lunedì 17 agosto 2026

COP17 in Mongolia: Restaurare le terre, Restaurare la speranza

Oggi, 17 agosto 2026, si apre in Mongolia la COP17 della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione UNCCD. L’appuntamento porta al centro del dibattito internazionale una realtà spesso percepita come lontana: il degrado del suolo. Eppure non riguarda soltanto le grandi aree aride dell’Africa o dell’Asia centrale. Riguarda il cibo che arriva sulle nostre tavole, l’acqua disponibile, il lavoro agricolo, la biodiversità e, in definitiva, la stabilità sociale ed economica delle comunità.

Il messaggio emerso all’avvio della conferenza è netto: dalle terre dipende la stabilità economica. Quando un terreno perde fertilità, trattiene meno acqua, produce meno raccolti e diventa più esposto a siccità, erosione e incendi. Le conseguenze si moltiplicano: aumentano i prezzi alimentari, si impoveriscono le popolazioni rurali, crescono le migrazioni forzate e si inaspriscono le tensioni per l’accesso alle risorse.

Un problema globale
La desertificazione non significa semplicemente l’avanzata del deserto. Indica soprattutto il degrado delle terre nelle zone aride, semi-aride e sub-umide secche, dovuto all’intreccio fra cambiamento climatico e attività umane: deforestazione, sfruttamento eccessivo dei pascoli, agricoltura intensiva, consumo di suolo, cattiva gestione dell’acqua.

Il fenomeno non conosce confini. Anche l’Europa mediterranea, e dunque l’Italia, è vulnerabile. Periodi di siccità più lunghi, precipitazioni concentrate e violente, perdita di sostanza organica nei terreni e urbanizzazione rendono molte aree più fragili. Difendere il suolo non è un tema “ambientale” separato dall’economia: è una condizione per garantire produzioni agricole, sicurezza idrica e tenuta dei territori.

Perché la Mongolia
La scelta della Mongolia ha un forte valore simbolico e concreto. Il Paese è caratterizzato da grandi steppe e da ecosistemi delicati, sottoposti alla pressione della variabilità climatica, dell’inaridimento e dell’intensificazione delle attività economiche. Qui, come in molti altri Paesi, la degradazione delle terre incide direttamente sulle possibilità di vita delle comunità pastorali e rurali.

La COP17 offre quindi l’occasione per discutere non solo obiettivi generali, ma strumenti finanziari, pratiche agricole rigenerative, tutela dei pascoli, riforestazione, gestione sostenibile dell’acqua e ripristino degli ecosistemi degradati. La sfida è trasformare gli impegni diplomatici in interventi verificabili sul terreno.

Riparare la terra per prevenire le crisi
Investire nel ripristino dei suoli può produrre benefici simultanei. Un terreno sano immagazzina più carbonio, assorbe e conserva acqua, protegge la biodiversità e permette alle colture di resistere meglio agli estremi climatici. Al contrario, un suolo impoverito accelera la crisi climatica e rende intere aree più vulnerabili a carestie, povertà e spopolamento.

Per questo la lotta alla desertificazione non può limitarsi a piantare alberi in modo episodico. Richiede politiche di lungo periodo: fermare il consumo indiscriminato di suolo, sostenere gli agricoltori nella transizione ecologica, valorizzare le conoscenze locali, rendere accessibili le risorse finanziarie ai Paesi più esposti e misurare con trasparenza i risultati ottenuti.

La conferenza di Ulaanbaatar richiama una verità essenziale: la terra non è una risorsa inesauribile né un semplice spazio da occupare. È l’infrastruttura vivente da cui dipendono economia, alimentazione e coesione sociale. Prendersene cura significa, oggi più che mai, prevenire le crisi di domani.

Fonte: Euronews

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