Religione
giovedì 12 febbraio 2026
Teologia della prosperità made in USA
mercoledì 11 febbraio 2026
Restare umani: il cuore della Giornata del Malato
martedì 10 febbraio 2026
Giornata del Ricordo: il dolore dimenticato degli esuli giuliano-dalmati e istriani
Il 10 febbraio celebriamo la Giornata del Ricordo, istituita nel 2004 per commemorare le vittime delle foibe, le deportazioni e le sofferenze del popolo italiano in Istria, Dalmazia e Venezia Giulia durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale. Non si tratta solo di un atto di memoria storica, ma di un riconoscimento del dramma umano di decine di migliaia di italiani – civili, militari e religiosi – perseguitati dal regime del maresciallo Tito e dai suoi partigiani titini.
Tra il 1943 e il 1947, circa 20.000 italiani furono infoibati o eliminati in campi di concentramento come quelli di Goli Otok e Vis. Uomini e donne, spesso accusati di "fascismo" senza prove, venivano gettati vivi nelle voragini carsiche delle foibe, legati con filo spinato e talora seviziati barbaramente. Tra le vittime spiccano sacerdoti e religiosi: suore francescane crocifisse a rovescio, preti come don Francesco Bonifacio torturati e infoibati con il collo stretto da filo spinato, o don Giovanni Missio seviziato prima di essere precipitato in una foiba. Questa persecuzione religiosa colpì oltre 700 chierici italiani, simbolo di un odio ideologico che non risparmiava la fede.
Le popolazioni giuliano-dalmate e istriane subirono una pulizia etnica sistematica: case requisite, beni confiscati, famiglie spezzate. Circa 350.000 italiani furono costretti all'esilio, abbandonando tutto per rifugiarsi in Italia. Eppure, in patria, trovarono scarsa solidarietà. Gli esuli furono accolti con diffidenza, spesso bollati come "fascisti" dalla propaganda comunista dominante, emarginati nei campi profughi di Bologna, Cisterna o Padriciano. Mancò un abbraccio collettivo: la storiografia ufficiale oscurò questi eventi per decenni, preferendo il mito della Resistenza.
Oggi, ricordare non è revanscismo, ma giustizia. Onoriamo le vittime – come i 6.000-10.000 delle foibe, secondo stime storiche attendibili – per non ripetere gli orrori del totalitarismo. La solidarietà negata ieri deve diventare empatica memoria oggi.
Fonti di riferimento: Istituto di Studi Istriani e Dalmati, Archivio storico della Memoria Giuliana e Dalmata, legge 92/2004.
lunedì 9 febbraio 2026
Antonino Zichichi: lo scienziato che unì fede e scienza
Antonino Zichichi, fisico italiano di fama mondiale scomparso oggi all'età di 96 anni, ha dedicato la vita a dimostrare che scienza e fede cattolica non sono in contrasto, ma complementari nella ricerca della verità. Ispirato da Giovanni Paolo II, ha promosso un dialogo armonioso tra ragione sperimentale e trascendenza.
Vita e Contributi Scientifici
Nato a Trapani nel 1929, Zichichi è stato un pioniere della fisica delle particelle, autore di oltre mille pubblicazioni, sei scoperte e fondatore del laboratorio sotterraneo del Gran Sasso. Presidente della Federazione Mondiale degli Scienziati, ha portato la scienza italiana ai vertici internazionali con esperimenti sulle alte energie e la Grande Unificazione.
La sua passione divulgativa lo ha reso noto al grande pubblico attraverso libri e apparizioni TV, dove spiegava concetti complessi con semplicità galileiana.
Il dialogo tra fede e scienza
Zichichi sosteneva che la scienza nasce da un "atto di fede" nel metodo galileiano, che rivela l'"impronta del Creatore" nelle leggi della natura. Nessuna scoperta scientifica nega Dio; al contrario, fenomeni come le equazioni di Maxwell rimandano a un "Supermondo" logico e unificato.
Professo cattolico convinto, affermava: "Se ha il dono della Scienza e della Fede, sarà uno scienziato credente". Critico del pensiero illuminista che separa ragione e religione, vedeva nel cattolicesimo la via per indagare sia l'immanente che il trascendente.
