è inevitabile"
Nel suo arrivo all'Eliseo, Leone XIV ha scelto parole che suonano come uno schiaffo alla rassegnazione del nostro tempo: "La guerra non è inevitabile; Parigi promuova dialogo e diplomazia". È la coerenza con il messaggio per la Giornata mondiale della pace 2026, "Pace armata e disarmante", in cui il Papa invitava ad abbracciare "il sentiero disarmato della diplomazia, della mediazione e del diritto internazionale". In un'Europa che torna a parlare di spese militari e di deterrenza, la voce di Leone XIV insiste: prepararsi alla guerra non è la via della pace, ma la sua negazione.

Il segno inatteso: i francesi che tornano a battezzarsi
C'è infine un dato che ha sorpreso persino il Papa, e che rende questo viaggio simbolicamente ancor più significativo. In Francia, patria del laicismo militante, i battesimi di adulti stanno registrando una crescita esponenziale: dopo i 10.384 adulti battezzati nella Veglia pasquale 2025, numero raddoppiato in due anni, nel 2026 si è arrivati a 21.400 battesimi tra adulti e adolescenti, di cui circa 13.200 adulti. Un fenomeno che i vescovi francesi leggono come "un segno del Cielo", più che un fatto statistico. 

È forse il suggello più eloquente del viaggio: una Chiesa che non pretende di recuperare posizioni di potere, ma che scopre — persino nella Francia laica — cuori che tornano a bussare. Come ha detto mons. Olivier de Germay, arcivescovo di Lione, "è il Signore che attira le persone a sé". Il Papa se ne dice positivamente sorpreso. E forse, per una volta, la sorpresa è la notizia.

giovedì 24 settembre 2026

Terra Madre, la grande casa della biodiversità: a Torino il cibo diventa una lingua comune

C’è un luogo in cui parlare di cibo significa parlare di terra, di culture, di diritti, di ambiente e perfino di pace. È Torino, dove oggi, 24 settembre, si è aperta la sedicesima edizione di Terra Madre Salone del Gusto, con la partecipazione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

L’edizione 2026 arriva in un momento particolarmente significativo: Slow Food compie quarant’anni e Terra Madre torna a mettere al centro una parola che racchiude il senso dell’intera manifestazione: biodiversità. Il tema scelto è infatti “Biodiversity – Be Diversity”, un invito a considerare la diversità non come qualcosa da difendere soltanto, ma come una ricchezza da vivere e costruire.

Da Bra a Torino: le radici di un’idea
Per capire Terra Madre bisogna tornare indietro di quarant’anni, al 1986, quando Carlo Petrini e un gruppo di appassionati diedero vita a Slow Food a Bra, nel Cuneese. L'idea era quella di mettere in discussione un modello alimentare sempre più dominato dalla velocità, dalla standardizzazione e dalla produzione industriale, riportando al centro il rapporto fra cibo, territorio e persone.

Nel 1996 nacque il Salone del Gusto, mentre nel 2004 arrivò la svolta: a Torino si incontrarono per la prima volta circa 5.000 delegati provenienti da 130 Paesi, rappresentanti di oltre mille Comunità del Cibo. Contadini, pescatori, allevatori, artigiani, cuochi, ricercatori e custodi di sementi si ritrovarono per raccontare esperienze e confrontarsi sulle possibilità di costruire sistemi alimentari più sostenibili e rispettosi delle persone e dell'ambiente.

Nel 2012 Terra Madre e Salone del Gusto si unirono definitivamente in un unico appuntamento. Dal 2016 il nome Terra Madre Salone del Gusto sottolinea proprio la centralità delle comunità del cibo e del loro ruolo nel ripensare il nostro rapporto con ciò che mangiamo.

Che cos'è, dunque, Terra Madre?
Non è soltanto una grande fiera gastronomica.

È soprattutto una rete internazionale di comunità. Persone e territori che condividono una convinzione: il cibo non è una semplice merce, ma il risultato di relazioni fra esseri umani, natura, lavoro, cultura e territorio.

