Quando il diritto di famiglia diventa strumento di potere politico, sono le donne e le bambine a pagare il prezzo più alto.
Cosa è successo in Iraq
Nell'agosto 2024 il Parlamento iracheno ha iniziato a discutere una serie di emendamenti alla Legge sullo stato personale n. 188 del 1959, la normativa che da oltre sessant'anni regola matrimoni, divorzi, custodia dei figli ed eredità in Iraq. La proposta, sostenuta dal Framework di Coordinamento Sciita, la coalizione di partiti islamici sciiti che sostiene il governo, prevedeva di consentire ai musulmani di scegliere di essere regolati dalla giurisprudenza religiosa anziché dalla legge civile.
Le prime bozze facevano tremare: il matrimonio delle bambine fin dai 9 anni, la custodia ridotta, l'eredità ulteriormente penalizzata, il mantenimento condizionato al "piacere" del marito. Dopo mesi di mobilitazione femminile, alcune delle peggiori clausole sono state ammorbidite nella versione finale: il 21 gennaio 2025 il Parlamento ha approvato l'emendamento con un voto unico, accorpato ad altre due leggi controversie — sui beni sottratti sotto Saddam Hussein e sull'amnistia generale — in una procedura contestata come irregolare. La Corte Suprema Federale ha sospeso temporaneamente i provvedimenti, poi il 13 febbraio 2025 il presidente Rashid li ha ratificati e il 17 febbraio sono entrati in vigore.
Infine, il 27 agosto 2025, il Parlamento ha approvato il Codice di Stato Personale già'afari (scuola giuridica sciita), dando piena attuazione al disegno. La Corte Suprema Federale ha confermato la costituzionalità delle riforme l'11 settembre 2025.
Cosa cambia per le donne
Contrariamente a quanto temuto nella bozza iniziale, l'età minima per il matrimonio resta fissata a 18 anni, oppure 15 con autorizzazione di un giudice in base alla "maturità e capacità fisica" della minore. Una soglia che viola comunque lo standard internazionale dei 18 anni e che, nella pratica, lascia ampi margini: secondo UNICEF il 28% delle ragazze irachene si sposa prima dei 18 anni. Gli attivisti temono inoltre che i matrimoni non registrati — legalizzati dalla riforma — diventino la scappatoia per nozze precoci: secondo la missione ONU in Iraq, il 22% dei matrimoni non registrati coinvolgeva ragazze sotto i 14 anni.
Il vero cuore del problema è però altrove, nelle norme che entrano in vigore con il codice jaafari:
- Due donne, due diritti diversi. Le coppie musulmane sciite devono dichiarare la propria setta al momento del matrimonio e scegliere se essere regolate dalla legge del 1959 o dal codice già'afari; la scelta è definitiva. In caso di disaccordo, a decidere è la scelta del marito. Le donne sunnite restano sotto la legge civile: i diritti dipendono dunque dall'appartenenza religiosa, violando l'articolo 14 della Costituzione sull'uguaglianza davanti alla legge.
- Custodia dei figli. Sotto il codice jaafari la madre perde generalmente la custodia quando il figlio compie 7 anni, con passaggio automatico al padre; il precedente diritto civile garantiva la custodia materna fino a 10 anni, estendibile a 15. Il principio del "superiore interesse del minore" scompare: il padre conserva l'affidamento esclusivo, e la madre non può decidere su scuola, salute o viaggi dei figli. Se la madre risposa, perde immediatamente la custodia, anche se il secondo matrimonio finisce. Nel già'afari classico, una donna divorziata non ha diritto alla casa coniugale, al mantenimento né alla dote, e i figli restano con lei solo due anni.
- Obbedienza coniugale e violenza. La moglie può perdere il diritto al mantenimento se lascia la casa senza permesso, viaggia da sola o rifiuta rapporti sessuali — anche in caso di coercizione. Chi resiste alle violenze rischia di essere dichiarata "disobbediente" e privata dei propri diritti economici. Il codice non criminalizza la violenza domestica né lo stupro maritale.
- Divorzio ed eredità. Il divorzio resta in sostanza un diritto unilaterale maschile; la donna che chiede la separazione giudiziale deve spesso ottenere l'approvazione dell'autorità religiosa suprema. Scompaiono il risarcimento per divorzio arbitrario, l'alloggio post-matrimoniale e l'indicizzazione della dote. Le mogli non possono ereditare immobili dai mariti, nemmeno se non hanno una casa propria.
- Matrimoni temporanei e poligamia. Ai religiosi è consentito celebrare matrimoni, aprendo la porta ai cosiddetti "matrimoni di piacere" (mut'a), contratti a tempo con dote e durata da un'ora a pochi mesi, senza eredità né mantenimento: le organizzazioni femminili li denunciano come veicolo di sfruttamento sessuale. La poligamia resta formalmente subordinata all'autorizzazione del giudice, ma chi viola la promessa di non risposarsi non subisce alcuna conseguenza: il secondo matrimonio resta valido.