L'ispirazione di Giovanni Paolo II
Fondamentale fu l'influenza di Karol Wojtyła, che Zichichi lodava per aver posto le basi della "Grande Alleanza tra Fede e Scienza". Nel libro Tra fede e scienza: da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI, elogia l'azione del Papa in difesa della vera scienza, contro riduzionismi atei.
sabato 7 febbraio 2026
Le Olimpiadi Invernali iniziano: un richiamo alla tregua e alla fraternità
venerdì 6 febbraio 2026
Quando lo scandalo non scandalizza più
Che video era, esattamente?
Il post su Truth Social conteneva un video di circa un minuto con teorie del complotto sulle elezioni 2020, a cui alla fine veniva aggiunto un breve spezzone in cui Barack e Michelle Obama venivano sovrapposti a corpi di scimmie, con in sottofondo “The Lion Sleeps Tonight”, richiamo al “mighty jungle” del Re Leone.
Quel clip finale era stato preso da un video più lungo, creato da un “meme creator” pro‑Trump, che raffigurava Trump come “King of the Jungle” e altri democratici come animali; nella versione estesa anche Biden compariva come primate che mangia una banana.
Lo staff della Casa Bianca ha difeso inizialmente il contenuto dicendo che si trattava di un “meme” sul “Re della giungla” e personaggi del Re Leone, invitando i critici a smettere con la “finta indignazione”; il video è stato poi rimosso dopo un’ondata di critiche, anche repubblicane.
Trump ha dichiarato pubblicamente: “non ho commesso un errore” e non si è scusato, limitandosi a dire che il video è stato tolto.
Siamo o no responsabili di ciò che appare sui nostri profili?
Bisogna distinguere tra:
a. Responsabilità personale/politica:
- Se un contenuto compare sul tuo profilo, in genere l’opinione pubblica e i media ti considerano politicamente e moralmente responsabile, anche se tecnicamente è stato “solo condiviso” o pubblicato da uno staffer. Questo vale tanto più quanto più il profilo è ufficiale (presidente, ministro, leader di partito).
b. Responsabilità giuridica del singolo utente:
- Negli USA, la famosa Section 230 protegge le piattaforme dal essere trattate come “editori” dei contenuti degli utenti, ma non protegge gli utenti stessi se diffamano, minacciano, incitano all’odio, ecc.: in linea di principio l’utente può essere ritenuto responsabile come in qualunque altro contesto (testo, volantino, comizio).
- Nell’UE, con il Digital Services Act e norme nazionali, le piattaforme hanno obblighi più forti di rimozione e moderazione di contenuti illegali, ma resta il fatto che chi pubblica contenuti diffamatori o razzisti può risponderne civilmente o penalmente.
In sintesi: l’idea “non sono responsabile di quel che appare sul mio profilo” non regge né sul piano politico né, spesso, su quello giuridico; al massimo si può discutere di dolo/colpa e di chi materialmente ha cliccato “pubblica”, ma la responsabilità pubblica rimane.
Cosa sarebbe successo a un altro politico?
In molti paesi occidentali un episodio simile avrebbe potuto avere effetti molto più pesanti:
- Dimissioni o sospensione: ministri o parlamentari europei sono spesso costretti a dimettersi per tweet razzisti o video offensivi, anche se si difendono dicendo di non averli creati loro direttamente.
- Sanzioni interne al partito: in contesti meno polarizzati, il partito tende a prendere le distanze per non compromettere la propria immagine, arrivando a espulsioni o ritiro del sostegno.
- Condanne pubbliche trasversali: normalmente ci si aspetta una condanna forte almeno su base bipartisan per contenuti che richiamano stereotipi razzisti ottocenteschi (neri = scimmie), considerati tabù nella comunicazione pubblica.
Nel caso Trump, invece, la reazione del partito è stata più ambigua: forte imbarazzo e critiche da alcuni esponenti, ma niente di paragonabile a una rottura organizzata con la leadership.
Perché Trump sembra “immunizzato” dalle gaffe?
