domenica 1 marzo 2026

Perché il fine non giustifica i mezzi

Ali Khamenei è stato trovato sotto le macerie di un compound centrato dai bombardamenti israeliani e americani. 

E tantissimi iraniani ballano, piangono di gioia, bruciano i ritratti di chi li ha oppressi per decenni. 

Gente che ha conosciuto la tortura, la censura, le esecuzioni pubbliche, le donne ammazzate perché un velo scivolava dalla testa. 

Chi può biasimarli? Chi oserebbe dire loro di non esultare?

Nessuno.

Il problema è un altro.

Il problema sono quelli che da casa nostra, col telecomando in una mano e il telefono nell’altra, festeggiano come se fosse la finale dei Mondiali. 

Quelli per cui la morte di Khamenei è la prova che Trump è un genio, che la forza bruta funziona, che bastano le bombe giuste sulle persone giuste e il mondo diventa un posto migliore.

Quello che è successo è qualcosa di molto più grande e molto più pericoloso.

Due Paesi, da soli, senza consultare nessuno, senza un voto alle Nazioni Unite, senza uno straccio di mandato internazionale, hanno deciso di bombardare uno Stato sovrano, eliminarne la leadership e ridisegnare gli equilibri di un’intera regione.

Uno di questi due Paesi è governato da un uomo che si comporta da padrone del pianeta. L’altro è guidato da chi, negli ultimi due anni, ha accumulato un catalogo di orrori nei confronti della popolazione civile di Gaza che farebbe impallidire diversi capitoli della storia che studiamo a scuola giurandoci “mai più”.

E insieme, questa notte, hanno stabilito un principio semplicissimo: chi ha la potenza di fuoco decide chi vive e chi muore. Fine. 

Nessuna regola, nessun tribunale, nessun limite. Solo la legge del più armato.

Ora, Khamenei era un tiranno sanguinario? Sì. 

Il suo regime ha massacrato, impiccato, stuprato, torturato? Sì. 

Il mondo è un posto migliore senza di lui? Forse.

Ma il precedente che è stato appena scritto nella storia è un veleno lento che ci attraverserà tutti.

Perché se oggi puoi bombardare Teheran perché il bersaglio lo meritava, domani la stessa logica varrà per chiunque altro. 

Valeva ieri per Putin che ha invaso l’Ucraina dicendo di volerla “denazificare”. 

Varrà domani per la Cina quando deciderà che Taiwan va “riunificata”. 

Varrà dopodomani per qualunque potenza nucleare che avrà un pretesto sufficientemente presentabile.

E noi, l’Europa, l’Italia, il cosiddetto Occidente dei diritti e delle regole, avremo perso per sempre la facoltà di obiettare qualunque cosa. Perché il diritto internazionale o esiste per tutti o non esiste per nessuno. 

E stanotte è stato sepolto sotto le stesse macerie di Khamenei.

Da Facebook

Vandalismo crescente verso chiese e moschee in Cisgiordania

Negli ultimi anni (e in particolare nelle ultime settimane) si sono registrati diversi episodi documentati di vandalismo e attacchi di coloni o estremisti ebrei contro chiese e moschee, tra cui la chiesa della Visitazione a Ein Karem e varie moschee in Cisgiordania.

Chiesa della Visitazione a Ein Karem
Il 19 febbraio 2026 la Chiesa della Visitazione, nel quartiere di Ein Karem a ovest di Gerusalemme, è stata vandalizzata con scritte in ebraico sui muri esterni e sulle auto parcheggiate.
Le scritte includevano parole come “Vendetta”, “Davide, re d’Israele vive e perdura” e “Il messia (ebraico) è qui!”, riconducibili alla retorica dei gruppi nazionalisti religiosi radicali.
Le autorità israeliane hanno parlato di “graffiti nazionalisti” e hanno aperto un’indagine, mentre la governatorato di Gerusalemme dell’Autorità Palestinese ha inserito l’episodio in una serie più ampia di violazioni di luoghi sacri cristiani e musulmani.

Attacchi a moschee in Cisgiordania
Il 23 febbraio 2026 una moschea nel villaggio di Tell, a sud di Nablus (moschea Abu Bakr al‑Siddiq), è stata data alle fiamme e imbrattata con scritte in ebraico come “vendetta” e “price tag” (tag prezzo), in quello che media e autorità hanno descritto come un attacco di coloni estremisti.
L’incendio ha danneggiato il portone e la parte esterna della moschea, con tracce evidenti di bruciature all’ingresso, prima che gli abitanti spegnessero le fiamme.
Il Ministero degli Affari Religiosi palestinese ha denunciato che nel corso dell’ultimo anno i coloni hanno attaccato o vandalizzato 45 moschee in Cisgiordania, inserendo l’episodio in una tendenza crescente di aggressioni contro santuari islamici.
Nel novembre 2025 un altro episodio aveva visto una moschea nella zona di Deir Istiya (Cisgiordania settentrionale) incendiata e ricoperta di graffiti offensivi verso l’Islam e il Profeta, descritta dalle autorità palestinesi come “crimine spregevole” e parte di un’escalation di violenze dei coloni.

Il contesto dei “price tag attacks”
Questi atti rientrano spesso nella categoria dei cosiddetti attacchi “price tag", ovvero azioni di rappresaglia di estremisti nazional‑religiosi contro palestinesi e talvolta contro chiese e monasteri cristiani, in risposta ad attentati palestinesi o a decisioni israeliane percepite come ostili ai coloni.
In passato sono stati colpiti vari luoghi cristiani in Israele e Cisgiordania (conventi, abbazie, chiese), con graffiti anti‑cristiani, pneumatici tagliati e, in alcuni casi, incendi parziali, ad esempio all’abbazia della Dormizione a Gerusalemme o alla chiesa della Moltiplicazione sul lago di Galilea.