A rendere il quadro ancora più grave si aggiungono la retroattività — le nuove regole applicate anche ai matrimoni già conclusi, a volte senza il consenso della moglie — e la Decisione n. 93, che consente ai ragazzi di 13 anni di scegliere con quale genitore vivere.
La reazione della società civile
La risposta è stata immediata e prolungata. Già nell'agosto 2024 le deputate e le attiviste irachene avevano lanciato la mobilitazione contro la prima bozza. A gennaio 2025, davanti al Parlamento, si sono avute le prime grandi proteste. Ma è nel 2026 che la contestazione è esplosa in piazza: il 6 giugno le madri hanno occupato Firdos Square a Baghdad raccontando di figli trascurati e maltrattati dopo il passaggio della custodia ai padri; il 18 luglio la protesta si è spostata davanti al Consiglio Giudiziario Supremo contro la retroattività.
Il 16 ottobre 2026 la mobilitazione è diventata nazionale: donne e bambini hanno marciato a Bassora, sul lungomare di Ashar, e a Baghdad, da Firdos Square verso Kahramana Square, con cartelli contro la retroattività e l'applicazione obbligatoria del codice, chiedendo il ripristino dell'età minima di matrimonio, l'abrogazione della Decisione 93 e che i giudici facciano del superiore interesse del minore il criterio principale. Le organizzatrici hanno minacciato nuove proteste se il Parlamento non interverrà. In piazza, le testimonianze sono state durissime: "ogni donna irachena qui è stata messa sotto pressione dal marito per rinunciare ai propri diritti, firmare cambiali o vivere con lui e l'altra moglie nella stessa stanza", ha raccontato l'attivista Manar al-Aqabi. E anche i sostenitori della riforma hanno tenuto contro-manifestazioni.
Sul piano internazionale, Human Rights Watch ha definito il codice uno strumento che "rende le donne cittadine di seconda classe"; Amnesty International, nel rapporto di agosto 2026, ha chiesto al governo di "intraprendere una nuova rotta" ponendo fine all'impunità e tutelando i diritti umani. A gennaio 2026, Equality Now, la Coalizione Hurra e la Campagna globale per l'uguaglianza nel diritto di famiglia hanno presentato una denuncia congiunta al Comitato ONU CEDAW, evidenziando come la riforma approfondisca la disuguaglianza di genere e la discriminazione settaria. Le violazioni riguardano convenzioni che l'Iraq ha ratificato nel 1986 (CEDAW) e nel 1994 (Convenzione sui diritti dell'infanzia).
Casi analoghi nel mondo
Il modello iracheno non è un unicum.
In Afghanistan, i talebani hanno progressivamente cancellato i diritti femminili dal 2021: divieto di scuola oltre i 12 anni — l'unico Paese al mondo con un divieto formale all'istruzione femminile —, divieto di lavorare, di viaggiare oltre i 72 chilometri senza un uomo di famiglia, obbligo di copertura integrale; e nel giugno 2026 un nuovo decreto ha legittimato i matrimoni precoci, "l'ennesimo attacco ai diritti delle donne e delle ragazze".
In Iran, dopo le proteste del 2022-2023, la repressione si è accompagnata a un rafforzamento della discriminazione di genere nel diritto di famiglia: testimonianza femminile vale la metà di quella maschile in tribunale, la custodia è subordinata alla "maturità" maschile, e la moglie che lavora senza permesso può essere considerata "nushuz" (disobbediente) con perdita del mantenimento.
C'è però anche la strada opposta.
Il Marocco ha riformato nel 2004 la propria mudawana alzando l'età del matrimonio a 18 anni, introducendo la custodia condivisa e limitando la poligamia a condizioni durissime.
La Tunisia, con il Codice dello stato personale del 1956, ha abolito la poligamia e instaurato il divorzio per reciproco consenso, diventando un riferimento per la riforma della legislazione familiare araba.
La Giordania ha abrogato nel 2001 l'articolo che permetteva a un uomo violento di sfuggire alla pena sposando la vittima.
Persino in Arabia Saudita, il sistema della tutela maschile (male guardianship) è stato formalmente ammorbidito dal 2019, anche se nella pratica le donne restano largamente subordinate a padri e mariti.
La legge jaafari irachena rappresenta qualcosa di più profondo di un'ordinaria riforma: è la frammentazione dello Stato di diritto in sistemi normativi paralleli, delegati ad autorità religiose sottratte a qualsiasi controllo democratico — il codice, infatti, doveva essere approvato dal Parlamento entro 30 giorni dalla presentazione, senza possibilità di dibattito. Le donne irachene che oggi scendono in piazza a Baghdad e Bassora stanno difendendo non solo i propri diritti, ma il principio che tutte le cittadine di uno Stato debbano essere uguali davanti alla legge. La risposta della comunità internazionale — CEDAW, Nazioni Unite, organizzazioni per i diritti umani — sarà misurata soprattutto su un punto: se la pressione diplomatica potrà sostenere una mobilitazione che, finora, il potere non ha saputo spegnere.
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