A Torino arrivano agricoltori e allevatori, pescatori e cuochi, produttori artigianali e giovani, ricercatori e attivisti. L'edizione 2026 riunisce oltre 1.500 produttori, cuochi, pescatori, allevatori, agricoltori, studiosi, giovani e attivisti da tutto il mondo; parallelamente, l'assemblea della Fondazione Slow Food ETS coinvolge delegati provenienti da oltre 120 Paesi.

È questa dimensione internazionale a rendere Terra Madre qualcosa di diverso da un tradizionale appuntamento enogastronomico: le culture alimentari diventano uno strumento per conoscersi e per affrontare problemi che nessun Paese può risolvere da solo.

La biodiversità non è soltanto una questione di specie
La parola biodiversità può sembrare astratta. A Terra Madre assume invece un significato molto concreto.

È la varietà dei semi e delle colture, delle razze animali, dei territori e degli ecosistemi. Ma è anche la varietà dei saperi: il modo in cui una comunità prepara il pane, conserva un alimento, coltiva un campo, gestisce l'acqua o tramanda una ricetta.

Slow Food ha costruito nel tempo strumenti come l'Arca del Gusto, che raccoglie migliaia di prodotti e tradizioni a rischio di scomparsa, e i Presìdi Slow Food, attraverso i quali vengono sostenuti piccoli produttori e produzioni tradizionali. L'obiettivo è contrastare l'omologazione e mantenere viva una ricchezza che non è soltanto gastronomica, ma anche ecologica e culturale.

Per questo il messaggio di Terra Madre 2026 è particolarmente significativo: “Biodiversity – Be Diversity”. Essere biodiversità significa riconoscere il valore delle differenze e costruire sistemi alimentari più giusti a partire dalla pluralità delle persone, dei territori e delle culture.

I popoli indigeni: custodi di territori e conoscenze
Fra i protagonisti di Terra Madre ci sono anche i popoli indigeni, la cui presenza permette di guardare alla crisi alimentare e ambientale da una prospettiva spesso trascurata.

La rete Slow Food Indigenous Peoples' Network riunisce comunità che difendono territori, sementi, pratiche agricole e conoscenze tradizionali. Secondo Slow Food, più di 700 prodotti indigeni sono già entrati nell'Arca del Gusto e oltre 50 Presìdi sono gestiti da comunità indigene.

All'edizione 2026 partecipano più di 150 delegati della rete dei Popoli Indigeni di Slow Food. I temi portati al confronto riguardano la sovranità alimentare, la tutela della biodiversità, la resilienza delle comunità, il cambiamento climatico e la difesa dei territori.

Il loro messaggio è importante perché mostra che, di fronte alle grandi crisi contemporanee, esistono anche risposte che partono dal basso: comunità che proteggono i propri semi, recuperano pratiche agricole, difendono l'acqua e mantengono vivo il legame fra alimentazione, identità e territorio.

Le sfide: clima, omologazione, disuguaglianze
Dietro la festa, i mercati e i sapori di Terra Madre c'è dunque una domanda tutt'altro che semplice: come produrre e distribuire il cibo in modo da non compromettere il futuro?

Le sfide sono molteplici.
C'è il cambiamento climatico, che rende più fragile l'agricoltura e mette sotto pressione acqua, suoli e produzioni.
C'è la perdita di biodiversità, favorita dalla riduzione delle varietà coltivate e dalla progressiva uniformazione dei sistemi produttivi.
C'è il problema della sostenibilità economica dei piccoli agricoltori e degli allevatori, chiamati a competere in mercati nei quali il prezzo spesso prevale sul valore reale del prodotto e del lavoro.
E c'è la questione della sovranità alimentare: chi decide che cosa coltivare? Quali semi utilizzare? Come distribuire le risorse? Chi controlla le filiere? E soprattutto, chi ha accesso a un cibo sano e adeguato?

