domenica 18 ottobre 2026

Quando il velo diventa un caso di Stato: le proteste in Azerbaijan e la difficile convivenza tra secolarismo e libertà

Azerbaijan, ottobre 2026 — Un nuovo regolamento scolastico, un foulard, decine di ragazze respinte ai cancelli delle scuole e una rara ondata di proteste. Cosa ci dice questa crisi dello stato della libertà religiosa, politica e dei diritti delle minoranze in uno dei paesi più secolarizzati del mondo musulmano?

È cominciata a luglio, è esplosa a settembre. Il 7 luglio 2026 il presidente Ilham Aliyev ha firmato una legge che modifica la normativa sull'istruzione generale, introducendo requisiti sull'abbigliamento di studenti e insegnanti nelle scuole statali. Il 21 settembre il Consiglio dei ministri ha approvato la risoluzione n. 309, che vieta gli "elementi di abbigliamento aggiuntivi" che violino il modello unico di divisa o che contrastino con "il principio dell'istruzione secolare".

La parola "hijab" non compare nel testo. Ma nella pratica, da lunedì scorso, il ministero dell'Istruzione ha iniziato a impedire l'accesso alle lezioni alle studentesse che indossano il velo. Video di ragazze in lacrime, respinte dai cancelli, hanno fatto il giro dei social.

La risposta non si è fatta attendere: insegnanti in velo hanno tenuto lezioni all'aperto davanti a diverse scuole di Baku; studenti hanno boicottato le lezioni; il 13 ottobre il ministero degli Interni ha annunciato 37 fermi (gli attivisti parlano di oltre 200). Nello stesso giorno sono stati dati alle fiamme veicoli a Garadag e Masazir. Chi ha criticato la norma online — un teologo sciita, un giornalista già detenuto in sciopero della fame — è stato arrestato o punito amministrativamente.

Una rarità per un paese in cui le manifestazioni di piazza sono praticamente scomparse.

Un conflitto che non nasce oggi
La disputa sul velo scolastico in Azerbaijan ha almeno sedici anni. Nel dicembre 2010 centinaia di persone manifestarono già a Baku davanti al ministero dell'Istruzione, e negli anni successivi ci furono proteste a Ganja, Masally e Nardaran, con cariche della polizia e arresti. Anche ad aprile 2026, prima delle modifiche legislative, si erano già registrati casi di studentesse escluse dalle classi a Sumgayit.

L'idea che sta dietro alla riforma — secondo il deputato Jeyhun Mamedov — è "eliminare le differenze nel contesto scolastico legate alla religione e allo status sociale". È il classico argomento del secolarismo *alla francese*: la scuola come spazio neutro. Ma c'è un problema di coerenza e di scala. Azerbaijan è uno stato a stragrande maggioranza musulmana (oltre il 90% della popolazione), dove il velo non è un segno di contestazione politica importata ma una pratica religiosa diffusa. E soprattutto: la Costituzione, all'articolo 48, garantisce la libertà di coscienza e di religione — diritto che, come ha ricordato il giornalista Polad Aslanov, appare violato quando si impedisce a una tredicenne di studiare.

Il caso diplomatico con la Turchia
La crisi ha scatenato un contenzioso inatteso con l'alleato più stretto di Baku. I media vicini al governo turco hanno duramente criticato la riforma, evocando la repressione del velo in Turchia negli anni Novanta; il 3 ottobre si è protestato persino davanti al consigolato azerbaigiano a Istanbul. Aliyev ha replicato che "nessuno deve intromettersi nel nostro modo di vivere". Il paradosso è lampante: due paesi che si disputano il primato del "modello musulmano secolare" litigano su chi lo interpreti meglio, mentre nelle strade di Baku piangono delle bambine.

