martedì 27 gennaio 2026

I Giusti delle Nazioni: la dignità umana come bussola morale

Ogni 27 gennaio ricordiamo la Shoah e le sue vittime, ma accanto a questa memoria del dolore, è essenziale custodire anche la memoria del coraggio. È la memoria dei Giusti delle Nazioni, uomini e donne che, in tempi di disumanità, scelsero la via dell’umanità. Non erano eroi nel senso tradizionale: erano insegnanti, contadini, medici, suore, cittadini comuni che decisero di salvare e proteggere altri esseri umani, spesso a rischio della propria vita.  

Essi riconobbero, in mezzo alla barbarie, che ogni persona porta in sé una dignità che nessuna legge o ideologia può cancellare. Il loro gesto non fu solo un atto di resistenza morale, ma anche una forma di fede nella possibilità del bene, anche quando tutto intorno sembrava negarlo.

Agire per la dignità, allora e oggi
Oggi, le forme del male sono più sottili ma non meno reali. Non ci sono più delatori in ogni strada, ma esistono indifferenza, razzismo digitale, disinformazione, persecuzioni religiose o politiche, e nuove frontiere di esclusione che colpiscono migranti, minoranze e dissidenti.  
Essere “giusti” oggi può significare tante cose:  
- Denunciare la violenza o l’odio, anche quando farlo significa esporsi.  
- Difendere la verità e la giustizia nei contesti in cui prevale il cinismo.  
- Offrire solidarietà e asilo a chi fugge da guerre e persecuzioni.  
- Sostenere la libertà d’espressione e i diritti umani, anche nel mondo digitale.  

Un’eredità viva
Come ricordava Moshe Bejski, sopravvissuto di Auschwitz e promotore del titolo di Giusto tra le Nazioni, “ciò che distingue il Giusto è agire senza chiedere una ricompensa, solo perché è giusto”.  
Questo spirito vive oggi in figure come le donne iraniane che sfidano il regime per il diritto all’istruzione e alla libertà, nei giornalisti russi o belarusi che continuano a parlare nonostante le minacce, o nei volontari che soccorrono migranti in mare o nei conflitti, mossi dalla convinzione che nessuna frontiera valga più della vita umana.  

La Giornata della Memoria è doverosa per ricordare tutte le vittime del nazi-fascismo e la follia antisemita, ma è sempre occasione per aprire gli occhi sui rischi contemporanei di perdere il senso di umanità e di cadere nell'indifferenza verso l'ingiustizia, la violenza e le discriminazioni che colpisce popolazioni e categorie di persone in ogni parte del mondo.

lunedì 26 gennaio 2026

Il silenzio della croce


Oltre 30 anni fa Natalia Ginzburg, ebrea atea, scrisse per L’Unità un articolo sul crocefisso che merita, oggi, di essere riletto

“Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. 
Tace. 

È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea di uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente. 

La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. 

Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo?

Sono quasi duemila anni che diciamo “prima di Cristo” e “dopo Cristo”. 

O vogliamo smettere di dire così?

Il crocifisso è simbolo del dolore umano. 

La corona di spine, i chiodi evocano le sue sofferenze. La croce che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte. 

Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino.
Il crocifisso fa parte della storia del mondo.

Per i cattolici, Gesù Cristo è il Figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l’immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e del prossimo. 

Chi è ateo cancella l’idea di Dio, ma conserva l’idea del prossimo.

Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per la propria fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c’è immagine. 

È vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti. 

Come mai li rappresenta tutti? 

Perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei, neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà tra gli uomini.

Gesù Cristo ha portato la croce. A tutti noi è accaduto di portare sulle spalle il peso di una grande sventura. 

A questa sventura diamo il nome di croce, anche se non siamo cattolici, perché troppo forte e da troppi secoli è impressa l’idea della croce nel nostro pensiero. 

Alcune parole di Cristo le pensiamo sempre, e possiamo essere laici, atei o quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente.

Ha detto “ama il prossimo come te stesso”. 

Erano parole già scritte nell’Antico Testamento, ma sono diventate il fondamento della rivoluzione cristiana. 

Sono la chiave di tutto

Il crocifisso fa parte della storia del mondo”.

Pubblicato su L’Unità del 22 marzo 1988

domenica 25 gennaio 2026

Musk: “Presto più umanoidi che esseri umani ed entro il 2030 l’IA sarà più intelligente dell’uomo”

L’idea che robot umanoidi e intelligenza artificiale possano sostituire l’uomo nel lavoro affascina e inquieta allo stesso tempo. Elon Musk e papa Leone XIV rappresentano due modi opposti di guardare allo stesso fenomeno.

