giovedì 12 febbraio 2026

Teologia della prosperità made in USA

La teologia della prosperità è una corrente del cristianesimo evangelicale che collega in modo diretto fede, obbedienza religiosa e donazioni alla Chiesa con ricchezza materiale, successo e salute fisica; Paula White è una delle sue esponenti più note e ha portato questo messaggio fino ai vertici del governo degli Stati Uniti tramite il suo ruolo accanto a Donald Trump come consigliera spirituale e responsabile degli uffici per la “Faith and Opportunity Initiative”.

Che cos’è la teologia della prosperità  
È una dottrina diffusa in ambienti pentecostali e carismatici, spesso legata alle megachurch e al televangelismo, che sostiene che la volontà ordinaria di Dio per il credente sia benessere economico e salute.
Interpreta la Bibbia quasi come un “contratto”: se la persona mostra fede (preghiera, confessioni positive, obbedienza) e dà generosamente alla chiesa o al ministero, Dio “risponde” con prosperità finanziaria, guarigione e successo personale.
Le tecniche tipiche sono il “positive confession” (dichiarare a voce promesse di benedizione, evitando parole negative) e il “seed-faith” (offerte di denaro viste come “semi” che garantiranno un ritorno moltiplicato).
Molte chiese storiche e teologi protestanti e cattolici criticano questa visione come riduttiva, perché trasforma la fede in un meccanismo quasi magico e tende a leggere povertà e malattia come segni di scarsa fede, con evidenti problemi etici e pastorali.

Chi è Paula White  
Paula White (oggi Paula White‑Cain) è una predicatrice e televangelista carismatica statunitense, pastora di megachurch e nota predicatrice della teologia della prosperità.
Ha costruito la propria carriera dagli anni 2000 con ministeri televisivi, conferenze e libri centrati su promesse di avanzamento finanziario, successo personale e “rottura delle maledizioni” attraverso fede e donazioni.
Il suo stile unisce retorica motivazionale (realizzazione personale, empowerment) con linguaggio carismatico (visione, battaglia spirituale, miracoli) dentro il paradigma della prosperità.

Rapporti con il governo americano  
Paula White è stata per anni “spiritual advisor” personale di Donald Trump, che la notò in TV circa vent’anni fa mentre predicava il vangelo della prosperità, e iniziò a consultarla ben prima della sua candidatura presidenziale.
Durante la prima amministrazione Trump è stata figura chiave nel consiglio evangelico informale della Casa Bianca, partecipando a eventi ufficiali, preghiere pubbliche e momenti simbolici come la cerimonia per il trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme.
Nel 2019 è stata nominata formalmente a capo della “Faith and Opportunity Initiative”, struttura interna collegata all’Office of Public Liaison e al Domestic Policy Council, con il compito di fungere da punto di contatto con leader religiosi e raccogliere le loro istanze rispetto alle politiche federali.
Con questa posizione, la teologia della prosperità ha raggiunto un livello inedito di visibilità politica, perché una sua esponente di punta ha avuto accesso diretto al presidente e all’apparato politico, organizzando incontri con migliaia di pastori e leader evangelici alla Casa Bianca.

Effetti e critiche nel rapporto fede–politica  
Il legame tra White, il mondo della prosperità e la Casa Bianca ha contribuito a consolidare un blocco evangelicale pro‑Trump, sensibile a temi come Israele, aborto, diritti LGBTQ+ e libertà religiosa, presentati come ambiti in cui la “benedizione” o la “maledizione” di Dio sull’America dipenderebbero dalle scelte politiche.
Studiosi e organizzazioni per la separazione tra Chiesa e Stato hanno criticato il suo ruolo, sia per l’assenza di esperienza nel dialogo interreligioso, sia per l’uso di una teologia contestata come base di legittimazione religiosa di politiche pubbliche e nomine giudiziarie.
Nel dibattito americano, il caso Paula White viene spesso citato come esempio di come certo evangelicalismo prosperità‑oriented possa fondersi con un’agenda politica nazionalista, trasformando il successo politico e nazionale in “prova” della benedizione divina e intrecciando fede, potere e identità nazionale.

mercoledì 11 febbraio 2026

Restare umani: il cuore della Giornata del Malato

La Giornata Mondiale del Malato ci riporta ogni anno davanti a una verità essenziale: la misura di una società si vede da come guarda e si prende cura dei suoi membri più fragili. Il messaggio della Conferenza Episcopale Italiana di quest’anno invita a riscoprire proprio questo sguardo — uno sguardo “umano”, capace di compassione, ascolto e prossimità.