Il quadro più grande: libertà religiosa e politica
Questo episodio non si capisce senza il contesto. L'Azerbaijan è una repubblica presidenziale in cui il partito al governo domina da decenni, l'opposizione è emarginata, i giornalisti critici finiscono regolarmente in carcere. Le libertà religiose sono formalmente garantite ma praticamente contingentate: le comunità religiose devono registrarsi presso lo Stato, le espressioni di religiosità pubblica non allineate alla linea ufficiale del Caucasian Muslims Office — l'ufficio musulmano di stato vicino al potere — sono guardate con sospetto, e le correnti sciite non allineate vengono trattate come minaccia alla sicurezza nazionale. Il caso del teologo Abgula Suleymanov, arrestato per 30 giorni dopo aver criticato le restrizioni sui social, è esemplare: chi contesta lo fa a prezzo della propria libertà personale.

Ed è qui che il discorso sul secolarismo rivela la sua ambiguità. Il secolarismo di stato può essere uno strumento di neutralità, ma anche uno strumento di controllo: definire dall'alto cosa è "religioso", cosa è "politico", cosa è lecito. Quando il potere decide quale parte dell'identità di una cittadina può entrare in classe e quale no, non sta proteggendo la laicità: sta decidendo chi è un cittadino intero e chi è un cittadino dimezzato.

E le minoranze?
L'Azerbaijan ama presentarsi come patria del multiculturismo: ebrei di montagna, cristiani udi, tatari, lezghini, talysh convivono da secoli nel Caucaso. Ma la convivenza ufficiale — i festival, le foto di rappresentanza, i proclami di tolleranza — non basta. La vera prova del rispetto delle differenze non è come lo Stato tratta le minoranze quando sono invisibili, ma come tratta la maggioranza quando esprime la propria identità in modo non gradito. Una legge che esclude dalle aule la parte più visibile dell'identità religiosa di milioni di donne non rafforza l'unità nazionale: la erode, perché insegna a una generazione che i propri genitori, le proprie madri, sono "fuori norma".

Quali norme per convivere pacificamente?
Se il secolarismo è una garanzia e non una gabbia, alcuni principi non sono negoziabili:

1. La proporzionalità. Le limitazioni ai diritti fondamentali devono rispondere a un obiettivo legittimo ed essere la misura meno invasiva possibile. Un divisa scolastica può regolare colori e capi; non può cancellare l'identità. L'esperienza giurisprudenziale europea (con tutti i suoi limiti) suggerisce che divise comuni sono legittime solo se prevedono forme di ragionevole accomodamento.

2. Il diritto all'istruzione prevale. Cacciare una studentessa dall'aula per il velo è una doppia violazione: della libertà religiosa e del diritto allo studio. Nessuna norma amministrativa può sospendere un diritto costituzionale senza procedura, senza garanzie, senza giudice.

3. La partecipazione nel processo legislativo. Una riforma che tocca l'identità di milioni di famiglie non può scendere dall'alto di una risoluzione di gabinetto. Consultazione di genitori, comunità religiose, società civile: non cortesia istituzionale, ma condizione di legittimità.

4. La coerenza. Se lo Stato invoca il secolarismo per il velo ma tollera l'ingerenza del suo ufficio religioso di stato nelle nomine dei leader spirituali, non sta applicando un principio: sta usando un principio.

5. Il diritto di protesta. Trentasette fermi per una manifestazione di studentesse e insegnanti non sono ordine pubblico: sono un avvertimento. Un paese che voglia essere credibile quando parla di tolleranza deve tollerare, per cominciare, il dissenso pacifico.

Le ragazze in lacrime davanti ai cancelli delle scuole di Baku stanno ponendo una domanda più grande del velo: che tipo di società vuole costruire l'Azerbaijan? Un secolarismo imposto con i commissariati è solo un altro conformismo di stato. La laicità vale qualcosa solo se protegge anche chi non la pensa come il potere — soprattutto allora. Se la scuola è il luogo dove si impara a vivere insieme, insegnare alle nuove generazioni che la diversità si espelle dalla porta non è una lezione di unità nazionale: è la sua negazione.

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