Musk e la seduzione della sostituzione
Nelle sue recenti dichiarazioni, Musk immagina un futuro prossimo in cui i robot umanoidi saranno più numerosi degli esseri umani e saranno in grado di svolgere “tutti i lavori” oggi affidati alle persone. Il lavoro umano, in questa visione, diventa una funzione sostituibile: ciò che conta è che un compito venga svolto nel modo più efficiente possibile, indipendentemente da chi – o da che cosa – lo svolge. L’obiettivo è un mondo di abbondanza materiale, in cui l’IA e la robotica garantiscono produzione, servizi, cura, logistica, e l’uomo è liberato dalla necessità di lavorare per vivere.

È una prospettiva essenzialmente funzionale: il lavoro è mezzo per ottenere un risultato (un prodotto, un servizio, un comfort). Se una macchina può farlo meglio, più velocemente e a minor costo, allora è “razionale” lasciarglielo fare. L’orizzonte è quello dell’automazione integrale, in cui l’elemento umano è opzionale, eventualmente “romantico”, ma non più necessario.

Papa Leone e l’irriducibilità dei volti e delle voci
All’estremo opposto, l’ultimo intervento di papa Leone XIV sull’intelligenza artificiale insiste sulla dignità dei volti e delle voci come luogo in cui si manifesta l’unicità della persona. L’IA, dice il Papa, è ambivalente: può essere un grande aiuto, ma non può diventare né “amica” né “oracolo” e, soprattutto, non può sostituire la responsabilità, la libertà e la relazione che definiscono l’umano.

Qui il punto non è se una macchina “sappia fare” un compito, ma che cosa accade alla persona quando delega a una tecnologia parti sempre più grandi della propria esperienza: pensare, giudicare, ricordare, comunicare, prendersi cura. Il Papa vede nella sfida dell’IA non un problema tecnico, ma antropologico: che cosa resta dell’uomo se le sue relazioni, la sua memoria, la sua voce, il suo volto vengono simulati, filtrati, governati da sistemi che rispondono a logiche di profitto, di efficienza, di controllo?

Due modi di intendere il lavoro
Qui si apre la dicotomia che proponi: sostituzione del lavoro umano vs originalità di voci e volti.

Nella prospettiva utilitaristica di Musk:
- Il lavoro è principalmente produzione di un bene o erogazione di un servizio.  
- Il valore del lavoro è misurato in termini di risultato e performance.  
- Se la tecnologia garantisce lo stesso risultato (o migliore), il lavoro umano è superfluo.  

Nella prospettiva personalistica che emerge dalle parole del Papa:
- Il lavoro è prima di tutto azione tramite cui l’uomo si mette in relazione con gli altri e con il mondo.  
- Lavorare significa partecipare alla costruzione di una realtà condivisa, contribuire al bene comune, esprimere talenti e responsabilità.  
- Il valore del lavoro non si esaurisce nel prodotto, ma nel processo: nelle relazioni che genera, nel senso che offre alla vita di chi lo svolge, nella cura che imprime alle cose e alle persone.

In questo secondo sguardo, anche quando una macchina “sa fare” un compito tecnico, non può sostituire la dimensione relazionale, simbolica, spirituale che quel compito ha quando è svolto da una persona. Un robot può assistere un anziano, ma non può “farsi prossimo” nel senso pieno. Può insegnare contenuti, ma non educare nel rapporto vivo tra maestro e allievo. Può produrre immagini, testi e musica, ma non prendere su di sé il rischio di una scelta, di una responsabilità, di un sacrificio.

Funzione o vocazione?
La contrapposizione, in fondo, è tra due parole: funzione e vocazione.
- Nel paradigma funzionale, il lavoro è un insieme di task descrivibili, misurabili, ottimizzabili. È il regno dell’automazione: ciò che è descrivibile può, prima o poi, essere delegato a una macchina.  
- Nel paradigma personalistico, il lavoro è risposta a una chiamata: non solo “fare qualcosa”, ma diventare qualcuno attraverso ciò che si fa, entrando in una trama di relazioni, di doni e di responsabilità che nessun algoritmo può sostituire.

L’IA può, e probabilmente potrà sempre più, sostituire l’uomo in molte funzioni. Ma non può sostituirlo nella vocazione: nel modo unico e irripetibile in cui ciascuno abita il mondo, si prende cura degli altri, interpreta il proprio tempo, cerca il senso della propria esistenza.