In un tempo segnato da tecnologie sempre più sofisticate e da un ritmo di vita che tende a mettere da parte chi non tiene il passo, la tentazione è quella di anestetizzare la sofferenza, di renderla invisibile. Eppure è proprio lì, dove il dolore e la fragilità si fanno più evidenti, che si misura la nostra umanità. “Restare umani” – sottolineano i vescovi – significa non lasciarsi indurire, non ridurre la persona malata a un “caso clinico” o a un numero in un reparto, ma ricordare che in ogni volto sofferente abita un mistero di dignità e di vita.

Questo appello non riguarda solo chi opera nel mondo della sanità o della cura, ma ciascuno di noi. Restare umani è un impegno quotidiano: in famiglia, di fronte a un anziano solo; nella comunità, accanto a chi vive un dolore invisibile; nella professione, evitando di trasformare l’efficienza in indifferenza. La malattia, con la sua carica di limite, ci ricorda che non siamo autosufficienti. Nella fragilità possiamo riscoprire la solidarietà e la gratitudine, la capacità di prenderci a cuore gli uni degli altri.

In questa Giornata del Malato, il messaggio della Chiesa italiana ci invita dunque a non “perdere il senso dell’umanità”. È un’esortazione che vale per credenti e non credenti: restare umani significa custodire il valore inalienabile di ogni vita, riconoscere che la cura non è solo un gesto medico, ma un atto d’amore che restituisce dignità e speranza.

martedì 10 febbraio 2026

Giornata del Ricordo: il dolore dimenticato degli esuli giuliano-dalmati e istriani

Il 10 febbraio celebriamo la Giornata del Ricordo, istituita nel 2004 per commemorare le vittime delle foibe, le deportazioni e le sofferenze del popolo italiano in Istria, Dalmazia e Venezia Giulia durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale. Non si tratta solo di un atto di memoria storica, ma di un riconoscimento del dramma umano di decine di migliaia di italiani – civili, militari e religiosi – perseguitati dal regime del maresciallo Tito e dai suoi partigiani titini.

Tra il 1943 e il 1947, circa 20.000 italiani furono infoibati o eliminati in campi di concentramento come quelli di Goli Otok e Vis. Uomini e donne, spesso accusati di "fascismo" senza prove, venivano gettati vivi nelle voragini carsiche delle foibe, legati con filo spinato e talora seviziati barbaramente. Tra le vittime spiccano sacerdoti e religiosi: suore francescane crocifisse a rovescio, preti come don Francesco Bonifacio torturati e infoibati con il collo stretto da filo spinato, o don Giovanni Missio seviziato prima di essere precipitato in una foiba. Questa persecuzione religiosa colpì oltre 700 chierici italiani, simbolo di un odio ideologico che non risparmiava la fede.

Le popolazioni giuliano-dalmate e istriane subirono una pulizia etnica sistematica: case requisite, beni confiscati, famiglie spezzate. Circa 350.000 italiani furono costretti all'esilio, abbandonando tutto per rifugiarsi in Italia. Eppure, in patria, trovarono scarsa solidarietà. Gli esuli furono accolti con diffidenza, spesso bollati come "fascisti" dalla propaganda comunista dominante, emarginati nei campi profughi di Bologna, Cisterna o Padriciano. Mancò un abbraccio collettivo: la storiografia ufficiale oscurò questi eventi per decenni, preferendo il mito della Resistenza.

Oggi, ricordare non è revanscismo, ma giustizia. Onoriamo le vittime – come i 6.000-10.000 delle foibe, secondo stime storiche attendibili – per non ripetere gli orrori del totalitarismo. La solidarietà negata ieri deve diventare empatica memoria oggi. 

Fonti di riferimento: Istituto di Studi Istriani e Dalmati, Archivio storico della Memoria Giuliana e Dalmata, legge 92/2004.

lunedì 9 febbraio 2026

Antonino Zichichi: lo scienziato che unì fede e scienza

Antonino Zichichi, fisico italiano di fama mondiale scomparso oggi all'età di 96 anni, ha dedicato la vita a dimostrare che scienza e fede cattolica non sono in contrasto, ma complementari nella ricerca della verità. Ispirato da Giovanni Paolo II, ha promosso un dialogo armonioso tra ragione sperimentale e trascendenza.

Vita e Contributi Scientifici

Nato a Trapani nel 1929, Zichichi è stato un pioniere della fisica delle particelle, autore di oltre mille pubblicazioni, sei scoperte e fondatore del laboratorio sotterraneo del Gran Sasso. Presidente della Federazione Mondiale degli Scienziati, ha portato la scienza italiana ai vertici internazionali con esperimenti sulle alte energie e la Grande Unificazione.