Terra Madre prova a spostare la prospettiva: non partire soltanto da quanto costa un alimento, ma interrogarsi sul suo valore ambientale, sociale, culturale e umano.

Le proposte: dalla terra alle comunità
Le risposte che emergono dalla rete di Terra Madre non sono racchiuse in una singola ricetta politica. Sono piuttosto un insieme di esperienze concrete: agroecologia, tutela delle sementi tradizionali, Presìdi, educazione alimentare, orti comunitari e scolastici, filiere locali, sostegno ai piccoli produttori e valorizzazione delle conoscenze delle comunità.

La Slow Food Arena di questa edizione mette esplicitamente al centro temi come i popoli indigeni, il diritto al cibo, i giovani, le comunità come forma di resistenza, l'educazione alimentare e i progetti agricoli della rete.

L'idea di fondo è semplice: la trasformazione del sistema alimentare non deve essere soltanto tecnologica o economica, ma anche culturale.

E in questo senso i giovani hanno un ruolo fondamentale. Perché ereditano un pianeta segnato da crisi climatiche e ambientali, ma possono anche recuperare conoscenze, sperimentare nuove forme di agricoltura e costruire comunità capaci di mettere insieme innovazione e tradizione.

Il messaggio di Mattarella: la biodiversità riguarda tutti
Il Presidente ha richiamato la biodiversità come patrimonio essenziale per la salute umana, per l'ambiente e per la nostra stessa vita, sottolineando che senza responsabilità e cura questa ricchezza può essere compromessa. Ha inoltre indicato la biodiversità come una delle sfide cruciali del futuro e richiamato la necessità di politiche capaci di attribuirle il giusto valore.

Nel suo intervento ha anche collegato la tutela della biodiversità al valore delle diverse culture e ha richiamato il ruolo dell'agricoltura, del cibo e delle comunità nella costruzione di un futuro più sostenibile e pacifico. La presenza del Capo dello Stato ha assunto così un significato particolare in un'edizione che coincide con i quarant'anni di Slow Food e che rende omaggio al suo fondatore Carlo Petrini, scomparso nel maggio scorso.

Dal cibo alla pace
È forse questo il significato più ampio di Terra Madre.

Il cibo può dividere, quando diventa strumento di disuguaglianza, sfruttamento o conflitto. Ma può anche unire: intorno a un campo, a un mercato, a una tavola, a una ricetta tramandata di generazione in generazione.

Le comunità di Terra Madre arrivano da continenti e culture diverse. Parlano lingue differenti e coltivano prodotti lontanissimi tra loro. Eppure condividono problemi sorprendentemente simili: la difesa della terra, l'accesso all'acqua, la dignità del lavoro, la possibilità di continuare a produrre secondo pratiche sostenibili, la trasmissione dei saperi alle nuove generazioni.

Il cibo diventa così una lingua comune.
Non è un caso che il progetto di quest'anno insista sul rapporto fra biodiversità biologica e diversità culturale: proteggere una varietà di grano, un'antica razza animale o una tecnica agricola significa spesso proteggere anche una comunità e la sua memoria.

Una madre terra da conoscere, non soltanto da celebrare
Terra Madre nasce da una domanda sul cibo, ma nel tempo è diventata una domanda sul mondo.

Che tipo di agricoltura vogliamo?
Quali territori vogliamo lasciare alle generazioni future?
Quanto valgono un seme, un sapere antico, il lavoro di un contadino?
E soprattutto: quale rapporto vogliamo avere con la natura e con le altre comunità umane?

A Torino, dal 24 al 27 settembre, queste domande convivono con mercati, incontri, laboratori, degustazioni e momenti di festa. Ma il cuore della manifestazione resta il confronto fra persone che, in parti molto diverse del pianeta, stanno cercando risposte concrete.