Forse la via più feconda è tenere insieme le due tensioni:
- usare l’IA e i robot per liberare l’uomo dalle forme di lavoro più disumane, alienanti, usuranti;  
- custodire e rilanciare tutte quelle forme di lavoro in cui si giocano la relazione, la cura, la responsabilità, la creatività, il contatto diretto con la realtà naturale e sociale.

Che cosa non vogliamo delegare, perché sappiamo che, se lo delegassimo, perderemmo qualcosa di essenzialmente nostro?


sabato 24 gennaio 2026

L'esempio del clero in Minnesota

Negli ultimi giorni il Minnesota è diventato un laboratorio doloroso di ciò che significa vivere sotto una politica migratoria improntata alla massima durezza. Da un lato, l’amministrazione del presidente Donald Trump rivendica la necessità di “ripristinare l’ordine” attraverso operazioni massicce dell’ICE, con migliaia di persone deportate tramite l’aeroporto di Minneapolis–St. Paul; dall’altro, una parte significativa del clero locale ha deciso di trasformare il proprio ministero in una forma di resistenza pubblica e visibile.

Venerdì mattina, circa cento leader religiosi di diverse confessioni – cattolici, luterani, battisti, metodisti, rabbini e ministri di tradizioni riformate – si sono seduti e inginocchiati davanti alle partenze del Terminal 1 dell’aeroporto di Minneapolis–St. Paul, bloccando temporaneamente il flusso dei passeggeri. Non è stata una protesta qualunque: molti indossavano stola o talare, recitavano salmi e preghiere, e accostavano il linguaggio biblico dell’esodo e dell’accoglienza dello straniero alle storie concrete di famiglie strappate alla loro casa nel cuore del Midwest.

Le autorità aeroportuali avevano rilasciato un permesso che limitava area e numero dei manifestanti, ma i religiosi hanno scelto deliberatamente di superare tali confini, assumendosi il rischio dell’arresto. Quando la polizia li ha invitati a sgomberare, molti hanno risposto restando in silenzio, con le mani alzate o unite in preghiera, finché circa cento di loro sono stati fermati, accusati di trespassing e mancato rispetto degli ordini di un agente, e poi rilasciati con una citazione per reato minore. L’immagine di sacerdoti e pastori caricati sui mezzi della polizia, dopo aver intonato canti e benedizioni sull’asfalto ghiacciato, ha fatto il giro dei social e delle redazioni internazionali.

Qual é il messaggio dietro a questo gesto?

Anzitutto, la protesta all’aeroporto non è un gesto isolato. È inserita in una più ampia mobilitazione che include uno “sciopero morale”: sindacati, organizzazioni progressiste e comunità di fede hanno chiesto ai cittadini di non andare al lavoro, a scuola, nei negozi, per denunciare il clima di paura creato dalle retate dell’ICE nelle strade del Minnesota. Nei comunicati dei leader religiosi si ritrova un filo rosso: l’accusa a un sistema che trasformerebbe aeroporti, hotel e perfino chiese in snodi di un meccanismo di espulsione di massa, nel quale la persona migrante non è più un volto ma un numero di pratica.

I fatti di queste settimane rendono particolarmente stridente la tensione tra Vangelo e politiche migratorie. Da una parte c’è il caso di Liam Conejo Ramos, un bambino ecuadoriano di cinque anni fermato dall’ICE davanti a casa, in un sobborgo di Minneapolis, e trattenuto con il padre fino a un centro di detenzione familiare in Texas: per molti ministri di culto, l’immagine di un bambino portato via da agenti armati è diventata una sorta di parabola rovesciata di ciò che una società cristiana non dovrebbe mai accettare. Dall’altra, c’è l’imbarazzo, se non lo scandalo, per il fatto che uno dei responsabili locali dell’ICE, il funzionario David Easterwood, figuri anche come pastore in una chiesa di St. Paul, il che ha spinto attivisti e fedeli a interrompere una celebrazione domenicale per denunciare quella che percepiscono come una incompatibilità tra ministero pastorale e ruolo in una macchina repressiva.