La sua passione divulgativa lo ha reso noto al grande pubblico attraverso libri e apparizioni TV, dove spiegava concetti complessi con semplicità galileiana.

Il dialogo tra fede e scienza

Zichichi sosteneva che la scienza nasce da un "atto di fede" nel metodo galileiano, che rivela l'"impronta del Creatore" nelle leggi della natura. Nessuna scoperta scientifica nega Dio; al contrario, fenomeni come le equazioni di Maxwell rimandano a un "Supermondo" logico e unificato.

Professo cattolico convinto, affermava: "Se ha il dono della Scienza e della Fede, sarà uno scienziato credente". Critico del pensiero illuminista che separa ragione e religione, vedeva nel cattolicesimo la via per indagare sia l'immanente che il trascendente.

L'ispirazione di Giovanni Paolo II

Fondamentale fu l'influenza di Karol Wojtyła, che Zichichi lodava per aver posto le basi della "Grande Alleanza tra Fede e Scienza". Nel libro Tra fede e scienza: da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI, elogia l'azione del Papa in difesa della vera scienza, contro riduzionismi atei.

sabato 7 febbraio 2026

Le Olimpiadi Invernali iniziano: un richiamo alla tregua e alla fraternità

 
Ieri sera si é alzato il sipario sulle Olimpiadi Invernali 2026, e con la cerimonia inaugurale si accende non solo la fiamma del grande sport, ma anche – almeno idealmente – quella dello spirito olimpico. È un momento che, come ogni quattro anni, invita il mondo a fermarsi, a guardarsi nello specchio dei valori più autentici dell’umanità: pace, rispetto e unità.

Da secoli, fin dall’antica Grecia, le Olimpiadi sono state precedute da un periodo di “ekecheiria” (trattenere la mano), la tregua sacra durante la quale le guerre si sospendevano per permettere agli atleti e agli spettatori di viaggiare in sicurezza verso Olimpia. Oggi questa tradizione sopravvive come tregua olimpica: un appello simbolico, ma potentissimo, affinché i popoli sospendano conflitti e rivalità almeno mentre gli atleti, in pista o sulla neve, incarnano la possibilità di un mondo diverso.

In un contesto globale carico di tensioni – dai conflitti armati in diverse aree del pianeta alle fratture politiche e culturali che attraversano anche le società più stabili – il messaggio del CIO e delle Nazioni Unite appare più urgente che mai. Non a caso, nelle ultime ore, diversi leader politici e religiosi hanno rilanciato parole di pace, ricordando come lo sport possa essere un linguaggio universale capace di unire oltre le differenze di lingua, fede o bandiera.

L’olimpismo autentico non è soltanto competizione o spettacolo: è una pedagogia della pace, un’educazione alla lealtà, al riconoscimento dell’altro come avversario, mai come nemico. Ogni stretta di mano al termine di una gara, ogni abbraccio tra atleti di paesi lontani o divisi, riafferma la fiducia che l’umanità può convivere nella diversità.

Mentre gli occhi del mondo guardano alla neve e alle medaglie, ricordiamo dunque ciò che il fondatore del movimento olimpico moderno, Pierre de Coubertin, sognava: “il trionfo del coraggio, della perseveranza e della fratellanza sull’odio e sull’indifferenza”. Un sogno che oggi, più che mai, abbiamo bisogno di rinnovare.
 
Stefania Costantini (curling) e Dominik Fischnaller (slittino) hanno letto il giuramento degli atleti durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 a Cortina d'Ampezzo: "Promettiamo di partecipare a questi Giochi Olimpici rispettando e osservando le regole e nello spirito della sportività, dell'inclusione e dell'uguaglianza. Siamo uniti in solidarietà e ci impegniamo a praticare lo sport senza doping, senza inganni, senza alcuna forma di discriminazione. Lo facciamo per l'onore delle nostre squadre, nel rispetto dei Principi Fondamentali dell’Olimpismo e per rendere il mondo un posto migliore attraverso lo sport". 
 
«Ci sono cose da non fare mai, per esempio la guerra». Sono i versi, del poeta Gianni Rodari dalla poesia Promemoria recitati dal rapper Ghali allo stadio di San Siro durante la cerimonia di inaugurazione di Milano Cortina.
La coreografia che ha accompagnato il testo è stata interpretata da un cast interamente under 20: da una montagna umana in cui i corpi si sostengono e si abbracciano, ha preso forma una colomba, simbolo universale di pace. 



venerdì 6 febbraio 2026

Quando lo scandalo non scandalizza più

Il recente video razzista postato sull’account Truth Social di Donald Trump – con Barack e Michelle Obama raffigurati come scimmie in un montaggio ispirato al Re Leone – è stato rimosso dopo poche ore tra critiche bipartisan. Eppure, Trump non si scusa, lo staff parla di “errore”, e la sua base resta salda. Perché?

