domenica 23 agosto 2026

Gaza, il cielo degli aquiloni e l’infanzia trattata come minaccia

Il 23 agosto, secondo quanto riportato da vari giornali tra cui La Stampa, il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz hanno convocato una riunione operativa con il capo di stato maggiore Eyal Zamir. Al termine, una dichiarazione congiunta ha annunciato un possibile inasprimento della risposta militare contro i lanci da Gaza di aquiloni, palloncini e droni.

Il messaggio è stato netto: se i lanci non fossero cessati, Israele avrebbe colpito i responsabili ed evacuato le aree della Striscia da cui essi provenivano. Katz avrebbe ordinato all’esercito di agire “immediatamente e con forza”, affermando che ogni lancio dovesse essere considerato un atto di guerra e che un aquilone, anche senza esplosivo, sarebbe stato trattato come un drone.

Queste parole sollevano un interrogativo grave: che cosa accade quando l’oggetto più semplice dell’infanzia — un aquilone — viene inserito nella categoria della minaccia militare?

Un gioco, un simbolo, una libertà minima
A Gaza, dove bambini e ragazzi sono cresciuti fra blocco, distruzione, lutti, sfollamenti e limitazioni radicali alla libertà di movimento, l’aquilone è molto più di un passatempo. È un frammento di normalità. È un gioco che richiede poco: carta, stoffa, legno, un filo e un po’ di vento.

Ma è anche un simbolo potente. Un aquilone può superare idealmente confini invalicabili, elevarsi sopra muri e macerie, dare forma a un desiderio elementare di respiro. Per i bambini palestinesi, privati di spazi sicuri, di scuole funzionanti e spesso persino di una casa stabile, farlo volare significa affermare — con la leggerezza propria dell’infanzia — di essere ancora vivi e di poter guardare oltre.

Secondo fonti militari citate nel resoconto, alcuni degli ultimi aquiloni sarebbero stati manovrati da adolescenti di 12 o 13 anni, eventualmente diretti da persone legate ad Hamas. Le stesse fonti avrebbero però precisato che sugli esemplari recenti non erano stati trovati ordigni esplosivi. È un dato cruciale: le ipotesi di rischio non possono trasformarsi automaticamente in una licenza di trattare bambini e adolescenti come combattenti.

Il precedente e la distinzione necessaria
Israele richiama il precedente degli aquiloni e palloncini incendiari usati da Hamas e da altri gruppi armati nel 2018, che causarono incendi in aree agricole israeliane prossime alla Striscia. Esiste dunque una ragione, dal punto di vista israeliano, per monitorare con attenzione strumenti che in passato sono stati trasformati in mezzi di attacco.

Ma monitorare non coincide con colpire indiscriminatamente. E soprattutto non coincide con minacciare o bombardare zone abitate dalle quali potrebbero provenire oggetti che, nei casi più recenti, risultano privi di esplosivo.

Il diritto internazionale umanitario impone obblighi precisi anche nelle circostanze più difficili: distinguere costantemente fra civili e obiettivi militari; adottare tutte le precauzioni possibili per ridurre i danni ai civili; rispettare il principio di proporzionalità; assicurare ai minori una protezione speciale. L’appartenenza presunta, l’età o la provenienza geografica non possono cancellare questi principi.

Le vittime dopo le minacce
Dopo gli avvertimenti israeliani, sempre secondo la ricostruzione riportata, raid a Gaza hanno ucciso almeno tre palestinesi. Fra le vittime vi sarebbe Muhammad Abdel Salam Taha, un bambino di quattro anni, morto ad az-Zawayda, lungo Salah al-Din Street.

L’esercito israeliano ha dichiarato di aver colpito anche un sito destinato alla produzione di armi, accusando Hamas di sfruttare la tregua per ricostituire le proprie capacità militari. Hamas ha respinto l’accusa, descrivendo gli aquiloni come giocattoli lanciati nei campi profughi e sostenendo che Israele li stia usando come pretesto per continuare l’offensiva.

Queste sono versioni opposte, che richiedono verifica indipendente. Ma vi è un fatto umano che nessuna contrapposizione narrativa dovrebbe nascondere: quando i raid raggiungono aree civili, a morire sono persone che non hanno alcun potere sulle decisioni dei governi o dei gruppi armati. E troppo spesso sono bambini.

L’infanzia di Gaza, ostaggio della guerra
La tragedia di Gaza non è solo nell’eccezionalità delle stragi, ma nella distruzione progressiva della normalità. L’infanzia viene privata non soltanto della sicurezza fisica, ma della possibilità stessa di progettarsi: una scuola da frequentare, una visita medica, una famiglia non spezzata dal lutto, una stanza in cui dormire, una spiaggia in cui giocare senza paura.

Per questo il tema degli aquiloni non è marginale. È il simbolo di una sproporzione morale: un bambino dovrebbe poter giocare senza essere trasformato in un soggetto sospetto, un potenziale combattente, un bersaglio dentro una “zona da evacuare”.

Nessuna comunità può costruire pace e sicurezza se la propria gioventù cresce imparando che persino il cielo è proibito. Né può farlo una società che accetta di considerare un’intera popolazione civile come una minaccia da contenere attraverso punizioni collettive.

Anche la Cisgiordania brucia
La sofferenza palestinese non si concentra soltanto a Gaza. Nella Cisgiordania occupata, specialmente nei villaggi rurali e nelle aree vicine agli insediamenti, molte famiglie palestinesi vivono sotto una pressione continua.

Numerose organizzazioni per i diritti umani — fra cui OCHA, B’Tselem, Human Rights Watch e Amnesty International — hanno raccolto segnalazioni e documentato aggressioni, minacce, danneggiamenti a case, automobili, campi, uliveti, pozzi e attività economiche. In alcuni casi, i coloni agiscono sotto la protezione diretta dell’esercito; in altri, la presenza delle forze israeliane non riesce o non vuole impedire le violenze.

La conseguenza è spesso lo sfollamento forzato di fatto. Anche senza un documento di espulsione, una famiglia può essere spinta a lasciare un luogo quando non può più lavorare la terra, accedere all’acqua, condurre i figli a scuola o vivere senza il timore di aggressioni notturne.

Ferire la memoria e i luoghi sacri
La guerra e l’occupazione colpiscono anche ciò che una comunità considera intoccabile: i luoghi di preghiera, i cimiteri, le chiese, le moschee, i santuari, i siti archeologici e gli spazi della memoria collettiva.

Ogni danneggiamento a un luogo sacro va accertato con rigore, stabilendone responsabilità e contesto. Ma la protezione del patrimonio religioso e culturale non è una questione secondaria: questi luoghi custodiscono secoli di storia e offrono alle persone un linguaggio per affrontare la perdita, il lutto e la speranza.

La stessa attenzione va riservata ai monumenti e ai memoriali per le vittime palestinesi. Colpire o vandalizzare una lapide, un murale o un luogo commemorativo significa tentare di privare una comunità anche del diritto di ricordare i propri morti. È un’ulteriore violenza, compiuta contro la memoria quando la violenza sui corpi sembra non bastare.

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