Per molti di questi leader religiosi, l’azione diretta non è una fuga dalla teologia, ma il suo sbocco concreto. Nelle loro dichiarazioni emerge il richiamo a testi biblici come Levitico 19 (“amerai lo straniero come te stesso”) o Matteo 25 (“ero straniero e mi avete accolto”), interpretati come mandato a schierarsi non solo con parole, ma mettendo in gioco la propria libertà per impedire deportazioni che giudicano moralmente inaccettabili. L’arresto viene così vissuto come una forma di “obiezione di coscienza evangelica”: se la legge permette pratiche disumanizzanti, è la coscienza plasmata dal Vangelo a imporre il limite, fino a infrangere pacificamente certe norme per ricordare che la dignità della persona viene prima.

Di fronte a questo, la risposta dell’amministrazione Trump e del Dipartimento di Giustizia è speculare: se i religiosi rivendicano la sacralità della persona migrante, il potere federale insiste sulla sacralità dell’ordine pubblico e della “sicurezza nazionale”. L’invio massiccio di agenti ICE in Minnesota viene giustificato come necessità di applicare la legge e di difendere i cittadini americani, mentre il DOJ minaccia procedimenti penali non solo contro chi ferma i voli, ma anche contro gli attivisti che interrompono funzioni religiose per contestare pastori legati all’ICE. È uno scontro di narrazioni: per alcuni, i veri “attacchi ai luoghi di culto” sono le proteste in chiesa; per altri, lo scandalo è avere in pulpito chi guida un apparato accusato di violare i diritti umani.

In questo intreccio complesso, il clero che si fa arrestare a Minneapolis–St. Paul non parla soltanto ai migranti del Minnesota, ma alla coscienza cristiana degli Stati Uniti – e, indirettamente, anche alla nostra. La loro scelta mostra che la fede può diventare un linguaggio pubblico capace di dire “no” a leggi che, pur essendo formalmente valide, risultano incompatibili con l’idea cristiana di persona, di famiglia e di ospitalità. E pone una domanda scomoda a tutte le comunità credenti: di fronte a politiche che colpiscono i più vulnerabili, è sufficiente una dichiarazione di principio, o arriva il momento in cui la sola coerenza possibile passa dal farsi mettere, pacificamente, tra i fermati di un registro di polizia? 

giovedì 22 gennaio 2026

Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani 2026

Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati
(Efesini 4, 4)

Per quest’anno, le preghiere e le riflessioni che verranno utilizzate in occasione della
Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani sono state preparate dai fedeli della Chiesa apostolica armena, in collaborazione con i loro fratelli e le loro sorelle delle Chiese armene cattoliche ed evangeliche. Il materiale è stato preparato, redatto e discusso nella sede storica
spirituale e amministrativa della Chiesa apostolica armena, la Santa Sede di Etchmiadzin in Armenia, nei giorni, forieri di grande ispirazione, della benedizione del Muron (olio santo) e della riconsacrazione della Cattedrale Madre, avvenuta tra il 28 e il 29 settembre 2024 a seguito di un esteso lavoro di ristrutturazione, durato dieci anni. Questa commemorazione ha offerto al
popolo armeno e ai membri del Gruppo ecumenico locale un’opportunità unica per riflettere e celebrare la comune fede cristiana, che rimane sempre vivace e feconda nelle nostre chiese.
Il materiale proposto trae ispirazione da tradizioni secolari di preghiera e invocazioni, da sempre utilizzate dal popolo armeno, insieme a inni nati negli antichi monasteri e chiese dell’Armenia, alcuni dei quali risalgono addirittura al IV secolo. La Settimana di preghiera
per l’unità dei cristiani 2026 invita i fedeli ad attingere a questo patrimonio cristiano condiviso e ad approfondire la comunione in Cristo, che unisce i cristiani di tutto il mondo.
Più che un semplice ideale, l’unità è un mandato divino, centrale per la nostra identità cristiana. Essa rappresenta l’essenza della chiamata della Chiesa, una chiamata a riflettere l’unità armoniosa della nostra vita in Cristo, pur nella nostra diversità. Questa unità divina è
al centro della nostra missione ed è sostenuta dal profondo amore di Gesù Cristo, che ha posto davanti a noi uno scopo comune. Come afferma l’apostolo Paolo nella Lettera agli Efesini,
“Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati” (4, 4). Questo versetto biblico, scelto per quest’anno, racchiude la profondità teologica dell’unità cristiana.

mercoledì 21 gennaio 2026

Rovesciamento di prospettiva

Mark Carney, primo ministro canadese, a Davos ha descritto un mondo in “rottura, non in transizione”, ma ha proposto una via d’uscita fondata su realismo dei valori, rafforzamento interno e alleanze tra “poteri medi” per costruire un ordine più giusto e cooperativo. Nel caos geopolitico ed economico, il suo messaggio è che non ha senso rimpiangere il vecchio ordine: occorre avere il coraggio di riconoscere la frattura e organizzarvisi dentro, trasformandola in occasione di rinnovamento.

