mercoledì 17 giugno 2026

L'importanza di chiamare le cose col loro nome

C’è ancora chi, anche in Italia, sostiene che il femminicidio non esista come categoria specifica, riducendolo a un semplice “omicidio come tutti gli altri”. Ma i numeri, le storie e la realtà sociale raccontano altro: quando una donna viene uccisa in quanto donna, dentro relazioni segnate da controllo, possesso, disparità e violenza, non siamo davanti a un delitto qualsiasi, ma a una forma estrema di violenza di genere.  

La parola “femminicidio” non serve a fare gerarchie tra le vittime, né a trasformare il dolore in ideologia. Serve invece a nominare con precisione un fenomeno che, senza un nome, rischia di restare invisibile, confuso dentro categorie troppo generiche per essere davvero utili alla prevenzione. Proprio per questo l’ISTAT ha adottato il framework statistico ONU sul gender-related killing, che definisce i femminicidi come uccisioni di donne in quanto donne, includendo i casi commessi dal partner, da altri familiari o in contesti con chiara motivazione di genere.  

La testimonianza di Damiano Rizzi
"Tiziana Vive" è una associazione nata dopo l’uccisione di Tiziana Rizzi e promossa dal fratello Damiano Rizzi. Questa scelta dice molto più di tante discussioni astratte: quando il dolore non viene rimosso ma diventa cura pubblica, memoria e sostegno concreto, la società guadagna una voce capace di educare e prevenire.  

Damiano Rizzi ammette che anche lui, prima che sua sorella Tiziana venisse uccisa, non aveva davvero affrontato il tema del femminicidio. È una confessione semplice, ma decisiva. Perché dice una verità che riguarda molti di noi: spesso iniziamo a guardare in faccia il male solo quando ci entra in casa.

Rizzi invita a spostare il discorso dal caso singolo alla radice sociale e culturale della violenza e ricorda che il femminicidio non nasce dal nulla, né si spiega con un improvviso scatto d’ira: matura dentro relazioni segnate da possesso, dominio, disprezzo della libertà femminile, incapacità di riconoscere pienamente la dignità dell’altra persona.

Il punto più forte del suo impegno è proprio qui: non aspettare che una donna venga uccisa per prendere sul serio il problema. Perché dietro ogni vittima ci sono segnali, mentalità, abitudini, parole, silenzi. E troppo spesso quei segnali vengono minimizzati, normalizzati, perfino derisi, finché non è troppo tardi.

Il femminicidio non è soltanto un fatto di cronaca nera. È una ferita culturale e morale. Riguarda uomini che non riescono ad amare senza possedere, a stare in relazione senza controllare, a rispettare senza dominare. E riguarda anche tutti noi, quando restiamo spettatori, quando trattiamo la violenza come eccezione, quando fingiamo che sia un problema lontano.

Il punto non è solo ricordare una vittima, ma comprendere il contesto che rende possibili questi delitti. L’ISTAT segnala che il numero generale degli omicidi è in calo, grazie al contrasto efficace alla malavita organizzata, ma gli omicidi femminili rimangono costanti nel tempo: oltre la metà degli omicidi di donne è attribuita al partner o ex partner, e circa un quinto ad altri parenti. In altre parole, quattro omicidi di donne su cinque avvengono nell’ambito familiare ristretto o allargato. Questo dato smentisce l’idea che si tratti di eventi casuali, slegati da una struttura di dominio: in molti casi la violenza cresce dentro relazioni già segnate da controllo, isolamento, minacce e possesso.  

Perché il nome conta
Chiamare femminicidio un femminicidio significa riconoscere che la violenza contro le donne ha radici culturali oltre che criminali. L’ISTAT richiama esplicitamente la matrice culturale della violenza di genere e la necessità di politiche adeguate di prevenzione, protezione e formazione, mentre i dati sui reati-spia e sui servizi antiviolenza mostrano che il fenomeno è più ampio dell’atto finale dell’omicidio.  

Negare il termine, al contrario, può produrre un effetto pericoloso: spostare il discorso dal potere alla neutralità, dal genere alla pura contabilità penale. Ma un omicidio di una donna da parte del partner, dell’ex partner o di un familiare non è “uguale e basta” se viene letto fuori dal contesto relazionale e simbolico che lo precede.  

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