La politologia e la sociologia della comunicazione hanno individuato vari fattori che spiegano perché scandali e “cadute di stile” incidono poco sulla sua base:
a. Polarizzazione estrema:
- In un contesto dove lo scontro è percepito come “esistenziale”, la priorità per molti elettori è che il proprio campione “non perda mai”, anche se sbaglia; scandali e gaffe diventano subito armi di guerra fra tifoserie, non occasioni di riflessione etica.
b. Shamelessness come strategia:
- Analisi su Trump parlano di “shameless politics”: rompere continuamente le norme, non scusarsi mai, rilanciare, spiazza le aspettative tradizionali (dove l’imbarazzo costringeva il politico a fare un passo indietro). Se non ti vergogni, lo scandalo perde potere.
c. Desensibilizzazione:
- Studi sperimentali mostrano che l’esposizione ripetuta a messaggi norm‑violating (per esempio i tweet che delegittimano le elezioni) abbassa, nel tempo, la sensibilità a quel tipo di violazioni, almeno tra i sostenitori: cose che all’inizio sarebbero sembrate inaccettabili diventano “normali”.
d. Identità di gruppo:
- Per molti sostenitori, Trump non è solo un politico ma un simbolo identitario: attaccare lui è percepito come attaccare “noi”. In questo quadro, anche un video razzista viene riletto come “provocazione” o “umorismo politicamente scorretto”, non come segnale di razzismo strutturale.
e. Ecosistema mediatico parallelo:
- Una parte dei media e dei commentatori a lui vicini minimizza o giustifica ogni episodio, spostando l’attenzione sull’“ipocrisia della sinistra” o sulle “vere priorità” del paese; così, l’episodio viene rapidamente riassorbito nel ciclo di notizie.
Un esempio: ricerche sperimentali mostrano che i messaggi di Trump contro la legittimità delle elezioni 2020 hanno ridotto la fiducia nel processo elettorale tra i suoi sostenitori, senza però generare una rottura con lui; la norma democratica (accettare il risultato) è stata erosa, non lui delegittimato.
Perché non c’è una risposta forte unanime?
In parte, i “guardrail” informali della democrazia (vergogna pubblica, pressione morale bipartisan, forza dei media tradizionali) si sono indeboliti:
- I costi reputazionali delle violazioni di norma sono scesi, specie in contesti iper‑polarizzati.
- I partiti temono la propria base più di quanto temano la condanna generale, quindi evitano rotture nette anche davanti a episodi gravissimi.
- La produzione continua di scandali crea saturazione: l’opinione pubblica si abitua e perde la capacità di reagire con forza a ciascun nuovo episodio.
Vedi
Shameless Politics: How Scandal Lost Its Power in America
giovedì 5 febbraio 2026
L’Insegnamento della Religione Cattolica: Laboratorio di cultura e dialogo
Attualità dell’IRC in un tempo di cambiamenti
Viene letto il “cambiamento d’epoca”: globalizzazione, migrazioni, pluralismo religioso, secolarizzazione, analfabetismo religioso, solitudine giovanile e sfide legate a IA, biotecnologie e digitale.
L’IRC è descritto come spazio formativo che aiuta a comprendere il patrimonio culturale e religioso italiano, apre al confronto con altre religioni, sostiene percorsi di integrazione, dialogo e convivenza pacifica.
Si insiste sulla centralità educativa della scuola, sulla formazione integrale e sul contributo dell’IRC a senso critico, coscienza civile, educazione alla pace, alla giustizia e alla custodia del creato.
L’IRC, scelta di libertà e di cultura
L’Accordo del 1984 è letto come innovativo perché riconosce: valore della cultura religiosa, radicamento storico del cattolicesimo nel popolo italiano, collocazione dell’IRC entro le finalità della scuola (sviluppo della persona, uguaglianza, libertà, partecipazione).
L’IRC è oggetto di libera scelta, non è professione di fede ma richiesta di formazione su temi religiosi; è destinato a tutti, non solo ai cattolici, e registra un’alta percentuale di avvalentisi, con differenze territoriali.
Si ribadisce la distinzione e complementarità tra IRC e catechesi e si richiama la Corte costituzionale: l’IRC non viola la laicità, ma ne è espressione, perché la laicità non è indifferenza al fatto religioso, bensì garanzia di libertà in regime di pluralismo.
L’IRC è definito “servizio educativo”: contribuisce alla crescita integrale, combatte l’ignoranza religiosa, favorisce sintesi tra saperi, dialoga con tutte le discipline (umanistiche, scientifiche e tecnologiche) e articola i contenuti in prospettiva esistenziale, teologica, biblica e storico-sociale.
Viene situato nel quadro del “patto educativo globale” e si richiamano alcune attenzioni specifiche: scuola cattolica, percorsi di istruzione e formazione professionale regionali, dove l’IRC ha un ruolo qualificante e va garantito secondo la normativa.