Che video era, esattamente?
Il post su Truth Social conteneva un video di circa un minuto con teorie del complotto sulle elezioni 2020, a cui alla fine veniva aggiunto un breve spezzone in cui Barack e Michelle Obama venivano sovrapposti a corpi di scimmie, con in sottofondo “The Lion Sleeps Tonight”, richiamo al “mighty jungle” del Re Leone. 

Quel clip finale era stato preso da un video più lungo, creato da un “meme creator” pro‑Trump, che raffigurava Trump come “King of the Jungle” e altri democratici come animali; nella versione estesa anche Biden compariva come primate che mangia una banana. 
Lo staff della Casa Bianca ha difeso inizialmente il contenuto dicendo che si trattava di un “meme” sul “Re della giungla” e personaggi del Re Leone, invitando i critici a smettere con la “finta indignazione”; il video è stato poi rimosso dopo un’ondata di critiche, anche repubblicane. 
Trump ha dichiarato pubblicamente: “non ho commesso un errore” e non si è scusato, limitandosi a dire che il video è stato tolto. 

Siamo o no responsabili di ciò che appare sui nostri profili?
Bisogna distinguere tra:
a. Responsabilità personale/politica:  
  - Se un contenuto compare sul tuo profilo, in genere l’opinione pubblica e i media ti considerano politicamente e moralmente responsabile, anche se tecnicamente è stato “solo condiviso” o pubblicato da uno staffer. Questo vale tanto più quanto più il profilo è ufficiale (presidente, ministro, leader di partito).
b. Responsabilità giuridica del singolo utente:  
  - Negli USA, la famosa Section 230 protegge le piattaforme dal essere trattate come “editori” dei contenuti degli utenti, ma non protegge gli utenti stessi se diffamano, minacciano, incitano all’odio, ecc.: in linea di principio l’utente può essere ritenuto responsabile come in qualunque altro contesto (testo, volantino, comizio). 
  - Nell’UE, con il Digital Services Act e norme nazionali, le piattaforme hanno obblighi più forti di rimozione e moderazione di contenuti illegali, ma resta il fatto che chi pubblica contenuti diffamatori o razzisti può risponderne civilmente o penalmente. 
In sintesi: l’idea “non sono responsabile di quel che appare sul mio profilo” non regge né sul piano politico né, spesso, su quello giuridico; al massimo si può discutere di dolo/colpa e di chi materialmente ha cliccato “pubblica”, ma la responsabilità pubblica rimane. 

Cosa sarebbe successo a un altro politico?
In molti paesi occidentali un episodio simile avrebbe potuto avere effetti molto più pesanti:
- Dimissioni o sospensione: ministri o parlamentari europei sono spesso costretti a dimettersi per tweet razzisti o video offensivi, anche se si difendono dicendo di non averli creati loro direttamente. 
- Sanzioni interne al partito: in contesti meno polarizzati, il partito tende a prendere le distanze per non compromettere la propria immagine, arrivando a espulsioni o ritiro del sostegno.
- Condanne pubbliche trasversali: normalmente ci si aspetta una condanna forte almeno su base bipartisan per contenuti che richiamano stereotipi razzisti ottocenteschi (neri = scimmie), considerati tabù nella comunicazione pubblica. 

Nel caso Trump, invece, la reazione del partito è stata più ambigua: forte imbarazzo e critiche da alcuni esponenti, ma niente di paragonabile a una rottura organizzata con la leadership.