È questa forse la vera eredità di Terra Madre: ricordarci che la biodiversità non è soltanto ciò che dobbiamo conservare. È anche ciò che ci permette di immaginare un futuro diverso.

E che, prima ancora di essere consumatori, siamo parte di una comunità alimentare molto più grande: quella che comincia dalla terra e arriva fino alla nostra tavola.

lunedì 21 settembre 2026

Leone XIV reciterà il Rosario con centinaia di bambini in Vaticano per la pace

Papa Leone XIV si unirà a centinaia di bambini per recitare il Rosario per la pace il prossimo 1° ottobre alle ore 17.00, presso la Grotta di Lourdes nei Giardini Vaticani. All’incontro sono attesi tra 700 e 1.000 bambini provenienti da scuole e parrocchie di Roma, che pregheranno insieme al Papa unendosi spiritualmente a bambini, famiglie, scuole e comunità cristiane di tutto il mondo. L’appuntamento segnerà l’inizio della settimana mondiale di preghiera dell’iniziativa Un milione di bambini recita il Rosario, promossa dalla fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACN) da oltre venti anni. Quest’anno, per la prima volta, la campagna si svolgerà nell’arco di un’intera settimana, dal 1° al 7 ottobre, per permettere a diocesi, parrocchie, scuole, comunità e famiglie nei diversi continenti di scegliere il giorno più adatto alle proprie realtà pastorali, rimanendo unite nella stessa intenzione di preghiera per la pace e l’unità. La settimana culminerà il 7 ottobre, festa della Madonna del Rosario.

Bambini di tutto il mondo uniti nella preghiera
Mentre a Roma i bambini pregheranno con Papa Leone XIV, iniziative analoghe sono già in preparazione in numerosi Paesi, dalle comunità indigene dell’Amazzonia boliviana alle parrocchie del Sudan, dello Zimbabwe, del Mozambico, della Sierra Leone e di molti altri luoghi segnati dalla guerra, dalla povertà o dall’instabilità. In Sudan, dove il conflitto continua a provocare enormi sofferenze, padre Franck Mandozi, della Regione Pastorale di Kosti, ha confermato la partecipazione dei bambini di diverse parrocchie e scuole. A migliaia di chilometri di distanza, in una comunità indigena T’siman dell’Amazzonia boliviana, suor Patricia Alejandra Botello López racconta che i bambini pregano già il Rosario sia in lingua T’siman sia in spagnolo. In Zimbabwe, la parrocchia di St Christopher, nell’arcidiocesi di Bulawayo, riunirà i bambini domenica 4 ottobre. Il parroco, padre Charles Mafurutu, intende inoltre raggiungere nelle settimane successive le comunità più remote e i centri di Messa disseminati sul territorio della parrocchia, alcuni a molti chilometri di distanza. Anche in Paraguay, Radio Pa’i Puku prevede di promuovere l’iniziativa attraverso le proprie trasmissioni e di diffondere in diretta il Rosario recitato dai bambini della parrocchia di San Eugenio de Mazenod, invitando famiglie, scuole, parrocchie e catechisti a unirsi alla preghiera.

Una preghiera per un mondo ferito
La campagna 2026 si ispira al messaggio di Fatima: «Alla fine, il mio Cuore Immacolato trionferà». Nell’invito rivolto quest’anno ai partecipanti, il cardinale Kurt Koch, presidente internazionale di Aiuto alla Chiesa che Soffre e prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, ricorda che il Cuore Immacolato di Maria rappresenta una vita interamente aperta allo Spirito Santo e indica la Vergine come modello di fede, di amore e di preghiera. L’iniziativa assume un significato particolare in un momento in cui milioni di persone si confrontano con la guerra, la violenza, la persecuzione, la povertà e l’incertezza. La preghiera dei bambini vuole essere, in questo contesto, un segno semplice ma universale di fiducia e di speranza: bambini di lingue, culture e Paesi diversi, uniti nella stessa preghiera per la pace.