La diagnosi: una rottura dell’ordine globale
Carney sostiene che non viviamo una semplice fase di aggiustamento, ma una vera “rottura” dell’ordine globale emerso negli ultimi decenni. Le grandi potenze usano ora l’integrazione economica come arma: dazi come leva, sistemi finanziari come strumento di coercizione, catene del valore trasformate in vulnerabilità.

Questa diagnosi implica che le vecchie certezze non valgono più: né la geografia, né le alleanze garantiscono automaticamente sicurezza e prosperità. L’“accordo” implicito che molti Paesi avevano accettato – beneficiare della globalizzazione chiudendo un occhio sulle sue contraddizioni – “non funziona più”.

Realismo basato sui valori
La risposta che Carney propone è ciò che, citando il presidente finlandese Alexander Stubb, chiama “realismo basato sui valori”. Non si tratta di scegliere tra cinismo e idealismo, ma di calibrare le relazioni esterne in modo che la loro profondità rifletta davvero i valori che si dichiarano, evitando ipocrisie e dipendenze paralizzanti.

Questo approccio chiede onestà sul mondo “così com’è” e rifiuta la nostalgia di un ordine passato: “Nostalgia non è una strategia”. Allo stesso tempo, rifiuta anche il fatalismo: dalla frattura è possibile costruire qualcosa di più grande, più forte e più giusto, se si ha il coraggio di creare istituzioni e accordi che funzionano davvero come vengono descritti.

Rafforzarsi in casa per essere liberi fuori
Un pilastro della sua visione è la costruzione di una base interna resiliente, condizione per una politica estera realmente autonoma. Nel caso canadese questo significa, ad esempio, tagli mirati alle imposte, rimozione delle barriere interne al commercio, accelerazione di enormi investimenti in energia, intelligenza artificiale, minerali critici, infrastrutture e difesa, con l’obiettivo di ridurre le vulnerabilità e aumentare la capacità negoziale.

La diversificazione internazionale non è solo prudenza economica, ma la premessa materiale per una politica estera sincera: i Paesi “si guadagnano il diritto” a posizioni di principio riducendo la propria esposizione alle ritorsioni. In questo senso, rafforzare l’economia domestica e le filiere strategiche diventa un atto di libertà politica, non solo di crescita.

Il ruolo dei poteri medi
Il cuore più originale dell’intervento è la centralità attribuita ai “poteri medi” – Paesi come Canada ed europei che non sono superpotenze ma nemmeno attori marginali. Carney avverte che, se ciascuno di essi si limita a negoziare bilateralmente con l’egemone di turno, lo farà da posizione di debolezza, competendo per essere il più accomodante.

Per uscire da questa logica, i poteri medi devono agire insieme: creare “club di acquirenti” per materie prime e tecnologie strategiche, condividere standard, coordinare investimenti in resilienza piuttosto che alzare solo “mura” nazionali. Gli investimenti collettivi in resilienza, insiste, costano meno che se ogni Paese si costruisse la propria fortezza isolata, e possono ridurre la frammentazione e le tentazioni coercitive delle grandi potenze.

Un motivo di speranza
In un contesto che spesso viene raccontato solo in chiave apocalittica, Carney rovescia il frame: la frattura dell’ordine precedente non è solo perdita, ma anche spazio di possibilità. Il vecchio ordine non tornerà e non merita di essere idealizzato; ma proprio perché non si può più tornare indietro, diventa urgente e possibile costruire un sistema più coerente con i valori che molti dicono di condividere.

La speranza che il suo discorso offre non è una rassicurazione emotiva, ma una chiamata alla responsabilità: riconoscere il mondo com’è, rafforzare le società dall’interno, tessere alleanze tra poteri medi e investire nella resilienza condivisa. In questa prospettiva, l’incertezza non è solo minaccia, ma occasione perché nuovi protagonisti – non solo le grandi potenze – contribuiscano a dare forma a un ordine più giusto e meno ricattabile.

martedì 20 gennaio 2026

Monaci in marcia per la pace negli Stati Uniti

La Walk for Peace è un pellegrinaggio a piedi di oltre 3.700 km che sta attraversando gli Stati Uniti dal Texas a Washington D.C., guidato da un gruppo di monaci buddhisti vietnamiti per diffondere un messaggio di pace, compassione e unità in un Paese profondamente polarizzato.