Perché Trump sembra “immunizzato” dalle gaffe?
La politologia e la sociologia della comunicazione hanno individuato vari fattori che spiegano perché scandali e “cadute di stile” incidono poco sulla sua base:
a. Polarizzazione estrema:  
  - In un contesto dove lo scontro è percepito come “esistenziale”, la priorità per molti elettori è che il proprio campione “non perda mai”, anche se sbaglia; scandali e gaffe diventano subito armi di guerra fra tifoserie, non occasioni di riflessione etica. 
b. Shamelessness come strategia:  
  - Analisi su Trump parlano di “shameless politics”: rompere continuamente le norme, non scusarsi mai, rilanciare, spiazza le aspettative tradizionali (dove l’imbarazzo costringeva il politico a fare un passo indietro). Se non ti vergogni, lo scandalo perde potere. 
c. Desensibilizzazione:  
  - Studi sperimentali mostrano che l’esposizione ripetuta a messaggi norm‑violating (per esempio i tweet che delegittimano le elezioni) abbassa, nel tempo, la sensibilità a quel tipo di violazioni, almeno tra i sostenitori: cose che all’inizio sarebbero sembrate inaccettabili diventano “normali”.
d. Identità di gruppo:  
  - Per molti sostenitori, Trump non è solo un politico ma un simbolo identitario: attaccare lui è percepito come attaccare “noi”. In questo quadro, anche un video razzista viene riletto come “provocazione” o “umorismo politicamente scorretto”, non come segnale di razzismo strutturale. 
e. Ecosistema mediatico parallelo:  
  - Una parte dei media e dei commentatori a lui vicini minimizza o giustifica ogni episodio, spostando l’attenzione sull’“ipocrisia della sinistra” o sulle “vere priorità” del paese; così, l’episodio viene rapidamente riassorbito nel ciclo di notizie. 

Un esempio: ricerche sperimentali mostrano che i messaggi di Trump contro la legittimità delle elezioni 2020 hanno ridotto la fiducia nel processo elettorale tra i suoi sostenitori, senza però generare una rottura con lui; la norma democratica (accettare il risultato) è stata erosa, non lui delegittimato.

Perché non c’è una risposta forte unanime?
In parte, i “guardrail” informali della democrazia (vergogna pubblica, pressione morale bipartisan, forza dei media tradizionali) si sono indeboliti:
- I costi reputazionali delle violazioni di norma sono scesi, specie in contesti iper‑polarizzati.
- I partiti temono la propria base più di quanto temano la condanna generale, quindi evitano rotture nette anche davanti a episodi gravissimi.
- La produzione continua di scandali crea saturazione: l’opinione pubblica si abitua e perde la capacità di reagire con forza a ciascun nuovo episodio.

Vedi 
Shameless Politics: How Scandal Lost Its Power in America 

giovedì 5 febbraio 2026

L’Insegnamento della Religione Cattolica: Laboratorio di cultura e dialogo

La Nota Pastorale del 2025 dell'Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali (CEI) illustra il valore dell'Insegnamento della Religione Cattolica (IRC) nel sistema scolastico italiano, a quarant'anni dalla revisione del Concordato. Il documento presenta la disciplina come un laboratorio di dialogo interculturale, essenziale per comprendere il patrimonio storico e affrontare le sfide di una società multietnica e digitalizzata. 

Attualità dell’IRC in un tempo di cambiamenti
Viene letto il “cambiamento d’epoca”: globalizzazione, migrazioni, pluralismo religioso, secolarizzazione, analfabetismo religioso, solitudine giovanile e sfide legate a IA, biotecnologie e digitale.
​L’IRC è descritto come spazio formativo che aiuta a comprendere il patrimonio culturale e religioso italiano, apre al confronto con altre religioni, sostiene percorsi di integrazione, dialogo e convivenza pacifica.
​Si insiste sulla centralità educativa della scuola, sulla formazione integrale e sul contributo dell’IRC a senso critico, coscienza civile, educazione alla pace, alla giustizia e alla custodia del creato.

L’IRC, scelta di libertà e di cultura
L’Accordo del 1984 è letto come innovativo perché riconosce: valore della cultura religiosa, radicamento storico del cattolicesimo nel popolo italiano, collocazione dell’IRC entro le finalità della scuola (sviluppo della persona, uguaglianza, libertà, partecipazione).
​L’IRC è oggetto di libera scelta, non è professione di fede ma richiesta di formazione su temi religiosi; è destinato a tutti, non solo ai cattolici, e registra un’alta percentuale di avvalentisi, con differenze territoriali.
​Si ribadisce la distinzione e complementarità tra IRC e catechesi e si richiama la Corte costituzionale: l’IRC non viola la laicità, ma ne è espressione, perché la laicità non è indifferenza al fatto religioso, bensì garanzia di libertà in regime di pluralismo.
​L’IRC è definito “servizio educativo”: contribuisce alla crescita integrale, combatte l’ignoranza religiosa, favorisce sintesi tra saperi, dialoga con tutte le discipline (umanistiche, scientifiche e tecnologiche) e articola i contenuti in prospettiva esistenziale, teologica, biblica e storico-sociale.
​Viene situato nel quadro del “patto educativo globale” e si richiamano alcune attenzioni specifiche: scuola cattolica, percorsi di istruzione e formazione professionale regionali, dove l’IRC ha un ruolo qualificante e va garantito secondo la normativa.
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