Da un piccolo gruppo in Venezuela a una rete mondiale
L’iniziativa “Un milione di bambini recita il Rosario” è nata in Venezuela nel 2005 e si è progressivamente trasformata in un movimento mondiale di preghiera che coinvolge bambini, famiglie, parrocchie, scuole e gruppi ecclesiali in tutti i continenti. La campagna trae ispirazione dalle parole attribuite a San Pio da Pietrelcina: «Quando un milione di bambini reciterà il Rosario, il mondo cambierà». L’invito non è rivolto soltanto ai bambini. ACN incoraggia anche genitori, insegnanti, sacerdoti, religiosi, catechisti e famiglie a pregare insieme a loro. Non è necessario recitare l’intero Rosario: anche una sola decina, pregata con fede, può diventare parte di questa grande catena mondiale di preghiera. L’iniziativa internazionale si svolge in collaborazione con il Santuario di Fatima, la Rete Mondiale di Preghiera del Papa e l’Apostolato Mondiale di Fatima. Quest’anno si unisce per la prima volta anche il World Rosary Day. Aiuto alla Chiesa che soffre mette anche a disposizione dei materiali per la preghiera in diverse lingue ed invita a registare la propria adesione per rendere visibile la rete dei bambini che pregheranno in diversi Paesi del mondo.

sabato 19 settembre 2026

Oltre i muri e le onde: l'arte rivoluzionaria di di JR

Jean René, noto al mondo semplicemente come JR (Parigi, 1983), non è soltanto uno street artist, ma un vero e proprio "artivista" contemporaneo. Famoso a livello globale per la sua tecnica del paste-up — il collage fotografico su larghissima scala in rigoroso bianco e nero — JR trasforma lo spazio pubblico in un palcoscenico di riflessione collettiva. Facciate di palazzi, monumenti storici, carceri e muri di confine perdono la loro funzione originale per diventare tele enormi. Attraverso la carta e la colla, l'artista francese ridisegna l'architettura per lanciare messaggi a un impatto sociale e politico ineguagliabile.
Due opere, in particolare, raccontano la capacità di JR di stravolgere la nostra percezione del mondo: la tenerezza oltre i confini di Kikito e la potenza dirompente di Diluvium.

Kikito: L'innocenza che scavalca i confini (2017)
Nel 2017, in un periodo di accesi dibattiti sulle politiche migratorie, JR ha puntato i riflettori su Tecate, lungo il muro di separazione tra Stati Uniti e Messico. Qui ha installato il ritratto monumentale di Kikito, un bambino messicano di un anno.
L'opera è tanto semplice quanto disarmante: un bimbo gigante che, aggrappandosi con le manine alla barriera d'acciaio, si affaccia curiosamente per guardare cosa c'è dall'altra parte. Agli occhi di un bambino di un anno non esistono frontiere, dazi o divisioni politiche; c'è solo un mondo immenso da scoprire. Con questo intervento, JR è riuscito a neutralizzare la valenza oppressiva del muro, trasformando uno dei simboli di divisione più crudi del nostro tempo in un momento di pura e condivisa umanità.

Diluvium: L'onda che travolge la storia
L'ultima sfida dell'artista francese si sposta dai deserti di confine al cuore di Roma con il progetto Diluvium. Questa gigantesca installazione lunga circa 70 metri sfrutta l'anamorfosi per creare un'illusione ottica spettacolare e inquietante: una massiccia onda in bianco e nero che sembra sul punto di abbattersi con violenza contro l'antica facciata cinquecentesca della Biblioteca Apostolica Vaticana.
Il contrasto è potentissimo. Da una parte la solidità storica, la conservazione del sapere millenario e la sacralità dell'istituzione vaticana; dall'altra la forza inarrestabile, selvaggia e fluida dell'acqua. Diluvium appare come un monito visivo sui cambiamenti climatici e sulla fragilità delle nostre certezze più antiche di fronte alle ondate — reali o metaforiche — dei tempi moderni.
Le installazioni di JR sono realizzate in carta. Sono opere intrinsecamente effimere, destinate a essere lentamente cancellate dal sole, dal vento o dalle intemperie. Eppure, la loro natura temporanea è proprio ciò che le rende urgenti. Che si tratti dello sguardo di un bambino che ignora una barriera d'acciaio o di un'onda pronta a sommergere secoli di storia, l'arte di JR lascia un segno permanente nella nostra memoria collettiva, costringendoci ad alzare lo sguardo e a ridefinire i nostri orizzonti.