Un pellegrinaggio nel cuore degli USA
Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, diciannove monaci buddhisti del tempio Huong Dao di Fort Worth (Texas) hanno scelto di affidare il loro messaggio non a slogan o manifesti, ma alla forza silenziosa dei passi. È nata così la Walk for Peace, una marcia di circa 2.300 miglia (oltre 3.700 km) e 120 giorni, dal sud degli Stati Uniti fino al Campidoglio di Washington D.C., con l’obiettivo di “risvegliare” la pace e la gentilezza che, secondo i monaci, abitano già nel cuore di ciascuno.

Chi sono i monaci e da dove partono
I protagonisti della Walk for Peace sono monaci di tradizione buddhista vietnamita, legati al Huong Dao Vipassana Bhavana Center di Fort Worth, un centro che unisce pratica meditativa, vita comunitaria e impegno sociale. Il gruppo, guidato dal venerabile Bhikkhu Pannakara e sostenuto anche dall’Associazione Buddhista Nepalese del Texas, ha deciso di trasformare l’intero Paese nel proprio “tempio itinerante”, portando la pratica della presenza mentale fuori dalle mura del monastero.

Con loro cammina anche Aloka, un cane randagio che si è unito spontaneamente al gruppo lungo il percorso ed è diventato un simbolo di fedeltà e resilienza; dopo un infortunio e un intervento chirurgico, il cane è stato curato e atteso con affetto per poter rientrare nel cammino.

Dal Texas a Washington D.C.
La Walk for Peace è partita il 26 ottobre 2025 da Fort Worth, in Texas, con l’idea di attraversare dieci Stati in poco meno di quattro mesi. Il tragitto si snoda verso sud-est, passando per Louisiana, Mississippi, Alabama e Georgia, per poi risalire attraverso le Caroline e la Virginia fino al cuore politico del Paese, Washington D.C., dove l’arrivo è previsto intorno al 12–13 febbraio 2026.

I monaci procedono con un ritmo di cammino meditativo, spesso scalzi o con sandali semplici, facendo tappa in cittadine, capitali statali e luoghi simbolici, e incontrando comunità locali che li accolgono per un pasto, una meditazione condivisa o un momento di dialogo sulla pace.

Cammino per la pace, la guarigione e Vesak
Nelle loro dichiarazioni, i monaci insistono su un punto: non stanno marciando “contro” qualcuno, ma “per” qualcosa. Il cammino è descritto come un atto di guarigione interiore e collettiva, una risposta alla violenza, alle divisioni sociali e al clima di polarizzazione che attraversa gli Stati Uniti; la lentezza dei passi diventa un invito a rallentare, ascoltare, ricucire.

Un obiettivo concreto della Walk for Peace è anche quello di chiedere al Congresso degli Stati Uniti il riconoscimento del Vesak (la festa che ricorda nascita, illuminazione e morte del Buddha) come festività federale, segno di rispetto verso la tradizione buddhista e verso tutte le spiritualità che mettono al centro la non violenza. Come afferma Bhikkhu Pannakara, i monaci dicono di camminare “non per protestare, ma per risvegliare la pace che già vive dentro ciascuno di noi”, sottolineando che l’unità e la gentilezza iniziano interiormente e possono irradiarsi verso famiglie, comunità e società.[4][5]

L’America che incontra i monaci
La Walk for Peace sta rivelando anche un volto degli Stati Uniti che raramente finisce in prima pagina: lungo il percorso, comunità cristiane, buddhiste, laiche e persone senza particolare appartenenza religiosa si sono messe a camminare accanto ai monaci, anche solo per qualche chilometro. In molti casi i cittadini offrono pasti, ospitalità, donazioni in beni essenziali, ma soprattutto tempo e ascolto, trasformando la strada in uno spazio di incontro e dialogo interreligioso inatteso.

Queste scene hanno colpito diversi media internazionali, che descrivono la Walk for Peace come “una delle imprese più poetiche per la pace di questo secolo”, capace di mostrare “un’America che non immaginiamo”, fatta di piccoli gesti di gentilezza quotidiana. Al di là delle cifre (2.300 miglia, dieci Stati, centoventi giorni), la vera misura di questo pellegrinaggio sembra essere nella qualità dei legami che lascia dietro di sé: una scia di passi lenti, canti di meditazione e incontri che ricordano quanto la pace sia un cammino concreto, da percorrere – letteralmente – insieme.