giovedì 17 settembre 2026

Una discorso di laurea memorabile ad Harvard

Il video mostra il discorso di laurea (Senior English Address) tenuto dallo studente Noah Eckstein in occasione della cerimonia di laurea (Commencement) dell'Università di Harvard nel 2026.

Il discorso si concentra sull'importanza dell'empatia e della comprensione reciproca in un mondo sempre più polarizzato. Utilizzando la storia della sua stessa famiglia — un intreccio di fedi cristiana, musulmana ed ebraica — Eckstein dimostra che non è necessario essere d'accordo su tutto per convivere pacificamente e rispettarsi. Critica fortemente la tendenza odierna a polarizzare ogni dibattito e a discutere solo per "vincere", anziché per ascoltare. Il suo appello finale ai neolaureati è quello di lottare per capire intimamente le persone con cui non si è d'accordo, perché solo attraverso la comprensione si può sperare di cambiare e guarire il mondo.

L'inizio come una barzelletta 
Noah inizia il suo discorso con una battuta classica: "Un cristiano, un musulmano e un ebreo entrano in un bar". Rivela subito che questa è la vera storia della sua famiglia, composta da nonni e genitori di diverse fedi che si sono uniti fino alla sua nascita.

L'antidoto alla divisione
Il concetto centrale del suo discorso è che "l'antidoto alla divisione non è necessariamente l'accordo, è la comprensione". Fa notare come oggi la società ci presenti tutto sotto forma di rigidi schieramenti (destra contro sinistra, ricchi contro poveri, ecc.) obbligandoci a scegliere da che parte stare.

L'esempio dei nonni
Racconta della dinamica tra suo nonno musulmano (cresciuto in Pakistan durante la guerra del 1947) e suo nonno ebreo (sopravvissuto all'Olocausto). Seppur in forte disaccordo su molti argomenti a causa delle loro ideologie e credenze diametralmente opposte, sedevano insieme, discutevano su tutto e si preoccupavano sinceramente l'uno dell'altro.

La perdita dell'ascolto
Noah osserva che la nostra generazione ha smesso di ascoltare. Oggi le persone parlano avendo già deciso da che parte stare; si dibatte non per comprendere o imparare, ma solo per "vincere, umiliare e avere ragione".

Come cambiare il mondo 
Rivolgendosi ai compagni di Harvard che sognano di lasciare un segno, li avverte: "non si può cambiare un mondo che ci si rifiuta di capire". Aggiunge inoltre una profonda riflessione: la pace basata sulla comprensione sopravvive al conflitto, mentre la pace basata unicamente sull'essere d'accordo crolla non appena si presenta una divergenza.

Un consiglio pratico
L'oratore lascia al pubblico una pratica da applicare nella vita: quando si incontra qualcuno con cui non si è d'accordo, bisogna difendere le proprie idee, ma al contempo farsi forza e domandare agli altri perché credano nelle loro. Li invita ad "ascoltare come se si potesse avere torto".

La conclusione
Riprende l'aneddoto iniziale. I suoi nonni sono stati sepolti secondo le loro rispettive fedi, mantenendo le proprie tradizioni fino all'ultimo. Tuttavia, si sono sempre rispettati e voluti bene, restando fieri di essere un'unica famiglia. Eckstein esorta infine i laureati a fare lo stesso e a guardare un po' più a fondo nell'animo delle persone per guarire le ferite del mondo.